Buona Pasqua

29 marzo 2010 - 9:01 by Charlenger

Il Blog si ferma per la pausa Pasquale.

Buona Pasqua



Vacanze – Oporto (Portogallo)

16 febbraio 2010 - 8:24 by Charlenger

Dopo quasi un anno dall’ultimo weekend in giro per l’Europa, la mia ragazza e io abbiamo deciso di andare per San Valentino a Oporto. Non essendo mai stati in Portogallo la cosa è per noi particolarmente interessante, se non fosse che la vacanza inizia nel più “rocambolesco” dei modi. Forse per il lungo tempo trascorso senza organizzare viaggi, arriviamo in ritardissimo al parcheggio che avevamo prenotato. La prima brutta sorpresa è che quello indicato dal disegno è solo un deposito e il parcheggio è più avanti e dobbiamo aspettare la navetta. Il tizio del parcheggio ci dice che dobbiamo fare un car wallet che costa circa 20 euro ma ci porta subito in aeroporto. Nel frattempo sono già le 7 e 15 e il nostro volo parte alle 8… e non siamo ancora in aeroporto. Fortunatamente, tra un tentativo e l’altro di capire cosa fare, veniamo reindirizzati presso la concorrenza. Andiamo di fretta e arriviamo al parcheggio. Check-in lampo per la macchina paghiamo e il tizio della navetta ci porta subito in aeroporto. Sono le 7 e 45 e siamo appena entrati in aeroporto. Corriamo verso il gate (per fortuna avevamo fatto il check-in online) e… ancora non avevano neppure iniziato l’imbarco. Dopo la grande corsa almeno sospiriamo per non aver perso il volo.

Arrivati a Oporto dove c’è un’ora di differenza di fuso orario, ci dirigiamo subito verso la metropolitana che con la linea E porta direttamente dall’aeroporto fino a Trinidade, stazione di interfacciamento con tutte le altre linee. Noi abbiamo un hotel poco lontano dal centro. Notiamo subito che la lingua come la cultura sono molto particolari e ben diverse da quello che uno potrebbe aspettarsi da un popolo tanto vicino alla Spagna. Arriviamo alla fermata Trinidade e prendiamo la linea D in direzione Ospedale San Giovanni (Hospital Sao Joao o qualcosa del genere) per poi scendere al Polo Universitario. Lì incontriamo una coppia di spagnoli che cerca il nostro stesso hotel. Condividiamo con loro il cammino e impieghiamo circa 10 minuti ad arrivare a destinazione. L’hotel è molto carino anche se c’è un’enorme differenza tra le foto e la realtà. Avevamo deciso che, per San Valentino, questa volta non avremmo preso un bed&breakfast, e avevamo trovato un hotel a 4 stelle a un prezzo veramente competitivo… peccato che le 4 stelle forse le avranno avute quando hanno aperto (e scattato le foto). Tuttavia il posto è degno di nota (e di quanto abbiamo speso). Il check-in in albergo è alle 14 ma sono le 11 e 30. Decidiamo dunque di iniziare subito il nostro giro e la prima direzione è la piazza Mousinho de Albuquerque dove ci sono anche dei centri commerciali.

 

Oporto è una città strana anche territorialmente perché, nonostante sia costruita su di un fiume e praticamente sull’oceano, è un continuo sali e scendi con gradi di ripidità anche molto pesanti. Arriviamo a destinazione e facciamo un bel giro (e anche il primo pranzo) al centro commerciale. Niente di speciale, la globalizzazione ha portato i soliti negozi anche qui. Decidiamo quindi di fare una passeggiata verso il centro per esplorare la città, passando dal negozio della Wizards dove, oltre a un odore di Nerd inside, compro anche i miei consueti dadi. Passiamo da Piazza della repubblica quindi rientriamo in metro e andiamo in hotel a fare il check-in. Un po’ stanchi dalla camminata ci rilassiamo con le attrezzature dell’health club dell’albergo. Quindi costume e tovaglia e giù in sauna, jacuzzi e piscina. Tutto molto carino se non fosse che la manutenzione del posto lascia molto a desiderare… ma in fondo, penso io, per quello che abbiamo speso è pure troppo quello che abbiamo.

 

Il pomeriggio è ancora lungo e ritorniamo in centro per il giro in Rua Santa Catarina, posto culturale che porta in centro e pieno di negozi. Percorriamo tutta la via fino a giungere in centro dove visitiamo velocemente negozi, cattedrale del Sé (che in un giro più lungo non può essere persa) e vari parchetti. Arrivata la sera è il momento di portare la mia ragazza nel posto che ho cercato per la cenetta romatinca di San Valentino. Dopo avere sbagliato strada ed essere finiti sopra il ponte, con lei che chiede “ma dove dobbiamo andare?” e io che rispondo “laggiù” indicando i posti che stanno circa 200 metri sotto di noi, torniamo indietro e seguiamo una strada principale fino ad arrivare alla piazza con il cubo di Oporto, una fontana monumento piccolina ma molto carina. Dopo un giretto per i locali e aver goduto della vista dello splendido ponte Dom Luis I, e a poca distanza dal ponte Maria Pia, progettato da Gustave Eiffel, scegliamo il locale e ceniamo. Location con vista sul fiume e ponte, serata un po’ fredda ma bella, cena buona, non come in altri posti ma molto particolare. Finita la cena è il momento di andare a degustare ciò per cui siamo venuti: il Vinho do Porto. Entriamo in un piccolo locale dove facciamo una degustazione di tre buonissimi vini, uno bianco, uno rosso e uno dessert, tutti tipici, tutti sopra i 19 gradi e tutti buonissimi (l’avevo già detto?). Finita la degustazione, si è fatto abbastanza tardi e torniamo in albergo.

La domenica è anch’essa un giorno particolare, sia perché i negozi sono tutti chiusi, sia perché di veramente particolare, come monumenti, ci è rimasto poco da vedere, per esempio la torre dei chierici. Dopo un giretto nel centro città, partiamo per l’aeroporto… e appena usciti dalla metro vediamo che il nostro volo è stato cancellato. Un epopea incredibile, oltre tre ore di fila per cercare di fare qualcosa, un biglietto assolutamente non low-cost per poter tornare in Italia il giorno dopo, un hotel che quelli di easyjet non ci volevano dare… insomma un po’ “rocambolesca” anche la fine del viaggio. Alla fine siamo rientrati giusto la mattina dopo e ci hanno offerto la notte e la cena in hotel ma per il rimborso di quanto speso per tornare siamo ancora in attesa.

Intanto un consiglio a tutti quelli che viaggiano con weekend low cost. Se il biglietto costa davvero pochissimo, comprate anche il biglietto per il giorno dopo… vi risolverà molti problemi… oppure scegliete un posto che abbia molti voli tra la città di partenza e quella di destinazione.

Tutte le foto sono qui: http://www.joproject.org/fotografia.php



Buon Anno

1 gennaio 2010 - 0:00 by Charlenger

Il primo post dell’anno non proporrà nulla di particolare se non l’annuncio della fine della pausa per le vacanze natalizie e la ripresa delle pubblicazioni. Intanto come per Natale vi faccio tanti auguri:

Buon Anno!

Happy New Year!

Feliz Año Nuevo!

Ein gutes neues Jahr!

Bonne année!



Buon Natale

25 dicembre 2009 - 0:00 by Charlenger

Buon Natale!

Merry Christmas!

Feliz Navidad!

Fröhliche Weihnachten!

Joyeux Noel!



Il Futuro è qui – InformAmuse

18 dicembre 2009 - 7:01 by Charlenger

L’intelligenza artificiale, come mi è capitato spesso di dire, è qualcosa che nell’immaginario delle persone rappresenta l’eco di film fantascientifici in cui le macchine sono capaci di provare emozioni, in cui la parola intelligenza, associata a un robot, si fonde con etica, emozioni, sensazioni, passioni e così via. Nella realtà l’intelligenza artificiale raccoglie moltissime altre cose molto più vicine a noi e che ci rendono la vita più semplice, più bella e più vivibile. Eppure certe volte neanche ce ne accorgiamo. Di recente è nata in Sicilia, e più precisamente a Palermo, una nuova azienda che si occupa di qualcosa che molti definirebbero futuristico. Non tutti credono che investire in certe tecnologie sia fruttuoso, ma nella realtà del quotidiano è chi rischia e chi crede nell’impossibile che ci fa andare avanti, dimostrando a tutti che l’impossibile non sempre è così irraggiungibile.

L’Azienda in questione è InformAmuse (http://www.informamuse.com/). Si tratta di una piccola realtà relativa a quel mondo a cavallo tra l’accademico e il commerciale, che si occupa di intelligenza artificiale e che si lancia nel mercato come futuro delle tecnologie di interfaccia tra l’uomo e la macchina. Il primo grandissimo passo che è stato fatto è stato quello di sviluppare una guida museale in grado di far rivivere capolavori della storia in 3D, narrati da voci sintizzate e comandabile attraverso la voce. Come viene detto anche nel loro sito, siamo ormai a un passo dallo storico salto che ci portò a passare dalla sola tastiera con cursore lampeggiante su sfondo nero, a una bellissima grafica a finestre cliccabile con un mouse. La differenza è che adesso siamo pronti per il futuro. Voce e gesti possono diventare uno strumento ben più potente di quello che avevamo immaginato.

Il futuro dunque è qui, è una cosa che non smetterò mai di ripetere, perché se è ovvio che quello che immagiamo adesso come futuro, per esempio macchine volanti e non inquinanti, dispositivi comandati con la sola forza del pensiero, e così via, quello che altri, con più raziocinio hanno immaginato ieri, adesso è diventato realtà. Una realtà vera e molto promettente.

Personalmente sono molto fiducioso e contento di questo avvenimento, in quanto l’idea nasce da alcune persone validissime, e una in particolare, che per me ha significato molto ed è stata un’onesta e competente guida attraverso la mia carriera universitaria. E con grande piacere ne riporto la breve intervista virtuale:

***

Buongiorno Professore Gentile, innanzi tutto complimenti per l’impresa. Come ci si sente a intraprendere questa strada tra le tante possibilità?

Intanto è un piacere rispondere a questa intervista, seppur virtuale, anche perchè proposta da uno degli allievi più brillanti che ho avuto il piacere di guidare durante il percorso di studi in ingegneria informatica. Ci si sente  responsabili, per una scelta che richiederà enorme impegno e che presenta delle sfide non banali da superare, soprattutto per chi, come me, parte dal mondo della ricerca e della formazione universitaria. Mi accompagno con un gruppo molto affiatato di giovani ricercatori dalle competenze complementari, ai quali si uniscono due professionisti nei settori chiave della gestione e del marketing, Giovanni Barresi e Antonio Massara, rispettivamente. Abbiamo anche alle spalle un’azienda, la Mediavoice S.r.l. molto dinamica e giovane, che guidata dal suo Presidente, Fabrizio Giacomelli, crede nella nostra iniziativa e con la quale collaboriamo sin dal 2007. Speriamo che nell’immediato futuro questo gruppo si possa ampliare e diventare una realtà produttiva che fa innovazione in Sicilia.

Come è nata l’idea di costituire una società a commerciale basata su idee e tecnologie avanzate e spesso considerate prettamente accademiche?

La spinta iniziale è stato il duro percorso (nove mesi) che abbiamo affrontato con Antonella Santangelo, dottore di ricerca in Ingegneria Informatica e ora Responsabile Interfacce Speciali di Mediavoice, per pervenire alla domanda di brevetto che anima il core computazionale di InformAmuse, ovvero la possibilità di animare con dialoghi in linguaggio naturale l’interazione con una guida museale virtuale, che sia manifestata all’interno di un kiosk o annegata in un palmare o nel cellulare del visitatore. Far ri-vivere i luoghi della storia, questa la nostra missione. Ci siamo resi conto che la tecnologia  ha senso quando centrata intorno alle persone, pensata per l’utente. Il passo da  prototipo accademico a prodotto industriale non è per niente banale e richiede un notevole sforzo, e economico e tecnico, che affrontiamo con entusiasmo già da tempo. Devo anche registrare che sia l’Università di Palermo, con il suo Industrial Liaison Office, che il Dipartimento di Ingegneria Informatica hanno favorito in ogni modo la nascita di InformAmuse, oggi in “incubazione” presso l’incubatore d’impresa ARCA.

Che obiettivi vi ponete come Azienda, nel breve e nel lungo periodo?

A breve termine gli obiettivi si concentrano nell’ingranare la marcia e lanciare un’azienda in start up, avendo il serbatoio pieno di idee e di prodotti. La direzione di marcia è ovviamente fondamentale, e siamo già partiti verso destinazioni che sembrerebbero molto ambiziose ma che noi riteniamo alla portata di un breve tragitto. Il fatto è che l’interazione con le macchine attraverso la voce e i gesti da un lato libera gli occhi e allarga lo spazio, dall’altro amplia il vissuto dell’utente a comprendere lo spazio narrativo. A noi sembra una cosa magnifica, che offre l’opportunità di trasformare ogni occasione turistica in un tempo per vivere e rivivere i luoghi e la loro storia e cultura, ampliandone dettagli e narrazioni senza nulla togliere all’esperienza dal vivo. E tutto ciò con un semplice cenno di voce.

Quali ritiene che saranno i principali ostacoli? E tra questi, quanto ritiene influente il fatto di lavorare in Sicilia?

Mi concentrerei sugli aspetti positivi. Gli ostacoli li affronteremo man mano che si presentano, e cercheremo di superarli. Essere in Sicilia, la sede a Palermo, è una condizione irrinunciabile. Il territorio ha i suoi innegabili problemi, ma è anche tra i più ricchi di patrimonio artistico e paesaggistico. C’è un’attenzione crescente nei confronti del turismo, del turismo culturale e delle idee d’impresa giovani e innovative. Puntiamo su tutto questo e sul volerlo fare qui, in Sicilia, Terra difficile che fa allontanare così tanti dei suoi figli migliori (e con uno di essi sto parlando adesso). Io stesso sono tornato a Palermo dopo sette anni ad Atlanta, negli Stati Uniti, con un Ph.D. conquistato al Georgia Tech e una mezza dozzina di offerte di lavoro lasciate sul tavolo per diventare ricercatore universitario. Oggi siamo a questo punto, e non lo avrei mai pensato.

Chi la conosce probabilmente sa già la risposta, ma quanto c’è di personale e di interiore in questo bellissimo progetto?

Molto. Non potrebbe essere diversamente. Ma è anche vero che godo del supporto formidabile della mia famiglia, mia moglie in testa, e dei ragazzi che con entusiasmo mi spingono avanti. InformAmuse è il risultato di un impegno collettivo, che oggi vede insieme a me e ad Antonella anche Salvatore Sorce, Eleonora Trumello e Salvatore Andolina, tutti passati dal DINFO.

Cosa si sente di dire a chi critica la Sicilia, le imprese e che potrebbe includere in queste critiche anche le aziende come InformAmuse?

Le critiche, se costruttive, fortificano e siamo pronti ad affrontarle, nel costante tentativo di migliorare. Spero piuttosto di potere testimoniare la volontà diffusa di fare crescere, al pari del resto della Nazione, anche il Meridione d’Italia e la nostra Sicilia, magari puntando ad una migliore presentazione del patrimonio artistico, culturale, paesaggistico e ambientali che tanti turisti attrae ogni anno. La migliore pubblicità al nostro saper fare è il racconto di chi ritorna a casa sua dopo una memorabile vacanza in Sicilia.

***

Ringraziando ancora Antonio Gentile, Professore Associato del Dipartimento di Ingegneria Informatica dell’Università di Palermo, concludo sottolineando ancora ciò che è il mio motto riguardo all’intelligenza artificiale e che si rispecchia pienamente in ciò che vedo in questa azienda: “Il Futuro è qui”.



L’Etica del Software

3 dicembre 2009 - 7:55 by Charlenger

Ormai dovrebbe essere chiaro che uno dei temi portanti di questo sito/blog è il software e le sue innumerevoli facce e questioni, tra open-source e licenze varie. Qualche giorno fa, mi sono trovato a leggere alcuni articoli scritti da un personaggio alquanto celebre che le persone legate in qualche modo all’open source e al software “etico” conosceranno abbastanza bene. Sto parlando di Richard Stallman.

Come di consueto riporto cosa dice l’enciclopedia web 2.0, Wikipedia:

Richard Matthew Stallman (New York, 16 marzo 1953) è un programmatore, hacker e attivista statunitense.

È uno dei principali esponenti del movimento del software libero. Nel settembre del 1983 diede avvio al progetto GNU con l’intento di creare un sistema operativo simile a Unix ma libero: da ciò prese vita il movimento del software libero. Nell’ottobre del 1985 fondò la Free Software Foundation (FSF). Fu il pioniere del concetto di copyleft ed è il principale autore di molte licenze copyleft compresa la GNU General Public License (GPL), la licenza per software libero più diffusa. Dalla metà degli anni novanta spende molto del suo tempo sostenendo il software libero e promuovendo campagne contro i software proprietari e ciò che a lui sembra una eccessiva estensione delle leggi su copyright. Stallman ha anche sviluppato molti software ampiamente usati: Emacs, la GNU Compiler Collection e lo GNU Debugger.

Leggendo gli articoli che riporto in coda al post, ho riflettuto su alcuni aspetti importanti del software, indipendentemente dal suo tipo, e in particolare a quella che potrebbe essere definita “etica” del software.

Sempre da Wikipedia:

L’etica (dal greco antico ἔθος (o ήθος)[1], “èthos”, comportamento, costume, consuetudine) è quella branca della filosofia che studia i fondamenti oggettivi e razionali che permettono di distinguere i comportamenti umani in buoni, giusti, o moralmente leciti, rispetto ai comportamenti ritenuti cattivi o moralmente inappropriati.

L’etica può anche essere definita come la ricerca di uno o più criteri che consentano all’individuo di gestire adeguatamente la propria libertà nel rispetto degli altri. Essa pretende inoltre una base razionale, quindi non emotiva, dell’atteggiamento assunto, non riducibile a slanci solidaristici o amorevoli di tipo irrazionale. In questo senso essa pone una cornice di riferimento, dei canoni e dei confini entro cui la libertà umana si può estendere ed esprimere. In questa accezione ristretta viene spesso considerata sinonimo di filosofia morale: in quest’ottica essa ha come oggetto i valori morali che determinano il comportamento dell’uomo.

Cosa signifca dunque etica del software? Parlando da ingegnere dell’informazione e da appassionato di software design & development, mi sono reso conto che non è affatto facile parlare di questo argomento. In primo luogo mi sono trovato a pensare dal punto di vista dell’utente. Per l’utente, che sia un’azienda o un privato, il software dovrebbe essere sicuro, potente, facile da usare e così via… e soprattutto dovrebbe costare molto poco.

In molti, sentendo parlare di “free software”, associano alla parola free il senso di gratuito, ma non è esattamente questo ciò che Stallman intendeva quando usava quel termine. Nei paesi di lingua anglosassone la differenza è ancora più sottile in quanto free significa letteralmente sia gratis che libero. In italiano la traduzione corretta è infatti “Software Libero” e non “Software Gratis”.

Vorrei sottolineare che non ho detto che per l’utente il software dovrebbe essere gratis. Quanto meno se si tratta di qualcosa di importante e soprattutto se si tratta di un’azienda. Per qualche ragione, un software “libero” e anche “gratuito” fa paura alle aziende e a chi ha bisogno di un software che vuole percettivamente chiamare “sicuro”. Free Software e Open Source infatti spesso non sono capiti e per questo motivo non adottati.

Ma analizzando il punto di vista di chi il software lo vende, o di chi guadagna su di esso, chiaramente l’idea di software è quella di un servizio da cui tirare fuori quanti più soldi possibili a prescindere dalla qualità e dalle tecniche utilizzate. Sta poi a ciascuno operare le sue scelte, fare i propri prezzi e adottare le proprie strategie di vendita e quanto tempo dedicare alla qualità del proprio prodotto.

Come è facile intuire queste due cose non vanno esattamente d’amore e d’accordo. Ritorno dunque alla domanda iniziale. Cosa significa etica del software? Per quanto mi riguarda, la risposta, forse un po’ semplificata, riguarda tutti coloro che hanno relazioni con il software.

L’utente dovrebbe scegliere il software in base alle sue esigenze, o richiedere delle caratteristiche ragionevolmente con ciò che è disposto a scegliere, e dovrebbe fidarsi di ciò che adotta come soluzione. Parlando per esempio dell’utente finale, trovo non etico utilizzare una versione pirata di Microsoft Office perché ha delle funzioni di indubbia e superiore qualità rispetto a ogni altro prodotto dello stesso tipo. La scelta etica è quella di pagare il prezzo del software e acquistarlo, oppure se non si è disposti a pagare adottare una soluzione gratuita, per esempio l’open source Open Office di Sun Microsystem. Forse non sarà il massimo delle funzioni ma offre tutto ciò che serve per svolgere gli stessi compiti di Microsoft, quanto meno per l’utente “home”.

Dal punto di vista dello sviluppatore, ritengo che etica del software significa applicare sempre il massimo delle proprie capacità quando si svolge il proprio lavoro, applicare tariffe e prezzi ragionevoli al lavoro svolto, accettare solo lavori che si sa di poter svolgere oppure avvalersi, a fronte di un guadagno inferiore, di capacità esterne che consentano di andare incontro ai bisogni del cliente. Ritengo altrettanto etico però non svendersi, non regalare le proprie competenze perché essere buoni è un conto, essere etici è un altro, ma regalare tutto il proprio lavoro è da stupidi.

Di certo all’utente piacerebbe che i programmatori lavorassero gratis e sviluppassero ogni cosa per il semplice divertimento di farlo, ma non lo ritengo per nulla né produttivo né appunto, etico. Qualcuno, come in questo sito, può dedicarsi allo sviluppo di software che è gratuito oltre che “free software” e “open source”. Ma ciò dovrebbe avvenire solo perché il guadagno arriva in altri termini, quali esperienza, visibilità, divertimento, condivisione, etc.

La questione secondo me tocca anche chi usufruisce dei software cercando di farlo in modo etico ma senza informarsi troppo. Molti puntano il dito su Microsoft. Sebbene sia vero che quest’azienda abbia un grosso strapotere sul mercato, soprattutto riguardo sistemi operativi e suite office, e abbia adottato strategie di mercato non sempre etiche ma sicuramente vincenti, tuttavia esistono molte altre aziende che hanno adottato strategie molto simili ma su cui nessuno ha puntato mai il dito contro perché offrivano software e servizi gratuiti. Un esempio è Google.

Premettendo che io non mi schiero né contro né a favore di Microsoft o Google, c’è da dire che trovo un po’ troppo eccessiva la critica a Microsoft da parte di molti “Linuxisti” che però sono giorno e notte su internet, cercano so google, magari hanno scaricato Chrome, e presto useranno anche Chrome OS e così via. Basterebbe accorgersi che alcune cose di Microsoft, alla fine sono gratuite e open source, e sufficienti per gli utenti “home” e molte cose di Google non sono affatto “Open Source”, sebbene siano “Free”.

Dal momento che parlare di etica, richiede alcune competenze che mi mancano, voglio comunque approfittare del mio amico filosofo, per riportare un parere più specialistico. E dal momento che non voglio dilungarmi troppo, concludo riassumendo il pensiero che mi si è rafforzato sempre di più leggendo gli articoli di Stallman:

Chi sceglie di usare un software dovrebbe farlo pensando che utilizzare un software pirata non significa essere furbi e risparmiare, ma significa solo invitare chi produce software proprietario a incrementare i prezzi non proporzionalmente alla qualità, ridurne i guadagni e costringerli ad adottare politiche scorrette. Al di là del fatto che grosse aziende potrebbero comunque non essere etiche non deve essere l’utente a comportarsi per primo in maniera non etica. Allo stesso modo chi sviluppa software dovrebbe attenersi alle regole etiche della professione oltre che pensare che ciò che rende buono il lavoro non è quanto ci si guadagna, sebbene sia un fattore importante come stimolo e come sopravvivenza, ma la qualità dello stesso e dunque dovrebbe essere necessario scegliere l’approccio (open-source, proprietario, free, etc) più adatto e le tecniche appropriate per implementarlo.

E per chi si dicesse “voglio essere etico ma non posso perché mi servono software che facciano ciò che mi serve”, sappia che nella maggior parte dei casi esistono soluzioni gratuite o open source per ottenere ciò che volete. Alcuni esempi?

Suite di programmi per l’ufficio: OpenOffice – se hai proprio “bisogno” di Microsoft Office probabilmente è perché ti serve per lavoro e la tua azienda te lo potrà procurare. Se lavori in proprio e ti “serve” MS Office… compralo.
Sistemi operativi: Linux Ubuntu – facile da installare permette praticamente tutte le funzioni che l’utente home usa su windows, dalla navigazione internet, alla posta, alla videoscrittura, all’instant messaging.
Sviluppo software: sviluppi microsoft…? perché hai piratato la versione “enterprise” di Visual Studio se esiste la versione Express che per il privato è ben più che sufficiente?
Database: MySql, Microsoft Sql Server Express, etc…
Creazione PDF: BullZip Printer, Ghost Script.
Fotoritocco: Paint .NET, Gimpshop

e potrei continuare all’infinito.

E come anticipato ecco una breve dissertazione di LandOfNowhere:

***

riflessioni “inconcluse” sull’etica della programmazione

Sorvoliamo sul problema filosofico di cosa sia l’etica e sul fatto che per me è una domanda tutt’altro che conclusa. Sorvoliamo pure sul fatto che etica e politica, almeno secondo il sottoscritto, vanno a braccetto e che, per politica, non si debba intendere solo uno strano insieme di giochi di palazzo.
Partiamo da premesse semplici e volutamente semplicistiche: un’azione etica promuove una società migliore, rapporti sociali migliori e un’esistenza migliore per le persone che ci circondano. A molti potrà anche piacere come definizione…. ma per me, resta semplicistica; ciò nonostante da qualche parte dobbiamo partire.
Se accettiamo queste premesse, una delle “etiche” più concludenti è sicuramente quella di Stallman. Un consiglio che posso dare è quello di acquistare questa raccolta dei suoi interventi (tutti comunque rintracciabili su internet).
Si tratta di pensare la creazione di un programma come qualcosa che facciamo all’interno di una società; e che determinate scelte influenzano, in piccolo od in grande quella stessa società. Non si tratta soltanto della licenza con cui il software viene rilasciato. Si tratta, per dirla con Kant, di non pensare l’utente come un mezzo, ma come un fine. Quello che emerge, più che un etica del programmatore è, a ben vedere, un etica del lavoro. Stallman insiste sul fatto che un programmatore di software libero non rinuncia certo al suo stipendio…, ma aggiunge anche che esso verrà ridimensionato – ed in questo emerge un lato “utopico”, che a mio parere semplicemente registra una contraddizione fra questa etica e il sistema capitalistico per come è regolato attualmente.
In altre parole, quest’etica insiste su una (appunto) contraddizione della nostra società: il lavoro deve creare una ricompensa morale nel lavoratore, oltre a permettergli di vivere; la ricompensa morale si misura nell’essere riuscito a contribuire alla comunità di cui si fa parte (e quindi nella “gloria”, nella gratitudine ricevuta, ecc. ecc). La ricompensa economica va, quindi, in secondo piano. In fondo, l’etica del lavoro come “servizio” e “dono”, oltre (e forse anche più) che ai sistemi di valore “socialisti”, rimanda molto anche etiche religiose, in primis quella di molte comunità cristiane/cattoliche (non certo calviniste).
Dicevo prima, che quest’etica spinge su una contraddizione interna della nostra società: essa è costituita dalla scissione personale che ognuno di noi vive. Siamo tutti, da un lato cittadini “solidali” e dall’altro soggetti economici. Membri di una società escludente, che elargisce elemosine agli esclusi. Come molte etiche, inclusa quella cattolica, la cultura hacker insiste sull’unità dei due “soggetti”: mentre viviamo come homini aeconomici (sperando di non aver sbagliato con il latino) non smettiamo di essere cittadini solidali. Ed è questa soggettività quella preminente. Certo, l’origine non marxista di quest’etica di solito gli impedisce di cogliere l’esatta natura di questa scissione/contraddizione e di poter porre così la questione. Ad ogni modo, non può che generare un sistema di valori per cui nell’atto di rilasciare un programma, io debba tenere in  mente di promuovere l’avanzamento della cultura, della fratellanza e della cooperazione. Quindi devo mediare fra i miei interessi economici e quelli della società. Ed allora, posto che il mio lavoro è ciò con cui vivo, ogni qual volta ledo gli interesse e le libertà degli utenti (o della comunità) per il mio profitto, sbaglio. E quindi, devo lasciare a tutti il diritto di modificare e ridistribuire le mie “creature”. Ci sono mille altri modi, che Stallman non si lesina ad elencare, con cui un programmatore può vivere, invece che estorcere soldi per ogni “copia”: ad esempio, un’azienda può pagarlo per avere quelle modifiche di cui ha bisogno per aumentare la produttività o altri metodi ancora.
Resta il fatto che quest’etica stride con i valori “consumistici” e di “profitto” vigenti nel mondo economico di oggi, che pur moralmente bistrattato, è la verità di quello “solidale” (sul perché non mi posso dilungare in questa sede). E che un modello di scambi economico fondato su base esclusivamente “morale”, difficilmente è in grado di creare una pratica davvero capace di scardinare le abitudini consolidate, soprattutto se si basano su sistemi di potere. Ma se dividiamo etica, da politica e se c’interessa sapere soltanto “qual’è il metodo corretto di creare software”, il lavoro di Stallman è una buon punto di partenza. I limiti qui elencati, stanno al di sotto del livello della critica. Infatti sono possibili solo, considerando insoddisfacente la definizione usuale di etica. Ma anche accettando tutte le mie notazioni, il punto di partenza della FSF resta gravido di intuizioni utili e geniali: cosa vuol dire cooperazione nel nostro secolo? Cosa vuol dire diritto di proprietà sui beni non materiali? Il sistema attuale è davvero il più “produttivo possibile”? Come sarebbe il mondo senza l’idolo del profitto? Come sarebbe la nostra società se fosse fondata sul collettivismo e non sull’individualismo?

***

Ecco gli articoli da cui è nato questo post:

http://www.gnu.org/philosophy/free-software-for-freedom.it.html
http://www.gnu.org/philosophy/open-source-misses-the-point.it.html



Internetdipendenza? Elettroshock

19 novembre 2009 - 20:02 by Charlenger

Qualche settimana fa, leggevo su PuntoInformatico di un articolo che mi ha interessato per due argomenti: primo le metodologie terapeutiche usate dai cinesi per curare delle patologie, secondo la dipendenza da internet. L’articolo (che trovate in fondo al post) racconta di oltre 400 centri di riabilitazione da dipendenza internettiana creati in Cina, i quali utilizzerebbero tecniche come l’elettroshock e altre varie punizioni corporali per eliminare questa “patologia” dai soggetti malati. Mi sembra quasi di essere tornato ai tempi di Mesmer e le sue cure “magnetiche” ma in versione più cruenta, quasi “De Sade”… Sebbene sia noto che molti popoli orientali abbiano delle culture fondamentalmente molto differenti dalla cultura occidentale, mi domando come sia possibile che esistano ancora certe convinzioni. Tuttavia una cosa in comune con l’occidente c’è anche in questo evento. Quando qualcosa di assurdo viene messo in atto, ci deve scappare il morto prima che ci si renda conto che si sta facendo una stupidata.

Ma veniamo all’altro argomento: la dipendenza da internet. Questa patologia è, a parere di molti medici e psicologi, da considerarsi alla pari di altre dipendenze, come la dipendenza dal gioco, dall’alcol o dal fumo. Al contrario di come molti credano, la dipendenza è proprio fisiologica e può creare anche danni fisici… non ci credete? In effetti il danno non è così “diretto” come quello provocato dall’alcol o dal fumo, tuttavia il fatto stesso di dover stare sempre connessi obbliga il “malato” a passare ore davanti a un monitor, probabilmente senza fare neppure un minuto di pausa dal monitor, accecandosi lentamente, stando costantemente inondato di cellulari, palmari e laptop connessi in wireless (anche se ancora non è dimostrato che danni possano fare le onde elettromagnetiche, ciò non significa che sia dimostrato che NON facciano danno). E cosa dire delle mani. Il continuo e initerrotto utilizzo della tastiera di sicuro non aiuta l’artrosi alle dita… e la postura… e la vita praticamente full time sedentaria… e… soprattutto… le relazioni sociali? Mi ha incuriosito recentemente un intervento in radio su RDS dove parlavano di uno studio fatto in america che riteneva “utile per le relazioni sociali” l’uso di internet e similari. Il giorno dopo, sulla stessa radio e sullo stesso programma, un esperto italiano sosteneva il contrario. Pare che il tema sia caldo.

In ogni caso, secondo me il primo passo per un dipendente da internet è quello di riconoscere di essere affetto dalla patologia e accettare aiuto. Come capire se si è affetti da dipendenza da internet? Forse non è semplicissimo, ma in alcuni casi basta porsi alcune domande e rispondersi in maniera sincera (o con qualcuno accanto che controlli se non si sta auto-mentendo), come per esempio: “Quante ore trascorri davanti al PC? Quante di queste sono dedicate a internet?” oppure ”Quanti amici hai? Con quanti di questi hai relazioni reali?”

Parlando di dipendenze e di domande, mi è tornato in mente un test per verificare quando invece, si è dipendenti dai giochi di ruolo :) giusto per sdrammatizzare un po’ sull’argomento:

***

GIOCHI TROPPO A D&D QUANDO:

01) Ti svegli la mattina, vai in cucina ed apostrofi tua madre con uno sgarbato “Oste della malora” e pretendi di mangiare una porzione di “cinghiale in cervogia tiepida”.
02) Entri in una chiesa e chiedi al primo prete e\o frate a quale culto appartiene quella chiesa.
03) La tua camera e’ riempita in modo spaventoso di trappole varie… ed e’ successo piu’ di una volta che tua madre e’ stata investita da una “palla che rotola” composta da vestiti sporchi oppure colpita alle spalle da un aggeggio che tu stesso hai costruito coi lego chiamato “lame rotanti”
04) Hai sempre con te i tuoi dadi da gioco…
05) I tuoi dadi da gioco vengono prima della famiglia nella scala dei valori…
06) Insulti la gente dandogli dello Gnoll
07) La tua ragazza per te e’ un elfa…
08) La prof. di matematica e’ una Banshee…
09) Il tuo diario segreto e’ cosparso di benzina ed ha un meccanismo a pietra focaia che se aperto in modo sbagliato causa l’incenerimento del diario ma anche dello sventurato lettore…
10) Ti sei esaltato guardando il film di Dungeons & Dragons
11) Se sganci una sonora puzzetta cominci a gridare arrabbiato “chi diamine ha castato suoni illusori sul mio sedere?”
12) Per risolvere un problema di qualsiasi natura, tendi sempre alla soluzione piu’ assurda, includendo magie, mostri, spade e birra…
13) Hai letto ogni pubblicazione fantasy uscita in italia e nel mondo…
14) Tendi a dare un livello di esperienza ed un bonus numerico a qualsiasi cosa animata e non… esempio: quel cane e’ guerriero di livello 10! quel vecchietto mi sa che sia un vecchietto di 85 livello (vedasi gli anni…) questo coltello da bistecca e’ un coltello +7! ecc. ecc.
15) Tutta la tua cerchia di amici ti conosce con il nome del tuo pg…
16) Sei un ottimista incallito…. tanto se ti va male qualcosa puoi sempre corrompere il master…
17) Piu’ grave e’ se sei te il master e cerchi di corromperti da solo…
18) Hai manie di grandezza che spesso ti portano ad arrivare a dire “Ora tiro un d20… se il risultato del tiro e’ tra 1 e 19 io sono il migliore, e se e’ 20 tiro di nuovo!”
20) Hai un sito internet interamente dedicato alla spada del tuo personaggio
21) Per te i carabinieri o la polizia in generale sono semplicemente Guardie Cittadine
22) Spesso ti immagini come sarebbe semplice la tua vita se potessi per davvero utilizzare le magie nel manuale del player
23) preferisci un pessimo cavallo ad una buona automobile…
24) Pratichi la scherma medievale come sport
25) Conosci almeno 25 modi teorici per tirare una spadata poderosa…
26) Conosci milioni di modi diversi per non portare a termine una missione…
27) Guidi come un folle…. tanto esistono i chierici
28) Hai un modo tutto tuo di spiegare le cose…. esempio: Amico che nn capisce una mazza di GdR :”cosa e’ un tiro salvezza?” tu: “un TS e’ un lancio effettuato con un D20, in poche parole fai un CECH sulla CD aggiungendo un BONUS al D20 dato dalla STAT interessata………… cosa c’e’ da capire? e’ una cavolata!”
29) Hai tempo da perdere scrivendo\leggendo questa cavolata…
30) Quando vai a fare la spesa paghi in monete d’oro
31) Parli fluentemente tre lingue: italiano, nanico, halfling
32) Sapete citare a memoria il manuale del giocatore ma non sapete il nome di vostro fratello
33) La percentuale di patatine e coca cola nel tuo sangue è magiore dei globuli rossi
34) Qualcuno ti chiede:”perchè ti sei tatuato quei numeri sulla mano?” e tu rispondi”non sono tatuaggi sono i segni dei dadi”
35) ti riconosci in almeno 2 punti di questa lista…

 

***

Cina: basta con la terapia d’urto

I netizen dipendenti da Internet non possono essere curati con punizioni corporali ed elettroshock. Perché il disturbo non è ancora stato definito in modo completo

Roma – La dipendenza da Internet non andrebbe assolutamente curata con le punizioni corporali né con qualsiasi misura volta a limitare la libertà personale. È quanto annunciato in un comunicato ufficiale dal ministero della Salute cinese, che sembra giunto a una conclusione: il concetto stesso di assuefazione alla Rete non è stato ancora riconosciuto dalla comunità medica locale. Al bando, dunque, ogni forma di violenza verso i giovani netizen che hanno iniziato negli ultimi anni ad affollare le cliniche del paese asiatico.
Le autorità di Pechino si sono sempre dimostrate piuttosto preoccupate per un fenomeno in continua crescita, l’ossessione per la Rete. Fonti locali hanno spiegato che 10 milioni di utenti cinesi al di sotto dei 20 anni potrebbero già essere dipendenti da Internet, con conseguenze disastrose per i risultati scolastici e i rapporti familiari delle nuove generazioni. “Genitori ed insegnanti devono analizzare la causa di tutto questo, evitando condanne e punizioni – ha spiegato la nota ministeriale – Tutti quegli interventi che vadano a limitare la libertà personale sono severamente vietati, così come quelli che ricorrano alle punizioni corporali”.

400, i centri di riabilitazione che sono stati aperti su tutto il territorio cinese, entrati presto nel vortice delle cronache locali per una serie di trattamenti poco ortodossi nei confronti di netizen giovanissimi. La storia più nera ha coinvolto nell’agosto scorso un ragazzo di 15 anni portato dai suoi genitori presso una clinica nella regione di Guangxi. Il personale di quello che è stato paragonato ad un vero e proprio campo di addestramento militare ha picchiato il giovane fino a provocare il suo decesso. Da qui, la necessità da parte del governo di regolamentare la situazione nella maniera più ferma possibile.

Il ministero della Salute ha poi condannato un’altra discussa pratica per curare la dipendenza da Internet: l’elettroshock. Su alcuni forum cinesi sono state infatti raccolte una serie di testimonianze dirette da parte di cittadini soggetti al trattamento. Una di queste ha rivelato una serie di abusi perpetrati da un ospedale nella provincia di Shangdong che avrebbe somministrato scosse elettriche fino a 30 minuti di durata, in modo da forzare il paziente a confessare le proprie colpe. “L’obiettivo del nostro intervento – ha concluso il comunicato – è quello di esortare le persone a utilizzare Internet in maniera sana. Non si tratta di uno strumento per tentare di fermare l’utilizzo della Rete in sé”.

Mauro Vecchio



Curriculum Vitae al tempo del Web 2.0

12 novembre 2009 - 19:21 by Charlenger

Di recente un paio di amici si sono laureati e mi hanno chiesto qualche suggerimento su come abbellire il proprio curriculum vitae. Questo mi ha fatto pensare ad alcune cose riguardo alle modalità di recruiting dei giorni nostri. Sebbene rimangano diffusissimi gli approcci vecchio stile, con presentazione, lettera di accompagnamento, curriculum vitae cartaceo, ritengo che oggi le cose, con il web 2.0, siano in un certo qual modo cambiate. Forse anche più radicalmente di quanto si possa immaginare.

In giro per la rete si trovano mille consigli su come impostare un curriculum, esperienze in alto e ben visibili, template già pronti come il cv europeo, suggerimenti su come scrivere una lettera di presentazione, con come, dove quando è perché nei famosissimi tre paragrafi. Tutte informazioni utilissime per le formalità da affrontare con l’ufficio del personale o con i recruiter. Si è vero a oggi, nella maggior parte dei settori di mercato, quando si cerca una risorsa o un lavoro, il processo è praticamente identico: si cerca un profilo/lavoro, si chiama/applica, si fa un colloquio, ci si accorda per la firma del contratto.

Ma allora cosa è cambiato? A mio avviso è cambiato tutto il background di screening che si fa dietro le quinte. I mezzi a disposizione dei recruiter, degli headhunter e dei candidati stessi, sono mutati radicalmente. Prima, l’unico modo che c’era, più o meno, per farsi conoscere era la presentazione di qualche amico che faceva già parte dell’azienda o “del giro”, una buona lettera di presentazione e il curriculum vitae. Oggi, esistono reti e strumenti online che permettono di sapere/mostrare molto di più e con un impatto di gran lunga superiore. Sto parlando per esempio di LinkedIn o di Xing. Si tratta di social network in cui ci si costruisce il proprio curriculum vitae online, in modalità 2.0, scegliendo chi può visualizzare quali informazioni e con che livello di dettaglio. Sullo stesso strumento passano diversi annunci ed è possibile trovare la competenze più disparate e internazionali. In varie interviste con fini statistici molti headhunter hanno dichiarato di effettuare quasi la metà delle ricerche sui social network.

Quando internet non era così 2.0, il sito personale era forse utilizzato solo dai liberi professionisti per farsi un po’ di pubblicità. Detta così sembrerebbe tutta rose e fiori, ma la mia riflessione va ai potenziali rischi. C’è gente che si è rovinata la carriera usando Facebook. Il web 2.0 infatti è tanto potente quanto pericoloso e bisogna essere accorti nell’utilizzarlo. La smania di andare online fa spesso perdere il controllo di quello che si dice “in pubblico” e la cognizione di chi sta ascoltando. Quello che cambia è il concetto stesso di pubblico o privato.

Posto che secondo me non è etico che un headhunter o un manager possa basarsi sulla vita privata di una persona per decidere se assumerlo o no, la colpa è forse più spesso delle persone stesse che non fanno caso a cosa mettono online. Per esempio, ricordo la storia di un dipendente di una grossa multinazionale che, dopo aver detto al capo di essere rimasto a casa per l’influenza e quindi avere chiesto permesso malattia, ha pubblicato in bella vista sul suo profilo le foto della festa della sera prima in cui dichiarava di essersi preso una sbronza colossale.

Detto ciò, per ritornare al paragrafo iniziale da cui era nato tutto, ai miei amici ho suggerito poche cose per il curriculum, non ho tanta esperienza da poter dire chissà cosa, ma soprattutto ho suggerito di verificare cosa c’è online che li riguarda, di costruire dei buoni profili, seri e veritieri, valutando la visibilità di tutte le informazioni, e di mettere i link di questi profili in maniera indiscutibile sui propri CV… non sia mai che qualcuno creda per caso che il profilo del Mister X che ha davanti, sia quello reale e invece è quello di un omonimo “sfasciato”… la prima impressione, anche se palesemente in contrasto con la realtà, è spesso molto difficile da modificare… provare per credere :P

Ecco quindi infine alcuni suggerimenti basati sul modello LinkedIn, ma validi in generale se si vuole creare un profilo pulito, serio e soprattutto “utile”:

- Online, per chi non ti conosce, tu SEI il tuo profilo, quindi evita di pubblicare particolari che non racconteresti di te a uno sconosciuto, limita le “stupidaggini” e concentrati sulla buona forma degli argomenti seri.

- Non giocare al gioco “io ho più contatti”. Avere tanti contatti va bene, ma solo se si tratta di persone che quanto meno si conoscono. Accettare e invitare chiunque non solo è un rischio per la sicurezza del profilo, ma spesso rischia di renderlo scomodo (se uno sconosciuto chiede una “reccomendation” in quanto tuo contatto) o poco autorevole (se nel profilo ci sono “fake” o persone evidentemente “out of network”)

- Partecipa ai gruppi, alle discussioni e rispondi alle domande pubbliche e private che riguardano aree di tuo interesse, senza impelagarti in cose che non conosci, oppure manifesta la tua curiosità senza cercare di essere più “saputello” di quello che sei… google sono bravi tutti a usarlo. Bisogna essere parte della community… insomma “be nice”. Se qualcuno ti importuna ignoralo o al massimo segnalalo in casi estremi ai moderatori.

- Attento a chi aggiungi come contatto. Non sempre può essere comodo accettare tra le proprie connessioni il proprio capo o un proprio dipendente, soprattutto se il profilo è quello personale e non quello professionale. Se proprio si deve farlo, vale la regola d’oro dei social network: attento a cosa pubblichi.

- Condividi materiale coerente con il tuo profilo e che possa essere utile alle persone che fanno parte del tuo network. Non pubblicare spazzatura. Questo renderà il tuo profilo più autorevole e permetterà alle persone che non ti conoscono di farsi una buona idea di te e delle tue competenze.

Ci sarebbero mille altre cose che si potrebbero suggerire “in generale” sull’uso dei social network, ma non è questo il post giusto per farlo. Infine voglio scrivere un paio di domande in particolare per chi si chiede cosa la gente può facilmente sapere di noi, e come è possibile sapere qualcosa di altri (per esempio del manager che ci deve incontrare per un colloquio). La risposta è: il web 2.0 può dirti tante cose… hobby, passioni, fissazioni, informazioni…

- Hai provato a cercare il tuo nome e cognome sui motori di ricerca? Cosa viene fuori (non limitare i risultati alla prima pagina)?

- Quando sei stato chiamato per un colloquio, hai cercato i profili e il nome delle persone che dovevi incontrare?

Spero che questi suggerimenti e queste domande possano essere utili ai miei amici, ma anche a tutti coloro che leggeranno questo post e sono in cerca… di un modo di rendere il proprio profilo “serio”.



Autocelebrazione

21 ottobre 2009 - 14:03 by immortal_bard

Oggi faccio il compleanno. Tanti auguri a me… :)

Grazie a tutti quelli che mi hanno fatto gli auguri.



New JOProject

3 ottobre 2009 - 16:30 by Charlenger

La nuova versione di JOProject è online. Come potete vedere la struttura del sito è cambiata sostanzialmente. Dal momento che è difficile avviare un’intera community su argomenti già ampiamente discussi, e fare in modo che supporti dei progetti open source, ho deciso che questo sito da oggi sarà il mio sito personale di cui una sezione, il forum, sarà dedicato alla collaborazione internazionale e agli obiettivi della vecchia versione del sito.

Riassumendo, da oggi saranno accessibili le sezioni “Fotografia” dove pubblicherò tutti i miei scatti, “Racconti” dove troverete i racconti pubblicati e in via di scrittura, “Progetti” dove saranno pubblicati i progetti Open Source, e la sezione “Internazionale” o “Forum” che è la vecchia versione del sito dove ciascuno può registrarsi e continuare a contribuire come in precedenza. Per dare un po’ di corpo al blog sono già stati spostati dai miei vecchi blog, tutti i racconti completi e qualche altro post.

Infine, la homepage sarà il mio blog dove pubblicherò articoli di informatica, racconti, argomenti di carattere generale, e dove alcuni collaboratori potrebbero unirsi per parlare di Open Source, Free Software, Dungeons & Dragons e tanti altri argomenti.

Non mi resta che augurarvi buona lettura!

***

The new version of JOProject is online. As you can see, the site’s structure has been changed. I decided to switch this site to my personal site that will include the community as a sub-section. It is hard to start a good community on such discussed arguments, and it is even more difficult to make it support Open Source projects. Anyway, this site will be my personal Blog and will include my PhotoAlbum, my italian fantasy stories, either published and work-in-progress, but overall, the international site will remain online as a stand-alone section that is the “Forum”. There it is still possible to contribute like in the older version of the site.

Eventually, my homepage will be the place where I will write about computer science, stories, general arguments and so on and in that Blog, it will be possible to become a collaborator as a writer. Topics will be Open Source, Free Software, Dungeons & Dragons and other role playing games, and many others.

There is nothing left to say but Enjoy!

***

Carlo aka Charlenger