L’Assassino Silente – Parte V

30 settembre 2009 - 20:28 by immortal_bard

Le acque fetide della palude avevano provocato più volte i conati di vomito ad Arendel. Le narici bruciavano per i vapori acidi esalati dal liquame ristagnante. Una strana nebbiolina rendeva l’aria densa e la vista acquosa, quasi come se gli occhi fossero bagnati. Persino i raggi del sole che perforavano le nubi parevano muoversi a fatica. Sembrava un luogo maledetto dagli tutti gli Dei.

Arendel avanzò facendo muovere il cavallo a passo d’uomo. L’animale sembrava rifiutarsi di continuare a immergere gli zoccoli in quella fanghiglia. L’assassino silente aveva già percorso l’intero bordo di quello che una volta era stato il lago descritto dal mercante di informazioni ma non aveva trovato nulla. L’ultima soluzione rimasta era addentrarsi nella palude e cercare la torre al suo interno.

In qualche modo i servi del mandante devono arrivare alla torre, pensò tra sé e sé. Arendel discese da cavallo e lo legò a un ramo. Impiegò qualche minuto per memorizzare i punti di riferimento, quindi iniziò a camminare verso il centro della palude.

Gli stivali di Arendel affondarono più volte nella melma, sporcandogli i pantaloni e parte del mantello. La mancanza di un percorso evidente per raggiungere la torre era probabilmente un altro elemento per nasconderla da sguardi indiscreti.

Arendel si fermò un attimo. La stanchezza gli aveva annebbiato la mente. Il dubbio lo assalì per qualche istante. Se quel luogo non fosse stato ciò che cercava, non gli sarebbe rimasto nessun elemento né per trovare gli alloggi di Zhaiper né per sapere se nel tempo perso fino a quel momento, qualcuno avesse già saputo della morte del servitore del mandante. Infine pensò per un attimo a Glen e a Bazam, ignaro di quello che potesse essere accaduto a Sarradun, tra gli scaffali della biblioteca della gilda dei maghi. Saranno già tornati e probabilmente mi staranno aspettando, devo fare in fretta. Guardò un’ultima volta l’anello, sfilandolo dal dito e soffermandosi sul nome inciso, lo strinse nel pugno e si rimise in cammino.

Più si addentrava nella palude e più sentiva il silenzio avvolgerlo. Il battito del cuore, unito ai piedi immersi nelle acque torbide, divenne l’unico e cadenzato suono che accompagnava Arendel.

Un suono attirò l’attenzione dell’assassino. Era continuo e leggero, simile a quello prodotto da un rivolo d’acqua. Arendel osservò oltre ciò che rimaneva di alcune piante marce e vide delle pietre che somigliavano ai resti delle fondamenta di un castello. Proseguì con lo sguardo e vide una torre che si innalzava, quasi completamente ricoperta da strani muschi anneriti. Accanto all’alta costruzione si ergeva un piccolo mulino la cui ruota era bloccata e su di cui scorreva una piccola linea d’acqua che sembrava limpida al confronto con il pantano che circondava quelle strutture.

Un rumore di passi allertò Arendel. L’assassino si nascose dietro un tronco morto e attese, affacciandosi appena per vedere chi stesse avvicinandosi. Era un uomo alto e ben vestito. Seguiva un percorso ben definito e non affondava mai nella palude. Riconobbe uno dei messaggeri del mandante.

Arendel fu certo che quel luogo era la dimora di colui che aveva ucciso sua moglie e rapito sua figlia. Alla fine Zhaiper, in un modo o nell’altro, l’aveva condotto a quel luogo che aveva tanto cercato. Un lampo gli illuminò la mente stanca: in quella torre c’erano il mandante e sua figlia.

L’obiettivo dell’assassino si confermò essere completamente diverso da quello originale. Ogni dubbio fu sciolto. Arendel non avrebbe più dovuto cercare gli alloggi di Zhaiper ma avrebbe provato direttamente a salvare sua figlia, anche se per farlo avesse dovuto uccidere tutti coloro che erano nei paraggi della torre.

***

La porta da cui era entrato il messaggero del mandate era rimasta aperta. La palude era uno strumento di dissuasione sufficiente affinché nessun avventore si avvicinasse. Inoltre per riuscire ad arrivare a quell’ingresso bisognava conoscere la strada, oppure avere un valido motivo per provare tutte le strade possibili. Ad Arendel quel motivo non mancava.

Arendel entrò silenzioso con passo felino. Sentì la tensione crescere ma non perse il controllo. I sensi acuti dell’assassino tornarono a essere la sua arma principale.

L’uomo avanzò per il corridoio principale. Le sale erano per lo più vuote, abbandonate al disastro della palude e piene di muffa. Una scalinata dall’aspetto solido conduceva al piano superiore, dal quale proveniva una luce abbastanza intensa. Arendel si avvicinò cauto, mantenendo le spalle al muro e facendo attenzione a ogni movimento. La mano era nascosta dal mantello ed era sempre vicina al pugnale, pronta a scattare in un istante.

Delle voci giungevano da alcune stanze. Degli uomini stavano ridendo e scherzando, probabilmente davanti a un boccale di vino, inconsapevoli che sarebbe potuto essere l’ultimo.

Arendel raggiunse la porta e non poté fare a meno di ascoltare parte del loro dialogo.

«Prima o poi andrò nella sala delle lettere, nei sotterranei»

«Lo sai che ci farebbe uccidere se lo scoprisse». Una risata interruppe il breve silenzio che era sorto.

«E comunque cosa vorresti fare? Capire la logica con cui commissiona tutti i suoi omicidi? Ottenere informazioni sui suoi affari? Non riusciresti a capire nulla. Sei un semplice idiota». Ci fu ancora una risata un po’ ironica, condivisa tra i due.

«Beh, in fondo a me piace almeno quanto te ammazzare la gente. E poi, se c’è una cosa che vorrei fare adesso è deliziarmi un po’ con quel bel bocconcino…». Qualunque cosa volesse dire il servitore del mandante, non fu bene intesa da Arendel e segnò l’attimo in cui l’assassino silente designò la sua prossima vittima.

«Esco».

«Dove vai?»

«Devo consegnare un ordine».

«Il sigillo?»

«Il capo è occupato e Zhaiper non si è visto».

«Lo metterò io, non ho voglia di aspettare fino a domani».

Arendel valutò con precisione il tempo che passò dal rumore dello spostamento della sedia, quindi si appoggiò alla parete e si mescolò al buio.

«Lo sai che non dovresti usare la cera del capo».

«Ormai si fida abbastanza di me. Gestirò eventuali lamentele». I due si fecero un’altra risata. L’ultima.

Edmond, semplice garzone in una macelleria di paese, raccolto dal mandante e trasformato in un suo messaggero, sicario portatore di morte, voltò l’angolo del corridoio e sentì le dita di una mano stringergli il collo al punto che non riuscì a gridare né a emettere alcun suono. La pergamena gli cadde dalle mani e il contenitore rotolò sulla soglia della porta. Poi ci fu un rumore sordo.

«Edmond?»

Silenzio. L’altro sicario si alzò ed estrasse il pugnale, avanzando verso la porta. «Edmond, lo sai che non dovresti fare questi scherzi». La testa si affacciò lenta sul corridoio e la punta del pugnale di Arendel, ancora intrisa del sangue di Edmond, si piantò sotto il mento dell’altro uomo.

Nella torre non sembravano esserci molti uomini. Forse nessuno. Arendel suppose che quel luogo rappresentasse solo il quartier generale di un’organizzazione sparsa per le varie terre abitate.

Arendel si mosse verso le scale e cominciò a salire verso il piano superiore dove pensò di trovare sua figlia. C’erano poche stanze e da una proveniva una luce ondeggiante di candela. Quella situazione gli riportò alla mente i ricordi più brutti della sua vita. Giurò su se stesso che se gli fosse apparso il mandante davanti l’avrebbe ucciso senza dire neppure una parola.

Il silenzio irreale regnava all’interno dei corridoi. Arendel avanzò lentamente con passi felpati. Giunse alla stanza e osservò all’interno. Era ordinata, con un letto grande, un armadio e vario mobilio pregiato. Riconobbe su di un manichino degli abiti simili a quelli di Zhaiper. Aveva trovato la sua stanza. Arendel entrò e si avvicinò alla scrivania. Trovare le lettere di cui gli aveva parlato e distruggerle avrebbe potuto concedergli più tempo e se non le avesse trovate avrebbe saputo di avere pochissimo tempo a disposizione.

Arendel aprì un cassetto e trovò dentro un diario. Erano le memorie di Zhaiper. Lesse le prime pagine, poi ne sfogliò altre più velocemente e la sua attenzione fu attratta da un particolare. Si mise a leggere e rimase sbigottito. La verità e nient’altro che tutta la verità sulla sua storia era stata tracciata su quelle pagine bianche, ora sporche di sangue e inchiostro.

***

«Comandante Zhaiper, è stata avvistata una donna vicino al ponte d’ingresso alla torre. Nessuno sembra averla riconosciuta. Che facciamo?»

Zhaiper rimase impassibile mentre faceva colare la cera lacca per porre il suo sigillo su uno dei tanti messaggi che aveva confezionato. Rimase in silenzio per qualche istante, quindi con movimenti sicuri appose il timbro sulla cera premendo con il suo anello. Attese che si raffreddasse e si consolidasse, quindi stacco l’anello e osservò la pergamena arrotolata. Lo sguardo dell’assassino più conosciuto nei sobborghi malfamati di molte città nella dominazione si alzò verso il messaggero.

«Questa va consegnata al nostro emissario di Sarradun». Zhaiper parlò con freddezza porgendo il rotolo al servitore. «Vediamo chi è questa stolta che si spinge fino alle paludi». Senza più degnare di un gesto o uno sguardo il servitore, Zhaiper si alzò in piedi e si diresse verso l’ingresso della torre. La sua lama, veloce come il vento, roteò nelle sue mani e si infilò nel fodero legato alla cintura.

La porta di legno si aprì lenta e rumorosa di fronte alla donna immobile dinnanzi alla torre, coperta da uno spesso mantello nero e con uno strano sorriso dipinto in volto.

«Mi hai trovato alla fine» disse Zhaiper non appena uscì e incrociò lo sguardo dell’ospite inattesa.

«Ti avevo detto che sono piena di risorse».

Zhaiper ricambiò quello strano sorriso, ricordando ben altri scambi che poco tempo prima erano avvenuti tra i due.

***

Damian Seref Krark, ultimo discendente di una stirpe che anticamente era stata di forgiatori, noto nella comunità della malavita come Zhaiper, l’assassino professionista, era solito frequentare alcune taverne altolocate dove conduceva degli affari non sempre pulitissimi. Si diceva che avesse due grandi fonti di denaro con le quali gestiva il suo impero nascosto: una erano le morti su commissione, l’altra era il commercio di armi particolarmente solide, leggere e micidiali. Tutto ciò aveva reso noto il suo nome a molti tra coloro che avevano a che fare con guerre, armi e battaglie o con intrighi politici nascosti alla vista del popolo. Sebbene le sue azioni avessero grandi impatti, erano sempre studiate a regola d’arte affinché la gente smettesse di parlarne il più presto possibile e di lui non restasse che l’ombra di un assassino senza nome, capace di mandare sventura a chi gli capitava sotto tiro.

Zhaiper sollevò il calice di cristallo, finemente intagliato da artigiani esperti, e brindò con un uomo seduto al suo stesso tavolo. Sorseggiavano vino pregiato e discutevano dell’acquisto di trecento pezzi leggeri e cento pesanti. Chi ascoltava non sapeva di cosa stessero parlando.

Lo sguardo di Zhaiper si fermò per un attimo sul viso di una donna seduta a un tavolo non lontano. Era bellissima, avvolta in un abito elegante che a stento tratteneva la scollatura sul petto e dal quale le spalle lasciavano intravedere una muscolatura delineata e snella. Le onde dei capelli perfettamente curati scendevano vicino agli occhi azzurri, profondi e intensi e in contrasto con la pelle scura che sembrava essere quella di una donna che è costantemente sotto il sole, umida di sudore come se stesse lavorando i campi. L’abito le scendeva fino a sotto le ginocchia lasciando intravedere le caviglie e dei sandali eleganti e di raro pregio. Gli occhi dell’assassino la scrutarono soffermandosi proprio sulle gambe che si scoprirono leggermente quando la donna le accavallò, l’una sull’altra, lasciando dondolare il piede e tenendo il sandalo con le dita. Lo sguardo risalì al volto e notò che anch’ella lo stava guardando. Accennò un sorriso e sollevò il calice.

«Va tutto bene?»

«Oh, si. Naturalmente». Zhaiper riportò sul suo interlocutore il suo sguardo dapprima ipnotizzato dalla donna.

«Dunque posso considerare l’accordo chiuso, giusto signor Zhaiper?»

«La prego di non dire troppo in giro il mio nome». L’assassino rispose con cortesia e un pizzico di ironia, sebbene dentro di sé godesse che il suo nome si diffondesse e incutesse timore alla gente comune. Zhaiper riportò per un attimo lo sguardo sul tavolo a fianco e si rese conto che la donna non c’era più. La sua espressione divenne leggermente corrucciata. La cercò con lo sguardo e la vide entrare nelle sale private riservate a chi aveva pagato qualche soldo in più.

«Un bel bocconcino come ce ne sono pochi. Ammetto che è la prima volta che la vedo da queste parti. Non è roba per chiunque».

«Chiedo scusa?»

«La donna che avete puntato signor…»

«Non ha importanza». Zhaiper concluse quello scambio con un sorriso. «Dunque gli accordi sono presi Sor Bahuen. Il carico arriverà il giorno stabilito fuori da Corman, dove vi ho indicato».

Zhaiper mandò giù l’ultimo sorso di vino, quindi si alzò e tese la mano all’uomo, invitandolo con fare cortese a congedarsi. Sor Bahuen si alzò, strinse la mano dell’assassino e si allontanò uscendo dal locale senza dire altro.

L’assassino sedette nuovamente ed estrasse il suo piccolo diario. Appuntò gli ultimi dettagli di ciò che gli era fondamentale per tenere il controllo di tutte le sue attività. Dopo aver buttato giù velocemente i suoi appunti, versò ancora del vino nel calice e lo trangugiò velocemente, quindi si alzò lasciando calice e bottiglia sul tavolo e si diresse verso le sale private.

«Qui non può entrare» iniziò a dire uno dei guardiani, ma la mano di Zhaiper si poggiò su quella dell’uomo passandogli un sacchetto che al tatto conteneva almeno cento monete. Il guardiano aprì il sacchetto con discrezione e ne osservò l’interno. Erano monete d’oro.

«Benvenuto nelle sale riservate signore. Le faccio portare subito vino e frutta dal suo servitore personale».

Zhaiper sorrise inclinando un po’ la testa, quindi scostò la tenda ed entrò.

***

Un uomo stava tentando di avvicinare quella stessa donna che gli aveva rapito i sensi. Zhaiper lo guardò mentre veniva respinto con gentilezza. Spostò lo sguardo sugli occhi azzurri della donna e le sorrise di nuovo. Ancora una volta fu ricambiato. Zhaiper si avvicinò lentamente verso la donna, seduta su dei cuscini rossi, grandi e morbidi posati attorno a un tavolino basso immerso in tende di seta, musica e colori sgargianti. In pochi attimi anche l’uomo divenne parte di quel teatro del lusso e della lussuria.

«Mi sembra che non sia facile avvicinare una donna della vostra bellezza, eppure sono disposto a qualunque cosa pur di udire una vostra parola e vedervi accettare qualcosa da sorseggiare». Zhaiper si fece audace.

«Non è questione di difficoltà. Sono solo molto decisa sulle persone a cui voglio concedere la mia compagnia». La risposta della donna sorprese e spiazzò Zhaiper. «Prego, accomodatevi, a meno che non temiate di inimicarvi gli uomini a cui prima ho negato questo consenso». Zhaiper si sedette su uno dei cuscini vicini alla donna.

«Siete davvero molto affascinante e la vostra bellezza si vede solo nei libri delle favole dove ninfe popolano i boschi». Zhaiper attese che il servitore avesse finito di versare il vino prima di porgere il calice alla donna. Sicuro di sé, provò a capire che donna avesse di fronte.

«Perdonatemi se arrossisco, ma non sono abituata a questi complimenti, sebbene possa sembrare il contrario». La donna nascose il suo sguardo abbassando il volto. «Però ho sempre sognato di conoscere un uomo che fosse sicuro di sé, che dominasse una conversazione e fosse capace di accendere in me un caldo fuoco anche solo con un gesto o con uno sguardo». Gli occhi della donna si fecero maliziosi.

«E io ci sono riuscito?»

«Ho visto come tenevate…». Zhaiper la interruppe con un gesto. «Basta con questi formalismi» disse gentilmente e senza smettere di sorridere. «Parlami pure come se fossi un amico e io, se me lo concedete, farò lo stesso». La donna annuì e proseguì. «Ho visto come tenevi in pugno l’uomo con cui stavi parlando prima» fece una pausa. «E quel fuoco si è acceso» concluse.

Zhaiper si guardò attorno. «Con quello che paghiamo per stare qui, dovrà esserci un luogo un po’ più riservato dove conversare in tranquillità».

«C’è una stanza di sopra che sarà tutta mia per le prossime ore».

Gli sguardi dei due si incrociarono ancora in una sensuale complicità. Zhaiper contenne la sorpresa ma non riuscì a nascondere l’eccitazione che lo stava assalendo.

La donna si alzò in piedi e afferrò la lunga gonna tirandola a sé e facendola aderire al corpo, ondeggiando e rivelando le sue forme. Si voltò e ammiccò a Zhaiper, che la seguiva a breve distanza, infilandosi tra i corridoi avvolti in soffusa luce, svanendo dalla vista dei nobili avventori della locanda.

***

Zhaiper rimase immobile, quasi incapace di reagire di fronte alla sensuale posa della misteriosa donna che lo aveva sedotto. Era seduta sul letto. Una bretella del vestito, slacciata, era scivolata sul seno. La gonna verde scuro aveva risalito le gambe e lasciava intravedere alcuni pizzi dell’intimo. I sandali erano già per terra, sistemati poco lontano dal letto. La donna fissava gli occhi di Zhaiper mordendosi il labbro inferiore, rosso intenso, immerso nel trucco a malapena visibile del volto. L’uomo deglutì.

«Chiudi la porta». La voce della donna e il tono basso suonarono come un erotico sibilo che raggiunse Zhaiper in un brivido che lo smosse. Obbedì senza pensarci.

Carezzandosi una gamba con il piede, la donna si distese sollevando un ginocchio e facendo cadere la gonna sul suo ventre, scoprendosi. Chiuse gli occhi. Sospirò lenta. Riaprì gli occhi e guardò fisso Zhaiper. Lo rapì con lo sguardo, quindi salì sul letto mettendosi in ginocchio sul morbido materasso di piume e rimase in silenzio con le labbra semiaperte.

Zhaiper cominciò ad avvicinarsi, completamente ubriaco della bellezza della donna, soggiogato dal suo fascino e dai suoi modi. Giunse al bordo del letto. La mano della donna afferrò la cordicella che legava e stringeva i suoi calzoni. In un attimo l’uomo fu nudo e disteso sul letto, completamente a disposizione di una donna, sconosciuta ma alla quale non era più capace di dire di no.

Con la mano sinistra la donna coprì gli occhi dell’uomo. Zhaiper percepì il delicato tocco dei veli dell’abito della donna che scivolava lontano dal suo corpo. Un velo coprì il suo volto. Lo sentì stringere abbastanza da impedirgli di guardare, ma non troppo da soffocarlo. L’altra mano lo carezzava ogni tanto lenta, in altri momenti più decisa, fino a lasciare piccoli segni con le unghia. Zhaiper sentì il suo cuore esplodere, poi le mani della donna afferrargli la nuca e carezzarlo tra i capelli. Udì il leggero tonfo delle ginocchia della donna poggiarsi vicino a entrambe le sue orecchie quindi sentì il sensuale movimento e il delicato peso del ventre della donna offrirsi ai suoi baci. Non oppose resistenza.

Il corpo della donna scivolò sul petto di Zhaiper fino a distendersi sopra di lui. Non si era nemmeno accorto che i suoi polsi erano legati ai bordi del letto. All’improvviso una sensazione di calore lo avvolse. Tra gemiti e sospiri, il respiro si fece affannoso e presto anche nelle stanze accanto chiunque si sarebbe reso conto di cosa stava succedendo.

Ma come tutto era iniziato, repentinamente, Zhaiper provò una sensazione di sofferenza psicologica estrema. I gemiti cessarono. Sentì la donna allontanarsi da lui, legato e insoddisfatto.

«Posso darti molto di più». Il tono della donna era misto tra serietà e lussuria. «Ma non ora. Ho molte risorse e presto faremo affari».

Zhaiper continuò a contorcersi per qualche momento, cercando di superare il trauma che aveva appena subito. Rimase fermo per un po’ di tempo, poi si lasciò scappare una sonora risata. Il suo sorriso era eccitato, in parte soddisfatto e in parte carico d’ira. Sapeva che avrebbe rivisto quella donna.

***

«Sei venuta fin qui per fare affari immagino». Zhaiper si avvicinò alla donna e le sussurrò quelle parole con un pizzico ironia.

La donna si avvicinò e gli avvolse un braccio attorno al collo, come per abbracciarlo. L’altra mano, nascosta nel mantello, si insinuò nei calzoni di Zhaiper. «Sono qui per affidarti un lavoro, qualcosa che non hai mai fatto».

«Qualsiasi cosa per te».

«Anche se fosse tremenda e immotivata?»

«Qualsiasi». Zhaiper ribadì, sentendosi tremare le gambe al tocco della donna.

«Hai mai ucciso una donna?»

«No, ma c’è sempre una prima volta». Zhaiper rispose deciso.

«E hai mai ucciso…» la donna fece una pausa e si fermò per un istante, lasciando Zhaiper in apnea e in attesa. «Una bambina?»

L’uomo tremò e strinse i denti, avvolto in quella dolce tortura. «Qualsiasi cosa» ripeté ancora una volta.

«Allora da oggi tu lavori per me. Glen Dorian».

***

«Glen». Arendel rimase incredulo di fronte a quelle pagine del diario. Zhaiper aveva appuntato minuziosamente molti dettagli del suo lavoro e della sua storia personale.

«Sei sorpreso?»

Arendel si voltò di scatto estraendo fulmineo il pugnale. Il diario cadde per terra. Glen era sulla soglia della stanza e lo fissava con uno strano sorriso.

«Come hai potuto?»

«Dovevo farlo. Tu mi hai distrutto». Glen sibilò parole velenose. «Dovevi provare la sofferenza di chi perde tutto ciò che di più importante ha e tutto ciò che di più significativo gli resta, in cambio del nulla».

«Dov’è Juleen?» Arendel alzò il tono di voce.

«Davvero credevi che l’avrei lasciata vivere? Pensavi davvero che mi sarei persa questo momento? Il padre che scopre di avere ucciso tanti innocenti per salvare qualcuno che è già morto. Dovresti vedere la tua faccia adesso». Glen assunse un’espressione sadica.

«Perché?» Arendel sentì la disperazione assalirlo.

«Sei stato tu a ucciderle! Tu hai rovinato tutto». Glen sovrastò il tono di Arendel.

«Era solo una bambina».

«Io ho lasciato l’esercito, la mia vita, per poter stare con te e tu invece mi hai ignorata. Ho perso tutto. Lei era il frutto impuro di un amore finto. Doveva morire come Ambra». Glen avvicinò la mano al fianco e sfiorò il pugnale.

Arendel rimase fermo a fissare la donna, il corpo pronto a reagire, la mente persa nel vuoto e nella confusione che lo avevano appena coperto. Glen fece un passo indietro uscendo dalla stanza.

«Ti do un ultima possibilità per dimostrarmi l’amore che hai per me e vivere il resto della tua vita felice e sereno». Glen inclinò il capo e sorrise stavolta con espressione sincera e quasi speranzosa.

«Tu sei folle».

«Non sfidare la sorte più di quanto tu non abbia già fatto». Glen lo minacciò. La sua voce era disperata alla pari di quella dell’uomo e un singhiozzo ruppe quelle parole, poi tornò ad assumere un tono pacato e calmo. «In cantina c’è Bazam. Si trova legato e pronto per essere ucciso dal tuo pugnale. Fallo e tutto finirà e potrai ricominciare da capo, con me, alla guida di questo impero dell’ombra». Glen tese la mano in avanti verso Arendel.

«Mai!»

«Allora muori!»

Glen estrasse il pugnale e provò a lanciarlo ma vide Arendel scattare e lanciare contemporaneamente il suo. La donna strinse l’elsa e frappose la lama a quella dell’assassino facendole infrangere l’una contro l’altra. Le due armi volarono nella stanza e si persero tra lenzuola e fogli di carta. Arendel guardò in avanti con ira e riprese a correre verso la donna. Glen, infilò la mano in tasca, afferrò un mucchio di polvere che aveva pronta in una sacca della cintura e la tirò verso gli occhi del suo avversario, lanciandosi poi in fuga verso le scale. Arendel arrestò il passo per qualche istante, giusto il tempo di perdere di vista la donna. Rimase allerta e poi si lanciò all’inseguimento.

Arendel discese le scale a gran velocità, senza mai abbassare la guardia. I corridoi si facevano sempre più oscuri e il suono dei passi della donna in fuga divenne sempre più leggero fino a svanire del tutto. Era nei sotterranei ma non sapeva dove fosse andata Glen.

Dal fondo di un corridoio cominciarono a giungere dei gemiti di sofferenza. Arendel si avvicinò cauto seguendo i rumori. Pochi passi gli bastarono per vedere attraverso una porta aperta il suo amico Bazam, legato, appeso e imbavagliato. Era una sala simile a una vecchia forgia di campane e nel buio si potevano distinguere vecchi ferri che probabilmente erano destinati a campanili di templi o castelli. L’assassino silente proseguì in quella direzione con circospezione. Giunse sulla soglia della stanza e osservò il nano. Gli fece un cenno. Bazam si accorse dell’arrivo dell’amico. Il bibliotecario riprese a urlare più di prima.

Arendel sapeva che Glen gli stava tendendo una trappola. Allo stesso tempo era cosciente del fatto che Glen era molto abile e anche conoscendo l’istante esatto dell’attacco a sopresa, sarebbe stato difficile non farsi colpire. Infatti quando entrò nella stanza, Arendel percepì il movimento della donna e riuscì a scostarsi di quanto appena sufficiente per non farsi uccidere.

La pugnalata gli raggiunse comunque un fianco e risalì verso il braccio. Arendel indietreggiò, stringendo la ferita da cui cominciò a sgorgare sangue.

«Tu sei pazza».

«Se riprendermi ciò che è stato ed è mio è essere pazza, allora si. Sono pazza». Glen cominciò a girare attorno ad Arendel, lentamente con passi laterali, come volesse studiare il prossimo attacco.

Arendel rimase al centro della stanza, concentrato sui movimenti della donna, e intento a cercare eventuali scagnozzi.

«E dove sono i tuoi servitori?»

«In giro per molte terre a fare ciò che gli ho ordinato di fare. Questo momento dovevo godermelo da sola». Il sorriso pieno di folle sadismo le tornò sul viso. In quello stesso istante Glen si lanciò in avanti provando diversi affondi. Arendel si difese scansando i colpi e deviandoli con la sua lama. La ferita non gli consentiva di combattere al meglio e comunque l’abilità di Glen era superiore alla maggior parte degli avversari con cui aveva lottato in passato.

Entrambi impugnavano delle lame piccole e maneggevoli e vari tagli si aprirono sia sulla carne dell’assassino che della donna. Arendel combatteva contro due avversari. L’ira di ciò che aveva appena appreso gli offuscava i pensieri e non riusciva a sovrastare la sua avversaria.

La lama del pugnale di Glen lo colpì ferendolo di striscio a un dito, facendo vibrare il metallo del suo anello. Lo sguardo dell’assassino si posò sul gioiello e la sua mente vagò alla ricerca di Juleen e di un suo ricordo. Quella distrazione gli fu quasi fatale. Glen affondò il pugnale sul braccio di Arendel, quindi gli assestò un calcio che lo fece cadere a con la schiena per terra. Bazam ammutolì.

Glen si avvicinò lenta, ormai in una posizione di vantaggio. Arendel si guardò attorno. La vista della donna pronta a ucciderlo risvegliò in lui le emozioni del guerriero e la freddezza dell’assassino.

Non per onore né per gloria, Arendel calcolò ogni singolo istante degli attimi successivi. Urlando per il dolore spinse il braccio oltre i limiti e lanciò la daga. Glen rise nel vederla volare lontano da lei. Ma la lama roteò in direzione della corda che, attaccata a un contrappeso, teneva legato Bazam, recidendola in un colpo solo.

Il nano cadde a terra e sentì la morsa della corda allentarsi al punto da potersi liberare. Glen perse il suo sorriso mentre il contrappeso le cadeva addosso facendola rotolare lateralmente e sbattere la testa contro la parete di una campana.

Arendel alzò lo sguardo e vide Glen immobile. Si avvicinò. La donna attese che l’assassino si chinasse un po’, poi scattò, lo colpì alla testa e lo fece sbattere contro la campana.

La situazione si ribaltò nuovamente e la punta della lama di Glen penetrò nell’addome di Arendel che le afferrò il braccio e le bloccò il movimento. Si creò una situazione di stallo. Arendel cercava di resistere mentre Glen provava a spingere il pugnale fino a rendere il colpo letale.

Bazam poco più indietro si guardò intorno confuso. Non si era mai trovato in una situazione simile e non sapeva cosa fare. Un attimo dopo, il suo sguardo si illuminò, proprio quando Arendel sembrava essere spacciato.

Il bibliotecario raccolse un frammento di metallo abbastanza pesante. Nell’altra mano strinse l’anello magico che aveva trovato qualche tempo prima. Guardò verso Arendel, prese la mira e lanciò. L’anello volteggiò verso Arendel e lo tocco. Tutto divenne irreale silenzio. Bazam lanciò con tutta la sua forza la pietra verso la campana.

Incapace di udire qualsiasi suono, Arendel vide Glen abbandonare la presa e stringersi le orecchie. Inspirò, scostò il mantello e afferrò il pugnale che mai aveva usato e mai avrebbe voluto usare.

La lama che più di dieci anni prima aveva ucciso sua moglie si piantò nel cuore di colei che ne aveva commissionato l’omicidio. Glen rimase in ginocchio per qualche istante prima di sentire la vita scivolarle via dal corpo. Arendel vide sgorgarle sangue dalla bocca.

Scusa, credette di sentirle dire, mentre cadeva riversa sul pavimento, priva di ogni linfa vitale. Ma Arendel non riuscì a dare peso a quella parola.

Arendel lasciò il pugnale piantato sul cadavere di Glen, poi si guardò l’addome e vide il suo stesso sangue creare un lago attorno a lui. Capì che stava per morire.

***

«Come funziona l’incantesimo di Krark?»

Bazam, colto dallo sconforto e incapace di far nulla per salvare l’amico, scosse il capo guardando Arendel che a stento riusciva a tenere gli occhi aperti. «Che importa?»

Arendel contrasse repentinamente i muscoli e afferrò per il bavero Bazam, ripetendo la domanda con più forza.

«Esiste un solo incantesimo nelle leggende di Krark. L’ho letto nel libro che abbiamo trovato a Sarradun ma bisognerebbe essere uno stregone per…» Arendel interruppe il nano sollevando la mano.

«Portami all’Occhio di Krark». L’assassino respirava a fatica. «Devo tentare».

Bazam fece da appoggio per Arendel e si diresse verso l’unico punto che ritenne poter essere un luogo adatto per preparare un incantesimo che richiede un sacrificio agli Dei: la cima della torre.

Gradino dopo gradino, i due arrivarono in cima dove un grosso telo nero copriva una struttura appuntita. Bazam fece sedere Arendel e scoprì quello che era un antico altare sacrificale. Era la lama appuntita di una spada, incastonata su una colonna di pietra e rivolta verso il cielo. Dietro la colonna si trovava la pozza dove venivano immerse le armi forgiate da Krark.

Bazam guardò la punta sentendo l’emozione crescergli dentro. Era di fronte a qualcosa di leggendario e, sebbene fosse uno che non aveva mai perso la fede negli Dei, stentava a credere a ciò che aveva letto.

«Cosa devo fare?» Arendel si avvicinò zoppicando.

Bazam lo guardò. Sentì le lacrime cominciare a bagnargli gli occhi perché sapeva che in un modo o nell’altro stava per perdere colui che gli aveva fatto vivere la più bella avventura della sua vita. Stava per perdere un amico.

«Gli Dei esigono un sacrificio in cambio di ciò che chiedi. Come accadde per Krark, anche tu dovrai sacrificare qualcosa di te mentre con la tua preghiera chiedi ciò per cui sei venuto… una vera preghiera carica di fede». Bazam cercò di riportare al meglio ciò che aveva letto nel tempo che aveva a disposizione.

«La mano va bene?» Arendel trovò la forza di sorridere al nano e fece ondeggiare la mano del braccio ancora sano. Bazam tentò di ricambiare il sorriso ma scoppiò in lacrime, abbracciò Arendel e lo strinse a sé.

«Si, va bene». Disse singhiozzando. «Mi mancherai» concluse allontanandosi leggermente, spinto con delicatezza dall’uomo.

Arendel si avvicinò alla lama. Gli occhi guardarono il cielo. La fede in Arendel non c’era mai stata, ma quello fu il primo istante in cui, fissando gli occhi pieni di lacrime di Bazam, egli si rese conto che fino ad allora si era sbagliato.

Mentre la vita lo abbandonava, il respiro si faceva più lento e il cuore rallentava, Arendel sollevò la mano e con violenza la calò sulla lama, urlando per il dolore.

Il nano lo guardò, accompagnando con un grido straziato l’urlo dell’amico. Ma Arendel si quietò. Sussurrò le sue preghiere agli Dei e si voltò verso il bibliotecario. Il suo sguardo era illuminato. «Vado a cambiare l’esito di una battaglia» disse.

Bazam rimase allibito quando vide Arendel svanire, sciolto dalle gocce di un’improvvisa pioggia.

* Epilogo *

Bazam ripose la penna e il calamaio. Soffiò sulla pagina cercando di fare asciugare più velocemente l’inchiostro. Chiuse il libro e lo poggiò sul bancone. Una finestra vibrò, sospinta dal vento. Il nano guardò la parete dove aveva appeso un pugnale dall’elsa bianca e intarsiata finemente.

«Dobbiamo aprire il negozio». Bazam invitò Egwin, un orfanello che era divenuto il suo apprendista, ad andare ad aprire le porte. Quasi subito una ragazzina entrò nella biblioteca.

«Sto cercando il racconto “L’Assassino Silente”, me lo ha consigliato un amico che lo ha già letto. Si tratta di un racconto dove un misterioso malvagio rapisce la figlia di un guerriero e ne uccide la moglie». Spiegò.

«Conosco bene quel racconto». Bazam sorrise alla ragazza, poi fece una pausa e inspirò fiero. «L’ho scritto io».

«Sono molto lieta di conoscere l’autore». La ragazza ricambiò il sorriso.

«Eccolo qui. Costa venti monete d’argento».

«Costa molto» la ragazza crucciò il viso ma estrasse subito un sacchettino pieno di monete e afferrò il libro. Quindi senza attendere lo aprì sull’ultima pagina e lesse le ultime righe.

***

Lo vidi svanire nel nulla. Non seppi più niente di quell’abilissimo combattente, uomo valoroso e freddo assassino. Non seppi più nulla di colui che per me era stato un amico. Non seppi mai se la magia aveva funzionato. E allo stesso modo nessuno seppe più nulla né dell’Occhio di Krark, né dei mastri forgiatori né delle loro armi, quasi come se fossero scomparsi.

Non so cosa successe, ma so che se l’incantesimo avesse avuto gli effetti sperati, in quel tempo e in quell’anno, quando Zhaiper andò a uccidere Ambra, a quella battaglia avrebbe partecipato un altro guerriero. Eroe o assassino non aveva più importanza. L’esito di tutto sarebbe cambiato.

***

«Ehi, non dovresti leggere il finale prima di aver letto tutto il racconto» protestò il bibliotecario, mentre goffamente cercava di chiudere il libro.

La ragazza afferrò il libro e corse verso l’uscita ridendo allegra. «In realtà conoscevo già la storia ma non sapevo come finiva. Grazie!»

Bazam la osservò mentre si allontanava. E guardando i suoi capelli ambrati e i suoi occhi neri rimase attonito. E un nome gli sfuggì dalla bocca: Juleen?

* Fine *



L’Assassino Silente – Parte IV

30 settembre 2009 - 20:28 by immortal_bard

Arendel vide i fuochi del villaggio apparire all’orizzonte. Ancora un’ora a cavallo e sarebbe arrivato. Avrebbe innanzi tutto chiesto asilo per la notte. Sperava che esistesse qualcosa di simile a una taverna. L’animale era esausto. Arendel discese e cominciò a camminare trainandolo dalle briglie. Dopo l’avvertimento di Kijamor, l’uomo si era preoccupato di trovare un tragitto dal quale potesse individuare chi lo stesse seguendo. Rimase coi sensi allerta.

«So che sei stanco e hai fame. Andrò a raccogliere un po’ d’erba fresca». La mano di Arendel accarezzò il muso del cavallo mentre gli parlava con tono discreto ma non troppo basso. Si avvicinò verso le radure con passo tranquillo e non curante. La mano cominciò a raccogliere fili d’erba a mucchi e Arendel con movimenti quasi impercettibili si spostò avvicinandosi ai cespugli più folti. D’improvvisò, con un balzo l’assassino scattò nel buio e scomparve.

«Non uccidermi ti prego» implorò una voce squillante. «Io ho le informazioni che cerchi» continuò.

Arendel trascinò fuori dai cespugli l’uomo che lo stava seguendo, quindi lo spinse facendolo rotolare per terra.

«Tu sei Ed?»

«Si» rispose con voce tremante.

«E cosa sai?»

«Se mi paghi bene, come avevi detto all’altro villaggio io…»

«Se tu muori troverò qualcun altro disposto a darmi le informazioni che cerco, ne sono sicuro». Arendel accennò un sorriso furbo con lo sguardo.

«Nessuno ti dirà il nome, è la regola».

«Ognuno ha le sue regole. Io uccido solo chi appare nella mia lista. Alcune regole nascono per essere infrante, prima o poi». Arendel vide il terrore nello sguardo di Ed. Provò pietà ma sapeva che quello era l’unico modo per ottenere le informazioni che voleva. Quando aveva detto di avere denaro mentiva. Fintò uno scatto e un affondo di pugnale. L’omuncolo si sentì morire.

«Va bene, te lo dirò» esclamò infine. Anche Ed sapeva chi aveva di fronte e la paura ebbe la meglio.

Arendel infoderò il pugnale, quindi tese una mano per aiutare Ed ad alzarsi. Le mani si strinsero quindi furono di nuovo entrambi in piedi. Arendel era alto quasi il doppio di Ed. L’omuncolo si scrollò la polvere dai vestiti e assunse un’espressione mista tra paura e disapprovazione.

«Sei anche fortunato. Adam ha aperto una piccola locanda proprio nel villaggio dove sei diretto». Ed guardò verso le luci del villaggio.

«Lavora ancora da solo?»

«Ha una specie di guardia del corpo e sua moglie lo ha seguito in segreto fin qui». Ed riportò lo sguardo sull’assassino silente. «Io sono il suo… diciamo, apprendista».

Arendel lo guardò un po’ divertito. Quel piccolo uomo aveva un aspetto bizzarro e la sua audacia, quanto la sua imprudenza, lo rendevano un soggetto alquanto singolare.

«Bene allora andremo adesso».

«Andremo?»

«Pensi che mi fidi di te?»

Ed emise qualche suono indeciso. Non seppe cosa rispondere e si limitò a muovere la testa in segno di disapprovazione. «Mi legherai come un salame?»

«Dovrei?»

«No».

«Bene. Andiamo».

I due si misero in cammino sui rispettivi cavalli. Ed rimase attento e pronto a tentare la fuga se fosse stato necessario. Arendel dal canto suo sapeva che quell’essere era innocuo ma si tenne pronto a reagire a qualunque comportamento inaspettato. Il villaggio si fece sempre più vicino. L’assassino silente non aveva tempo da perdere.

***

La locanda era ancora abbastanza affollata, se così poteva definirsi un luogo dove a stento venti persone avrebbero potuto trovare posto a sedere, costruita in un villaggio che di abitanti ne aveva non più di cento. A giudicare dagli abiti di molti avventori, la maggior parte delle persone presenti, soprattutto quelli seduti al bancone, dovevano essere viaggiatori di passaggio.

Il bancone era costruito con legno grezzo, come quasi tutte le parti della locanda. Arendel riconobbe un dipinto appeso al muro appena vicino alle bottiglie di vino. Era lo stesso che aveva fissato per ore quando per la prima volta era andato a uccidere Adam Hopper.

Con passo lento, Arendel si avvicinò all’unico tavolo che sembrava libero. Entrando e chiudendo la porta dietro di sé, l’assassino silente sussurrò a Ed qualche parola, quindi lo lasciò andare verso il bancone.

«Quel posto è mio» borbottò un uomo grasso ricoperto di vestiti di pelle conciata e strani gioielli fatti da minerali lavorati grezzamente. Arendel non si scompose. Non incrociò lo sguardo lasciando il volto coperto dall’ombra del cappuccio e, rimanendo in silenzio, si allontanò, dirigendosi verso una sedia libera in un angolo del bancone.

Adam Hopper rabbrividì a quella vista. Ed si avvicinò lentamente. Fa quel che ti ho detto, le parole dell’assassino gli risuonavano nel cervello come rintocchi di campane stridule.

La porta della cantina si aprì e una donna un po’ abbondante e avanti con gli anni uscì con dieci boccali di birra stracolmi e schiumosi e un sorriso che risplendeva tra le sue bionde e fanciullesche trecce. Fu un attimo. Tra tutti i clienti c’era uno nuovo. Lo riconobbe subito. I racconti pieni di terrore del marito erano stati precisi. Il sorriso si ruppe come uno dei boccali che cadde a terra frantumandosi rumorosamente. Il brusio della locanda non si quietò.

«No!»

La voce di Olinda, moglie di Adam, tuonò nella locanda. «Non puoi piombare anche qui». Le parole della donna tremarono, rotte da un misto di terrore e rabbia. «Non puoi cancellare di nuovo la nostra vita». Un lungo attimo di pausa riempì il vuoto brusio della locanda.

Arendel rimase impassibile, in silenzio e immobile davanti al bancone. Ed sussurrò qualcosa all’orecchio di Adam. Gli occhi del locandiere puntarono prima l’assassino silente e poi la moglie, immersi in un’espressione sconvolta, quasi terrorizzata.

Le voci dei clienti della locanda tornarono a rimbalzare da muro a muro, come se il bicchiere rotto fosse stato la causa di quello sfogo. Ma non fu così per tutti. Gli altri nove boccali caddero a terra uno dopo l’altro.

«Maledetto assassino» urlò la donna mentre suo marito Adam la spingeva frettolosamente dietro la porta della cantina. Vi fu un altro lungo attimo di silenzio. Gli sguardi di molti si posarono su Ed, ultimo rimasto dietro il bancone. Ai suoi piedi un lago di birra e cocci di vetro.

«Quanta birra sprecata» l’apprendista del mercante di informazioni balbettò quelle parole, cedendo poi a una risata timida e imbarazzata. Fu però sufficiente per spezzare la tensione che si era creata e riempire nuovamente il vuoto di parole che aveva invaso la piccola sala.

La porta della cantina si chiuse. Ed pulì diligentemente il pavimento e sostituì Adam nel servizio ai clienti, esattamente come Arendel gli aveva ordinato di fare. Risa convulse, grida e chiacchiericcio tornarono a essere la musica predominante della locanda. Arendel rimase fermo in riflessione per qualche attimo. Il suo piano era fallito perché non aveva pensato alla reazione della moglie. Aveva tralasciato dei particolari e questo non era una caratteristica del suo modo di agire. Era un segno simile a una moneta con due facce. Quella buona gli dimostrava che qualcosa era davvero cambiato nelle sue azioni e non era più un freddo assassino, strumento di uno sconosciuto, ma un padre che cerca di salvare sua figlia. Quella cattiva gli ricordava che il nuovo obiettivo lo distraeva da particolari che potevano rivelarsi fondamentali. Arendel si alzò e uscì in silenzio, scambiando un’occhiata con Ed. Ma gli occhi dell’apprendista non furono gli unici che lo seguirono fino a fuori dalla locanda.

***

«Ho bisogno di parlare con te». Arendel raggiunse Adam sul retro della locanda. Lo trovò ancora occupato nel calmare la moglie che urlava tra i denti. Ripeteva che non potevano fidarsi di un uomo con decine di vittime sulla coscienza.

«Mi ha risparmiato la vita…» Adam interruppe la frase e accennò un sorriso verso Arendel, vedendo che si stava avvicinando.

«Devo parlarti» ribadì Arendel. L’uomo si fermo e guardò Olinda in attesa di carpire quale potesse essere la prossima reazione. La donna si ammutolì e si mise seduta in disparte, non troppo lontana dal marito. Strinse denti e pugni in un misto di paura e rabbia che a stento controllava e che le traspariva chiaramente in volto.

«So che un uomo è stato qui e ti ha chiesto di me»

«Io non gli ho detto niente» si affrettò a rispondere.

«Non mentire» disse con fretta ma con tono calmo. «Ho bisogno di sapere da dove veniva». La paura di Adam scemò velocemente.

«Aveva…» fece una lunga pausa, guardò indietro verso la moglie che pareva trattenere il fiato. «Aveva degli strani vestiti, gli stessi di un gruppo di avventurieri che un giorno sono venuti a comprare delle informazioni da me, poco tempo prima di lui». Arendel ascoltò attento.

«Sono degli abiti inconfondibili, appartenevano ad alcune stirpi decadute che hanno fondato dei villaggi e delle piccole città poco a sud dei Denti del Tempo, la catena montuosa a ovest del dominio di Mytel». Adam proseguì senza staccare mai lo sguardo sbarrato dall’assassino, temendo che potesse ucciderlo da un momento all’altro.

«Sono molti i villaggi da quelle parti?»

«No» rispose seccamente Adam. Quando Arendel fece per voltarsi e andarsene, il mercante di informazioni lo fermò. La moglie emise un suono simile a un gemito.

«C’è dell’altro?»

«Io…» fece una pausa. «Volevo ringraziarti». Arendel fissò Adam per qualche istante.

«Io ti ho rovinato la vita».

«Tu mi hai dato una seconda possibilità» rispose sorridendo. «Ho fatto un po’ di ricerche e comprato qualche informazione. Forse è per questo che ho attirato su di me l’attenzione dell’uomo che cerchi».

Arendel si voltò nuovamente verso Adam.

«A circa una giornata di cavallo dai monti più a sud dei Denti del Tempo c’è una palude che un tempo fu un oasi rigogliosa per tutti i guerrieri che combatterono la battaglia secolare sulle pianure che separavano il glorioso regno ora chiamato la Dominazione dai regni della costa». Arendel esortò l’uomo a proseguire.

«In quel luogo sorgeva una forgia che le malelingue dicevano fornisse armi a entrambi gli eserciti e che in qualche modo influenzasse gli esiti delle battaglie. Alcuni superstiziosi dicevano che vi fosse puntato l’occhio degli Dei e che il mastro forgiatore con i suoi seguaci avesse addirittura il potere di cambiare l’esito di una battaglia».

Arendel trattenne il respiro, ansioso di sapere tutto quello che Adam potesse raccontargli.

«Il mastro forgiatore era Krark, e la forgia era chiamata l’Occhio ed era situata proprio al centro di quella palude. L’uomo che cerchi probabilmente veniva da lì».

«L’uomo di cui stiamo parlando ora è morto. Ma non importa. Adesso non sto più cercando lui». Arendel si voltò ancora una volta e fece per allontanarsi, poi si fermò. «Che significa che Krark aveva il potere di cambiare l’esito di una battaglia?»

«L’Occhio era chiamato così perché Krark aveva sacrificato il suo agli Dei per poter vedere e prevedere il futuro. Ma la preveggenza non è un dono che essi fanno spesso. Invece dare una seconda possibilità è qualcosa che anche un uomo può fare. La forgia permetteva di influenzare la forza delle armi in battaglia e all’estremo di tornare indietro in una battaglia persa, qualunque essa fosse, anche combattuta da sole due persone, per poterne cambiare l’esito. Ma era una leggenda, questa non la venderei neppure io come un’informazione» concluse.

Arendel guardò il pugnale nel fodero e, per un attimo, ripensando alle parole di Glen, credette a quella leggenda. «Sono io che ringrazio te» disse prima di cominciare a camminare verso le porte del villaggio.

Adam rimase in silenzio per qualche istante. Olinda si avvicinò lenta e gli mise una mano sulla spalla e sentì che il marito tremava come una foglia d’autunno. «Entriamo in locanda» gli sussurrò.

***

Lo sguardo dell’oste, mentre rientrava in locanda, fu attirato prima da due uomini che uscivano, occupati a sistemare armi e imbottiture, poi da Ed, che avidamente contava delle monete d’argento sparse nei suoi palmi.

«Che cosa…» Adam rimase presto senza parole e cominciò a capire. Ed chiuse repentinamente i pugni facendo cadere qualche moneta, rendendosi conto solo all’ultimo della presenza del suo maestro.

«Hai detto qualcosa a qualcuno?»

«No». Lo sguardo di Adam, alla risposta di Ed, si fece inquisitore. Era evidente che stesse mentendo.

«Non hai ancora imparato niente» sospirò Adam passandosi la mano sulla fronte ancora bagnata di sudore freddo.

«Lo uccideranno?»

«Se non saranno tanto stupidi da insistere nel provarci, forse avranno una seconda possibilità». Adam si voltò verso la moglie e dentro di sé sperò che la sua affermazione fosse più vicina alla realtà di quanto il suo cuore non riuscisse a credere.

***

Gli occhi si mossero nell’oscurità del cappuccio. I passi del cavallo si fecero impercettibilmente più lenti. Arendel sapeva già di essere seguito. Con la mano sinistra afferrò entrambe le briglie e con la destra sfiorò l’elsa di un pugnale nascosto sotto la veste, preparandone l’estrazione. L’orecchio si tese fino a percepire ogni minimo fruscio nell’aria. Sentì la corda di un arco che si tende e poi fulminea scocca un dardo. Repentinamente fece spostare il cavallo sulla sinistra e si voltò indietro lanciandosi al galoppo. La freccia andò a piantarsi lontano sul terreno. In un attimo Arendel si trovò di fronte a sei uomini, ad alcuni metri da loro. Cinque avevano già estratto spade e coltelli e uno stava preparando l’arco per scagliare un’altra freccia.

«Chi siete? Che volete?»

Le domande non ebbero alcuna risposta. L’arciere incoccò la freccia e provò a puntare l’arco in direzione dell’assassino silente ma non ebbe il tempo di chiudere le dita della mano per tendere l’arco.

Il braccio si piegò indietro in maniera innaturale, un fiotto di sangue schizzò, l’arco cadde sbattendo contro la testa del cavallo che, imbizzarrito, si alzò sulle zampe posteriori disarcionando il suo fantino. Dalla spalla dell’arciere fuoriusciva il pomo di un pugnale che nessuno era nemmeno riuscito a vedere partire. Le urla dello straziante dolore echeggiarono nella silenziosa vallata. Nessuno sarebbe accorso, era una regola.

«Non ripeterò la domanda». Arendel assunse un tono gelido.

«Sappiamo chi sei» osò uno degli uomini rimasti a cavallo, mentre gli altri guardavano a turno il compagno ferito e dolorante. «Assassino silente» concluse cercando di affrontare lo sguardo invisibile dell’avversario.

«Dunque voi siete i famosi cacciatori di taglie che mi danno la caccia» il tono di Arendel divenne quasi di sfida.

«Noto che sei informato». Uno discese da cavallo e andò ad aiutare il compagno ferito. La lama uscì facendo sgorgare sangue tra i gemiti di dolore dell’uomo.

«Vi assicuro che non avrete vendetta attaccando me, non sono io colui che cercate». Arendel provò a giustificarsi.

«Invece sono sicuro che sei tu, l’assassino che ha lasciato dietro di sé una scia di morti nel silenzio». L’uomo fece una pausa, inspirò profondamente e poi continuò. «C’è una sostanziosa taglia sulla tua testa».

«Vi ripeto che non avrete vendetta. Forse potreste saziarvi uccidendo il mio mandante, colui che mi ha costretto a fare ciò che ho fatto». Arendel si sorprese a raccontare a degli sconosciuti quelle cose. Era un altro segno che tutto era ormai cambiato.

«Tu non hai capito» intervenne un altro. «Noi non stiamo cercando la vendetta». Arendel assunse un espressione sorpresa che però nessuno poteva vedere. «Noi vogliamo riscuotere il denaro della taglia» sorrise e concluse con un ghigno a metà tra il sadico e il folle.

«Non ho niente contro di voi. Andate per la vostra strada e io andrò per la mia. Potete stare certi che non accadrà più nulla di male a nessuno». Arendel guardò negli occhi tutti i cacciatori sperando che le sue parole li convincessero a desistere.

«No. Non adesso che siamo così vicini ad avere la testa di colui che ci cambierà la vita per sempre». L’uomo non poteva sapere quanto ciò che aveva detto fosse vero.

Arendel sentì la parte umana di sé scivolargli via in quello stesso istante. Si rese conto di quanto abominevoli fossero gli uomini davanti a lui. Non sapeva se fossero già degli assassini ma sapeva che lo erano già più di quanto non lo fosse lui stesso. E l’assassino silente tornò a essere una sola cosa con Arendel.

«Forse uno di voi riuscirà a incassare la mia taglia» disse con voce velenosa, cupa e sibilante.

«Che vuoi dire?»

«Che potrete anche uccidermi, ma porterò quattro di voi con me negli incubi della morte». L’assassino silente concluse la sua frase sollevando leggermente il capo e lasciando che il bagliore della luna facesse brillare di terrificante luce i suoi occhi nel buio.

I quattro che erano ancora a cavallo si guardarono. Un brivido lungo la schiena sembrò paralizzarli. Quello che era sceso dalla cavalcatura per aiutare il ferito li guardò e provò a esortarli.

«Forza! Che aspettate. Attaccatelo». Nessuno osò muoversi. Un senso di terrore si era insinuato nelle loro menti. Vedendo gli altri immobili, fu il primo a estrarre l’arma. Lasciò il compagno ferito a terra a gemere di dolore ma lo raggiunse presto.

Un secondo dardo partì fulmineo, lanciato nell’oscurità del mantello, dalle rapide mani di Arendel. In due ora giacevano a terra con un braccio lacerato da cui sgorgava copiosamente sangue. Il terrore divenne panico.

«Idioti! Attaccatelo tutti insieme. Non può avere infiniti coltelli» tra un urlo di dolore e l’altro, l’uomo che aveva appena perso l’uso del braccio, spinse ancora i compagni ad attaccare. Le sue parole ottennero l’effetto desiderato, più per confusione mentale che per convinzione.

Gli attacchi partirono scomposti da più fronti. Arendel saltò giù dal cavallo e rotolò lateralmente, attirando lo scontro lontano dall’animale. Paradossalmente l’assassino silente era più abile a fronteggiare avversari a cavallo da terra che dalla sella.

Dal nulla sembrò apparire nelle mani dell’assassino una spada dalla lama corta e affilatissima. Il metallo incrociò quello dei suoi avversari deviando ogni colpo e portandolo a minacciare gli altri avversari.

I quattro cacciatori di teste cercarono di accerchiare Arendel con i loro cavalli ma i loro movimenti erano poco coordinati, disorientati dalle parole dell’assassino.

Arendel scattò vicino alle gambe di un cavallo e gli diede una spallata vicino a un nervo. L’animale si imbizzarrì e sollevandosi sulle zampe posteriori disarcionò l’uomo in sella. Aperto il varco nel cerchio, l’assassino silente sfuggì rapido e agile agli attacchi e agli affondi dei nemici.

Il respiro di Arendel ritmava ogni suo movimento. Avvolgendosi sul mantello, l’assasino fece una capriola che lo portò precisamente accanto all’uomo appena caduto per terra. Tentò di riprendere la spada e di sollevarla verso il nemico ma non appena spostò lo sguardo sull’arma sentì una fitta alla gola seguita dall’amaro sapore di terra e sangue. Morì soffocato per lo squarcio prodotto dalla lama dell’assassino.

Arendel proseguì in un unico movimento, partendo dall’incisione quasi chirurgica della prima vittima, saltando dietro il cadavere e riportandosi fronte agli avversari. I tre si guardarono e con uno sguardo di intesa, partirono alla carica contro l’assassino. Il cuore di Arendel pulsava di pura e incontrollabile violenza, istinto di guerra e di sopravvivenza curato e guidato dall’arguzia dell’assassino che era diventato negli anni.

Al vedere il dirompente galoppo degli animali, Arendel piegò le ginocchia, allungò la mano e raccolse del terricciò. Fece un passo sulla destra costringendo così uno dei tre a rallentare la corsa. Poi ne fece un altro e quando i due furono abbastanza vicini, sollevò una nuvola di polvere all’altezza della testa degli avversari. Quando i due riaprirono gli occhi e si voltarono verso Arendel, videro il cadavere del terzo compagno rimasto indietro, piegato sulla testa del cavallo immobile. La spada di Arendel gli aveva trapassato il petto da parte a parte.

L’assassino corse a riprendere l’arma, facendo cadere il secondo cadavere dal cavallo. I due rimasti capirono che avrebbero potuto affrontare meglio l’avversario da terra, così smontarono dalle rispettive cavalcature. Due contro uno, le due fazioni si prepararono al confronto. Arendel si avvicinò lento mentre gli altri due facevano ondeggiare le lame per tentare di confondere l’avversario. Il primo sollevò l’arma e si scagliò contro l’assassino. La lama terminò la sua corsa contro il metallo della spada nemica. Il secondo provò ad approfittare della difesa scoperta ma Arendel schivò il colpo facendo discendere al suolo il primo attacco e ponendo il primo avversario tra sé e l’affondo dell’altro.

Gli occhi di Arendel scorsero il bersaglio. Avrebbe ucciso i due con due tagli netti, collo per uno, addome per l’altro. Preparò il colpo. Punto i piedi e strinse l’elsa. Iniziò a lanciare il braccio quando una fitta alla gamba destra lo bloccò. Una freccia lo aveva ferito piantandosi profonda nel muscolo.

«Uccidetelo». L’urlo del cacciatore di teste che era rimasto ferito risuonò nell’aria facendola quasi tremare. Nonostante il braccio ferito era riuscito a scoccare una freccia. Ora anche la preda era ferita.

La lama di uno dei due avversari in mischia roteò veloce verso il collo di Arendel. L’assassino si piegò indietro e il movimento gli fece scoprire il capo. Lo sguardo austero, impassibile e quasi perso nel vuoto di Arendel fece risalire il terrore che i due avevano provato all’inizio.

Sembrava non provare dolore o sofferenza né alcun tipo di emozione. Quando Arendel si trasformava nell’assassino nulla pareva poter penetrare nella sua mente. Rimase immobile per un attimo. Poi gli occhi scattarono veloci e incrociarono quelli dell’avversario più vicino. Mantenendo la gamba destra ferma, Arendel portò la sinistra avanti e attaccò con la lama mirando prima a destra, poi a sinistra ripetutamente, costringendo il nemico a una difesa disperata. L’altro rimase quasi ipnotizzato da quella danza di morte. Vide la spada del compagno muoversi a destra e poi a sinistra, solo per crerare una labile difesa, quasi come fosse guidata dallo stesso assassino. Al quarto attacco Arendel non fece ruotare la lama ma la tirò indietro e affondò dritto penetrando nel torace. Anche il terzo dei cacciatori di taglie cadde al suolo privo di vita.

Lo sguardo di Arendel incrociò per un attimo quello dell’ultimo avversario rimasto in piedi che ne rimase pietrificato. L’assassino si voltò e vide ancora a terra il primo che aveva ferito che continuava a lamentarsi e a tenersi il braccio, contorcendosi sull’erba, mentre l’altro, quello che aveva assunto un comportamento da capo del gruppo, stava tentando di incoccare un’altra freccia.

I passi di Arendel si fecero sempre più veloci, nonostante zoppicasse vistosamente, e in pochissimo tempo fu vicino al nemico. Con un colpo di spada gli fece volare via l’arco. Con la mano sinistra lo prese per la maglia e lo tirò a sé.

«Quante teste hai tagliato per riscuotere il tuo vile denaro?»

Il cacciatore di taglie esitò.

«Quante?»

«Non mi ricordo» provò a dire, ma Arendel lo scosse e gli puntò la spada contro la gola. «Dieci… forse venti… non uccidermi, ti prego».

Arendel spinse l’uomo facendolo cadere a terra. Spezzò ed estrasse la freccia dalla sua gamba. Strappò un pezzo dell’abito di uno dei cadaveri e ne fece una fasciatura stretta per tamponare la fuoriuscita di sangue, quindi guardò ancora all’uomo ferito. Si avvicinò di qualche passo.

«Sono stato meno clemente con persone che non erano vermi».

L’ultimo dei cacciatori di taglie rimasto illeso e immobile, vide Arendel alzarsi e lasciare dietro di sé un altro cadavere. Lo vide avvicinarsi lentamente.

«Sto perdendo sangue e ho solo una lama» iniziò Arendel senza arrestare il passo. «Quattro sono morti, come avevo detto e il tuo compagno laggiù morirà dissanguato se nessuno gli presterà soccorso».

L’uomo tremò.

«Probabilmente nelle condizioni in cui sono ora potresti uccidermi e riscquotere la taglia, proprio come avevo previsto» fece una pausa e inspirò profondamente.

«Vuoi scoprire se ho sbagliato previsione?»

L’assassino vide l’avversario sbiancare, lasciare la spada e correre verso l’ultimo compagno vivo. Lo caricò sul cavallo, vi salì di fretta e si lanciò al galoppo per andare lontano.

Arendel rimase immobile e in attesa per qualche tempo, poi sentì l’adrenalina scemare nel suo corpo, il suo respiro farsi più affannoso e il suo cuore tornare a battere normalmente. Si guardò attorno. Vide di nuovo lo specchio di ciò che era.

La spada cadde a terra. Le ginocchia dell’uomo anche. Arendel portò il viso tra le mani e pianse. Le sue lacrime avevano un sapore acre. Sangue, terra, lacrime salate e sudore. Era dai tempi delle ultime battaglie nell’esercito che non sentiva questo sapore. Rimase in quella condizione per diverso tempo. Infine raccolse le sue armi, strinse meglio la fasciatura, risalì sul cavallo e partì di nuovo verso la palude. Doveva trovare l’Occhio di Krark.

***

«Dove siamo?» domandò Glen mentre uscivano dal buio, nascosti da mantelli e cappucci grigio scuro.

«Siamo nei vicoli che ci condurranno alle cucine del palazzo noto come la gilda dei maghi di Sarradun. Siamo nella capitale». Il sorriso di Bazam generò in Glen una strana sensazione di tenerezza. «Ho pagato un garzone perché ci faccia entrare nelle cucine. Gli ho detto che vogliamo prendere giusto qualche spezia preziosa». Il nano si coprì nuovamente il capo e si rimise in cammino.

La tozza mano del bibliotecario fermò i passi di Glen, poco dietro di lui, appoggiandosi innocentemente sulla coscia. Glen sorrise e scostò la mano del compagno. Bazam arrossì leggermente e nascoste lo sguardo sotto il cappuccio. Entrambi fecero finta di niente.

«Quello è il famoso palazzo della gilda di maghi di Sarradun» iniziò il nano, mentre con lo sguardo controllava chi si aggirasse nei dintorni della costruzione.

«Mi aspettavo qualcosa di…» Glen fece una pausa e inclinò la testa leggermente. «Diverso» concluse non appena Bazam si voltò a guardarla in attesa.

«La gilda dei maghi un tempo era uno dei palazzi più grandi, ricchi e curati della città. Lo era quando ancora la gente credeva che la magia fosse qualcosa di straordinario, un dono degli dei simile a quello che avevano i sacerdoti dei templi. Da quando le scienze sono diventate più comprensibili, e uomini hanno spiegato i fenomeni della natura, la magia ha pian piano perso il suo valore, diventando quasi leggenda, come il mito di qualcosa che prima era sconosciuto e ora invece è conosciuto».

«E tu che ne pensi?»

Bazam fissò la torre e rimase in silenzio per qualche attimo. «Io penso che dietro quelle mura in rovina, all’interno della quale ormai ci sono pochi eletti che lavorano come fossero bibliotecari, si nasconde la verità di poteri che la maggior parte degli uomini ora si rifiuta di accettare. In quel luogo c’è tutto il sapere degli uomini che hanno studiato l’arcano sparso dagli Dei sulla terra».

«Hai molta fede».

«Siamo rimasti in pochi, il cinismo ha vinto su tutti» disse Bazam, senza nascondere un velo di tristezza.

«La magia esiste, come anche gli Dei. Se i sacerdoti non sono più in grado di dimostrarlo e i maghi rimasti si nascondono temendo di essere messi alla forca per i loro eretici intenti, è solo perché essi stessi hanno perso parte della loro fede». Bazam si avvicinò al bordo e notò che non c’era nessuno in vista nel vicolo che conduceva alle cucine del palazzo. «Negli scaffali ci sono libri proibiti che contengono incantesimi potentissimi» si fermò un attimo e si guardò attorno per l’ultima volta. «Come quello che serve a noi». Concluse e facendo un cenno a Glen, si mosse rapido, seppur un po’ goffo, verso la porta.

«Lo so». Glen sorrise e rispose sottovoce.

***

«L’altra parte del pagamento?»

«Eccola qui». Bazam tirò fuori dalla borsa legata alla cintura un sacchetto più piccolo dentro cui tintinnavano varie monete d’oro.

«Sei arrivato con un po’ di ritardo» disse il garzone.

«Ho perso la prima carovana» rispose il nano.

«Come mai?»

«Ti ho pagato per farmi entrare, non per farti gli affari miei» disse un po’ indispettito il bibliotecario.

«Il prezzo è cambiato. Lo chiedevo solo per questo» rispose con calma il ragazzo completando il conto delle monete.

Bazam attese che il ragazzo avesse finito di contare le monete prima di chiedere quale fosse la differenza. Il garzone gli fece un cenno con due dita della mano.

«Due pezzi d’argento?»

«Oro amico» puntualizzò.

«Cosa?»

L’espressione di Bazam si fece stupita. La mano grassoccia del nano rovistò nelle innumerevoli sacche che aveva addosso tra borse e tasche e tirò fuori varie monete di piccolo taglio. Rame e argento e qualche piccolissima pietra di poco valore, ma niente oro.

«Se non hai il denaro non ti darò la chiave e, come da accordi, ti restituirò solo quanto mi hai dato adesso». Il ragazzo assunse un’espressione fiera e sicura di sé.

«Piccolo ladruncolo, io…» Bazam sembrò perdere la pazienza ma l’avarizia del garzone vinse.

«Le tue minacce sono inutili. Se non paghi non ti do la chiave e visto che vuoi entrare senza che nessuno lo sappia non sei nella posizione di potermi fare del male senza subirne conseguenze». Il ragazzo, sebbene fosse solo un garzone delle cucine della gilda, era consapevole dei suoi mezzi.

«Tieni le tue due monete» intervenne Glen.

Bazam guardò stupito la donna. Il ragazzo afferrò le monete e sorrise, poi si voltò e fece cenno ai due di seguirlo.

«Da dove hai tirato fuori quell’oro?»

«Non ha importanza» sentenziò la donna.

Il bibliotecario, convinto che la donna non avesse né denaro né altro con sé, scosse il capo un po’ disorientato e si limitò a seguire il ragazzo in silenzio. Giunsero in un vicoletto poco distante dall’ingresso delle cucine della gilda. Il ragazzo indico ai due di fermarsi e proseguì ancora di qualche passo quindi voltò l’angolo. Tornò indietro dopo poco tempo mostrando la chiave sulla mano destra.

«Ecco qui la chiave. Ci vediamo qui tra due ore, intesi?»

Bazam prese la chiave dalla mano del ragazzo e gli lanciò un’occhiata di sbieco, poi si voltò e si allontanò.

***

Lo scricchiolio della porta indusse il nano a muoversi con cautela. Fece capolino con la testa. Come previsto non c’era nessuno. L’unica persona che era nell’edificio era uno degli ultimi maghi della gilda, o presunto tale, che faceva da guardiano e custode della biblioteca pubblica. Gli altri, a quell’ora, erano in giro a svolgere lavori di vario genere per guadagnare il denaro per sopravvivere. L’attività ormai di sola biblioteca arcana non rendeva molto.

«Tra poco sarà l’ora di pranzo e il custode dovrebbe allontanarsi». Bazam estrasse una boccetta dalla tasca e la fece roteare leggermente sul palmo, e facendo ondeggiare il liquido all’interno.

«Cos’è?»

«Un sonnifero. Lo metterò nella sua brocca del vino. Lo farà dormire per il tempo necessario». Spiegò il nano. Sembrava aver studiato tutto in ogni minimo dettaglio.

Bazam fece attenzione a togliere lentamente il tappo della bottiglia affinché non facesse rumore, quindi ne versò il contenuto nella bevanda e lasciò che le due sostanze si mescolassero.

«Sei sicuro che funzionerà?»

«Gli basterà il primo sorso». Il nano fece un cenno di assenso con il capo mentre riponeva la brocca al suo posto.

***

«Che lavoro noioso». Esordì il mago, entrando nelle cucine con passo lento e tono pacato. «Che giorno noioso» continuò.

Bazam e Glen osservavano da fuori la finestra, nascosti dalla tenda che avevano appositamente posizionato per non essere visti ma poter sbirciare all’interno. Il mago si sedette con aria stanca al tavolo e cominciò a mangiare.

«Che cibo noioso» proseguì. La mano corse alla brocca. Un leggero sorriso si allargò sulle labbra di Bazam. «Che vino noioso» esclamò il mago, mentre avvicinava la brocca al bicchiere. Il movimento sembro talmente lento a Bazam da essere quasi innaturale. Le dita del mago si chiusero inaspettatamente e la brocca cadde sul tavolo versando il contenuto. L’uomo fece il minimo sforzo per salvare il vino. La brocca rimase piena di appena pochi sorsi. Il nano tremò sentendo un brivido lungo la schiena.

«Che… brocca noiosa». Il mago sbuffò e la sollevò. Addentò un pezzo di pane che aveva immerso in una strana brodaglia verde, quindi fece una pausa. Si guardò attorno, poi si voltò verso la finestra. Bazam si scostò e trattenne il fiato. Glen dall’altra parte del vicolo, attenta che nessuno arrivasse, gli fece un cenno come per chiedergli cosa stesse accadendo. Bazam non rispose e rimase appoggiato con la schiena alla parete, muto e immobile. Attese diverso tempo ma non accadde nulla. Bazam riprese a respirare lentamente e cominciò a sentire un rumore strano, vibrante e sempre più regolare. Era il russare del mago.

Con la felicità dipinta in volto, Bazam richiamò l’attenzione di Glen ed esclamò sottovoce «ha funzionato».

Il nano fece girare nuovamente la chiave, sempre in modo che non facesse troppo rumore, quindi entrò lentamente. Il mago dormiva immerso in un sonno profondo.

«Sbrighiamoci». Bazam, dopo essersi assicurato che la brocca fosse stata svuotata, non disse altro e si diresse quanto più velocemente possibile verso gli scaffali della biblioteca.

Il silenzio dei corridoi era persino più strano che quello della sua biblioteca. Bazam avanzò lento, studiando la metodologia con cui erano stati archiviati i libri. Per una persona comune sarebbe stato come aggirarsi dentro un labirinto mentre per il nano, cercare tra gli scaffali era come seguire una pista ben precisa verso la meta.

Bazam Khaled avanzò con passo sicuro come fosse in preda a una strana estasi. Attorno a lui si trovavano tomi che avrebbe voluto aprire e leggere. Arcane parole lo invitavano e lo tentavano, di tanto in tanto si fermava, prendeva un libro, ne carezzava la copertina togliendovi lo strato di polvere, talvolta sottile, altre volte spesso e denso, e ne leggeva qualche rigo. Proseguì nella sua ricerca senza mai voltarsi indietro. Doveva sbrigarsi sebbene magie, storie proibite e misteri sembravano implorarlo di rimanere in quel luogo per secoli.

Un rumore sordo e cupo, simile a un urto, lo riportò alla realtà. Bazam si voltò e vide solo l’ombra del nulla dietro di sé. Glen non c’era.

«Glen?»

Nessuna risposta.

«Glen». Fece una pausa.

«Si». Si udì una voce in lontananza, ma non era facile distinguerla.

«Segui gli scaffali con gli intarsi dorati, svolta prima della lettera F e poi segui il corridoio dove ci sono i “Canti della Natura” io ti aspetto in fondo. Il tomo dei quattro rintocchi dovrebbe essere da queste part…»

Il nano ammutolì mentre scorreva con le dita il dorso di vari volumi. Ciò che cercava era sotto il palmo della sua mano destra. «L’ho trovato!»

Bazam estrasse il tomo e lo poggiò su una parte libera dello scaffale. Soffiò forte facendo sollevare una piccola nube di polvere. Tossì e si strofinò gli occhi. Aprì il tomo alla prima pagina. I suoi occhi si illuminarono come quelli di un bambino di fronte a un nuovo gioco.

«Ci sono formule che a stento riesco a capire». Le dita del nano sfogliavano celeri le pagine e i suoi occhi scrutavano velocemente le righe alla ricerca di qualcosa che non tardò a farsi trovare.

«Eccolo» esclamò con tono più alto di quanto volesse. «Krark. Ci sono molte pagine e appunti». Bazam non si curò di cosa stesse accadendo attorno a lui e proseguì nella lettura. «Qui ci sono tutte le risposte che servono ad Arendel» concluse.

Il nano udì dei passi e credette che Glen fosse lo avesse finalmente raggiunto. Chiuse il tomo e si voltò mettendolo sotto il braccio.

«Usciam…» Bazam non terminò la frase che aveva appena iniziato. Un’espressione di stupore si dipinse nel suo volto ed ebbe appena il tempo di udire poche parole prima che una spranga lo colpisse alla testa e tutto divenisse buio: «questo tomo non può più stare qui».



L’Assassino Silente – Parte III

30 settembre 2009 - 20:27 by immortal_bard

«Vi assicuro e vi ripeto che non ho idea di cosa state parlando». Bazam parlava con fare apparentemente sicuro, sebbene alcuni suoi gesti non sarebbero passati inosservati a un esperto osservatore.

Arendel lo notò, guardando dal buco della serratura e ascoltando la conversazione con l’orecchio poggiato sulla porta.

«Sarà meglio per te stare fuori da certi giri loschi».

«Non sarà necessario che me lo ripetiate. Non sarà difficile non fare qualcosa che già non faccio» concluse il bibliotecario.

Il rumore di passi di due persone e della porta chiusa con vigore, chiusero quella conversazione.

Bazam guardò verso la porta. Attese qualche minuto. Si guardò attentamente attorno, si avvicinò all’uscita e si assicurò che i due si fossero allontanati, quindi tornò verso l’ingresso alla cantina e appose nuovamente il panno sulla serratura. Indietreggiò sobbalzando quando vide Arendel aprire la porta senza preavviso.

«Scusa» disse subito Arendel.

«Non fa niente. Sono solo un po’», il nano passò la mano sulla fronte asciugando un po’ di sudore, «nervoso».

«Ho sentito. Chi erano?»

«Non lo so. Non li avevo mai visti prima. Comunque non erano i loro veri volti, ne sono sicuro. Non so con che genere di trucco o magia si fossero camuffati ma non si prende facilmente in giro un nan…» si corresse immediatamente, «un bibliotecario».

Arendel sorrise un momento, ma il suo sorriso fu rotto immediatamente dalla preoccupazione. «Cosa volevano».

«Solo che la smettessi di fare ricerche al di fuori della mia biblioteca su armi o guerre antiche combattute nella Dominazione». Scosse il capo.

«Sei riuscito a convincerli che non stai facendo nulla di tutto ciò?»

«Lo spero».

Arendel rimase perplesso. Se quegli uomini erano al servizio del mandante, probabilmente erano in grado quanto lui di capire che il nano stesse mentendo.

«Dobbiamo sbrigarci ad andare a Sarradun, con qualche mezzo».

«Non abbiamo altri mezzi che la carovana con cui avevo organizzato prima». Il tono di Bazam era sconsolato.

«Allora andremo a cavallo»

«Impossibile» replicò immediatamente il bibliotecario. «A cavallo rischierai di farti scoprire» fece una pausa. «Per entrare nella capitale ti dovranno censire e allora sapranno che sei andati lì. Gli uomini del mandante, mi hai sempre detto, cercano di controllarti in qualche modo, e già a stento riesci a condurre con tranquillità le tue ricerche in questa città». Le parole del nano non lasciavano spazio a obiezioni.

«E come possiamo fare?»

Bazam abbassò lo sguardo riflessivo. Glen rimase in attesa, in silenzio con il fiato sospeso. Il nano strofinò il mento e la barba con la sua mano grassoccia e rimase zitto per qualche istante. D’improvviso i suoi occhi si illuminarono.

«Datemi sei giorni»

«Sei giorni? Per fare cosa?»

«Sei giorni e andremo tutti quanti insieme in incognito a Sarradun» affermò il nano.

«Come faremo?» domandò Arendel misto tra contento e dubbioso. Glen si limitò ad ascoltare e osservare.

«Lasciate fare a me. Ci rivedremo qui esattamente tra sei giorni, allo scoccare della mezzanotte. Non un minuto di più né uno di meno, intesi». Bazam guardò Arendel negli occhi, ricordandogli la mancanza precedente e sottolineando la nuova importanza dell’appuntamento.

«Bazam… era urgente» provò a giustificarsi Arendel con un mezzo sorriso, intuendo cosa il bibliotecario volesse dire.

«Lascia stare» gli sorrise di rimando. «Vedi di non mancare stavolta».

Arendel diede una pacca sulla spalla al nano, poi prese per mano Glen e la accompagnò verso l’uscita sul retro. «Non mancheremo».

«Non fare altre ricerche fuori dalla tua biblioteca». Arendel guardò Bazam per ricordargli che anche lui aveva delle raccomandazioni da fare.

«Non mettere il naso fuori da questa biblioteca se non per altre faccende, o ti caccerai in guai seri». Arendel si voltò e si mosse verso la porta dell’uscita secondaria sul retro della biblioteca. Bazam annuì semplicemente, poi sorrise.

Appena fuori, l’assassino si rivolse a Glen con tono più serio. «Non puoi restare né da me né da Bazam. Sarebbe troppo pericoloso per tutti». Estrasse una sacca con delle monete e una che conteneva dei trucchi e una parrucca. «Dovrai travestirti, rinchiuderti in locanda per sei giorni e non uscire dalla tua stanza. Cerca di non destare sospetti e se ti accorgi che il locandiere si incuriosisce del fatto che non ti vede, fuggi e cambia locanda».

Glen spostò la mano di Arendel che teneva il sacco di monete. «Ho del denaro a casa».

«Non puoi passare da casa, non è sicuro» la ammonì.

I due si scambiarono un ultimo sguardo di intesa, quindi si allontanarono ognuno per la sua strada. Si sarebbero incontrati sei giorni dopo per dare una svolta drastica alla loro storia.

***

La lettera non aveva la solita forma. Quando “il mandante” lo chiamava, usava un tipo di lacca ben precisa e non lasciava mai sbavature quando vi apponeva il suo marchio. Il papiro era diverso.

Arendel raccolse la pergamena arrotolata dal solito tubo nascosto nel mezzo della radura poco lontana dalla città. Richiuse il contenitore con la chiave, quindi occultò nuovamente con cura il nascondiglio. Esitò un attimo, poi ruppe il sigillo e aprì la lettera. Al suo interno non v’era il luogo dell’incontro e qualche dettaglio sulla sua prossima vittima, ma qualcosa di ben peggiore.

Non sono il mandante. Io conosco il tuo segreto. Se già ti stupisce che io abbia accesso ad alcune risorse di cui soltanto egli fa uso, ti renderai conto che non sei stato contattato da uno sprovveduto. Questa lettera non l’ha scritta lui, ma io di mio pugno per invitarti a vederci, fuori dal bosco, l’ultimo giorno del mese al calar del sole. Ho una proposta che, per il bene di tua figlia, non vorrai rifiutare.

L’assassino silente arrotolò la pergamena e la ripose nella sua sacca, facendo attenzione a non lasciare traccia della lacca, neppure in mezzo ai cespugli. Mancavano solo tre giorni all’appuntamento ed egli non sarebbe mancato.

***

Quei tre giorni erano trascorsi quasi senza sonno. Ora dopo ora non riusciva a cancellare dalla mente l’immagine di sua figlia, minacciata da un nuovo pericolo. Erano diverse settimane che non gli veniva commissionato un omicidio, eccezion fatta per Glen, e aveva avuto del tempo per continuare le sue ricerche segrete.

Aveva quasi iniziato a ringraziare gli dei per quel periodo di pace, ma quella tranquillità apparente era stata spezzata prima dalla commissione che lo aveva disorientato, poi dall’enigmatico messaggio.

Infine lo aveva fatto. Aveva ringraziato gli dei, ma soltanto per aver fatto giungere il giorno dell’incontro.

Il cappuccio copriva, come sempre, il capo non lasciando neppure intravedere il volto immerso nell’ombra. Con passo felpato, Arendel si avvicinò al bosco e in particolare al sentiero nascosto che utilizzava per recarsi nel luogo ove gli venivano recapitati quelli che il suo anonimo committente chiamava gli inviti.

Il bavero esotico, di una seta scura e arricciata e l’abito sboffante verde, anch’esso molto cupo ed elegante, avvolgevano un corpo snello, quasi gracile e leggermente ricurvo in avanti. Capelli grigi ben curati e acconciati facevano da cornice a un viso pulito, ringiovanito dal trucco e all’apparenza talmente aggraziato da sembrare effeminato. Non era uno dei soliti messaggeri.

Arendel si avvicinò cautamente. Non ebbe alcun atteggiamento ostile nei confronti dello sconosciuto ma rimase pronto a scattare armi in mano.

«E così saresti tu quello che ha preso il mio posto», esordì. «Ti facevo più piccolo di corporatura, tale da passare inosservato… dato ciò che raccontano i messaggeri del mandante».

«Chi sei?»

«Perdona la mia scortesia» fece un inchino goffo più per i malanni fisici che per altro. Il suo gesto lasciava trasparire un’ormai persa fascinosa eleganza. «Mi presento, io sono Zhaiper e qualche anno fa, prima che una terribile malattia ai muscoli mi impedisse di proseguire nella mia carriera, svolgevo la tua mansione…» il tono dell’uomo era signorile, cortese e tranquillo, «forse con un pizzico di professionalità in più, se me lo permetti», puntualizzò.

«Perché hai organizzato questo incontro? Di che segreto parli? Io non ho alcun segreto per il mandante». Arendel fu secco. Non lasciò che l’ombra rivelasse il suo volto né le emozioni che stava provando.

«Così non va, Arendel». Zhaiper sollevò una mano e scosse lentamente un dito. «Non mentire», proseguì abbassando la mano e appoggiandosi a un albero. Nel buio, in mezzo ai capelli grigi, gli occhi verde intenso spiccavano e sembravano risplendere più della luce stessa delle stelle. Uno strano ardore si era acceso in lui.

«Lascia che ti spieghi con calma».

Arendel rimase immobile, in silenzio.

«Un mio vecchio amico, uno che ne sapeva molte di cose, è finito nella lista dei cattivi tempo addietro. Mi è dispiaciuto molto sapere che non avrei più potuto usufruire dei suoi servigi ma, ahimè questa è la vita. Un giorno da, l’altro toglie». Zhaiper gesticolò mentre parlava, assumendo pose bizzarre con movimento morbidi, lenti e fintamente perfetti. «Hopper, Adam Hopper, detto il mercante di informazioni aveva giocato il suo ultimo tiro mancino e dunque la vita, in questo caso, ha tolto», il suo sguardo si posò su Arendel. «Accadde però, che nei miei innumerevoli viaggi per conto del mandante, io abbia incontrato una persona che, guarda che cosa può fare il caso», assunse un’espressione scherzosa, quasi sorpresa, «gli assomigliava davvero tanto». Fece una pausa.

«Passeggiavo nei giardini di un paesino abbastanza ricco nelle terre di Esilio quando un omuncolo piccolo e brutto mi chiese se un viaggiatore proveniente da lontano, avesse bisogno di informazioni o ne avesse da vendere». Il sorriso si fece più beffardo. Arendel cominciò a capire.

«“Perché no?” Gli risposi io. E la cosa non mi suonava affatto nuova. Ancora il caso volle che questa persona di cui prima ti citavo e ti anticipavo, fosse proprio il mio vecchio amico, vivo e vegeto e di nuovo in attività giusto un po’ più lontano da qui. Ed è stato allora che mi sono domandato se costui non dovesse essere già sotto la terra a guardare i sassi dal buio, per mano tua». Il sorriso si fece più malvagio.

«E quindi mi sono trovato a usare i miei vecchi metodi per farmi fare uno sconto sulle informazioni che volevo comprare», si fermò ancora un istante. Arendel avvicinò la mano alla daga. «E ho saputo con mio dispiacere ma al contempo con mio sommo gaudio che tu hai un trucco per pulirti la coscienza e tenere viva la tua bella figliola», Zhaiper si strofinò il labbro superiore con la lingua mentre concludeva la frase.

«E dunque?»

«Dunque non ho detto nulla al mandante, perché voglio sfruttare questa informazione a mio vantaggio». Zhaiper si strofinò le mani.

«Ultimamente la paga scarseggia e devo arrotondare facendo qualche lavoretto in più. E le dame che sono di mio gusto sono troppo giovani per essere trovate per strada, e quelle del mercato oscuro costano un occhio della testa… e come vedi, io ne ho solo due».

Arendel Rabbrividì. «Arriva al punto». La mano tremò, l’orecchio si preparò a udire le parole più terribili.

«Io sono abbastanza vicino al mandante, posso far morire tua figlia quando e come voglio, posso chiedergliela in prestito per il mio diletto e se proprio volessi…». Zhaiper alzò lo sguardo come sognasse di stringere la bambina tra le sue gambe. La pervertita lussuria gli si leggeva in volto. Arendel sgranò gli occhi e sentì il cuore palpitargli.

«Tu adesso lavori anche per me e ucciderai chi io ti comanderò di uccidere, altrimenti tua figlia morirà prima del tempo e per mano mia», sentenziò.

«Tu non la toccherai…», sibilò Arendel, trattenendo l’ira.

«No, se farai ciò che ti dico».

Arendel estrasse la daga e si fiondò come un fulmine verso Zhaiper. La mano sinistra afferrò il polso destro della vittima facendolo ruotare e ponendogli in leva il braccio. Il viso truccato dell’uomo si trovò contro la corteccia, graffiato e sanguinante. Bloccato e inerme, Zhaiper cominciò a ridere quasi convulsamente.

«Credi che chi ti fa fare questi lavori sia una persona pulita e di parola? Credi forse che non possa abusare della tua piccola? Non lo sapresti mai e comunque non sei dalla parte di chi può decidere. Sei solo una marionetta», lo provocò.

«Ti ucciderò qui, ora». Arendel lo minacciò. Si tratteneva a stento dall’ucciderlo all’istante. L’immagine che gli aveva evocato lo stava distruggendo interiormente. Inorridiva al solo pensare a quel mostro che abusava di sua figlia.

«Se lo farai, non vedendomi tornare, gli uomini del mandante mi verranno a cercare a casa, troveranno le lettere che raccontano tutto del tuo segreto, sarai finito! Tua figlia sarà finita! Non puoi farlo», continuò a ridere. La risata si trasformò subito in una tremenda smorfia di dolore. Un urlo accompagnò lo scricchiolio delle ossa che si spezzavano sotto la forza bruta di Arendel che torceva il braccio di Zhaiper fino a spezzargli tutte le articolazioni, dal polso alla spalla. Dopo il grido di nuovo una risata, stavolta isterica, accompagnò l’ansimare dovuto al dolore.

«Sei solo un burattino nelle mani di un capriccioso… anche io lo ero, ma questa è la mia occasione per riscattarmi… ora sono io il burattinaio», rise e singhiozzò allo stesso tempo alternando l’espressione sadicamente divertita a quella sofferente di estremo dolore.

«Sarà quasi bello come quando il mandante mi ordinò di rapire tua moglie e tua figlia e mi disse che con lei, la tua bella, avevo carta bianca». La stretta di Arendel si fece più dura. Zhaiper urlò ma il suo piacere sadico nel distruggere psicologicamente Arendel lo stava divertendo troppo. «Ho letto parole di lussuria mentre legata e sanguinante mi donava il suo corpo, prima che la sgozzassi», rise sonoramente.

Arendel sentì il respiro bloccarsi. Il cuore si era fermato con esso. Gli occhi rimasero fissi sulla nuca dell’uomo che teneva immobilizzato contro l’albero. La sua mente continuava a implorarlo di calmarsi. Non poteva ucciderlo. La daga cadde a terra. Zhaiper lo vide e sentì che quella era la sua vittoria.

«Ho visto una volta Juleen… ha gli stessi occhi azzurri di sua madre», rise ancora mentre sentiva allentarsi la presa. Si passò ancora una volta la lingua sulle labbra sotto lo sguardo assorto dell’assassino silente. Arendel rimase in un attimo lungo una vita, di fronte a un flusso di pensieri che lo travolse.

Vana è forse la speranza? Agisco da anni sotto il controllo di un burattinaio che tira i miei fili senza darmi alcuna certezza del fatto che io stia agendo ancora per qualcosa che è integro. Juleen. Ti ho forse abbandonato? Ho tolto la vita a persone innocenti per salvarti e ora mi trovo davanti un uomo che in un solo istante sta facendo titubare anni di missioni che mai avrei desiderato o anche solo immaginato di dover compiere. In tutto questo tempo ho lottato per la sopravvivenza, non per la salvezza… non ho voluto rischiare, coprendomi gli occhi da ciò che probabilmente nascondevo a me stesso, cioè la possibilità, per quanto piccola, che tu, mia bambina, non stia bene come mi è sempre stato assicurato… ho scambiato il tuo amore con la mia codardia…
Arendel lasciò la presa. Ripensò alle ultime parole di Zhaiper. Ricordò sua moglie, il suo candido sorriso e i suoi occhi azzurri. Ricordò il suo corpo lacerato e coperto di sangue, disteso sul loro talamo nuziale, e la lettera apposta sulla sua gola, piantata con una daga d’argento, marchiata con il simbolo degli antichi forgiatori di Krark, torre leggendaria e meta mai trovata, ambita da molti avventurieri.

«Dunque hai scelto di lavorare per me». Zhaiper si voltò e appoggiò le spalle sulla corteccia, tenendosi il braccio destro con la mano sinistra e cercando di nascondere l’espressione provocata dal dolore.

L’assassino silente fece tre passi dando le spalle all’uomo, poi si fermò e si voltò.

«Tu sei già morto». Il cappuccio discese sulle spalle. Gli occhi di Arendel fissavano il ventre della vittima, seri e severi. Zhaiper scosse il capo. Non sentiva dolore oltre quello del braccio e non credeva alle parole che Arendel aveva appena pronunciato. Rimase zitto e immobile convinto che stesse prendendosi gioco di lui. Uno strano terrore gli risalì dalle vene e si diffuse in tutto il corpo. Tremò. Sentì un forte dolore al ventre ma era dovuto alla paura. La testa si chinò lentamente, ma lo sguardo rimase fisso su Arendel che imperterrito mirava al suo stomaco. Le pupille scattarono istintivamente verso il basso, in cerca di ciò che l’assassino stava puntando. E in quel preciso istante un dardo volò fulmineo. La nuca si piantò sulla corteccia e dalla fronte spuntava l’impugnatura del dardo. L’arma gli aveva trapassato il cranio da parte a parte prima che potesse battere ciglio.

Arendel si coprì nuovamente il volto. Doveva occultare il cadavere e sbrigarsi a raggiungere le terre di Esilio in cerca di Hopper, il mercante di informazioni. Doveva raggiungere la casa di Zhaiper prima che lo facessero gli uomini del mandante, oppure sarebbe stato tutto inutile.

Nel freddo della notte, Arendel guardò il cielo e si fermò a pensare un’ultima volta a Juleen. Da quel giorno nulla sarebbe stato più lo stesso.

***

Arendel riconobbe che l’assassinio di Zhaiper era il primo e unico che aveva desiderato ardentemente di portare a compimento. Sentì la rabbia diluirsi nel suo stesso sangue. Provò comunque un po’ di compassione per tanta efferata violenza che gli aveva dispensato. Tuttavia non ebbe perdono nel cuore, né per la sua vittima, né per se stesso, allo stesso modo di come aveva fatto per tutti coloro che non avrebbe voluto uccidere ma aveva dovuto. Camminò fino alla piccola casa che lo ospitava. Poggiò la mano sulla maniglia. Era più gelida del solito. Sentì un brivido percorrergli la schiena. Ripensò ancora alla situazione in cui si era appena messo. Il tempo lo inseguiva, come se volesse distruggerlo.

Non ebbe il tempo di chiudere la porta dietro di sé che il rumore di un sasso che sbatte sul legno lo fece sussultare. L’assassino silente si voltò di scatto estraendo d’istinto il pugnale e ponendosi in guardia. Sono troppo nervoso, pensò mentre una goccia di sudore freddo scivolava sulla sua fronte. Ritrovando la calma in un profondo respiro, Arendel si avvicinò alla finestra. Vide allontanarsi verso la foresta un uomo che portava le solite vesti degli emissari del mandante. Arendel chiuse gli occhi e appoggiò la schiena al muro. Sospirò pensando all’ennesimo lavoro che giungeva in un momento critico. Lasciò passare qualche attimo, poi si avvicinò alla porta. Ruotò il pomo lentamente e scostando di poco la porta osservò fuori. Quando fu certo che nessuno fosse nei paraggi, uscì e si diresse cauto verso il luogo dove era appena stato.

Non possono essersene accorti… ho controllato tutto, Arendel deglutì a fatica e cercò di restare concentrato e allerta. Maledetto Zhaiper, urlò nella sua mente. Silenzioso come un felino e invisibile come un’ombra, l’assassino silente si avvicinò alla radura dove aveva nascosto i resti della sua ultima vittima. C’erano alcune tracce. Qualcuno era appena passato a consegnare un messaggio. Fece un giro della radura per assicurarsi che non ci fosse nessuno nelle vicinanze. Si avvicinò al contenitore con la stessa precisione di quando studiava le sue vittime. Teso come una corda di violino raccolse il tubo senza togliere i guanti. Tirò fuori la chiave e lo aprì. C’era una pergamena dentro. Estrasse il foglio arrotolato e richiuse il tubo, esattamente come aveva sempre fatto. Non la aprì subito, ma si diresse verso casa.

Le dita tremavano mentre srotolavano lentamente la ruvida carta della pergamena. Mille pensieri lo avvolsero mentre immaginava le più terribili minacce o affermazioni che potevano essere state scritte a causa del suo ultimo omicidio. Ebbe persino un momento in cui sperò di veder scritto sopra il nome di Zhaiper. Mi sarei portato avanti, pensò, lasciando trasparire per un attimo un sorriso soddisfatto. Tornò subito serio.

Raggelò. Bazam Khaled, nano bibliotecario di Corman.

«Hai continuato le tue ricerche» disse Arendel ad alta voce pensando alla cocciutaggine dell’amico. «Perché?». Arendel pronunciò quella domanda come volesse una risposta dal cielo e dagli Dei. Provò di nuovo la sensazione terribile che aveva provato alla vista della lettera di Glen. Stavolta però, tutto sarebbe stato diverso. Doveva sbrigarsi ad andare alla biblioteca.

***

La luce della candela ondeggiò lentamente. Uno spiffero d’aria, pensò il nano guardandosi distrattamente attorno per qualche istante. Gli occhi di Bazam tornarono avidi sulle pagine del “Tomo della spada perfetta”, che aveva trovato la mattina presto in un piccolo negozio d’antiquariato, pieno di polvere e cianfrusaglie.

«Dunque è così che ascolti i miei consigli?»

Il bibliotecario sobbalzò dalla sedia, sgranò gli occhi e si voltò di scatto, impaurito dalla presenza alle sue spalle.

«Chi è?» Bazam chiese con la voce che gli si fermò in gola. Dalla penombra una mano poggiò sul tavolo una lettera. La figura emerse dal buio. Era Arendel.

«Per gli Dei, ragazzo» sospirò. «Uno di questi giorni mi farai venire un attacco di cuore e mi ucciderai» concluse e con lo sguardo sfuggente appoggiò il gomito coperto dalle larghe maniche sopra le pagine del libro che stava leggendo.

«In realtà è ciò che dovrei fare».

«Cosa? Farmi venire un attacco di cuore?»

«No. Ucciderti» il tono di Arendel fu secco.

«Non scherzare».

«Non scherzo» lo sguardo si spostò sulla lettera che aveva poggiato sul tavolo e vi rimase fisso finché il nano non lo seguì.

Bazam sentì un brivido lungo la schiena e il gomito gli scivolò dal libro urtando il tavolo. Un’espressione mista tra impaurita e sorpresa si dipinse sul suo volto, poi si trasformò in uno strano sorriso rassegnato.

«Me l’aspettavo, ma non potevo fare altro. Ho promesso che ti avrei aiutato a risolvere questa faccenda ed è quello che…» le parole gli morirono in gola, tagliate dall’intervento dell’assassino.

«Non è così che mi aiuti!»

Bazam abbassò lo sguardo. Arendel rimase in silenzio per qualche momento, poi appoggiò una mano sulla spalla del nano.

«Perdonami amico mio, non volevo essere duro. Ti sono grato per tutto quello che hai fatto e stai facendo per me ed è per questo che non voglio» fece una pausa. «Che non volevo che ti mettessi nei guai».

Il bibliotecario sollevò lo sguardo e si mordicchiò le labbra. Arendel portò anche l’altra mano sulle spalle del nano.

«C’è un altro problema»

«Quale?» domando Bazam.

«Io devo andare con la massima urgenza nelle terre di esilio a cercare una persona» disse in fretta.

«Chi?»

«Il mercante di informazioni».

«Perché?»

«Perché è l’unica persona che forse può dirmi dove si trova la casa di qualcuno che ha messo ulteriormente a rischio la vita di mia figlia» concluse gravemente.

«Hai detto “forse”? Significa che non sei sicuro. E tu vuoi lasciar partire di nuovo la carovana senza di noi?»

«No. Tu e Glen andrete. Lei sarà qui tra tre giorni, come da accordi. Partirete e ci incontreremo qui al vostro ritorno. Io non posso fare altrimenti. Ciò che ho da fare in quei luoghi è fondamentale».

Bazam rimase zitto per qualche istante, riflettendo sulle parole di Arendel, poi annuì con la testa facendo cenno di aver capito.

«Cerca di essere presente almeno quando torneremo» il nano sorrise all’uomo e, togliendo le mani dalle spalle, diede una pacca all’amico.

«Abbi cura di Glen».

Arendel ricambiò la pacca del nano, poi afferrandogli una mano lo avvicinò repentinamente a sé e lo abbracciò. «Grazie» disse, poi svanì nello stesso modo in cui era apparso.

***

Glen dormiva. Aveva un sorriso sereno. La porta si aprì silenziosa e il mantello del silenzioso ospite coprì la fioca luce della candela del corridoio. La serratura non aveva fatto il minimo cigolio mentre le agili dita la sbloccavano con maestria.

Le dita le sfiorano delicatamente la fronte. Fece attenzione a non svegliarla. Arendel, nel buio della stanza, si chinò e diede un bacio sulla fronte alla donna. Lasciò un foglio di carta sul comodino. La porta si richiuse alle sue spalle e la serratura tornò come mai fosse stata sbloccata.

Ho incontrato un contrattempo più importante del tomo che stiamo cercando. La carovana ti aspetta all’ora prestabilita. Non mancare. Io farò del mio meglio per raggiungervi non appena possibile.

Le parole erano scritte con inchiostro nero sbiadito su una pergamena vecchia e logorata dal tempo. Glen aprì gli occhi e si voltò verso la porta.

«Ora i tuoi baci hanno il sapore amaro del sangue». Glen sentì una lacrima scendergli sulla guancia e allargarsi un enigmatico quanto rassegnato sorriso sulle labbra. Anche se le avesse udite, non sarebbe stato ancora tempo per Arendel di capire quelle parole proferite sottovoce.

***

L’Assassino silente spronò il cavallo e lo fece galoppare per un breve tratto di pianura. Quando vide l’erba tramutarsi in terriccio misto a sabbia fermò la corsa della cavalcatura. Era il confine con le terre di Esilio.

Esistevano varie leggende riguardo a quelle terre. Una di queste raccontava che la natura stessa avesse delineato i confini di quei luoghi e che le creature sue figlie venissero a scontare le pene risalite dai mondi degli Dei considerati malvagi. Quei mondi che erano chiamati Incubi.

In realtà vi si erano stabiliti degli uomini comuni, creando vari villaggi. Gli abitanti delle terre di Esilio si consideravano, e desideravano essere considerati, cittadini normali come quelli delle altre terre della Dominazione.

Arendel si guardò indietro. Erano trascorsi tre giorni. Si domandò se Glen alla fine avesse rispettato la sua volontà oppure si fosse già messa sulle sue tracce per seguirlo. Non si diede risposta ma sperò nella prima ipotesi.

***

Con passo veloce Glen giunse dall’ombra presso il retro dell’edificio della biblioteca. Bazam la stava aspettando. Quando il nano provò ad aprire bocca per spiegare, la donna lo interruppe.

«Lo so» disse con sguardo tranquillo.

«Dobbiamo andare. La carovana parte tra poco». Il nano chinò il capo.

«Se ha deciso così è perché era inevitabile»

«Ma…»

«Non dobbiamo discutere. Faremo solo come ci ha detto» concluse seccamente la donna, incrociando lo sguardo del bibliotecario.

***

Mentre Arendel varcava il confine di Esilio, Bazam e Glen lasciavano la città di Corman insieme alla carovana clandestina diretta alla capitale della Dominazione: Sarradun. Sarebbe stato un lungo viaggio.

***

Il villaggio, visto in lontananza, sembrava tranquillo. La luce di un sole sorridente lo rendeva particolarmente accogliente alla vista. Alcuni contadini stavano arando dei campi appena fuori dalle mura che erano semplici tronchi tagliati e piantati sul terreno utili più a delineare un contorno che a difendere il luogo stesso.

Arendel avanzò spedito fino a giungere vicino a due uomini. Uno di essi si alzò, tolse il cappello tondo e dalla tesa larga e si asciugò il sudore dalla fronte con il braccio.

«Se sei qui per il grano sei arrivato tardi, è già tutto finito» avanzò il contadino con sicurezza.

«No». Arendel rispose con voce calma, arrestò il trotto del cavallo, quindi abbassò lo sguardo puntandolo sul contadino. Il cappuccio non lasciava intravedere nulla a parte gli occhi comunque avvolti nell’ombra.

«E allora perché uno straniero dovrebbe arrivare da est a quest’ora del giorno? Il nostro villaggio non è di certo un famoso luogo di ristoro per viandanti». Il tono del contadino divenne un misto tra beffardo e diffidente.

«Sto cercando una persona e so che si trova qui da qualche parte»

«Ah beh… allora buona fortuna».

Il contadino rimise il cappello in testa, lanciò un’occhiata e uno strano sorriso ad Arendel e iniziò a voltarsi per tornare al lavoro. Nel frattempo altri contadini avevano approfittato della visita per fare una pausa e per osservare e ascoltare cosa si stessero dicendo.

«Che significa?»

«Quello che ho detto» replicò il contadino. «Ti sto augurando buona fortuna» concluse.

«Se te lo descrivessi sapresti dirmi se si trova qui?»

«Ascolta straniero» il contadino si avvicinò e agitò la mano in segno di stizza. «Ci sono più villaggi di quante dita ho io nelle mani e in ciascuno entrano ed escono persone esiliate dal resto del mondo. Voi gente delle terre civili ci chiamate quelli di Esilio. Probabilmente non conosco i veri nomi né le reali facce di tutti coloro che abitano vicino al mio podere e tu pensi che io possa dirti dove si trovi qualcuno che magari neppure conosco?»

«E se ti pagassi bene?»

«Qui non usiamo il tuo denaro. Mangiamo cibo, non roba sporca e inutile. Vattene ora. Non sei il benvenuto».

Il contadino si voltò e tornò ad arare il suo pezzo di terra senza più dare attenzione ad Arendel. L’assassino silente rimase stupito dalla reazione. Ci mise un po’ a realizzare che con quella gente, quello probabilmente non era il migliore approccio per ottenere aiuto. Avevano una cultura completamente diversa da quella a cui era abituato.

***

La sera non tardò ad arrivare. Arendel aveva cavalcato tutto il giorno alla ricerca di un altro villaggio. Le terre di Esilio non erano disegnate in molte mappe così non era facile per nessuno avventurarsi al loro interno senza rischiare di perdersi e di morirvi. Questo era un altro degli aspetti che caratterizzavano quei luoghi.

«Bazam avrebbe sicuramente avuto una mappa e saprebbe dove andare» commentò l’uomo strofinandosi le mani sulle braccia. La sera non era clemente come la mattina. Dal crepuscolo fino al completo scomparire del sole un’aria gelida aveva iniziato a permeare la terra e un vento tagliente a muovere le foglie. Arendel riprese a cavalcare.

Gli occhi dell’assassino scrutarono il vuoto attorno a sé. L’oscurità stava iniziando ad avvolgere ogni cosa. Ma il buio non portò solo le tenebre: la luce ondeggiante di un fuoco attirò l’attenzione di Arendel. Si avvicinò lentamente e con cautela. Un uomo era seduto di fronte al fuoco. Dietro di lui, un piccolo mulo da soma riposava esausto. Vari sacchi erano poggiati vicino al fuoco e il viandante stava riscaldandosi e arrostendo un grosso pezzo di carne. Qualche goccia di grasso pendeva dai baffi neri. Probabilmente quello non era né il primo né l’ultimo pasto che faceva e la sua imponente stazza rivelava una prestanza fisica da guerriero, sebbene gli abiti lo facessero assomigliare più a un contadino o a un minatore.

Arendel scrutò la fascia rossa che gli copriva il capo. Sembrava cambiare tonalità in base al movimento del fuoco. Sull’orecchio sinistro le lingue della fiamma si rispecchiavano su di un orecchino spesso e tondo. Gli occhi scuri si alzarono e ricambiarono lo sguardo curioso del nuovo arrivato.

«Viaggi senza provviste? Il villaggio più vicino è ad almeno tre ore da qui e il sole è calato già da due. Non è saggio viaggiare a quest’ora della notte». Il viandante parlò prima che Arendel potesse avvicinarsi a meno di dieci metri.

«Mi pare che, a parte le provviste, anche tu sia lontano dal villaggio» rispose.

«Ma io in queste terre ci sono nato e conosco ogni singolo abitante di Esilio».

Arendel rimase sorpreso dalla sicurezza ostentata dal viandante. Scese da cavallo e piantò le redini al terreno con un piccolo bastone.

«Forse esageri. Come puoi conoscere ognuno degli abitanti di queste terre?» Arendel lo provocò con tono cauto.

«Posso perché da queste parti, prima o poi tutti mi incontrano, per un motivo o per un altro». Il viandante tolse dal fuoco il pezzo di carne e ne strappò un pezzo enorme con un solo morso.

«Chi sei?» Arendel assottigliò gli occhi e lasciò che il cappuccio nascondesse il resto della sua espressione.

«Io sono Kijamor, re di Esilio»

Arendel rimase un attimo perplesso di fronte a quell’affermazione ma non si scompose. Lo osservò un attimo in silenzio, poi decise che si sarebbe presentato sotto falsa identità. Le parole gli morirono in gola. «Io sono…»

«So chi sei. Ho riconosciuto il pugnale che hai nascosto sotto il mantello e il tuo passo è inconfondibile» fece una pausa. «Assassino silente».

Le labbra di Arendel tremarono sotto il cappuccio. La mano istintivamente accostò il mantello come volesse coprire meglio la cintura.

«A dir la verità sono chiamato il re soltanto perché do una qualche sorta di ordine a queste persone, do loro parole e regole che li aiutano a vivere meglio. Sono tra i più anziani qui, almeno tra i nativi». Kijamor non dimostrava più di quaranta anni. Arendel rimase immobile e in silenzio.

«Non temere, non ho alcun interesse a rivelare che sei in questi luoghi, e alcune persone che sono arrivate qui negli ultimi anni, cacciate dalle terre civili solo perché avevano ficcato il naso in affari sporchi» fece un’altra pausa. «Forse negli affari di qualche tuo committente, hanno parlato di te e delle tue gesta». Kijamor terminò la frase con un pizzico di ironia. «Confido che tu non abbia alcun interesse a farmi del male e che, dal momento che chi ti paga non mi conosce né io ho visto il tuo volto, tu non abbia nemmeno alcun motivo». Il re di Esilio proseguì con tono tranquillo. Arendel non riuscì a decifrare se quell’estrema sicurezza fosse frutto di un perfetto controllo della situazione o fosse solo un modo per nascondere paura di essere ucciso.

«Farò anche di più. Ti aiuterò anche». L’assassino rimase in silenzio e inclinò leggermente la testa incuriosito. «Non sei al sicuro in queste terre perché molti di coloro che ti danno la caccia sono qui in questi villaggi e non appena qualcuno dei pettegoli verrà a saperlo ti cercheranno per riscuotere la taglia sulla tua testa».

«Non accadrà»

«Ne sei sicuro?»

«Si». Arendel rispose secco.

Kijamor socchiuse gli occhi e sorrise. Alzò il capo al cielo e inspirò. Portò alla bocca un altro pezzo di succulenta carne quindi masticò per qualche istante.

«Laggiù c’è un omuncolo che ti segue. Anche lui è arrivato da poco ma è uno che non si fa molto spesso i fatti suoi. Ha una grande capacità di trovarsi al posto giusto nel momento giusto» si fermò un istante, sorrise e poi continuò. «O nel posto sbagliato nel momento sbagliato». Riprese a masticare.

Arendel guardò indietro ma non riuscì a scorgere anima viva. Kijamor staccò una borraccia dalla cintura e buttò giù un sorso di una bevanda che pareva essere vino, a giudicare dal colore che gli coprì il mento. Finì di bere, deglutì e si asciugò il volto con il braccio peloso.

«Probabilmente Ed ti sta seguendo dall’ultimo villaggio che hai visitato. Devi avere qualcosa che gli interessa». Arendel riportò il suo sguardo su Kijamor.

«So già che sei di poche parole e so che non mi racconterai niente, ma lascia che ti offra il benvenuto nella mia terra offrendoti cibo e ristoro e la direzione verso il villaggio più vicino». Il sorriso del re si fece quasi paterno. Arendel accettò.

I due non proferirono parola. Mangiarono e bevvero. Arendel non scoprì mai il volto e ogni volta che doveva addentare un pezzo di carne lo trattava come faceva sempre con le mele. Ne tagliava piccoli pezzi e li portava all’ombra del cappuccio, dove nessuno poteva od osava posare lo sguardo.

«Visto che conosci tutti, sai dirmi…»

«Il re non può infrangere le regole che egli stesso detta». Arendel capì che non avrebbe potuto sapere da lui dove si trovava il mercante di informazioni.

«Ripartirò stanotte stessa»

«Non credo sia una saggia decisione ma la rispetto. In fondo non conosco il motivo che ti ha spinto fin qui e non intendo sapere più di ciò che ho potuto leggere dai tuoi occhi». Kijamor rivelò di essere dotato di particolare carisma e saggezza oltre a essere un acuto osservatore e un uomo sicuro di sé e dei suoi mezzi.

«Devo» concluse Arendel. Si alzò in piedi, slegò il cavallo e offrì la mano a colui che per quel breve periodo della notte era stato il suo ospite. Kijamor la strinse vigorosamente.

«Che gli Dei accompagnino il tuo cammino».

Arendel percepì in quel saluto un sincero augurio e una vera preghiera. Non sono più molti coloro che hanno fede negli Dei, pensò, mentre si allontanava nella direzione che Kijamor, re di Esilio, gli aveva indicato.



L’Assassino Silente – Parte II

30 settembre 2009 - 20:25 by immortal_bard

Era soltanto un’altra sera di un lungo susseguirsi di giorni vuoti, vissuti in maniera meccanica. Arendel trascorreva il tempo preparandosi da mangiare lentamente e consumando il cibo altrettanto lentamente. Dopo un anno di solitudine, era ormai diventato un’artista nello sbucciare le mele. Era capace di impiegare anche ore, specialmente durante la notte, per pulire alla perfezione un singolo frutto e poi mangiarlo.

Bussarono alla porta. Arendel cessò ogni movimento. Smise di respirare per qualche istante. Non riceveva visite da mesi. Con agilità estrema fece roteare il coltello e lo nascose nella manica. Si alzò e silenziosamente si diresse verso la porta. Guardò dallo spioncino. Non c’era nessuno. Si chinò e osservò sotto la porta. Sembrava che qualcosa fosse stato lasciato davanti alla sua porta. Si avvicinò alla finestra, oscurata da una tenda, discostò il tessuto e guardò fuori. Non vide nessuno nei paraggi.

Arendel aprì la porta lentamente. Finse indifferenza ma i suoi sensi erano in stato di allerta come se fosse in battaglia. Sull’uscio era poggiato un piccolo tubo metallico. Lo raccolse cautamente e lo esaminò. Guardò un’ultima volta tutto attorno alla casa, quindi rientrò e chiuse la porta dietro di sé.

La mano destra strinse il tappo del tubo lo svitò. Dentro il contenitore c’era un piccolo foglio di una pergamena molto particolare, legato con un filo dorato e sigillato con una lacca scura e profumata.

Arendel aprì la pergamena. Dentro c’erano solo delle indicazioni per giungere in un posto piuttosto isolato appena fuori dalla città di Corman. La lettera gli cadde dalle mani mentre leggeva l’ultima frase: Vieni stanotte stessa se vuoi rivedere tua figlia Juleen.

Il respiro di Arendel si fece più affannoso. Si chinò e raccolse la pergamena con la mano tremante. La fissò ancora e memorizzò ogni indicazione, quindi arrotolò la pergamena e la infilò nuovamente nel tubo. Richiuse il contenitore e lo pose nella borsa attaccata alla sua cintura. Con un movimento rapido estrasse il coltello e lo mise nel fodero attaccato allo stivale. Prese un mantello e null’altro e si diresse verso il luogo indicato.

Il buio della notte rendeva difficile distinguere persino il sentiero sopra cui stava camminando. Le indicazioni lo avevano portato sin fuori dalle mura in un luogo che non era illuminato se non dai riflessi del cielo. Arendel sentì i suoi sensi prepararsi al peggio e i suoi muscoli tendersi come se fosse in attesa di un agguato.

Vicino a delle radure, immersa tra gli alberi del limitare della foresta, si scorgeva una casa abbandonata. Era piccola e sporca e la porta ondeggiava scricchiolando, sospinta da pochi aliti di vento.

Arendel si avvicinò ed entrò. Le istruzioni gli ordinavano di entrare in quella piccola costruzione. Fece pochi passi e riconobbe la sagoma di un riflesso che mai avrebbe potuto dimenticare. Era lo stesso pugnale che aveva trovato sul cadavere di Ambra.

«Benvenuto» salutò una voce maschile molto gutturale.

Arendel rimase immobile e in silenzio. Voltò lo sguardo nella direzione da cui aveva udito parlare. Cercò di focalizzare sul suo interlocutore e al tempo stesso di percepire quanta altra gente ci fosse nella stanza.

«Chi sei?»

«Per te io sono il mandante, chiunque io sia» rispose con tono calmo. La voce era volutamente alterata, probabilmente con misture d’erbe o altre soluzioni alchemiche poco conosciute.

«Che significa tutto ciò? Dov’è mia figlia?»

«Calma, uomo. Ogni cosa a tempo debito. Risponderò alle tue domande nell’ordine corretto». Nell’ombra, colui che stava parlando si sedette su di una poltrona, in un angolo ancora più scuro dove soltanto qualche raggio di luna creava ombre incomprensibili.

«Tu sei un abilissimo combattente, forse il migliore di tutto Mytel» seguì una breve pausa. «Ma ti manca ancora l’intelligenza, la perfezione e l’arguzia del vero maestro d’armi». Il mandante fece un’altra pausa. «Ciò che raggiungerai lavorando per me, nell’ombra».

«Dov’è mia figlia?»

Arendel strinse i pugni con fare impaziente e parlò come se non avesse ascoltato né intendesse farlo.

Si udì un colpo alla parete. La luce di una piccola fiamma si accese in un altra stanza che comunicava attraverso una finestra a vetro spesso con quella in cui Arendel e il mandante stavano parlando.

Lentamente emerse dal buio una figura legata a una sedia il cui capo era coperto da un cappuccio. Aveva la fisionomia di una bambina e Arendel cominciò a temere il peggio. Una mano afferrò la punta del cappuccio e scoprì il volto del prigioniero. Era Juleen. I loro occhi si incrociarono e all’uomo parve che la bambina gli chiedesse aiuto.

Arendel Fece un passo verso il vetro ma immediatamente si fermò quando la punta di un pugnale si avvicinò repentina al collo di sua figlia.

«Sta bene come puoi vedere, e continuerà a stare bene» affermò colui che si faceva chiamare il mandante. «Dovrai solo fare qualche lavoretto per me» concluse.

Arendel scattò verso il mandante ma questi lo fermò immediatamente. «Se ti avvicini di solo un passo tua figlia non starà più tanto bene».

L’uomo nascosto nel buio espresse il suo disappunto schioccando la lingua e ostentando una pomposa sicurezza. Arendel percepì che l’uomo si era alzato in piedi. La luce della fiamma svanì.

«Resta qui per un po’», il mandante sussurrò all’orecchio dell’uomo. «Da oggi questa è la tua nuova casa e tu sei un uomo nuovo. Ti contatterò io stesso quanto prima possibile».

Si udirono passi leggeri dirigersi verso l’uscita. Arendel si voltò lentamente e vide la sagoma del mandante sull’uscio. Vide ancora una volta il pugnale uguale a quello usato per uccidere sua moglie. Strinse i denti e irrigidì la mascella.

«Presto mi ringrazierai». Con quelle ultime parole il mandante scomparve nel buio della radura.

Un inquietante silenzio circondò Arendel. Rimase immobile fino a quasi l’alba ripensando a quell’incontro e all’urlo di disperazione che avrebbe Juleen, se non con la bocca almeno con i pensieri, gli aveva lanciato.

Al primo raggio di sole Arendel si piegò sulle gambe fino a poggiare le ginocchia per terra. Sorrise e pianse. Sua figlia era viva. Ma era nelle mani di uno sconosciuto. Non tutto era perduto.

***

Arendel cacciò via dalla sua mente quei pensieri con i quali era giunto sino a casa. Erano trascorsi cinque anni dal primo incontro e, in un modo o in un altro, quindici persone erano sparite per mano sua, nella speranza di ottenere la libertà di sua figlia. Già dopo il sesto omicidio Arendel aveva smesso di implorare il mandante. Ogni volta gli aveva risposto sempre nella stessa maniera e l’assassino aveva capito che non c’era verso di far mutare quella risposta.

Ogni cosa a tempo debito, pensò. Non ho più forze, Arendel sentì l’animo rabbuiarsi come se si fosse rassegnato alla triste realtà. Si lasciò cadere sopra la poltrona ormai indurita dal tempo e dall’usura. Restò seduto solo pochi attimi, come se volesse raccogliere le energie. Si alzò in piedi e si diresse verso un piccolo armadietto, lo aprì e prese un piccolo barattolo di vetro. Tolse il tappo e portò il contenitore alla bocca. Dentro c’era un frullato di mele misto a succo di vari frutti. Deglutì rapidamente, cambiò il mantello, afferrò una piccola sacca, quella che usava per le sue missioni, e si diresse verso la radura dove solitamente gli venivano consegnati i messaggi.

Devo partire per Sarradun, pensò Arendel tra sé sperando di non trovare nessun messaggio. Discostò le foglie e qualche ramo e osservò rapidamente. Erano passati più due mesi dall’ultima missione.

Nascosto in un piccolo tubo c’era qualcosa che Arendel non avrebbe voluto trovare, ma il suo sgomento non fu causato solo dalla necessità di rimandare la partenza con Bazam per via della nuova missione.

Arendel aveva sperato di non dover mai vedere scritto sulla pergamena un nome amico. Forse sarebbe stato più facile far sparire quella persona senza ucciderla, ma il solo pensiero di non poterlo fare lo terrorizzava. E leggendo il nome sulla pergamena tremò.

***

La corrente d’aria, convogliata dai contorti cunicoli delle fogne della città, scoprirono il capo di Arendel, facendo scendere il suo cappuccio sulle spalle. L’inseguimento era finito. La natura della sua prossima vittima l’aveva indotto all’errore e gli era sfuggita. Ciò che l’aveva legato a quella donna era ciò che aveva già fermato poche ore prima la sua mano. Ma Glen era un’abilissima combattente, capace di svanire nel buio come un’ombra e non era sicuramente una che avrebbe accettato di sparire per il capriccio di uno sconosciuto.

***

Tutta la passione che li aveva travolti divenne tangibile nei loro sguardi, mentre l’uno di fronte all’altra si fissavano nel piccolo spiazzo sotterraneo, illuminato solo dalla luna attraverso i fori della grata sul soffitto.

«L’assassino silente, è così che ti chiamano adesso, no? Al solo pronunciare il tuo soprannome la gente trema… e neppure sanno chi sei». Glen sfiorò l’elsa del suo stocco.

«Non so come mi chiamano. Svolgo solo il mio lavoro per raggiungere il mio scopo».

«Quello che non mi hai voluto raccontare? So che tua moglie è morta, ma è successo sei anni fa. Non puoi rinnegare ciò che c’è stato tra noi». Arendel la interruppe bruscamente.

«Non lo nego!»

«Allora perché sei venuto a uccidermi?»

«Per mia figlia… devi sparire, andare via, lontano».

«E cedere così al gioco di qualcuno che neppure conosci? Qualcuno che non sai nemmeno perché ti abbia fatto tutto questo e ti stia usando? No. Non lo accetto, non di nuovo, piuttosto la morte».

«Non mi costringere…», Arendel trattenne il fiato.

«Getta l’arma, e io getterò la mia. Combattiamo insieme questo nemico. Io sono disposta a rischiare. E tu?»

«Dovrei gettare l’arma e restare così disarmato ad affrontarti?»

«Possiamo restare a fissarci a distanza, con le armi infoderate, attenendo che qualcuno ferisca l’altro». Glen lasciò cadere le braccia lungo il corpo. «Sai che io non userò le mie armi, qualunque cosa tu decida di fare, ma non le getterò via perché esse sono parte di me», concluse la donna.

«Forse la mia spada ha già toccato il suolo». Arendel sollevò leggermente i palmi.

Glen guardò ai piedi dell’uomo e vide che in effetti la daga era silenziosamente scivolata per terra. Era perfettamente cosciente che Arendel sarebbe stato in grado di ucciderla con mille altre armi, finanche a raccogliere fulmineo la lama da terra e trafiggerla, ma con passo delicato, si avvicinò, giungendo faccia a faccia a lui.

«Perché mi sono avvicinata?»

«Perché io ti sono vicino». Arendel chiuse gli occhi.

Le labbra si sfiorarono delicate, come fossero gocce di rugiada su petali di rosa. Le braccia di Glen si avvolsero al busto dell’uomo che la abbracciò a sua volta.

«Tu mi hai ridato la vita, dopo tanti anni. Poi sei sparita, ma ciò non ti ha cancellato. Ora mi trovo qui, in questa assurda situazione. Desidero qualcosa che so che svanirà… non perché io lo voglia e non perché tu lo voglia… ma perché il destino vuole che tu non sia più vicino a me». Arendel sussurrò all’orecchio di Glen.

«Io sono pronta a rischiare».

«Io non ho scelta. Domani a mezzogiorno se non sarai sparita dalla città, mia figlia sarà…» Glen zittì Arendel mettendogli un dito sulle labbra. Lo baciò ancora.

«Fidati di me». Glen lo abbracciò.

Il pomo del pugnale della donna colpì forte alla nuca di Arendel. L’assassino silente sentì un forte formicolio alla testa, quindi si fece tutto buio.

***

I rintocchi delle campane cittadine rimbombarono del mezzogiorno. Arendel aprì gli occhi e si alzò repentinamente. Il sole filtrava attraverso la grata. Maledizione, pensò.

Con passi veloci raggiunse la superficie, si nascose tra la folla e si avvicinò all’arena del torneo di scherma cittadino. Non ebbe il coraggio di guardare e si limitò ad ascoltare la parole del banditore.

«Per mancata presenza, la campionessa in carica, Glen Dorian è squalificata dal torneo e pertanto il nuovo titolo viene assegnato di diritto al suo sfidante per la finale, Darkus Erianeh».

Arendel tirò un sospiro di sollievo. Si dileguò tra le vie della città e respirò profondamente. Infilò la mano nella tasca e sentì che v’era dentro un pezzetto di carta. Era un messaggio di Glen…

Se mai le nostre strade si incroceranno di nuovo, stavolta sarà, lo so, per vivere o per morire. Non ti nego che spero nella prima ma, come ieri notte, sono disposta a correre il rischio. Fa’ ciò che devi. La mia anima sarà con te.

L’assassino accartocciò il pezzetto di carta, stringendolo nel pugno. Trattenne ancora il fiato, sentì il cuore battere forte. Riaprì la palletta di carta e ripiegò il foglio con cura. Lo infilò in tasca e assunse di nuovo un’espressione seria. Doveva comunicare la riuscita della missione al suo mandante.

***

Ad Arendel era sempre piaciuto combattere. Aveva iniziato ad allenarsi da piccolo, prima di raggiungere l’età minima per entrare nell’esercito. In breve tempo era divenuto il più bravo tra gli allievi e poi il più abile tra i soldati. Nella sua mente c’era solo la rincorsa verso la perfezione del guerriero e soltanto un altro soldato era in grado di tenergli testa: Glen.

L’assassino silente sedeva sui ciottoli di una strada secondaria, buia e nascosta alla vista dei passanti. Con una mano si accarezzava la nuca ancora dolorante, e con l’altra roteava lentamente il pugnale fissandone il movimento sinuoso. Bazam stava ancora attendendo, ma Arendel era immerso nei suoi pensieri, ricordi di vari anni passati e di altri più recenti. Lasciò che calasse ancora la notte prima di tornare alla biblioteca.

«Ben tornato» disse Bazam con una punta di sarcasmo.

«Scusa, ho avuto un lavoro urgente da fare».

«Penso che tu sappia che la prossima carovana per Sarradun partirà tra più di un mese, vero?»

Arendel guardò il nano con aria sconsolata. Non immaginava che ci volesse tanto tempo per organizzare un viaggio verso la capitale. Abbassò leggermente lo sguardo e rimase in silenzio.

«Beh, io ho tempo… ma tu» il bibliotecario fece una pausa. «Per gli Dei, avremo più tempo per leggere libri prima di partire. Non saranno certo una manciata di giorni a cambiarci la vita». Bazam provò a sdrammatizzare rendendosi conto che ovviamente l’uomo non aveva ritardato di proposito ed era anche più dispiaciuto di lui.

Arendel si avvicinò a una sedia e vi si sedette. Aveva ancora gli abiti sporchi e il suo odore non era dei più gradevoli. Lo sguardo era stranamente vacuo, come fosse sovrappensiero.

«Qualcosa non va?»

«Si». Arendel rispose seccamente.

«Posso aiutarti in qualche modo?»

«Si». L’assassino silente svestì il mantello, estrasse un piccolo telo, vi versò dell’acqua e si sciaquò il viso. «Ora ti racconterò tutta la mia storia…»

Arendel cominciò il suo racconto e affinché il nano potesse capire non raccontò soltanto la vita con Ambra e la storia del rapimento di sua figlia, ma aggiunse anche dei dettagli che l’ultima missione gli avevano riportato alla mente.

L’uomo raccontò della sua infatuazione per Glen, diversi anni prima che conoscesse Ambra. Il sentimento era stato reciproco. Le regole dell’esercito avevano proibito loro di stare insieme e al tempo stesso continuare a combattere e nessuno dei due aveva osato rinunciare alla spada.

Bazam ascoltò attentamente ogni particolare, notando come prima di Ambra, la lama fosse più preziosa dell’amore stesso.

«E cosa successe poi?»

Bazam si intromise nel racconto, approfittando degli istanti di pausa di Arendel. «Avete continuato a frequentarvi?»

«No. Glen è svanita nel nulla per vari anni. Poi conobbi Ambra. Quando ebbi nuove notizie di Glen ero già sposato e avevo già fatto un’altra scelta».

Arendel proseguì nel suo racconto e Bazam si domandò il perché l’uomo stesse raccontando anche di quell’altra donna che nulla aveva a che vedere con l’Occhio di Krark né con il mandante. La risposta arrivò alla fine del racconto.

«L’anno scorso ho incontrato nuovamente Glen».

Bazam assunse un’espressione curiosa e un po’ perplessa. Arendel fece una breve pausa di silenzio, bevve un sorso dalla sua tazza, quindi proseguì.

«Ci siamo visti in una taverna a Mytelpass. Io ero in missione ma stavo preparandomi e rifocillandomi. Non disse nulla, semplicemente si avvicinò al mio tavolo e si sedette. Ricordo che ci guardammo per lunghi e interminabili istanti. Poi d’improvviso cominciammo a parlare. Io non avevo nulla da raccontarle, le dissi soltanto che mia moglie era morta diversi anni prima e che da allora mi ero ritirato a vita eremitica. Lei invece aveva lasciato l’esercito e aveva cominciato a gareggiare nei tornei guadagnando fama e denaro per vivere. Era per quel motivo che ne avevo sentito parlare». Arendel si fermò e guardò dietro di sé, come volesse assicurarsi di essere da solo con il nano.

«Abbiamo trascorso due giorni intensi. Ho rischiato di perdere il momento giusto per portare a termine la mia missione, ma mi sono sentito di nuovo vivo dopo tanti anni».

«E perché non siete rimasti insieme?»

Arendel serrò le labbra. Ripensò a quando, in quell’occasione, la sua bocca aveva quasi sfiorato quella di Glen. Non posso, le aveva detto.

«Non poteva funzionare». Rispose Arendel lasciando intuire la sua volontà di non approfondire sul tema.

«Cosa c’entra tutto ciò?»

Bazam discese dal suo sgabello e si avvicinò al tavolo. Riempì di nuovo la tazza e attese la risposta.

«La mia ultima missione era lei». Arendel accarezzò ancora la nuca. «Ed è stato terribile trovarsi di fronte a una situazione in cui qualunque cosa scegli di fare perdi». L’assassino silente chinò il capo. «Oggi ho rischiato di far morire mia figlia perché non ho saputo fronteggiare la testardagine di quella donna… e perché non ho saputo essere abbastanza crudele».

«Tu non sei crudele». Obiettò Bazam.

«Io sono un assassino». Arendel scandì ogni parola quasi sibiliando contro se stesso. Bazam lo fissò e non replicò, sebbene non concordasse. Sono solo punti di vista, pensò il nano.

«Come è andata alla fine?»

«Per mia fortuna ha accettato di svanire nel nulla. Almeno così credo». Dal tono di Arendel si intuiva che quell’evento lo aveva turbato parecchio.

Passarono attimi di silenzio quasi imbarazzato tra i due, l’uno per aver fatto confessioni pericolose all’amico, l’altro per averle udite.

«Ora ho tutto più chiaro» disse Bazam saltellando. «Posso rimettermi a fare delle ricerche». Arendel rimase stupito. «Chiaramente il mandante di cui parli è qualcuno che vuole togliere di mezzo persone che sono scomode per il suo scopo e ha architettato tutto per poter usufruire gratuitamente dei servizi del guerriero più forte del paese. Devo soltanto mettermi a leggere che relazioni ci sono tra le vittime e legare tutto a quel pugnale e poi…» Arendel interruppe bruscamente Bazam con un gesto.

«Non voglio che ti metti a fare tutte queste ricerche. Non ti dirò i nomi di tutte le mie vittime. Se indaghi su di loro rischi di diventare anche tu un personaggio scomodo. Non vorrei vedere apparire il tuo nome sulla mia prossima pergamena».

Bazam vide smorzato tutto il suo entusiasmo. Arendel lo intuì e si avvicinò mettendogli una mano sulla spalla.

«Studia pure, ma non indagare in giro. Oggi avevo solo bisogno di uno sfogo per le sensazioni che ho provato e tu sei stato un ottimo amico e soprattutto un valido ascoltatore. Dimentica i nomi che ti ho fatto. Riprenderemo quanto prima possibile le nostre ricerche congiunte. Ora ho solo bisogno di qualche giorno per riposare e riflettere. Devo ancora notificare la riuscita della mia ultima missione al mandante. Non far nulla senza di me, intesi?»

Bazam annuì. Arendel si alzò, raccolse il mantello e silenzioso uscì dalla porta secondaria sul lato dell’edificio.

Nell’ombra l’assassino silente firmò la lettera di notifica per il mandante con il sigillo che indicava il buon esito della missione. Poi, altrettanto silenziosamente, rientrò in casa e richiuse la porta dietro di sé, incosciente del fatto che due occhi di donna lo stavano osservando.

***

Arendel era rimasto disteso sul suo letto senza mangiare e senza bere per due giorni. Nei momenti peggiori, l’assassino silente sembrava volersi infliggere un qualche tipo di punizione. Era come un modo per espiare le sue colpe. Troppo facile, pensò. Digiunare è un danno per il mio corpo e so che non mi sarà utile. Troppo facile è ignorare ciò che ho fatto e ciò che farò. Troppo facile è ignorare quello che dovrei invece fare perché cambi qualcosa. Arendel aprì gli occhi destandosi dai suoi pensieri. Uscì di casa al calar del sole.

Nonostante fosse fisicamente spossato e distratto da tanti pensieri, Arendel manteneva alto il suo stato di attenzione. Scrutava ogni dettaglio attorno a sé e i suoi occhi osservavano ogni minimo movimento. Camminò per diverso tempo, con passo lento e calmo. Arrivò alla solita locanda situata nella zona nord di Corman, un posto dove nessuno avrebbe messo piede a meno di doversi nascondere da qualcuno o di voler morire presto. In quel luogo ciascuno sapeva bene che la cosa migliore era farsi i fatti propri.

La porta della locanda si aprì più volte mentre Arendel sbucciava lentamente una mela verde. Ogni tre tagli buttava giù un sorso di un vino di bassa qualità dal sapore dolciastro. Nella sala comune c’erano poco più di una decina di persone, ciascuno per conto suo.

Lo sguardo di una persona dal volto coperto, come quello di quasi tutti gli avventori della taverna, si posava insistentemente sulle mani dell’assassino. Arendel smise per un attimo di tagliare la mela, fissò il suo anello, lo tolse dal dito e lo infilò in una piccola tasca. Quando sollevò lo sguardo verso l’osservatore, i suoi occhi erano già tornati sul boccale di birra e sul piatto pieno di pezzetti di pollo.

Arendel si alzò lasciando la mela ancora parzialmente coperta dalla buccia e il suo calice di vino sul tavolo, e si diresse verso le latrine. Anche l’osservatore lasciò il tavolo e seguì l’assassino silente. I suoi passi si fecero silenziosi, come se lo volesse spiare. Lo vide sparire tra le mura di legno del corridoio. Voltò l’angolo. Arendel era scomparso. Avanzò lentamente. Le tavole del pavimento scricchiolarono. In un attimo, senza che potesse opporsi, la misteriosa figura che aveva seguito l’assassino si trasformò da predatore a preda. Il petto finì contro la parete, la gola fu serrata da una cintura e la mano destra bloccata in una leva che torceva tutto il braccio dietro la schiena. Arendel aveva legato quasi in un unico movimento la gola al braccio della vittima che ora era immobile, come al guinzaglio. Non riusciva a produrre suono, tanto era stretta la presa. Sentì la punta di un pugnale sfiorargli le scapole.

«Non mi piace essere seguito. Non mi farei scrupoli a ucciderti senza neppure sapere chi sei e cosa vuoi». La voce dell’assassino sibilò fino alle orecchie della vittima. Arendel allentò leggermente la stretta sul collo. Non ottenne risposta. Affondò leggermente la tagliente lama dell’arma e cominciò a strappare il mantello.

«Fermo». Una voce familiare di donna lo supplicò.

«Mi seguì da quando sono uscito da casa. Chi sei?»

Arendel pensò per un momento di liberare la donna ma preferì tenerla immobile fino a che non l’avesse riconosciuta.

«Arendel», la voce della donna si riprese lentamente dalla stretta che l’aveva soffocata. «Sono Glen».

«Cosa ci fai qui?»

L’assassino silente fece voltare la donna liberandola dalla stretta della cintura. Le tolse il cappuccio e la guardò in volto. Era proprio lei.

«Vuoi forse finire ciò che avevi iniziato? Se è così sono pronta». Glen sostenne lo sguardo indecifrabile di Arendel con determinazione. «Ma se invece ti senti pronto per essere aiutato ascolterai ciò che sono venuta a dirti».

«Sei venuta a cercare proprio me?»

«Si». Arendel rimase colpito da quella risposta tanto secca. Glen era una combattente tanto abile quanto testarda quando sapeva di essere nel giusto. Ma ciò che la distingueva dai suoi compagni quando era nell’esercito era l’estrema indole pragmatica, la freddezza e l’intelligenza con cui risolveva tutto ciò che le creava un problema, fosse anche il modo di sconfiggere con un solo colpo tre avversari.

«Tu», Arendel trattenne la sensazione d’ira e di scompiglio che stava nascendo in lui. «stai mettendo a rischio la vita di mia figlia… la mia e anche la tua. Ti rendi conto di questo?»

«Ho visto un’arma che aveva gli stessi intagli del pugnale che porti sempre con te e non usi mai». La risposta di Glen lo spiazzò. «Inoltre quando un anno fa mi accennasti qualcosa su ciò che ti stava accadendo, mi parlasti di un uomo che ti aveva dato un nuovo lavoro…»

Arendel vagò con la mente e con lo sguardo. Un turbinio di pensieri lo avvolse. Gli occhi rimasero fissi sulla donna.

«Avevo capito subito che il famigerato assassino silente di cui si parlava in giro eri tu. Anche se alla fine non mi hai voluto raccontare nulla e sei andato via senza neppure salutarmi…» Glen non terminò la frase.

«Cosa hai scoperto su quelle decorazioni?»

La donna lo guardò un po’ impaurita. Il tono era quello dell’assassino, non dell’uomo con cui aveva condiviso parte della sua vita.

«Se te lo dico, lascerai che ti aiuti?»

«No. Tutto ciò è affar mio». Rispose seccamente Arendel.

«Se non me lo permetterai lo farò da sola»

«Perché dovresti, Glen?»

«Perché una delle tue prime vittime era mio marito». Arendel raggelò.

Gli occhi di Glen si riempirono di lacrime. Cercò di trattenere il pianto. Arendel non l’aveva mai vista piangere in tutti gli anni trascorsi insieme. Sentì la pelle bruciargli e il cuore battergli forte nel petto. Il respiro gli si bloccò per diversi istanti.

«Siamo più uguali di ciò che pensi. Ho giurato che avrei ucciso con le mie mani l’assassino di mio marito e ti assicuro che ho pensato al suicidio quando ho realizzato che la mano eri tu».

«Mi dispiace». Arendel non seppe dire altro. Rimase disarmato di fronte allo sguardo distrutto della donna.

«Ma quando ci siamo incontrati ho capito che non eri tu l’assassino, ma quell’uomo che tu avevi chiamato il mandante». Glen asciugò le lacrime con una manica, restò qualche istante in silenzio e poi concluse.

«Siamo più vicini e simili di ciò che pensi, Arendel». Glen gli accarezzò il volto fissandolo negli occhi. «Forse è per questo che siamo sempre stati così bene insieme», concluse.

Lo sguardo di Arendel si fece serio e teso. La mano corse rapida al pugnale e prima che chiunque potesse fare una mossa, la lama volò inaspettatamente in aria. E fu buio e silenzio.

***

La spinta che il pugnale diede alla porta, la fece chiudere repentinamente. Glen guardò Arendel con un filo di terrore. Arendel corse alla porta, la bloccò con il chiavistello e riprese il suo pugnale.

Silenzioso come un’ombra, l’assassino afferrò la mano della donna e la trascinò alla finestra del corridoio che conduceva alle latrine. Scostò la tenda e guardò rapidamente fuori. La aprì senza far rumore con una semplicità disarmante.

Arendel uscì per primo, poi aiutò Glen.

«Dobbiamo andare in un posto sicuro» affermò l’uomo.

«Casa tua?»

«No. Sia quella in città che la mia nuova dimora sono i peggiori posti dove potresti farti vedere». Arendel rifletté qualche istante. Glen lo fissò in silenzio, attendendo che dicesse qualcosa.

«Seguimi» disse soltanto cominciando a camminare radente alle pareti della locanda. Glen lo seguì senza obiettare.

***

«Mi dispiace» esordì l’assassino.

«Cosa?» Il bibliotecario si accarezzò la barba con le tozze dita. Arendel lo guardò in silenzio. «Cosa ti dispiace?» replicò.

«Di averti coinvolto in tutto questo».

«Ne abbiamo già parlato io…» Bazam fece un passo indietro e si ammutolì quando vide entrare nella biblioteca, dietro Arendel, una donna che riconobbe subito essere quella che gli aveva descritto pochi giorni prima. Era Glen.

«In effetti ora mi sento un po’ in pericolo» balbettò Bazam con un accenno di sorriso sulle labbra.

«Non doveva andare così, ma ci sono stati…», Arendel esitò un istante e si scambiò un’occhiata con la donna, «dei cambiamenti».

«Oh, non preoccuparti ragazzo», Bazam ritornò subito ad avere la sua espressione sempre solare e ottimista. Il nano si chinò e aprì un piccolo cassetto dal quale tirò fuori una terza tazza. Vi soffiò sopra e la strofinò con un panno che aveva sul tavolo. La poggiò vicino a quelle che usavano di solito lui e Arendel e vi versò una strana bevanda fumante di colore rosastro.

«Prego», offrì alla nuova ospite.

Glen guardò Arendel, un po’ diffidente sull’offerta, ma l’uomo la rassicurò con lo sguardo.

«Grazie», rispose.

«Abbiamo bisogno di scendere nella cantina, io e Glen dobbiamo parlare». Arendel si rivolse a Bazam mentre Glen gustava l’infuso la cui ricetta era gelosamente tenuta segreta dal nano.

«No. Nella cantina no». Bazam fu secco. Nel locale situato appena sotto la biblioteca, il nano conservava cibo e vino che tirava fuori solo in occasioni speciali ed era gelossismo di quel luogo che manuteneva con estrema cura, quasi superiore a quella usata per i libri.

«Bazam, lo dico per te. Io e lei parleremo a lungo e non è sicuro per te se rimaniamo quassù». Arendel poggiò entrambe le mani sulle spalle dell’amico.

«Va bene» disse sospirando dopo qualche attimo di silenzio.

Il bibliotecario accompagnò i due fino al fondo della sala dove, dopo qualche gradino, aprì una porta a misura di nano.

«Dovrete camminare chini per un po’» disse soltanto prima di dare due giri di chiave. «Coprirò il buco della serratura e se quando dovrete uscire lo troverete scoperto vorrà dire che non sono solo. In ogni caso, prima di uscire bussate tre volte». Bazam li rassicurò mentre apriva il passaggio.

«Grazie». Arendel si chinò e si infilò nel piccolo tunnel, seguito subito dopo da Glen. I due discesero nella cantina e dietro di loro il passaggio si chiuse.

***

«Mio marito era un brav’uomo» esordì Glen, non appena furono soli.

«Io…» Arendel abbassò lo sguardo. Desiderava scusarsi ma non trovò le parole. Sapeva che non avrebbe avuto modo di scusarsi.

«No» lo interruppe Glen. «Lasciami parlare». Le dita di Glen si poggiarono sulle labbra secche di Arendel. «Lui era considerato un rivoluzionario, uno che non accettava i soprusi politici e che lottava contro un sistema nascosto alla vista di quasi tutti». Gli occhi di Glen si fermarono fissi nel vuoto per qualche istante. «Non era nascosto a lui. E sono convinta che sia morto per questo».

«Che vuoi dire?»

«Non sono a conoscenza di tutto quello che aveva scoperto. Non mi raccontava mai delle sue ricerche né chi fossero i suoi informatori. Tutto ciò che so viene dalle mie ricerche condotte a partire da un suo piccolo diario». Glen estrasse un piccolo quaderno rilegato in pelle e lo strinse nella mano. «Sono i primi appunti che prese. Dopo un po’ di tempo smise di scrivere. Teneva tutto a mente». Glen porse il diario ad Arendel che iniziò a sfogliarlo. Già alla seconda pagina si fermò stupito.

«Tuo marito…»

«Era il comandante Kairn. Lucas Kairn, degradato e invitato a lasciare l’esercito». Glen pronunciò quelle parole con sdegno.

«Dicevano che avesse violato informazioni segrete e per evitare la pena di morte, visti i suoi grandi servigi prestati al regno, gli era stato concesso di prendere congedo». L’assassino silente parlò senza filtrare i pensieri.

«Menzogne» lo interruppe bruscamente. «Lucas aveva scoperto dei circoli corrotti all’interno dell’esercito. Cospirazioni» sentenziò. «Eravamo controllati, Arendel, dal primo all’ultimo soldato. Come burattini».

Arendel rimase in silenzio. Chinò il capo per qualche momento, poi tornò a guardare Glen negli occhi. «Non sembravi avere particolari rapporti con il comandante prima che abbandonasse. E neppure prima che tu prendessi congedo».

«Non ne avevamo infatti. Mi contatto poco tempo dopo. Ci vedemmo qualche sera. Voleva capire se poteva fidarsi di me. Mi coinvolse inizialmente nelle sue ricerche. Poi però…» la voce di Glen scemò repentinamente.

Arendel intuì subito dove Glen stesse andando a parare e la anticipò «poi però vi siete innamorati».

«Trascorrevamo tutte le notti insieme, c’era passione nei suoi occhi, energia nel suo corpo e nella sua mente, e io… è stata colpa mia…» Glen interruppe il suo sfogo scuotendo il capo come se si stesse giustificando.

«Non è stata colpa tua»

«Si, invece». Glen fu secca. «Mi ha imposto di lasciare l’esercito per il mio bene, ero troppo a rischio e troppo vicina alle informazioni che lui cercava. Mi disse che se non l’avessi fatto lui si sarebbe infiltrato nella guarnigione e avrebbe cercato da solo le prove». Arendel la lasciò finire. «Se non avessi avuto paura, sarei rimasta lì e l’avrei aiutato e magari adesso avremmo fermato questo complotto e lui sarebbe vivo».

L’assassino silente poggiò una mano sulla spalla di Glen. Non trovò parole per darle conforto, ma si rese subito conto che non era necessario.

«Da quando ho abbandonato l’esercito non ho più potuto partecipare alle ricerche di Lucas. Poi durante un torneo, l’elsa di un’arma attirò la mia attenzione. Era uguale a un disegno nei suoi appunti. Lucas era morto da poco e decisi di riprendere le ricerche, sebbene gli avessi promesso che non l’avrei fatto». Arendel rimase immobile.

«Ed era uguale a quella del pugnale che sempre porti con te» concluse.

«Mi dispiace». disse Arendel.

«Per cosa?»

«Per quello che ti è successo» aggiunse. «Da quanto eravate sposati?»

«Poco più di due anni. Ci eravamo sposati lo stesso anno in cui anche tu abbandonasti l’esercito». Glen fece una pausa, prese un respiro e poi concluse «quando tua moglie è stata uccisa». Arendel strinse i pugni per un attimo, poi li rilassò. Sollevò lo sguardo per un attimo, poi sembrò tornò serio e concentrato sull’argomento per cui erano scesi in cantina.

«Cosa hai scoperto?»

«Affari loschi con armi e forgiatori» disse Glen sottovoce, guardandosi attorno, come se temesse che anche laggiù qualcuno potesse udirli.

«Che genere di affari loschi?»

«Sono convinta che qualcuno stia tentando di arricchirsi con la guerra al fronte e con il potere e la ricchezza acquisite mediante queste azioni fatte sotto banco, prendere il controllo di qualcosa di più grosso» spiegò Glen con una certa dose di sicurezza.

«Come fai a esserne convinta?»

«Ho trovato delle carte, qualcosa che assomigliava a disposizioni per dei tornei e delle forniture d’armi che venivano descritte come “raccomandate”» Glen lasciò intendere che qualcuno stesse armeggiando con i fili di alcuni burattini messi in gioco solo come faccia di qualcosa di più grande.

«Dunque?»

«Ho portato avanti le ricerche su questo argomento, e, durante l’ultimo torneo, quello che ho perso per causa tua, ho scoperto che una certa Tanya promuoveva Darkus, l’uomo che ha vinto il torneo e che brandiva le armi di cui abbiamo parlato finora».

«Come possono delle armi essere il centro di un complotto così grande come dici? E come fai a stabilire che quello in cui io sono coinvolto sia direttamente legato a tutto ciò. L’unico legame che vedo è il pugnale con cui è stata uccisa mia moglie» obiettò Arendel con poca convinzione.

«Qualcuno sta manipolando le guerre politiche e militari con forze che forse non riusciamo neppure a immaginare. Quello che so» si interruppe per un istante. «Quello che so è che chi forgia queste armi è coinvolto in prima linea».

«I forgiatori di Krark», disse Arendel quasi come se la sua mente volesse accettare che ciò che Glen stava dicendo fosse vero.

«Esatto» esclamò Glen. «Proprio quel nome veniva menzionato nei cartigli che ho trovato. Avevo letto qualcosa che a prima vista mi sembrava assurdo, quasi una menzogna per vendere una merce falsa. Chi aveva scritto quelle lettere diceva che le armi di Krark potevano decidere le sorti di un duello, di una battaglia o di una guerra, secondo il volere del mastro forgiatore».

Arendel ripensò alle scoperte fatte da Bazam e, assumendo un’espressione riflessiva, collegò tutti quei frammenti che aveva raccolto. Nella sua mente fece un riassunto e senza che se ne accorgesse le parole uscirono dalla sua bocca senza essere filtrate dal raziocinio.

«Dunque il mandante starebbe in qualche modo usando il potere delle armi, me e chissà quali altri scagnozzi per influenzare o addirittura manipolare degli esponenti del governo di Mytel, o magari anche di qualcosa di più grosso, per ottenere ancora più potere e controllo».

Glen annuì in silenzio e Arendel si rese conto di aver parlato quasi senza volerlo. Quella sua riflessione rivelò a Glen che l’assassino silente le credeva.

I due si scambiarono un’occhiata di complicità. Arendel le disse con lo sguardo a Glen che si fidava di lei, e la donna rispose di rimando. Si intesero senza usare le parole.

«Dobbiamo andare con Bazam a Sarradun, alla grande biblioteca della gilda dei maghi». Arendel fu secco.

«Perché?»

«Perché in quella biblioteca è conservato un tomo che può dirci tutto su Krark, su una torre chiamata l’Occhio di Krark e su questi misteriosi poteri».L’uomo si lasciò scappare un sorriso. «Il nano aveva ragione. Seguire il pugnale e trovare quel tomo potrò spiegarci molte cose».

Glen annuì. Arendel la prese per mano e si avviò rapidamente verso l’uscita della cantina. «Ti spiegherò tutto più tardi» aggiunse mentre raggiungevano la porta di legno.

«Arendel». Glen bloccò l’uomo poco prima della porta. Si fece scura in viso. «C’è una cosa che devo dirti». Arendel guardò la donna con un sorriso.

«Lucas aveva fondato una specie di gruppo di ribelli».

«Avevo immaginato» affermò Arendel facendosi perplesso.

«Se qualcuno di loro arriva a te…»

L’assassino silente si fece anch’egli scuro in volto.

«C’è una taglia di cinquecento monete d’oro sulla tua testa, conservata nella vecchia cassaforte di Lucas e custodita dal consiglio di questi» esitò ancora, «ribelli».

Arendel si rilassò. «Non preoccuparti. So badare a me stesso». L’uomo si voltò nuovamente verso la porta ma Glen lo bloccò ancora. Si avvicinò e gli diede un bacio sulla guancia, abbassò lo sguardo e rimase in silenzio.

«Tutto finirà nel migliore dei modi». Le parole di Arendel, dette con quel disarmante sorriso, rassicurarono Glen, sebbene forti timori fossero nati nella mente dell’uomo.



L’Assassino Silente – Parte I

30 settembre 2009 - 20:20 by immortal_bard

* Arendel *

Il cappuccio del mantello gli occultava il volto, mentre con movimenti lenti le sue mani sbucciavano una mela, verde, dura, probabilmente acerba. Il tessuto grigio scurissimo scendeva fino a terra, libero di svolazzare leggermente ogni volta che qualcuno apriva la porta di legno della taverna.

L’uomo seduto al tavolo ignorava la musica attorno a sé, e con essa tutti coloro che erano andati in quel luogo per bere, divertirsi e rilassarsi. Non diede attenzione neppure alle donne, né le locandiere né le prostitute che si avvicinavano. Proseguì soltanto a tagliare con perfezione chirurgica la buccia del frutto che teneva in mano. Il movimento si fermò per qualche istante. Fissò l’anello che portava sull’indice della mano destra. Era una semplice fascetta, piccola e argentata. Su di essa era inciso un nome, Juleen. Era il nome di sua figlia. La mano si strinse attorno al coltello e tremò per qualche istante, poi tornò immobile. Tolse anche l’ultimo pezzetto della buccia e guardò la mela, ormai quasi una sfera perfettamente liscia. Incisione dopo incisione ne tagliò piccoli pezzi e cominciò a mangiarli, ignorando sempre tutti coloro che gli stavano attorno.

Si fece tardi, la taverna cominciò a svuotarsi. La lama del coltello era ancora umida e la mela, dopo ore, non era ancora finita. L’uomo incappucciato attese fino a che tutti gli ospiti della locanda, tranne uno, non fossero andati via.

La mezzanotte era passata da un pezzo e nel locale rimaneva un uomo quasi ubriaco che barcollando continuava a insistere di volere un’altra pinta. Allegro e baldanzoso per la proficua serata, l’oste dietro il bancone si rifiutò. Volse lo sguardo verso l’uomo che per tutta la sera non aveva ballato o dato retta a nessuno e che, dopo aver bevuto d’un fiato un bicchiere di vino pregiato, aveva mangiato solo una mela, “la più verde che hai” aveva detto con tono pacato.

Incuriosito, l’oste si avvicinò verso il tavolo. L’ubriacone approfittò dell’assenza dell’oste per versare un altro po’ di birra nel suo boccale, “alla tua” urlò, prima di sedersi sullo sgabello, rivolto verso la scena che nessuno avrebbe sperato di vedere da lucido.

«Ehi tu», esordì l’oste, «non è tardi per stare ancora qui?»

«Sei tu il mercante di informazioni?» domandò l’uomo a voce bassa, con tono controllato e glaciale.

«Non so di che stai parlando». L’oste dipinse sul suo volto un’espressione contrita, ma palesemente falsa. Agitò le mani e rise nervosamente.

La testa dell’uomo si alzò leggermente. Dal cappuccio si intravedevano due occhi neri brillanti e un accenno di barba incolta copriva un viso giovane ma segnato da una profonda cicatrice orizzontale appena sotto l’occhio sinistro. L’espressione in quel volto era seria e gelida.

«Ehi amico…» l’oste provò a spezzare la tensione del momento «perché quella faccia?»

«Che faccia pensi che avresti se il tuo lavoro fosse uccidere uomini?»

La voce divenne quasi una terribile vibrazione che gli fece tremare persino le labbra. «Non ti rifarò la domanda un’altra volta».

«S…si… sono io» balbettò l’oste.

«Qualcuno dice che hai comprato qualcosa che non era in vendita». Il tono si fece velatamente minaccioso.

«Io… io…»

«Non hai bisogno di giustificarti. Però prima di morire potresti dirmi dove si trova l’Occhio di Krark»

«Non so cosa sia» disse l’oste terrorizzato.

«Andiamo» lo esortò «la famigerata torre nascosta. Uno che traffica con le informazioni deve averla sentita almeno una volta nella sua vita» continuò.

«Giuro che non so di cosa parli… ti prego non uccidermi» si guardò a destra e a sinistra. L’uomo incappucciato percepì che cercava qualcuno. Ma egli sapeva già chi.

«Le tue guardie personali sono impossibilitate ad agire in questo momento. Devi scusarmi ma ho bisogno di calma per fare il mio lavoro».

«N… non conosco l’occhio… quel posto lì» concluse deglutendo a fatica.

Con un balzo improvviso l’uomo incappucciato si alzò dalla sedia, roteò vistosamente il pugnale e lo accompagnò velocemente verso il fianco dell’oste. Contemporaneamente l’altra mano raggiunse la gola della vittima stringendola e bloccandogli il fiato e con esso ogni possibilità di movimento. L’oste chiuse le mani sul polso del suo carnefice ma non riuscì a liberarsi sebbene avesse una corporatura ben più robusta.

La lama affondò impietosa e fiotti di liquido rosso sgorgarono sporcando il pavimento. L’ubriaco vide la scena, lasciò cadere il boccale che si frantumò in mille pezzi e corse fuori urlando.

***

La mente dell’assassino volò indietro di qualche giorno, quando per l’ultima volta, dopo innumerevoli volte, aveva parlato con il suo mandante.

«Dovresti ringraziarmi»

«Per cosa? Per avere ucciso mia moglie e per avere rapito mia figlia?»

«Ascoltami. Tu sei uno dei migliori guerrieri di tutte le terre che conosco. Così facendo ti costringo a imparare a essere il combattente perfetto, colui che è capace di uccidere senza traccia e in ogni condizione, colui che sa sfruttare ogni occasione…». Arendel rimase ad ascoltare in silenzio. «Dovresti ringraziarmi perché io ti sto insegnando tutte queste cose».

«Puoi insegnarmi a essere il più grande guerriero su questa terra, ma se io sono per la pace, ucciderò solo finché mi servirà per sopravvivere». Il tono si fece sottile e la voce quasi impercettibile.

«Tu ucciderai finché la tua vita», fece una pausa, «e finché la sua vita, saranno legate alla mia».

«Sfiorala soltanto e…»

«Calma», lo interruppe con estrema semplicità, «non hai potere di contratto. Ora va e compi il tuo dovere, sai bene che non avrai altro modo di assicurarti che non accada nulla di brutto».

Arendel si voltò, srotolò la pergamena e lesse la descrizione e la locazione della sua prossima vittima. Era un semplice oste.

***

«Un testimone ti ha visto morire. Confido che tu creda nel fatto che la seconda volta non sarò un attore. Fuori dalla porta del retro c’è una sacca con dei trucchi per camuffarti. Dipingiti il volto, incollati la barba, indossa i vestiti che troverai lì a fianco e prendi il cavallo legato al palo di fronte l’uscita. Corri e vai a Nord. Lascia Teril Moonshade e vai verso le terre di Esilio. Sparisci da queste terre e crea una nuova vita laggiù».

Arendel allontanò il braccio dal fianco dell’uomo e tolse i brandelli del cuore di maiale che aveva usato per simulare l’omicidio. Erano apparsi come dal nulla, tanto che l’oste si era sentito morire prima ancora che la lama affondasse in quelle carni. L’uomo indietreggiò terrorizzato. Gli occhi di Arendel lo fissavano, vacui e severi allo stesso tempo. Inciampò su uno sgabello e cadde. Strisciò indietro senza mai voltare le spalle al suo potenziale carnefice. Imboccò la strada per l’uscita secondaria ed eseguì alla lettera ciò che gli era stato detto con frenetica precisione.

L’uomo incappucciato uscì dalla porta principale. Si guardò attorno per assicurarsi che nessuno ancora fosse giunto in soccorso o avesse chiamato la guardia cittadina. Svanì nel buio come se fosse tale, niente più che ombra.

Vagò la mente di Arendel. La schiena scivolò sulla parete fredda e umida del vicolo. Sentì la disperazione assalirlo. Voleva urlare, ma non poteva. Voleva piangere ma il suo cuore era ormai incapace di provare quella sensazione liberatoria. La mano gli tremò. Lasciò cadere il suo pugnale. Desiderava qualcosa e vedeva che ciò era sempre più difficile da raggiungere. Nel silenzio mise la testa tra le mani e si rassegnò. Ogni volta che doveva uccidere qualcuno per salvare la vita di sua figlia, egli si sentiva morire sempre di più. E si disperò perché, come già in passato, non tutte le vittime avrebbero avuto una seconda possibilità.

***

Le tozze dita della mano di Bazam continuavano a sfogliare le pagine di un tomo vecchio e impolverato. La tonda faccia coperta dal grigio di lunghi capelli e folta barba, faceva sembrare piccolo l’antico libro. In realtà Bazam aveva una fisionomia molto particolare. Era basso la metà di un uomo comune ma pesava quasi il doppio. Aveva mani e piedi sproporzionati e un testone tanto grosso quanto buffo. Anche se gli stessi libri della sua biblioteca lo dipingevano con il nome di nano, Bazam preferiva farsi definirsi solo uno diversamente uomo.

Il bibliotecario era affascinato dalla storia e dalla cultura delle persone con cui viveva e nei suoi studi aveva imparato a conoscere anche la razza dei nani in cui non riusciva proprio a identificarsi.

«Interessante…»

Il nano passava le sue giornate lavorando nella sua biblioteca e il resto del tempo lo trascorreva studiando e facendo ricerche. Nella sua vita aveva alternato lunghi periodi di viaggio ad altri di completa clausura. Era innamorato della conoscenza.

«No, un nano non capirebbe. Piuttosto spaccherebbe il leggio con un’ascia…»

Bazam era solito paragonare quello che avrebbe fatto un nano con quello che avrebbe fatto un uomo, mentre leggeva dagli archivi della storia locale. Nonostante continuasse a dire di non saper pensare come un nano, sapeva sempre dare la risposta su cosa avrebbe fatto uno della sua razza.

«A cosa potrà mai servire un anello magico che ti rende sordo e muto per qualche secondo appena lo tocchi? Non vedo neppure il perché debba essere catalogato», disse armeggiando con un bizzarro anello rosso tra le mani.

Khaled Bazam, chiamato solo Bazam da amici e clienti, non che fossero molti, era un tipo notoriamente bizzarro, un po’ goffo per la sua mole, sicuramente un po’ ingenuo e ogni tanto avventato, e, secondo i racconti di molti, dalla memoria corta per le cose che il suo cervello riteneva poco importanti.

Di sicuro Bazam era un tipo estremamente curioso e questo suo modo di essere lo aveva spesso condotto in situazioni dove la mancanza totale di paura gli aveva fatto rischiare la vita. In tanti lo credevano pazzo, pochi si fidavano ciecamente di lui, convinti che fosse illuminato dagli stessi Dei.

«Noooo… questo non è vero. Sono sicuro di aver letto il contrario da qualche altra parte». E sebbene continuasse a negarlo, soleva parlare da solo.

Bazam sollevò di scatto la testa e si guardò indietro. Gli era parso di aver sentito un rumore. Guardò in fondo al corridoio centrale della biblioteca. Le candele erano quasi tutte spente. Non vide nulla. Dalle finestre passava solo poca luce riflessa dalla luna.

La biblioteca non era molto grande, ma al suo interno Bazam possedeva migliaia di tomi sui più disparati argomenti, dalla storia alla magia, dalla geografia alle commedie e così via.

Il nano crucciò la fronte, scosse un po’ il capo, quindi si chinò di nuovo sul libro che stava leggendo. Voltò pagina e fece ondeggiare un po’ le gambe sospese a mezzaria. Vivendo in una città di uomini non era facile trovare sedie per la sua misura, e dopo aver rotto con il suo peso quella che si era fatto costruire apposta, non aveva più voluto perderci tempo.

Due candele si spensero. Bazam alzò ancora il capo e guardò indietro. Sollevò un sopracciglio in un espressione perplessa. Estrasse una piccola bottiglia da una tasca cucita sul cinturone. Stappo coi denti il tappo di sughero e lo lasciò cadere sul suo grosso palmo. Bevve un corposo sorso di un amaro di erbe, quindi richiuse la bottiglia. Discese dalla sedia.

«Sta cambiando il tempo… soffia il vento».

Bazam giunse sotto la finestra. Era a misura d’uomo. La biblioteca l’aveva ricevuta in eredità dal vecchio proprietario, un anziano uomo che non l’aveva chiusa solo perché quel giovincello che era un tempo il nano, ogni giorno stava lì a studiare. Mi fai rivivere i vecchi tempi, gli aveva detto il vecchio bibliotecario poco prima di morire e di lasciargli tutti i suoi beni. Il rapporto che Bazam aveva avuto con Norman, il precedente proprietario, era stato molto particolare perché l’uomo aveva rivissuto grazie al nano i migliori viaggi della sua vita. I due erano diventati veri amici in poco tempo. Bazam non soffrì per la morte di Norman, ma non perché non gli dispiacesse, ma semplicemente perché i libri gli avevano insegnato tante cose belle sulla morte e sapeva che l’uomo aveva vissuto tante esperienze da non dover patire prima di approdare su lidi migliori. Sebbene ne sentisse la mancanza, Bazam era riuscito ad andare avanti con allegria, solarità e la promessa che avrebbe mantenuta viva l’attività della biblioteca. Almeno finché gli fosse stato possibile.

Il nano provò ad allungare un braccio verso la finestra. Ci provava sempre, come se si aspettasse di essere diventato di colpo più alto. Mosse la testa con disappunto. Si guardò attorno. Prese una sedia e la pose sotto la finestra aperta. Inspirò e trattenne il respiro, in modo da lasciare più spazio alle sue corte gambe per sollevarsi. Si arrampicò con difficoltà sulla sedia. Aveva il fiatone come se avesse scalato un monte. Protese il braccio in alto e con la punta dell’indice riuscì a spingere la finestra e quindi a chiuderla. Un’altra candela si spense.

Il rumore di passi echeggiò tra gli scaffali. Bazam si voltò e si guardò attorno. Discese lentamente dalla sedia. L’enorme pancia sfidò la resistenza della cintura… e vinse.

«Dovresti usare un bastone per chiudere le finestre».

«Hiic!»

Bazam cadde per terra, inciampando sui suoi stessi calzoni. Il suono che emise fu stridente. Il nano tirò al petto le braccia tremanti con i pugni sollevati e chiusi.

«Bazam». Dall’ombra apparve un mantello scuro. Anche se ci fosse stata più luce il volto non sarebbe stato visibile. Ma il bibliotecario sapeva benissimo di avere dinnanzi a sé l’assassino silente.

«Bazam Khaled… per gli Dei, copriti». Arendel fece un passo verso la sua destra, estrasse un fiammifero e accese una candela. «Dovresti tenerne di più accese. La porta d’ingresso ne spegne molte quando qualcuno entra».

«Non che io aspettassi visite». Bazam rispose alzandosi goffamente e sollevando i pantaloni.

«Ti ho spaventato?»

«Tu? Nooooo. Affatto». Il bibliotecario scosse le mani e il capo. I pantaloni caddero ancora. «Mi stavi solo facendo venire un attacco di cuore!» Bazam urlò mentre con una mano si reggeva i calzoni e con l’altra puntava un dito verso l’uomo.

«Ben tornato ragazzo». Concluse sorridendo.

«Perdonami Bazam, ma sai che non voglio farmi vedere qui con te. Non voglio metterti in pericolo. E sono sicuro che se qualcuno sapesse che sono qui, lo saresti. Non mi stupirei nemmeno di vederti apparire nella mia lista». Arendel abbassò il cappuccio.

«Come è andato il tuo ultimo lavoro?» Bazam camminò fino al tavolo dove stava leggendo, aprì un cassetto ed estrasse un nuovo cinturone.

«Come speravo. L’ho mandato…» la frase rimase in sospeso. Bazam si intromise.

«Non voglio saperlo. Mi basta sapere che il mio vecchio cavallo abbia salvato una vita».

«Si. E sicuramente il suo fantino sarà più facile da trasportare», sorrise Arendel.

Il nano finì di sistemarsi il cinturone, quindi prese una teiera e versò del the verde in una tazza. Aprì un altro cassetto e prese un’altra tazza. Vi soffiò dentro, quindi usò la strofinò con una manica e vi versò dentro la bevanda.

«Bene», iniziò a sorseggiare. Arendel prese la tazza e la avvicinò al naso. Il the profumava di un aroma delizioso. Ormai l’uomo era abituato a quelle scene che ad altri sarebbero sembrate disgustose. Sorseggiò. «Ho trovato qualcosa», continuò il nano.

Arendel osservò il tavolo. C’erano diversi libri aperti e altri chiusi. Uno di questi aveva un particolare segnalibro: la daga d’argento con cui era stata assassinata sua moglie.

«Oh… scusami», Bazam chiuse rapidamente alcuni libri. «C’è un po’ di confusione. Stavo leggendo libri su oggetti magici e artefatti caduti dal cielo… niente di importante». Il nano tolse di mezzo due tomi e riaprì quello in cui c’era il pugnale.

«Ho trovato il simbolo che cercavamo in un altro libro».

«Di che cosa parla?»

«Parla dei forgiatori di Krark», rispose seccamente il nano, prima di buttar giù un altro sorso di the. Sfogliò rapidamente un paio di pagine, quindi si fermò su di una in particolare.

«L’Occhio di Krark. Mi avevi già mostrato quel disegno». Arendel osservò un’immagine dipinta sulla pagina del tomo. Bazam gli aveva già mostrato quel disegno la prima volta che si erano incontrati. L’Occhio di Krark era l’unico indizio che aveva Arendel per sapere da dove provenisse l’assassino di sua moglie e, informazione ancora più importante, il suo mandante.

«Si ma questa volta c’è di più».

«Hai scoperto dove si trova la torre che mi avevi mostrato?»

«No», Bazam chinò il capo come fosse una sconfitta, ma lo risollevò subito assumendo un’espressione contenta. «Però ho trovato buone notizie storiche su chi sia Krark e chi siano i suoi seguaci. La torre resta ancora avvolta nel mistero della leggenda. I più famosi storici affermano che non esista e che sia solo frutto della fantasia».

«Non importa, dimmi cosa hai trovato», Arendel sorrise al bibliotecario e sorseggiò il the.

«Qui dice…», l’indice di Bazam corse lungo le righe della pagina successiva. «Krark era un condottiero. Le sue armi traevano potere magico dalla gemma che egli aveva infilato al posto del suo occhio», il nano assunse un’espressione schifata. «Sacrificò il suo occhio agli Dei in cambio della capacità di forgiare armi molto particolari».

«C’è altro?»

«Si. I forgiatori erano i seguaci di Krark, coloro che gli obbedivano ciecamente in cambio di parte del potere che egli conquistava con le sue armi». Bazam chiuse il tomo.

«Non capisco come ciò possa aiutarmi», Arendel si portò il volto tra le mani e si grattò gli occhi come se volesse scrollarsi di dosso la stanchezza.

«Nella pagina seguente uno storico fa riferimento al tomo dei quattro rintocchi, un arcano libro che si dice contenga gli incantesimi di guerra più antichi e dimenticati e all’interno del quale forse potremo trovare il segreto di Krark».

Arendel rimase in un silenzio riflessivo.

«Questo potrebbe farci capire che legame c’è tra colui che cerchi e l’Occhio di Krark».

«Potrebbe essere solo una coincidenza, dannazione!»

L’assassino silente diede un pugno sul tavolo e si alzò in piedi in uno scatto di disperazione. Bazam sentì il respiro dell’uomo farsi più pesante.

«Io sono sicuro che invece sei sulla pista giusta. Questo pugnale è solo il punto di partenza ma ti indica la via da seguire. Me lo dice il mio istinto». Bazan poggiò una mano sul fianco dell’uomo. Avrebbe voluto metterla sulla spalla ma non aveva modo di arrivarci.

«Se almeno mi dicessi come hai trovato questo pugnale o perché cerchi di raggiungere il suo possessore, forse potrei aiutarti di più».

Arendel rimase ancora in silenzio. Poi si voltò e si chinò sulle ginocchia.

«Non l’ho trovato per caso. Era piantato come firma dell’assassino di mia moglie». Tutto fu d’improvviso più chiaro per Bazam. Il nano si morse le labbra per un istante e abbassò lo sguardo. Poi sorrise e poggiò le sue mani grassocce sulle ginocchia dell’uomo.

«Potremmo andare insieme, in incognito alla gilda dei maghi di Sarradun, la capitale, a dare una sbirciatina ai libri proibiti… quelli tra i quali si annovera il tomo dei quattro rintocchi». Bazam scosse un po’ Arendel. «Magari così mi racconterai tutta la tua storia», parlò ancora con il sorriso sulle labbra. «Finalmente», aggiunse.

«Meno sai della mia storia e meno sarai in pericolo, mio piccolo amico». Arendel si alzò in piedi, si sedette nuovamente con calma e riprese a sorseggiare il the. Bazam si arrampicò nuovamente sulla sua sedia e ricominciò a sfogliare i suoi libri.

«Troveremo qualcosa, sta tranquillo».

Arendel sollevò lo sguardo e fissò il nano. Un sorriso naturale gli nacque sul volto.

«Non sai nulla di me e di ciò che sto cercando, di quale sia il mio lavoro. Sei una brava persona», fece una pausa. «Eppure aiuti un assassino come se fosse il tuo migliore amico». Bazam sorrise di rimando con gli occhi. «Perché?»

Bazam discese dalla sedia e cominciò a passeggiare lungo i corridoi della biblioteca. Arendel lo seguì a breve distanza, in religioso silenzio.

«Perché quando ci siamo incontrati per la prima volta io non ti ho visto soltanto uccidere…»

***

La voce di Dana echeggiava nelle sale vuote del tempio. La melodia non aveva bisogno di essere accompagnata da strumenti perché il canto da solo bastava a trasmettere leggiadria. La sacerdotessa stava completando gli esercizi quotidiani. Soleva fermarsi più degli altri al tempio. Era l’unica della sua congregazione a essere coinvolta anche in aspetti politici.

Occhi azzurrissimi e capelli color oro emergevano nella tenue luce prodotta da poche candele accese tra le colonne del tempio. Il canto si fermò. Passi lenti echeggiarono nella sala. Il rumore di tacchi metallici non poteva essere confuso.

«Qual buon vento porta qui Sor Bahuen, del dominio di Mytel?»

«Forse il canto della sacerdotessa di Kyrion. O forse la sua bellezza. Di sicuro qualcosa di lei che mi ha attirato in questo luogo» replicò l’uomo.

«Non ti aspettavo». Dana assunse un sorriso misto tra sorpresa e felicità.

«Hai degli impegni?»

«No». La donna si avvicinò a Bahuen, che nel frattempo aveva raggiunto l’altare rituale. «A dir la verità si. Attendo il bibliotecario. Gli ho commissionato una ricerca e mi porterà ciò che gli ho chiesto direttamente qui al tempio».

Sor Bahuen protese un braccio in avanti e avvolse il fianco della sacerdotessa. Fece attenzione a non stropicciare il delicato abito di seta bianca che essa indossava. Era la veste rituale delle dame pure, le più alte nei riti della Forte Fede. Lunga e leggera, aderente ai fianchi e larga sulle gambe, la veste copriva tutto il corpo, anche le braccia con lunghe maniche decorate di ricami.

«Sai che per il rito della sera non si porta nulla sotto la veste?»

L’uomo rimase immobile. Osservò ogni singolo movimento del viso di Dana, cercando di scrutarne i sentimenti e soprattutto le voglie.

«Il nano non ha le chiavi della porta». La donna indietreggiò lentamente, volgendosi verso l’altare e trascinando per un braccio Bahuen. Con agilità e al tempo stesso sensuale leggiadria, balzò sulla struttura di marmo e vi si sedette. Le sue braccia abbracciarono il collo del Sor e lo avvicinarono.

«Penso che perderà ancora un po’ di tempo» disse Dana, parlando del bibliotecario.

«Dana, qui? Nel tempio? Questo è un atto blasfemo». Sor Bahuen parlò con poca convinzione, mentre si liberava della cintura.

«Credi ancora negli Dei… e nelle favole?»

«No».

Quella risposta decretò il silenzio nella sala. Condizione che durò per ben poco tempo.

La finestra si chiuse silenziosa. Dall’alto del corridoio sopraelevato dei passi silenziosi si confusero con i blasfemi gemiti di piacere di Dana. Come un’ombra nel buio, il predatore osservava la sua vittima. L’uomo si chinò e si concentrò. Doveva attendere. C’era una persona di troppo e non poteva permettersi di lasciare testimoni.

Arendel aveva già ucciso in battaglia, ma in quel preciso istante realizzò che stava per diventare un assassino.

Dana e Bahuen si lasciarono quando ormai la notte era inoltrata. Arendel attese che la porta fosse chiusa e le serrature bloccate dalla sacerdotessa per entrare in azione.

La donna ritornò al suo posto, depose la veste rituale nell’armadio e indossò abiti più comuni. Sedette su di una sedia di legno dietro un tavolo pieno di appunti e libri. Attendeva che il bibliotecario le portasse qualcosa. Arendel seppe di avere poco tempo per agire.

Le delicate dita di Dana sfogliavano varie pergamene. Le dita dell’altra mano reggevano una penna d’oca con la quale aggiungeva le sue note su qualcosa che sembrava uno spartito musicale.

Arendel chiuse gli occhi. Sentì un brivido lungo la schiena. Rimase immobile e incapace di reagire per diverso tempo. La sua mano stringeva il pugnale affilato e appuntito, sottile pezzo di metallo che presto si sarebbe macchiato del sangue di una donna innocente. Il tremore si fece più intenso. La lama toccò una ringhiera e risuonò nel tempio.

Dana alzò lo sguardo. Osservò attorno a sé ma non vide nulla. Non fece caso più di tanto al rumore. Poteva essere un animale o semplicemente il vento. Ricominciò a scrivere. Ma quel rumore non aveva destato solo la sua attenzione, bensì aveva richiamato in un attimo tutta la freddezza di Arendel.

La mano della donna cadde sul tavolo urtando il calamaio e facendo versare l’inchiostro sulla carta. Il nero si confuse lentamente con il rosso del sangue di Dana. I due colori non si mischiarono. L’inchiostro rimase una terribile cornice della firma dell’assassino. Il pugnale era penetrato preciso sulla nuca della donna.

Dana divenne una statua di pietra con il petto poggiato sul tavolo e la testa che pendeva in avanti. Il sangue gocciolava sempre più copioso. Era morta sul colpo. Almeno non ha sofferto, si disse Arendel cominciando a realizzare ciò che aveva appena compiuto.

Arendel discese dalla balconata interna del tempio e raggiunse il cadavere. Sentì il cuore salirgli in gola. Ebbe un conato di vomito. Aveva visto mille altri cadaveri ma quello era il primo che lo faceva sentire veramente un assassino. Sollevò lentamente la mano e raccolse il pugnale. Un piccolo spruzzo di sangue fuoriuscì insieme alla lama. Ripulì l’arma con un panno quindi la infoderò.

L’uomo piegò le gambe e appoggiò le spalle al tavolo. Si portò le mani al viso e sentì le lacrime sgorgargli dagli occhi. Gli bruciavano e gli pareva che stessero sanguinando. Trattenne a stento i gemiti, e non udì la porta secondaria del tempio aprirsi.

«C’è nessuno?»

Arendel si alzò sentendo il panico crescere dentro di sé. Vide la porta sul lato del tempio chiudersi e un nano entrare con passo discreto. I loro occhi si incrociarono. Il nano spostò lentamente il suo sguardo verso il cadavere della donna e realizzò subito l’accaduto, ma non si scompose.

Bazam, il bibliotecario osservò attentamente gli occhi di Arendel e percepì le sue sensazioni.

«Che cosa hai visto?»

Arendel fece la prima domanda che gli venne in mente. Avanzò rapido verso il nano ed estrasse l’arma.

«Tu non hai ucciso quella donna». Le parole del nano suonarono in modo strano all’orecchio di Arendel che non ne colse la sottigliezza.

L’uomo aveva il volto coperto dal cappuccio e il corpo dal mantello. Pensò rapidamente a cosa fare e agì d’istinto. Non voleva uccidere un altro innocente così balzò lateralmente e con l’impugnatura colpì forte alla nuca del nano tramortendolo.

L’assassino svanì nel buio della notte, terrorizzato da ciò che era accaduto ma soprattutto da se stesso.

La vista annebbiata dalle lacrime si schiarì. Guardò il nome di sua figlia inciso sull’anello e ripensò agli strani disegni incisi sul pugnale con cui era stata uccisa sua moglie. Non appena fosse giunta la mattina sarebbe dovuto andare in biblioteca a cercarne l’origine.

***

Arendel entrò nella biblioteca. Era impregnata di uno strano fascino, come se l’antichità di quei libri riempisse l’aria. L’uomo rimase assorto nell’atmosfera del luogo e non si accorse di null’altro attorno a lui.

«Io posso aiutarti». La voce di Bazam riportò Arendel alla realtà.

«Può darsi» esordì l’uomo. «Stavo cercando…» il nano lo interruppe subito.

«La mia non era una domanda. Io so di poterti aiutare».

«Cosa vuoi dire?»

«Dana Daneir, sacerdotessa del tempio di Kyrion ormai in rovina. Infedele al suo Dio e impegnata in intrighi politici affinché possa fregiarsi di titoli e ricchezze. Nessuno si accorgerà della sua scomparsa. Ormai sono troppo pochi i sacerdoti e ancor meno i fedeli. Un fatto del genere non farebbe altro che far traballare ancora la loro posizione». Arendel rimase attonito.

«Lord Bahuen, Sor della città di Corman e aspirante al dominio di Mytel, su cui pende l’accusa di blasfemia dovuta a una fantomatica relazione con la sacerdotessa, non né parlerà perché farlo porterebbe all’attenzione di tutti questo evento e la sua posizione politica ne risentirebbe fortemente». L’uomo continuò ad ascoltare.

«Un omicidio organizzato a regola d’arte, nella sua incomprensibile semplicità. E un uomo che piange per ciò che ha fatto non ha tutta questa arguzia dei particolari. L’ho letto nei tuoi occhi, assassino silente». Il nano concluse con espressione seria e pacata. «Io posso e voglio aiutarti».

Arendel non disse nulla. Accettò quello che il nano aveva visto. Si instaurò istantaneamente un empatia tra i due. Bazam dimostrò subito di essere il genere di persona che non tollera quel genere di soprusi.

L’assassino silente, così l’aveva chiamato, seppe che poteva fidarsi.

***

«…questo è il motivo per cui ho deciso di aiutarti». Bazam rispose con poche parole alla domanda di Arendel, tirando fuori quei pochi elementi che gli ricordavano la sua volontà di far vincere il bene e di porre fine a inutili spargimenti di sangue.

Arendel rimase sovrappensiero per qualche istante, immerso in immagini che gli ricordavano tutte le missioni che aveva compiuto.

La gente dimentica troppo velocemente chi scompare. Anche se muore una persona ogni mese, o addirittura ogni dieci giorni, dopo una breve lamentela tutto svanisce. Questo è assurdo. Arendel strinse i pugni. Sembra quasi che il mandante sappia perfettamente come non smuovere le acque e abbia solo bisogno di un braccio esecutivo.

«Devo scoprire di più su questo Occhio di Krark», ribadì Arendel.

«Se non vuoi seguire i miei suggerimenti, perché non provi a chiedere a…» le parole gli morirono in gola.

«No. Il mercante di informazioni era la mia ultima vittima. Non posso raggiungerlo ora». L’assassino silente si fermò sull’uscio. «Partiremo domani. Grazie Bazam».

Arendel uscì dalla biblioteca facendo attenzione a non farsi notare. Aveva raccolto poche informazioni. Sarebbe tornato da Bazam per prepararsi alla partenza ma prima doveva essere sicuro di non avere altri lavori da fare.

***

L’assassino silente camminava cauto per i vicoli che lo avrebbero condotto in quel luogo che ormai doveva chiamare casa.

Nel silenzio della notte, il rumore di un barattolo che tintinnava sui ciottoli, spezzò il suo flusso di pensieri. Guardò le varie strade davanti a sé. Non imboccò la solita ma si diresse verso un luogo più remoto. Una vecchia costruzione abbandonata, fatta di mattoni rossi e travi di legno antico. Era stata una bellissima abitazione un tempo, quella di un valoroso guerriero.

Erano passati cinque anni da quando aveva visto l’ultima volta la sua vera casa. Ebbe nostalgia e si fermò davanti al luogo della tragedia che gli aveva cambiato la vita, e si perse nei ricordi.

***

Aprendo la porta di casa, sentì un odore diverso dal solito. Non era la fragranza delle pietanze cotte per la cena, bensì un fastidioso odore di bruciato.

Arendel si avvicinò alla grossa pentola posta sul fuoco. Il brodo era tutto evaporato e la carne stava bruciando attaccata alle pareti metalliche. La fiamma avrebbe dovuto essere spenta da diverse ore. Scostò con la spada i tizzoni e il legno ancora incandescente, quindi la fece scemare lentamente.

Uno strano silenzio regnava in casa. Il guerriero avanzò verso i gradini che portavano al piano superiore. Guardò la porta sul giardino. Era chiusa. Non v’erano segni di scasso. La mano si avvicinò all’elsa.

Gradino dopo gradino raggiunse il secondo piano. Una fioca luce di candela ondeggiava nel corridoio subito dopo le scale e sembrava provenire dalla stanza matrimoniale. D’improvviso la luce si spense. Nessun rumore e buio. Arendel cominciò a sentire il cuore battergli e rimbombare tra le mura della sua casa. Ridusse al minimo i suoni cercando di non far neppure frusciare i vestiti. Slegò il mantello e lo adagiò per sulla scala. Avanzò lento fino alla porta della stanza, quindi appoggiò le spalle al muro e si affacciò quel tanto che bastava per guardare con un occhio solo.

Poca luce filtrava dalla finestra aperta. Erano i raggi di luna che facevano scintillare qualcosa nel buio. La tenda seguiva i movimenti della brezza. Arendel entrò nella stanza, facendo attenzione a rimanere nascosto nelle ombre e a non far rumore.

La stanza non era molto grande. La vista dell’uomo si abituò velocemente al buio. Osservò ogni angolo e vide che nulla sembrava fuori posto. Ebbe un brivido nel vedere una figura umana distesa sul letto. Il petto era fermo, non sembrava respirare. Il riflesso della luna toccava qualcosa di metallico vicino al corpo. Arendel sentì un brivido lungo la schiena. La mano ferma del guerriero cominciò a tremare. Raccolse dal tavolo al centro della stanza un fiammifero e, rimanendo allerta, accese la candela. Inorridì.

Arendel sentì i suoi muscoli divenire pietra. Spalancò la bocca e fissò il letto. Una pozza di sangue imbrattava le lenzuola. Sua moglie era distesa in maniera scomposta. I polsi erano legati alla struttura del letto e gli occhi erano aperti in un’espressione di terrore. Il metallo che aveva scintillato dei raggi lunari era un pugnale conficcato sul suo petto. I capelli erano diventati rossi per il sangue e non erano più dello stesso colore dei suoi occhi, cioé quello da cui i suoi genitori le avevano dato il nome…

***

«Ambra». Arendel pronunciò il nome di sua moglie e, rivivendo queli attimi drammatici, sentì le sue gambe irrigidirsi e subito dopo rammollirsi.

Per un anno era rimasto confinato in quella casa, uscendo solo per gli allenamenti, suo unico sfogo, convinto di avere perso tutto. Ambra era morta e sua figlia Juleen era svanita. Inizialmente non si era parlato d’altro nella città di Corman e nei suoi villaggi vicini. Poi la notizia aveva perso di importanza tra le bocche dei bardi, superata dagli avvenimenti politici e dalle notizie delle guerre di assestamento tra vari domini. Infine l’evento era rimasto solo nella mente di Arendel e nessuno se ne era più occupato. Gente senza storia, senza passato. Senza presente e senza futuro, pensò Arendel fissando un ultimo istante la sua vecchia casa.

Voltò le spalle alla vecchia casa, quindi si incamminò verso la nuova. Un fiume di pensieri e di ricordi inondò la sua mente e non poté fare a meno di ripensare all’incontro che, al termine di quell’anno di isolamento, gli aveva cambiato la vita, giusto nel luogo dove si stava recando.

* Arendel *

Il cappuccio del mantello gli occultava il volto, mentre con movimenti lenti le sue mani sbucciavano una mela, verde, dura, probabilmente acerba. Il tessuto grigio scurissimo scendeva fino a terra, libero di svolazzare leggermente ogni volta che qualcuno apriva la porta di legno della taverna.

L’uomo seduto al tavolo ignorava la musica attorno a sé, e con essa tutti coloro che erano andati in quel luogo per bere, divertirsi e rilassarsi. Non diede attenzione neppure alle donne, né le locandiere né le prostitute che si avvicinavano. Proseguì soltanto a tagliare con perfezione chirurgica la buccia del frutto che teneva in mano. Il movimento si fermò per qualche istante. Fissò l’anello che portava sull’indice della mano destra. Era una semplice fascetta, piccola e argentata. Su di essa era inciso un nome, Juleen. Era il nome di sua figlia. La mano si strinse attorno al coltello e tremò per qualche istante, poi tornò immobile. Tolse anche l’ultimo pezzetto della buccia e guardò la mela, ormai quasi una sfera perfettamente liscia. Incisione dopo incisione ne tagliò piccoli pezzi e cominciò a mangiarli, ignorando sempre tutti coloro che gli stavano attorno.

Si fece tardi, la taverna cominciò a svuotarsi. La lama del coltello era ancora umida e la mela, dopo ore, non era ancora finita. L’uomo incappucciato attese fino a che tutti gli ospiti della locanda, tranne uno, non fossero andati via.

La mezzanotte era passata da un pezzo e nel locale rimaneva un uomo quasi ubriaco che barcollando continuava a insistere di volere un’altra pinta. Allegro e baldanzoso per la proficua serata, l’oste dietro il bancone si rifiutò. Volse lo sguardo verso l’uomo che per tutta la sera non aveva ballato o dato retta a nessuno e che, dopo aver bevuto d’un fiato un bicchiere di vino pregiato, aveva mangiato solo una mela, “la più verde che hai” aveva detto con tono pacato.

Incuriosito, l’oste si avvicinò verso il tavolo. L’ubriacone approfittò dell’assenza dell’oste per versare un altro po’ di birra nel suo boccale, “alla tua” urlò, prima di sedersi sullo sgabello, rivolto verso la scena che nessuno avrebbe sperato di vedere da lucido.

«Ehi tu», esordì l’oste, «non è tardi per stare ancora qui?»

«Sei tu il mercante di informazioni?» domandò l’uomo a voce bassa, con tono controllato e glaciale.

«Non so di che stai parlando». L’oste dipinse sul suo volto un’espressione contrita, ma palesemente falsa. Agitò le mani e rise nervosamente.

La testa dell’uomo si alzò leggermente. Dal cappuccio si intravedevano due occhi neri brillanti e un accenno di barba incolta copriva un viso giovane ma segnato da una profonda cicatrice orizzontale appena sotto l’occhio sinistro. L’espressione in quel volto era seria e gelida.

«Ehi amico…» l’oste provò a spezzare la tensione del momento «perché quella faccia?»

«Che faccia pensi che avresti se il tuo lavoro fosse uccidere uomini?»

La voce divenne quasi una terribile vibrazione che gli fece tremare persino le labbra. «Non ti rifarò la domanda un’altra volta».

«S…si… sono io» balbettò l’oste.

«Qualcuno dice che hai comprato qualcosa che non era in vendita». Il tono si fece velatamente minaccioso.

«Io… io…»

«Non hai bisogno di giustificarti. Però prima di morire potresti dirmi dove si trova l’Occhio di Krark»

«Non so cosa sia» disse l’oste terrorizzato.

«Andiamo» lo esortò «la famigerata torre nascosta. Uno che traffica con le informazioni deve averla sentita almeno una volta nella sua vita» continuò.

«Giuro che non so di cosa parli… ti prego non uccidermi» si guardò a destra e a sinistra. L’uomo incappucciato percepì che cercava qualcuno. Ma egli sapeva già chi.

«Le tue guardie personali sono impossibilitate ad agire in questo momento. Devi scusarmi ma ho bisogno di calma per fare il mio lavoro».

«N… non conosco l’occhio… quel posto lì» concluse deglutendo a fatica.

Con un balzo improvviso l’uomo incappucciato si alzò dalla sedia, roteò vistosamente il pugnale e lo accompagnò velocemente verso il fianco dell’oste. Contemporaneamente l’altra mano raggiunse la gola della vittima stringendola e bloccandogli il fiato e con esso ogni possibilità di movimento. L’oste chiuse le mani sul polso del suo carnefice ma non riuscì a liberarsi sebbene avesse una corporatura ben più robusta.

La lama affondò impietosa e fiotti di liquido rosso sgorgarono sporcando il pavimento. L’ubriaco vide la scena, lasciò cadere il boccale che si frantumò in mille pezzi e corse fuori urlando.

***

La mente dell’assassino volò indietro di qualche giorno, quando per l’ultima volta, dopo innumerevoli volte, aveva parlato con il suo mandante.

«Dovresti ringraziarmi»

«Per cosa? Per avere ucciso mia moglie e per avere rapito mia figlia?»

«Ascoltami. Tu sei uno dei migliori guerrieri di tutte le terre che conosco. Così facendo ti costringo a imparare a essere il combattente perfetto, colui che è capace di uccidere senza traccia e in ogni condizione, colui che sa sfruttare ogni occasione…». Arendel rimase ad ascoltare in silenzio. «Dovresti ringraziarmi perché io ti sto insegnando tutte queste cose».

«Puoi insegnarmi a essere il più grande guerriero su questa terra, ma se io sono per la pace, ucciderò solo finché mi servirà per sopravvivere». Il tono si fece sottile e la voce quasi impercettibile.

«Tu ucciderai finché la tua vita», fece una pausa, «e finché la sua vita, saranno legate alla mia».

«Sfiorala soltanto e…»

«Calma», lo interruppe con estrema semplicità, «non hai potere di contratto. Ora va e compi il tuo dovere, sai bene che non avrai altro modo di assicurarti che non accada nulla di brutto».

Arendel si voltò, srotolò la pergamena e lesse la descrizione e la locazione della sua prossima vittima. Era un semplice oste.

***

«Un testimone ti ha visto morire. Confido che tu creda nel fatto che la seconda volta non sarò un attore. Fuori dalla porta del retro c’è una sacca con dei trucchi per camuffarti. Dipingiti il volto, incollati la barba, indossa i vestiti che troverai lì a fianco e prendi il cavallo legato al palo di fronte l’uscita. Corri e vai a Nord. Lascia Teril Moonshade e vai verso le terre di Esilio. Sparisci da queste terre e crea una nuova vita laggiù».

Arendel allontanò il braccio dal fianco dell’uomo e tolse i brandelli del cuore di maiale che aveva usato per simulare l’omicidio. Erano apparsi come dal nulla, tanto che l’oste si era sentito morire prima ancora che la lama affondasse in quelle carni. L’uomo indietreggiò terrorizzato. Gli occhi di Arendel lo fissavano, vacui e severi allo stesso tempo. Inciampò su uno sgabello e cadde. Strisciò indietro senza mai voltare le spalle al suo potenziale carnefice. Imboccò la strada per l’uscita secondaria ed eseguì alla lettera ciò che gli era stato detto con frenetica precisione.

L’uomo incappucciato uscì dalla porta principale. Si guardò attorno per assicurarsi che nessuno ancora fosse giunto in soccorso o avesse chiamato la guardia cittadina. Svanì nel buio come se fosse tale, niente più che ombra.

Vagò la mente di Arendel. La schiena scivolò sulla parete fredda e umida del vicolo. Sentì la disperazione assalirlo. Voleva urlare, ma non poteva. Voleva piangere ma il suo cuore era ormai incapace di provare quella sensazione liberatoria. La mano gli tremò. Lasciò cadere il suo pugnale. Desiderava qualcosa e vedeva che ciò era sempre più difficile da raggiungere. Nel silenzio mise la testa tra le mani e si rassegnò. Ogni volta che doveva uccidere qualcuno per salvare la vita di sua figlia, egli si sentiva morire sempre di più. E si disperò perché, come già in passato, non tutte le vittime avrebbero avuto una seconda possibilità.

***

Le tozze dita della mano di Bazam continuavano a sfogliare le pagine di un tomo vecchio e impolverato. La tonda faccia coperta dal grigio di lunghi capelli e folta barba, faceva sembrare piccolo l’antico libro. In realtà Bazam aveva una fisionomia molto particolare. Era basso la metà di un uomo comune ma pesava quasi il doppio. Aveva mani e piedi sproporzionati e un testone tanto grosso quanto buffo. Anche se gli stessi libri della sua biblioteca lo dipingevano con il nome di nano, Bazam preferiva farsi definirsi solo uno diversamente uomo.

Il bibliotecario era affascinato dalla storia e dalla cultura delle persone con cui viveva e nei suoi studi aveva imparato a conoscere anche la razza dei nani in cui non riusciva proprio a identificarsi.

«Interessante…»

Il nano passava le sue giornate lavorando nella sua biblioteca e il resto del tempo lo trascorreva studiando e facendo ricerche. Nella sua vita aveva alternato lunghi periodi di viaggio ad altri di completa clausura. Era innamorato della conoscenza.

«No, un nano non capirebbe. Piuttosto spaccherebbe il leggio con un’ascia…»

Bazam era solito paragonare quello che avrebbe fatto un nano con quello che avrebbe fatto un uomo, mentre leggeva dagli archivi della storia locale. Nonostante continuasse a dire di non saper pensare come un nano, sapeva sempre dare la risposta su cosa avrebbe fatto uno della sua razza.

«A cosa potrà mai servire un anello magico che ti rende sordo e muto per qualche secondo appena lo tocchi? Non vedo neppure il perché debba essere catalogato», disse armeggiando con un bizzarro anello rosso tra le mani.

Khaled Bazam, chiamato solo Bazam da amici e clienti, non che fossero molti, era un tipo notoriamente bizzarro, un po’ goffo per la sua mole, sicuramente un po’ ingenuo e ogni tanto avventato, e, secondo i racconti di molti, dalla memoria corta per le cose che il suo cervello riteneva poco importanti.

Di sicuro Bazam era un tipo estremamente curioso e questo suo modo di essere lo aveva spesso condotto in situazioni dove la mancanza totale di paura gli aveva fatto rischiare la vita. In tanti lo credevano pazzo, pochi si fidavano ciecamente di lui, convinti che fosse illuminato dagli stessi Dei.

«Noooo… questo non è vero. Sono sicuro di aver letto il contrario da qualche altra parte». E sebbene continuasse a negarlo, soleva parlare da solo.

Bazam sollevò di scatto la testa e si guardò indietro. Gli era parso di aver sentito un rumore. Guardò in fondo al corridoio centrale della biblioteca. Le candele erano quasi tutte spente. Non vide nulla. Dalle finestre passava solo poca luce riflessa dalla luna.

La biblioteca non era molto grande, ma al suo interno Bazam possedeva migliaia di tomi sui più disparati argomenti, dalla storia alla magia, dalla geografia alle commedie e così via.

Il nano crucciò la fronte, scosse un po’ il capo, quindi si chinò di nuovo sul libro che stava leggendo. Voltò pagina e fece ondeggiare un po’ le gambe sospese a mezzaria. Vivendo in una città di uomini non era facile trovare sedie per la sua misura, e dopo aver rotto con il suo peso quella che si era fatto costruire apposta, non aveva più voluto perderci tempo.

Due candele si spensero. Bazam alzò ancora il capo e guardò indietro. Sollevò un sopracciglio in un espressione perplessa. Estrasse una piccola bottiglia da una tasca cucita sul cinturone. Stappo coi denti il tappo di sughero e lo lasciò cadere sul suo grosso palmo. Bevve un corposo sorso di un amaro di erbe, quindi richiuse la bottiglia. Discese dalla sedia.

«Sta cambiando il tempo… soffia il vento».

Bazam giunse sotto la finestra. Era a misura d’uomo. La biblioteca l’aveva ricevuta in eredità dal vecchio proprietario, un anziano uomo che non l’aveva chiusa solo perché quel giovincello che era un tempo il nano, ogni giorno stava lì a studiare. Mi fai rivivere i vecchi tempi, gli aveva detto il vecchio bibliotecario poco prima di morire e di lasciargli tutti i suoi beni. Il rapporto che Bazam aveva avuto con Norman, il precedente proprietario, era stato molto particolare perché l’uomo aveva rivissuto grazie al nano i migliori viaggi della sua vita. I due erano diventati veri amici in poco tempo. Bazam non soffrì per la morte di Norman, ma non perché non gli dispiacesse, ma semplicemente perché i libri gli avevano insegnato tante cose belle sulla morte e sapeva che l’uomo aveva vissuto tante esperienze da non dover patire prima di approdare su lidi migliori. Sebbene ne sentisse la mancanza, Bazam era riuscito ad andare avanti con allegria, solarità e la promessa che avrebbe mantenuta viva l’attività della biblioteca. Almeno finché gli fosse stato possibile.

Il nano provò ad allungare un braccio verso la finestra. Ci provava sempre, come se si aspettasse di essere diventato di colpo più alto. Mosse la testa con disappunto. Si guardò attorno. Prese una sedia e la pose sotto la finestra aperta. Inspirò e trattenne il respiro, in modo da lasciare più spazio alle sue corte gambe per sollevarsi. Si arrampicò con difficoltà sulla sedia. Aveva il fiatone come se avesse scalato un monte. Protese il braccio in alto e con la punta dell’indice riuscì a spingere la finestra e quindi a chiuderla. Un’altra candela si spense.

Il rumore di passi echeggiò tra gli scaffali. Bazam si voltò e si guardò attorno. Discese lentamente dalla sedia. L’enorme pancia sfidò la resistenza della cintura… e vinse.

«Dovresti usare un bastone per chiudere le finestre».

«Hiic!»

Bazam cadde per terra, inciampando sui suoi stessi calzoni. Il suono che emise fu stridente. Il nano tirò al petto le braccia tremanti con i pugni sollevati e chiusi.

«Bazam». Dall’ombra apparve un mantello scuro. Anche se ci fosse stata più luce il volto non sarebbe stato visibile. Ma il bibliotecario sapeva benissimo di avere dinnanzi a sé l’assassino silente.

«Bazam Khaled… per gli Dei, copriti». Arendel fece un passo verso la sua destra, estrasse un fiammifero e accese una candela. «Dovresti tenerne di più accese. La porta d’ingresso ne spegne molte quando qualcuno entra».

«Non che io aspettassi visite». Bazam rispose alzandosi goffamente e sollevando i pantaloni.

«Ti ho spaventato?»

«Tu? Nooooo. Affatto». Il bibliotecario scosse le mani e il capo. I pantaloni caddero ancora. «Mi stavi solo facendo venire un attacco di cuore!» Bazam urlò mentre con una mano si reggeva i calzoni e con l’altra puntava un dito verso l’uomo.

«Ben tornato ragazzo». Concluse sorridendo.

«Perdonami Bazam, ma sai che non voglio farmi vedere qui con te. Non voglio metterti in pericolo. E sono sicuro che se qualcuno sapesse che sono qui, lo saresti. Non mi stupirei nemmeno di vederti apparire nella mia lista». Arendel abbassò il cappuccio.

«Come è andato il tuo ultimo lavoro?» Bazam camminò fino al tavolo dove stava leggendo, aprì un cassetto ed estrasse un nuovo cinturone.

«Come speravo. L’ho mandato…» la frase rimase in sospeso. Bazam si intromise.

«Non voglio saperlo. Mi basta sapere che il mio vecchio cavallo abbia salvato una vita».

«Si. E sicuramente il suo fantino sarà più facile da trasportare», sorrise Arendel.

Il nano finì di sistemarsi il cinturone, quindi prese una teiera e versò del the verde in una tazza. Aprì un altro cassetto e prese un’altra tazza. Vi soffiò dentro, quindi usò la strofinò con una manica e vi versò dentro la bevanda.

«Bene», iniziò a sorseggiare. Arendel prese la tazza e la avvicinò al naso. Il the profumava di un aroma delizioso. Ormai l’uomo era abituato a quelle scene che ad altri sarebbero sembrate disgustose. Sorseggiò. «Ho trovato qualcosa», continuò il nano.

Arendel osservò il tavolo. C’erano diversi libri aperti e altri chiusi. Uno di questi aveva un particolare segnalibro: la daga d’argento con cui era stata assassinata sua moglie.

«Oh… scusami», Bazam chiuse rapidamente alcuni libri. «C’è un po’ di confusione. Stavo leggendo libri su oggetti magici e artefatti caduti dal cielo… niente di importante». Il nano tolse di mezzo due tomi e riaprì quello in cui c’era il pugnale.

«Ho trovato il simbolo che cercavamo in un altro libro».

«Di che cosa parla?»

«Parla dei forgiatori di Krark», rispose seccamente il nano, prima di buttar giù un altro sorso di the. Sfogliò rapidamente un paio di pagine, quindi si fermò su di una in particolare.

«L’Occhio di Krark. Mi avevi già mostrato quel disegno». Arendel osservò un’immagine dipinta sulla pagina del tomo. Bazam gli aveva già mostrato quel disegno la prima volta che si erano incontrati. L’Occhio di Krark era l’unico indizio che aveva Arendel per sapere da dove provenisse l’assassino di sua moglie e, informazione ancora più importante, il suo mandante.

«Si ma questa volta c’è di più».

«Hai scoperto dove si trova la torre che mi avevi mostrato?»

«No», Bazam chinò il capo come fosse una sconfitta, ma lo risollevò subito assumendo un’espressione contenta. «Però ho trovato buone notizie storiche su chi sia Krark e chi siano i suoi seguaci. La torre resta ancora avvolta nel mistero della leggenda. I più famosi storici affermano che non esista e che sia solo frutto della fantasia».

«Non importa, dimmi cosa hai trovato», Arendel sorrise al bibliotecario e sorseggiò il the.

«Qui dice…», l’indice di Bazam corse lungo le righe della pagina successiva. «Krark era un condottiero. Le sue armi traevano potere magico dalla gemma che egli aveva infilato al posto del suo occhio», il nano assunse un’espressione schifata. «Sacrificò il suo occhio agli Dei in cambio della capacità di forgiare armi molto particolari».

«C’è altro?»

«Si. I forgiatori erano i seguaci di Krark, coloro che gli obbedivano ciecamente in cambio di parte del potere che egli conquistava con le sue armi». Bazam chiuse il tomo.

«Non capisco come ciò possa aiutarmi», Arendel si portò il volto tra le mani e si grattò gli occhi come se volesse scrollarsi di dosso la stanchezza.

«Nella pagina seguente uno storico fa riferimento al tomo dei quattro rintocchi, un arcano libro che si dice contenga gli incantesimi di guerra più antichi e dimenticati e all’interno del quale forse potremo trovare il segreto di Krark».

Arendel rimase in un silenzio riflessivo.

«Questo potrebbe farci capire che legame c’è tra colui che cerchi e l’Occhio di Krark».

«Potrebbe essere solo una coincidenza, dannazione!»

L’assassino silente diede un pugno sul tavolo e si alzò in piedi in uno scatto di disperazione. Bazam sentì il respiro dell’uomo farsi più pesante.

«Io sono sicuro che invece sei sulla pista giusta. Questo pugnale è solo il punto di partenza ma ti indica la via da seguire. Me lo dice il mio istinto». Bazan poggiò una mano sul fianco dell’uomo. Avrebbe voluto metterla sulla spalla ma non aveva modo di arrivarci.

«Se almeno mi dicessi come hai trovato questo pugnale o perché cerchi di raggiungere il suo possessore, forse potrei aiutarti di più».

Arendel rimase ancora in silenzio. Poi si voltò e si chinò sulle ginocchia.

«Non l’ho trovato per caso. Era piantato come firma dell’assassino di mia moglie». Tutto fu d’improvviso più chiaro per Bazam. Il nano si morse le labbra per un istante e abbassò lo sguardo. Poi sorrise e poggiò le sue mani grassocce sulle ginocchia dell’uomo.

«Potremmo andare insieme, in incognito alla gilda dei maghi di Sarradun, la capitale, a dare una sbirciatina ai libri proibiti… quelli tra i quali si annovera il tomo dei quattro rintocchi». Bazam scosse un po’ Arendel. «Magari così mi racconterai tutta la tua storia», parlò ancora con il sorriso sulle labbra. «Finalmente», aggiunse.

«Meno sai della mia storia e meno sarai in pericolo, mio piccolo amico». Arendel si alzò in piedi, si sedette nuovamente con calma e riprese a sorseggiare il the. Bazam si arrampicò nuovamente sulla sua sedia e ricominciò a sfogliare i suoi libri.

«Troveremo qualcosa, sta tranquillo».

Arendel sollevò lo sguardo e fissò il nano. Un sorriso naturale gli nacque sul volto.

«Non sai nulla di me e di ciò che sto cercando, di quale sia il mio lavoro. Sei una brava persona», fece una pausa. «Eppure aiuti un assassino come se fosse il tuo migliore amico». Bazam sorrise di rimando con gli occhi. «Perché?»

Bazam discese dalla sedia e cominciò a passeggiare lungo i corridoi della biblioteca. Arendel lo seguì a breve distanza, in religioso silenzio.

«Perché quando ci siamo incontrati per la prima volta io non ti ho visto soltanto uccidere…»

***

La voce di Dana echeggiava nelle sale vuote del tempio. La melodia non aveva bisogno di essere accompagnata da strumenti perché il canto da solo bastava a trasmettere leggiadria. La sacerdotessa stava completando gli esercizi quotidiani. Soleva fermarsi più degli altri al tempio. Era l’unica della sua congregazione a essere coinvolta anche in aspetti politici.

Occhi azzurrissimi e capelli color oro emergevano nella tenue luce prodotta da poche candele accese tra le colonne del tempio. Il canto si fermò. Passi lenti echeggiarono nella sala. Il rumore di tacchi metallici non poteva essere confuso.

«Qual buon vento porta qui Sor Bahuen, del dominio di Mytel?»

«Forse il canto della sacerdotessa di Kyrion. O forse la sua bellezza. Di sicuro qualcosa di lei che mi ha attirato in questo luogo» replicò l’uomo.

«Non ti aspettavo». Dana assunse un sorriso misto tra sorpresa e felicità.

«Hai degli impegni?»

«No». La donna si avvicinò a Bahuen, che nel frattempo aveva raggiunto l’altare rituale. «A dir la verità si. Attendo il bibliotecario. Gli ho commissionato una ricerca e mi porterà ciò che gli ho chiesto direttamente qui al tempio».

Sor Bahuen protese un braccio in avanti e avvolse il fianco della sacerdotessa. Fece attenzione a non stropicciare il delicato abito di seta bianca che essa indossava. Era la veste rituale delle dame pure, le più alte nei riti della Forte Fede. Lunga e leggera, aderente ai fianchi e larga sulle gambe, la veste copriva tutto il corpo, anche le braccia con lunghe maniche decorate di ricami.

«Sai che per il rito della sera non si porta nulla sotto la veste?»

L’uomo rimase immobile. Osservò ogni singolo movimento del viso di Dana, cercando di scrutarne i sentimenti e soprattutto le voglie.

«Il nano non ha le chiavi della porta». La donna indietreggiò lentamente, volgendosi verso l’altare e trascinando per un braccio Bahuen. Con agilità e al tempo stesso sensuale leggiadria, balzò sulla struttura di marmo e vi si sedette. Le sue braccia abbracciarono il collo del Sor e lo avvicinarono.

«Penso che perderà ancora un po’ di tempo» disse Dana, parlando del bibliotecario.

«Dana, qui? Nel tempio? Questo è un atto blasfemo». Sor Bahuen parlò con poca convinzione, mentre si liberava della cintura.

«Credi ancora negli Dei… e nelle favole?»

«No».

Quella risposta decretò il silenzio nella sala. Condizione che durò per ben poco tempo.

La finestra si chiuse silenziosa. Dall’alto del corridoio sopraelevato dei passi silenziosi si confusero con i blasfemi gemiti di piacere di Dana. Come un’ombra nel buio, il predatore osservava la sua vittima. L’uomo si chinò e si concentrò. Doveva attendere. C’era una persona di troppo e non poteva permettersi di lasciare testimoni.

Arendel aveva già ucciso in battaglia, ma in quel preciso istante realizzò che stava per diventare un assassino.

Dana e Bahuen si lasciarono quando ormai la notte era inoltrata. Arendel attese che la porta fosse chiusa e le serrature bloccate dalla sacerdotessa per entrare in azione.

La donna ritornò al suo posto, depose la veste rituale nell’armadio e indossò abiti più comuni. Sedette su di una sedia di legno dietro un tavolo pieno di appunti e libri. Attendeva che il bibliotecario le portasse qualcosa. Arendel seppe di avere poco tempo per agire.

Le delicate dita di Dana sfogliavano varie pergamene. Le dita dell’altra mano reggevano una penna d’oca con la quale aggiungeva le sue note su qualcosa che sembrava uno spartito musicale.

Arendel chiuse gli occhi. Sentì un brivido lungo la schiena. Rimase immobile e incapace di reagire per diverso tempo. La sua mano stringeva il pugnale affilato e appuntito, sottile pezzo di metallo che presto si sarebbe macchiato del sangue di una donna innocente. Il tremore si fece più intenso. La lama toccò una ringhiera e risuonò nel tempio.

Dana alzò lo sguardo. Osservò attorno a sé ma non vide nulla. Non fece caso più di tanto al rumore. Poteva essere un animale o semplicemente il vento. Ricominciò a scrivere. Ma quel rumore non aveva destato solo la sua attenzione, bensì aveva richiamato in un attimo tutta la freddezza di Arendel.

La mano della donna cadde sul tavolo urtando il calamaio e facendo versare l’inchiostro sulla carta. Il nero si confuse lentamente con il rosso del sangue di Dana. I due colori non si mischiarono. L’inchiostro rimase una terribile cornice della firma dell’assassino. Il pugnale era penetrato preciso sulla nuca della donna.

Dana divenne una statua di pietra con il petto poggiato sul tavolo e la testa che pendeva in avanti. Il sangue gocciolava sempre più copioso. Era morta sul colpo. Almeno non ha sofferto, si disse Arendel cominciando a realizzare ciò che aveva appena compiuto.

Arendel discese dalla balconata interna del tempio e raggiunse il cadavere. Sentì il cuore salirgli in gola. Ebbe un conato di vomito. Aveva visto mille altri cadaveri ma quello era il primo che lo faceva sentire veramente un assassino. Sollevò lentamente la mano e raccolse il pugnale. Un piccolo spruzzo di sangue fuoriuscì insieme alla lama. Ripulì l’arma con un panno quindi la infoderò.

L’uomo piegò le gambe e appoggiò le spalle al tavolo. Si portò le mani al viso e sentì le lacrime sgorgargli dagli occhi. Gli bruciavano e gli pareva che stessero sanguinando. Trattenne a stento i gemiti, e non udì la porta secondaria del tempio aprirsi.

«C’è nessuno?»

Arendel si alzò sentendo il panico crescere dentro di sé. Vide la porta sul lato del tempio chiudersi e un nano entrare con passo discreto. I loro occhi si incrociarono. Il nano spostò lentamente il suo sguardo verso il cadavere della donna e realizzò subito l’accaduto, ma non si scompose.

Bazam, il bibliotecario osservò attentamente gli occhi di Arendel e percepì le sue sensazioni.

«Che cosa hai visto?»

Arendel fece la prima domanda che gli venne in mente. Avanzò rapido verso il nano ed estrasse l’arma.

«Tu non hai ucciso quella donna». Le parole del nano suonarono in modo strano all’orecchio di Arendel che non ne colse la sottigliezza.

L’uomo aveva il volto coperto dal cappuccio e il corpo dal mantello. Pensò rapidamente a cosa fare e agì d’istinto. Non voleva uccidere un altro innocente così balzò lateralmente e con l’impugnatura colpì forte alla nuca del nano tramortendolo.

L’assassino svanì nel buio della notte, terrorizzato da ciò che era accaduto ma soprattutto da se stesso.

La vista annebbiata dalle lacrime si schiarì. Guardò il nome di sua figlia inciso sull’anello e ripensò agli strani disegni incisi sul pugnale con cui era stata uccisa sua moglie. Non appena fosse giunta la mattina sarebbe dovuto andare in biblioteca a cercarne l’origine.

***

Arendel entrò nella biblioteca. Era impregnata di uno strano fascino, come se l’antichità di quei libri riempisse l’aria. L’uomo rimase assorto nell’atmosfera del luogo e non si accorse di null’altro attorno a lui.

«Io posso aiutarti». La voce di Bazam riportò Arendel alla realtà.

«Può darsi» esordì l’uomo. «Stavo cercando…» il nano lo interruppe subito.

«La mia non era una domanda. Io so di poterti aiutare».

«Cosa vuoi dire?»

«Dana Daneir, sacerdotessa del tempio di Kyrion ormai in rovina. Infedele al suo Dio e impegnata in intrighi politici affinché possa fregiarsi di titoli e ricchezze. Nessuno si accorgerà della sua scomparsa. Ormai sono troppo pochi i sacerdoti e ancor meno i fedeli. Un fatto del genere non farebbe altro che far traballare ancora la loro posizione». Arendel rimase attonito.

«Lord Bahuen, Sor della città di Corman e aspirante al dominio di Mytel, su cui pende l’accusa di blasfemia dovuta a una fantomatica relazione con la sacerdotessa, non né parlerà perché farlo porterebbe all’attenzione di tutti questo evento e la sua posizione politica ne risentirebbe fortemente». L’uomo continuò ad ascoltare.

«Un omicidio organizzato a regola d’arte, nella sua incomprensibile semplicità. E un uomo che piange per ciò che ha fatto non ha tutta questa arguzia dei particolari. L’ho letto nei tuoi occhi, assassino silente». Il nano concluse con espressione seria e pacata. «Io posso e voglio aiutarti».

Arendel non disse nulla. Accettò quello che il nano aveva visto. Si instaurò istantaneamente un empatia tra i due. Bazam dimostrò subito di essere il genere di persona che non tollera quel genere di soprusi.

L’assassino silente, così l’aveva chiamato, seppe che poteva fidarsi.

***

«…questo è il motivo per cui ho deciso di aiutarti». Bazam rispose con poche parole alla domanda di Arendel, tirando fuori quei pochi elementi che gli ricordavano la sua volontà di far vincere il bene e di porre fine a inutili spargimenti di sangue.

Arendel rimase sovrappensiero per qualche istante, immerso in immagini che gli ricordavano tutte le missioni che aveva compiuto.

La gente dimentica troppo velocemente chi scompare. Anche se muore una persona ogni mese, o addirittura ogni dieci giorni, dopo una breve lamentela tutto svanisce. Questo è assurdo. Arendel strinse i pugni. Sembra quasi che il mandante sappia perfettamente come non smuovere le acque e abbia solo bisogno di un braccio esecutivo.

«Devo scoprire di più su questo Occhio di Krark», ribadì Arendel.

«Se non vuoi seguire i miei suggerimenti, perché non provi a chiedere a…» le parole gli morirono in gola.

«No. Il mercante di informazioni era la mia ultima vittima. Non posso raggiungerlo ora». L’assassino silente si fermò sull’uscio. «Partiremo domani. Grazie Bazam».

Arendel uscì dalla biblioteca facendo attenzione a non farsi notare. Aveva raccolto poche informazioni. Sarebbe tornato da Bazam per prepararsi alla partenza ma prima doveva essere sicuro di non avere altri lavori da fare.

***

L’assassino silente camminava cauto per i vicoli che lo avrebbero condotto in quel luogo che ormai doveva chiamare casa.

Nel silenzio della notte, il rumore di un barattolo che tintinnava sui ciottoli, spezzò il suo flusso di pensieri. Guardò le varie strade davanti a sé. Non imboccò la solita ma si diresse verso un luogo più remoto. Una vecchia costruzione abbandonata, fatta di mattoni rossi e travi di legno antico. Era stata una bellissima abitazione un tempo, quella di un valoroso guerriero.

Erano passati cinque anni da quando aveva visto l’ultima volta la sua vera casa. Ebbe nostalgia e si fermò davanti al luogo della tragedia che gli aveva cambiato la vita, e si perse nei ricordi.

***

Aprendo la porta di casa, sentì un odore diverso dal solito. Non era la fragranza delle pietanze cotte per la cena, bensì un fastidioso odore di bruciato.

Arendel si avvicinò alla grossa pentola posta sul fuoco. Il brodo era tutto evaporato e la carne stava bruciando attaccata alle pareti metalliche. La fiamma avrebbe dovuto essere spenta da diverse ore. Scostò con la spada i tizzoni e il legno ancora incandescente, quindi la fece scemare lentamente.

Uno strano silenzio regnava in casa. Il guerriero avanzò verso i gradini che portavano al piano superiore. Guardò la porta sul giardino. Era chiusa. Non v’erano segni di scasso. La mano si avvicinò all’elsa.

Gradino dopo gradino raggiunse il secondo piano. Una fioca luce di candela ondeggiava nel corridoio subito dopo le scale e sembrava provenire dalla stanza matrimoniale. D’improvviso la luce si spense. Nessun rumore e buio. Arendel cominciò a sentire il cuore battergli e rimbombare tra le mura della sua casa. Ridusse al minimo i suoni cercando di non far neppure frusciare i vestiti. Slegò il mantello e lo adagiò per sulla scala. Avanzò lento fino alla porta della stanza, quindi appoggiò le spalle al muro e si affacciò quel tanto che bastava per guardare con un occhio solo.

Poca luce filtrava dalla finestra aperta. Erano i raggi di luna che facevano scintillare qualcosa nel buio. La tenda seguiva i movimenti della brezza. Arendel entrò nella stanza, facendo attenzione a rimanere nascosto nelle ombre e a non far rumore.

La stanza non era molto grande. La vista dell’uomo si abituò velocemente al buio. Osservò ogni angolo e vide che nulla sembrava fuori posto. Ebbe un brivido nel vedere una figura umana distesa sul letto. Il petto era fermo, non sembrava respirare. Il riflesso della luna toccava qualcosa di metallico vicino al corpo. Arendel sentì un brivido lungo la schiena. La mano ferma del guerriero cominciò a tremare. Raccolse dal tavolo al centro della stanza un fiammifero e, rimanendo allerta, accese la candela. Inorridì.

Arendel sentì i suoi muscoli divenire pietra. Spalancò la bocca e fissò il letto. Una pozza di sangue imbrattava le lenzuola. Sua moglie era distesa in maniera scomposta. I polsi erano legati alla struttura del letto e gli occhi erano aperti in un’espressione di terrore. Il metallo che aveva scintillato dei raggi lunari era un pugnale conficcato sul suo petto. I capelli erano diventati rossi per il sangue e non erano più dello stesso colore dei suoi occhi, cioé quello da cui i suoi genitori le avevano dato il nome…

***

«Ambra». Arendel pronunciò il nome di sua moglie e, rivivendo queli attimi drammatici, sentì le sue gambe irrigidirsi e subito dopo rammollirsi.

Per un anno era rimasto confinato in quella casa, uscendo solo per gli allenamenti, suo unico sfogo, convinto di avere perso tutto. Ambra era morta e sua figlia Juleen era svanita. Inizialmente non si era parlato d’altro nella città di Corman e nei suoi villaggi vicini. Poi la notizia aveva perso di importanza tra le bocche dei bardi, superata dagli avvenimenti politici e dalle notizie delle guerre di assestamento tra vari domini. Infine l’evento era rimasto solo nella mente di Arendel e nessuno se ne era più occupato. Gente senza storia, senza passato. Senza presente e senza futuro, pensò Arendel fissando un ultimo istante la sua vecchia casa.

Voltò le spalle alla vecchia casa, quindi si incamminò verso la nuova. Un fiume di pensieri e di ricordi inondò la sua mente e non poté fare a meno di ripensare all’incontro che, al termine di quell’anno di isolamento, gli aveva cambiato la vita, giusto nel luogo dove si stava recando.

***

Era soltanto un’altra sera di un lungo susseguirsi di giorni vuoti, vissuti in maniera meccanica. Arendel trascorreva il tempo preparandosi da mangiare lentamente e consumando il cibo altrettanto lentamente. Dopo un anno di solitudine, era ormai diventato un’artista nello sbucciare le mele. Era capace di impiegare anche ore, specialmente durante la notte, per pulire alla perfezione un singolo frutto e poi mangiarlo.

Bussarono alla porta. Arendel cessò ogni movimento. Smise di respirare per qualche istante. Non riceveva visite da mesi. Con agilità estrema fece roteare il coltello e lo nascose nella manica. Si alzò e silenziosamente si diresse verso la porta. Guardò dallo spioncino. Non c’era nessuno. Si chinò e osservò sotto la porta. Sembrava che qualcosa fosse stato lasciato davanti alla sua porta. Si avvicinò alla finestra, oscurata da una tenda, discostò il tessuto e guardò fuori. Non vide nessuno nei paraggi.

Arendel aprì la porta lentamente. Finse indifferenza ma i suoi sensi erano in stato di allerta come se fosse in battaglia. Sull’uscio era poggiato un piccolo tubo metallico. Lo raccolse cautamente e lo esaminò. Guardò un’ultima volta tutto attorno alla casa, quindi rientrò e chiuse la porta dietro di sé.

La mano destra strinse il tappo del tubo lo svitò. Dentro il contenitore c’era un piccolo foglio di una pergamena molto particolare, legato con un filo dorato e sigillato con una lacca scura e profumata.

Arendel aprì la pergamena. Dentro c’erano solo delle indicazioni per giungere in un posto piuttosto isolato appena fuori dalla città di Corman. La lettera gli cadde dalle mani mentre leggeva l’ultima frase: Vieni stanotte stessa se vuoi rivedere tua figlia Juleen.

Il respiro di Arendel si fece più affannoso. Si chinò e raccolse la pergamena con la mano tremante. La fissò ancora e memorizzò ogni indicazione, quindi arrotolò la pergamena e la infilò nuovamente nel tubo. Richiuse il contenitore e lo pose nella borsa attaccata alla sua cintura. Con un movimento rapido estrasse il coltello e lo mise nel fodero attaccato allo stivale. Prese un mantello e null’altro e si diresse verso il luogo indicato.

Il buio della notte rendeva difficile distinguere persino il sentiero sopra cui stava camminando. Le indicazioni lo avevano portato sin fuori dalle mura in un luogo che non era illuminato se non dai riflessi del cielo. Arendel sentì i suoi sensi prepararsi al peggio e i suoi muscoli tendersi come se fosse in attesa di un agguato.

Vicino a delle radure, immersa tra gli alberi del limitare della foresta, si scorgeva una casa abbandonata. Era piccola e sporca e la porta ondeggiava scricchiolando, sospinta da pochi aliti di vento.

Arendel si avvicinò ed entrò. Le istruzioni gli ordinavano di entrare in quella piccola costruzione. Fece pochi passi e riconobbe la sagoma di un riflesso che mai avrebbe potuto dimenticare. Era lo stesso pugnale che aveva trovato sul cadavere di Ambra.

«Benvenuto» salutò una voce maschile molto gutturale.

Arendel rimase immobile e in silenzio. Voltò lo sguardo nella direzione da cui aveva udito parlare. Cercò di focalizzare sul suo interlocutore e al tempo stesso di percepire quanta altra gente ci fosse nella stanza.

«Chi sei?»

«Per te io sono il mandante, chiunque io sia» rispose con tono calmo. La voce era volutamente alterata, probabilmente con misture d’erbe o altre soluzioni alchemiche poco conosciute.

«Che significa tutto ciò? Dov’è mia figlia?»

«Calma, uomo. Ogni cosa a tempo debito. Risponderò alle tue domande nell’ordine corretto». Nell’ombra, colui che stava parlando si sedette su di una poltrona, in un angolo ancora più scuro dove soltanto qualche raggio di luna creava ombre incomprensibili.

«Tu sei un abilissimo combattente, forse il migliore di tutto Mytel» seguì una breve pausa. «Ma ti manca ancora l’intelligenza, la perfezione e l’arguzia del vero maestro d’armi». Il mandante fece un’altra pausa. «Ciò che raggiungerai lavorando per me, nell’ombra».

«Dov’è mia figlia?»

Arendel strinse i pugni con fare impaziente e parlò come se non avesse ascoltato né intendesse farlo.

Si udì un colpo alla parete. La luce di una piccola fiamma si accese in un altra stanza che comunicava attraverso una finestra a vetro spesso con quella in cui Arendel e il mandante stavano parlando.

Lentamente emerse dal buio una figura legata a una sedia il cui capo era coperto da un cappuccio. Aveva la fisionomia di una bambina e Arendel cominciò a temere il peggio. Una mano afferrò la punta del cappuccio e scoprì il volto del prigioniero. Era Juleen. I loro occhi si incrociarono e all’uomo parve che la bambina gli chiedesse aiuto.

Arendel Fece un passo verso il vetro ma immediatamente si fermò quando la punta di un pugnale si avvicinò repentina al collo di sua figlia.

«Sta bene come puoi vedere, e continuerà a stare bene» affermò colui che si faceva chiamare il mandante. «Dovrai solo fare qualche lavoretto per me» concluse.

Arendel scattò verso il mandante ma questi lo fermò immediatamente. «Se ti avvicini di solo un passo tua figlia non starà più tanto bene».

L’uomo nascosto nel buio espresse il suo disappunto schioccando la lingua e ostentando una pomposa sicurezza. Arendel percepì che l’uomo si era alzato in piedi. La luce della fiamma svanì.

«Resta qui per un po’», il mandante sussurrò all’orecchio dell’uomo. «Da oggi questa è la tua nuova casa e tu sei un uomo nuovo. Ti contatterò io stesso quanto prima possibile».

Si udirono passi leggeri dirigersi verso l’uscita. Arendel si voltò lentamente e vide la sagoma del mandante sull’uscio. Vide ancora una volta il pugnale uguale a quello usato per uccidere sua moglie. Strinse i denti e irrigidì la mascella.

«Presto mi ringrazierai». Con quelle ultime parole il mandante scomparve nel buio della radura.

Un inquietante silenzio circondò Arendel. Rimase immobile fino a quasi l’alba ripensando a quell’incontro e all’urlo di disperazione che avrebbe Juleen, se non con la bocca almeno con i pensieri, gli aveva lanciato.

Al primo raggio di sole Arendel si piegò sulle gambe fino a poggiare le ginocchia per terra. Sorrise e pianse. Sua figlia era viva. Ma era nelle mani di uno sconosciuto. Non tutto era perduto.

***

Arendel cacciò via dalla sua mente quei pensieri con i quali era giunto sino a casa. Erano trascorsi cinque anni dal primo incontro e, in un modo o in un altro, quindici persone erano sparite per mano sua, nella speranza di ottenere la libertà di sua figlia. Già dopo il sesto omicidio Arendel aveva smesso di implorare il mandante. Ogni volta gli aveva risposto sempre nella stessa maniera e l’assassino aveva capito che non c’era verso di far mutare quella risposta.

Ogni cosa a tempo debito, pensò. Non ho più forze, Arendel sentì l’animo rabbuiarsi come se si fosse rassegnato alla triste realtà. Si lasciò cadere sopra la poltrona ormai indurita dal tempo e dall’usura. Restò seduto solo pochi attimi, come se volesse raccogliere le energie. Si alzò in piedi e si diresse verso un piccolo armadietto, lo aprì e prese un piccolo barattolo di vetro. Tolse il tappo e portò il contenitore alla bocca. Dentro c’era un frullato di mele misto a succo di vari frutti. Deglutì rapidamente, cambiò il mantello, afferrò una piccola sacca, quella che usava per le sue missioni, e si diresse verso la radura dove solitamente gli venivano consegnati i messaggi.

Devo partire per Sarradun, pensò Arendel tra sé sperando di non trovare nessun messaggio. Discostò le foglie e qualche ramo e osservò rapidamente. Erano passati più due mesi dall’ultima missione.

Nascosto in un piccolo tubo c’era qualcosa che Arendel non avrebbe voluto trovare, ma il suo sgomento non fu causato solo dalla necessità di rimandare la partenza con Bazam per via della nuova missione.

Arendel aveva sperato di non dover mai vedere scritto sulla pergamena un nome amico. Forse sarebbe stato più facile far sparire quella persona senza ucciderla, ma il solo pensiero di non poterlo fare lo terrorizzava. E leggendo il nome sulla pergamena tremò.

***

La corrente d’aria, convogliata dai contorti cunicoli delle fogne della città, scoprirono il capo di Arendel, facendo scendere il suo cappuccio sulle spalle. L’inseguimento era finito. La natura della sua prossima vittima l’aveva indotto all’errore e gli era sfuggita. Ciò che l’aveva legato a quella donna era ciò che aveva già fermato poche ore prima la sua mano. Ma Glen era un’abilissima combattente, capace di svanire nel buio come un’ombra e non era sicuramente una che avrebbe accettato di sparire per il capriccio di uno sconosciuto.

***

Tutta la passione che li aveva travolti divenne tangibile nei loro sguardi, mentre l’uno di fronte all’altra si fissavano nel piccolo spiazzo sotterraneo, illuminato solo dalla luna attraverso i fori della grata sul soffitto.

«L’assassino silente, è così che ti chiamano adesso, no? Al solo pronunciare il tuo soprannome la gente trema… e neppure sanno chi sei». Glen sfiorò l’elsa del suo stocco.

«Non so come mi chiamano. Svolgo solo il mio lavoro per raggiungere il mio scopo».

«Quello che non mi hai voluto raccontare? So che tua moglie è morta, ma è successo sei anni fa. Non puoi rinnegare ciò che c’è stato tra noi». Arendel la interruppe bruscamente.

«Non lo nego!»

«Allora perché sei venuto a uccidermi?»

«Per mia figlia… devi sparire, andare via, lontano».

«E cedere così al gioco di qualcuno che neppure conosci? Qualcuno che non sai nemmeno perché ti abbia fatto tutto questo e ti stia usando? No. Non lo accetto, non di nuovo, piuttosto la morte».

«Non mi costringere…», Arendel trattenne il fiato.

«Getta l’arma, e io getterò la mia. Combattiamo insieme questo nemico. Io sono disposta a rischiare. E tu?»

«Dovrei gettare l’arma e restare così disarmato ad affrontarti?»

«Possiamo restare a fissarci a distanza, con le armi infoderate, attenendo che qualcuno ferisca l’altro». Glen lasciò cadere le braccia lungo il corpo. «Sai che io non userò le mie armi, qualunque cosa tu decida di fare, ma non le getterò via perché esse sono parte di me», concluse la donna.

«Forse la mia spada ha già toccato il suolo». Arendel sollevò leggermente i palmi.

Glen guardò ai piedi dell’uomo e vide che in effetti la daga era silenziosamente scivolata per terra. Era perfettamente cosciente che Arendel sarebbe stato in grado di ucciderla con mille altre armi, finanche a raccogliere fulmineo la lama da terra e trafiggerla, ma con passo delicato, si avvicinò, giungendo faccia a faccia a lui.

«Perché mi sono avvicinata?»

«Perché io ti sono vicino». Arendel chiuse gli occhi.

Le labbra si sfiorarono delicate, come fossero gocce di rugiada su petali di rosa. Le braccia di Glen si avvolsero al busto dell’uomo che la abbracciò a sua volta.

«Tu mi hai ridato la vita, dopo tanti anni. Poi sei sparita, ma ciò non ti ha cancellato. Ora mi trovo qui, in questa assurda situazione. Desidero qualcosa che so che svanirà… non perché io lo voglia e non perché tu lo voglia… ma perché il destino vuole che tu non sia più vicino a me». Arendel sussurrò all’orecchio di Glen.

«Io sono pronta a rischiare».

«Io non ho scelta. Domani a mezzogiorno se non sarai sparita dalla città, mia figlia sarà…» Glen zittì Arendel mettendogli un dito sulle labbra. Lo baciò ancora.

«Fidati di me». Glen lo abbracciò.

Il pomo del pugnale della donna colpì forte alla nuca di Arendel. L’assassino silente sentì un forte formicolio alla testa, quindi si fece tutto buio.

***

I rintocchi delle campane cittadine rimbombarono del mezzogiorno. Arendel aprì gli occhi e si alzò repentinamente. Il sole filtrava attraverso la grata. Maledizione, pensò.

Con passi veloci raggiunse la superficie, si nascose tra la folla e si avvicinò all’arena del torneo di scherma cittadino. Non ebbe il coraggio di guardare e si limitò ad ascoltare la parole del banditore.

«Per mancata presenza, la campionessa in carica, Glen Dorian è squalificata dal torneo e pertanto il nuovo titolo viene assegnato di diritto al suo sfidante per la finale, Darkus Erianeh».

Arendel tirò un sospiro di sollievo. Si dileguò tra le vie della città e respirò profondamente. Infilò la mano nella tasca e sentì che v’era dentro un pezzetto di carta. Era un messaggio di Glen…

Se mai le nostre strade si incroceranno di nuovo, stavolta sarà, lo so, per vivere o per morire. Non ti nego che spero nella prima ma, come ieri notte, sono disposta a correre il rischio. Fa’ ciò che devi. La mia anima sarà con te.

L’assassino accartocciò il pezzetto di carta, stringendolo nel pugno. Trattenne ancora il fiato, sentì il cuore battere forte. Riaprì la palletta di carta e ripiegò il foglio con cura. Lo infilò in tasca e assunse di nuovo un’espressione seria. Doveva comunicare la riuscita della missione al suo mandante.

***

Ad Arendel era sempre piaciuto combattere. Aveva iniziato ad allenarsi da piccolo, prima di raggiungere l’età minima per entrare nell’esercito. In breve tempo era divenuto il più bravo tra gli allievi e poi il più abile tra i soldati. Nella sua mente c’era solo la rincorsa verso la perfezione del guerriero e soltanto un altro soldato era in grado di tenergli testa: Glen.

L’assassino silente sedeva sui ciottoli di una strada secondaria, buia e nascosta alla vista dei passanti. Con una mano si accarezzava la nuca ancora dolorante, e con l’altra roteava lentamente il pugnale fissandone il movimento sinuoso. Bazam stava ancora attendendo, ma Arendel era immerso nei suoi pensieri, ricordi di vari anni passati e di altri più recenti. Lasciò che calasse ancora la notte prima di tornare alla biblioteca.

«Ben tornato» disse Bazam con una punta di sarcasmo.

«Scusa, ho avuto un lavoro urgente da fare».

«Penso che tu sappia che la prossima carovana per Sarradun partirà tra più di un mese, vero?»

Arendel guardò il nano con aria sconsolata. Non immaginava che ci volesse tanto tempo per organizzare un viaggio verso la capitale. Abbassò leggermente lo sguardo e rimase in silenzio.

«Beh, io ho tempo… ma tu» il bibliotecario fece una pausa. «Per gli Dei, avremo più tempo per leggere libri prima di partire. Non saranno certo una manciata di giorni a cambiarci la vita». Bazam provò a sdrammatizzare rendendosi conto che ovviamente l’uomo non aveva ritardato di proposito ed era anche più dispiaciuto di lui.

Arendel si avvicinò a una sedia e vi si sedette. Aveva ancora gli abiti sporchi e il suo odore non era dei più gradevoli. Lo sguardo era stranamente vacuo, come fosse sovrappensiero.

«Qualcosa non va?»

«Si». Arendel rispose seccamente.

«Posso aiutarti in qualche modo?»

«Si». L’assassino silente svestì il mantello, estrasse un piccolo telo, vi versò dell’acqua e si sciaquò il viso. «Ora ti racconterò tutta la mia storia…»

Arendel cominciò il suo racconto e affinché il nano potesse capire non raccontò soltanto la vita con Ambra e la storia del rapimento di sua figlia, ma aggiunse anche dei dettagli che l’ultima missione gli avevano riportato alla mente.

L’uomo raccontò della sua infatuazione per Glen, diversi anni prima che conoscesse Ambra. Il sentimento era stato reciproco. Le regole dell’esercito avevano proibito loro di stare insieme e al tempo stesso continuare a combattere e nessuno dei due aveva osato rinunciare alla spada.

Bazam ascoltò attentamente ogni particolare, notando come prima di Ambra, la lama fosse più preziosa dell’amore stesso.

«E cosa successe poi?»

Bazam si intromise nel racconto, approfittando degli istanti di pausa di Arendel. «Avete continuato a frequentarvi?»

«No. Glen è svanita nel nulla per vari anni. Poi conobbi Ambra. Quando ebbi nuove notizie di Glen ero già sposato e avevo già fatto un’altra scelta».

Arendel proseguì nel suo racconto e Bazam si domandò il perché l’uomo stesse raccontando anche di quell’altra donna che nulla aveva a che vedere con l’Occhio di Krark né con il mandante. La risposta arrivò alla fine del racconto.

«L’anno scorso ho incontrato nuovamente Glen».

Bazam assunse un’espressione curiosa e un po’ perplessa. Arendel fece una breve pausa di silenzio, bevve un sorso dalla sua tazza, quindi proseguì.

«Ci siamo visti in una taverna a Mytelpass. Io ero in missione ma stavo preparandomi e rifocillandomi. Non disse nulla, semplicemente si avvicinò al mio tavolo e si sedette. Ricordo che ci guardammo per lunghi e interminabili istanti. Poi d’improvviso cominciammo a parlare. Io non avevo nulla da raccontarle, le dissi soltanto che mia moglie era morta diversi anni prima e che da allora mi ero ritirato a vita eremitica. Lei invece aveva lasciato l’esercito e aveva cominciato a gareggiare nei tornei guadagnando fama e denaro per vivere. Era per quel motivo che ne avevo sentito parlare». Arendel si fermò e guardò dietro di sé, come volesse assicurarsi di essere da solo con il nano.

«Abbiamo trascorso due giorni intensi. Ho rischiato di perdere il momento giusto per portare a termine la mia missione, ma mi sono sentito di nuovo vivo dopo tanti anni».

«E perché non siete rimasti insieme?»

Arendel serrò le labbra. Ripensò a quando, in quell’occasione, la sua bocca aveva quasi sfiorato quella di Glen. Non posso, le aveva detto.

«Non poteva funzionare». Rispose Arendel lasciando intuire la sua volontà di non approfondire sul tema.

«Cosa c’entra tutto ciò?»

Bazam discese dal suo sgabello e si avvicinò al tavolo. Riempì di nuovo la tazza e attese la risposta.

«La mia ultima missione era lei». Arendel accarezzò ancora la nuca. «Ed è stato terribile trovarsi di fronte a una situazione in cui qualunque cosa scegli di fare perdi». L’assassino silente chinò il capo. «Oggi ho rischiato di far morire mia figlia perché non ho saputo fronteggiare la testardagine di quella donna… e perché non ho saputo essere abbastanza crudele».

«Tu non sei crudele». Obiettò Bazam.

«Io sono un assassino». Arendel scandì ogni parola quasi sibiliando contro se stesso. Bazam lo fissò e non replicò, sebbene non concordasse. Sono solo punti di vista, pensò il nano.

«Come è andata alla fine?»

«Per mia fortuna ha accettato di svanire nel nulla. Almeno così credo». Dal tono di Arendel si intuiva che quell’evento lo aveva turbato parecchio.

Passarono attimi di silenzio quasi imbarazzato tra i due, l’uno per aver fatto confessioni pericolose all’amico, l’altro per averle udite.

«Ora ho tutto più chiaro» disse Bazam saltellando. «Posso rimettermi a fare delle ricerche». Arendel rimase stupito. «Chiaramente il mandante di cui parli è qualcuno che vuole togliere di mezzo persone che sono scomode per il suo scopo e ha architettato tutto per poter usufruire gratuitamente dei servizi del guerriero più forte del paese. Devo soltanto mettermi a leggere che relazioni ci sono tra le vittime e legare tutto a quel pugnale e poi…» Arendel interruppe bruscamente Bazam con un gesto.

«Non voglio che ti metti a fare tutte queste ricerche. Non ti dirò i nomi di tutte le mie vittime. Se indaghi su di loro rischi di diventare anche tu un personaggio scomodo. Non vorrei vedere apparire il tuo nome sulla mia prossima pergamena».

Bazam vide smorzato tutto il suo entusiasmo. Arendel lo intuì e si avvicinò mettendogli una mano sulla spalla.

«Studia pure, ma non indagare in giro. Oggi avevo solo bisogno di uno sfogo per le sensazioni che ho provato e tu sei stato un ottimo amico e soprattutto un valido ascoltatore. Dimentica i nomi che ti ho fatto. Riprenderemo quanto prima possibile le nostre ricerche congiunte. Ora ho solo bisogno di qualche giorno per riposare e riflettere. Devo ancora notificare la riuscita della mia ultima missione al mandante. Non far nulla senza di me, intesi?»

Bazam annuì. Arendel si alzò, raccolse il mantello e silenzioso uscì dalla porta secondaria sul lato dell’edificio.

Nell’ombra l’assassino silente firmò la lettera di notifica per il mandante con il sigillo che indicava il buon esito della missione. Poi, altrettanto silenziosamente, rientrò in casa e richiuse la porta dietro di sé, incosciente del fatto che due occhi di donna lo stavano osservando.

***

Arendel era rimasto disteso sul suo letto senza mangiare e senza bere per due giorni. Nei momenti peggiori, l’assassino silente sembrava volersi infliggere un qualche tipo di punizione. Era come un modo per espiare le sue colpe. Troppo facile, pensò. Digiunare è un danno per il mio corpo e so che non mi sarà utile. Troppo facile è ignorare ciò che ho fatto e ciò che farò. Troppo facile è ignorare quello che dovrei invece fare perché cambi qualcosa. Arendel aprì gli occhi destandosi dai suoi pensieri. Uscì di casa al calar del sole.

Nonostante fosse fisicamente spossato e distratto da tanti pensieri, Arendel manteneva alto il suo stato di attenzione. Scrutava ogni dettaglio attorno a sé e i suoi occhi osservavano ogni minimo movimento. Camminò per diverso tempo, con passo lento e calmo. Arrivò alla solita locanda situata nella zona nord di Corman, un posto dove nessuno avrebbe messo piede a meno di doversi nascondere da qualcuno o di voler morire presto. In quel luogo ciascuno sapeva bene che la cosa migliore era farsi i fatti propri.

La porta della locanda si aprì più volte mentre Arendel sbucciava lentamente una mela verde. Ogni tre tagli buttava giù un sorso di un vino di bassa qualità dal sapore dolciastro. Nella sala comune c’erano poco più di una decina di persone, ciascuno per conto suo.

Lo sguardo di una persona dal volto coperto, come quello di quasi tutti gli avventori della taverna, si posava insistentemente sulle mani dell’assassino. Arendel smise per un attimo di tagliare la mela, fissò il suo anello, lo tolse dal dito e lo infilò in una piccola tasca. Quando sollevò lo sguardo verso l’osservatore, i suoi occhi erano già tornati sul boccale di birra e sul piatto pieno di pezzetti di pollo.

Arendel si alzò lasciando la mela ancora parzialmente coperta dalla buccia e il suo calice di vino sul tavolo, e si diresse verso le latrine. Anche l’osservatore lasciò il tavolo e seguì l’assassino silente. I suoi passi si fecero silenziosi, come se lo volesse spiare. Lo vide sparire tra le mura di legno del corridoio. Voltò l’angolo. Arendel era scomparso. Avanzò lentamente. Le tavole del pavimento scricchiolarono. In un attimo, senza che potesse opporsi, la misteriosa figura che aveva seguito l’assassino si trasformò da predatore a preda. Il petto finì contro la parete, la gola fu serrata da una cintura e la mano destra bloccata in una leva che torceva tutto il braccio dietro la schiena. Arendel aveva legato quasi in un unico movimento la gola al braccio della vittima che ora era immobile, come al guinzaglio. Non riusciva a produrre suono, tanto era stretta la presa. Sentì la punta di un pugnale sfiorargli le scapole.

«Non mi piace essere seguito. Non mi farei scrupoli a ucciderti senza neppure sapere chi sei e cosa vuoi». La voce dell’assassino sibilò fino alle orecchie della vittima. Arendel allentò leggermente la stretta sul collo. Non ottenne risposta. Affondò leggermente la tagliente lama dell’arma e cominciò a strappare il mantello.

«Fermo». Una voce familiare di donna lo supplicò.

«Mi seguì da quando sono uscito da casa. Chi sei?»

Arendel pensò per un momento di liberare la donna ma preferì tenerla immobile fino a che non l’avesse riconosciuta.

«Arendel», la voce della donna si riprese lentamente dalla stretta che l’aveva soffocata. «Sono Glen».

«Cosa ci fai qui?»

L’assassino silente fece voltare la donna liberandola dalla stretta della cintura. Le tolse il cappuccio e la guardò in volto. Era proprio lei.

«Vuoi forse finire ciò che avevi iniziato? Se è così sono pronta». Glen sostenne lo sguardo indecifrabile di Arendel con determinazione. «Ma se invece ti senti pronto per essere aiutato ascolterai ciò che sono venuta a dirti».

«Sei venuta a cercare proprio me?»

«Si». Arendel rimase colpito da quella risposta tanto secca. Glen era una combattente tanto abile quanto testarda quando sapeva di essere nel giusto. Ma ciò che la distingueva dai suoi compagni quando era nell’esercito era l’estrema indole pragmatica, la freddezza e l’intelligenza con cui risolveva tutto ciò che le creava un problema, fosse anche il modo di sconfiggere con un solo colpo tre avversari.

«Tu», Arendel trattenne la sensazione d’ira e di scompiglio che stava nascendo in lui. «stai mettendo a rischio la vita di mia figlia… la mia e anche la tua. Ti rendi conto di questo?»

«Ho visto un’arma che aveva gli stessi intagli del pugnale che porti sempre con te e non usi mai». La risposta di Glen lo spiazzò. «Inoltre quando un anno fa mi accennasti qualcosa su ciò che ti stava accadendo, mi parlasti di un uomo che ti aveva dato un nuovo lavoro…»

Arendel vagò con la mente e con lo sguardo. Un turbinio di pensieri lo avvolse. Gli occhi rimasero fissi sulla donna.

«Avevo capito subito che il famigerato assassino silente di cui si parlava in giro eri tu. Anche se alla fine non mi hai voluto raccontare nulla e sei andato via senza neppure salutarmi…» Glen non terminò la frase.

«Cosa hai scoperto su quelle decorazioni?»

La donna lo guardò un po’ impaurita. Il tono era quello dell’assassino, non dell’uomo con cui aveva condiviso parte della sua vita.

«Se te lo dico, lascerai che ti aiuti?»

«No. Tutto ciò è affar mio». Rispose seccamente Arendel.

«Se non me lo permetterai lo farò da sola»

«Perché dovresti, Glen?»

«Perché una delle tue prime vittime era mio marito». Arendel raggelò.

Gli occhi di Glen si riempirono di lacrime. Cercò di trattenere il pianto. Arendel non l’aveva mai vista piangere in tutti gli anni trascorsi insieme. Sentì la pelle bruciargli e il cuore battergli forte nel petto. Il respiro gli si bloccò per diversi istanti.

«Siamo più uguali di ciò che pensi. Ho giurato che avrei ucciso con le mie mani l’assassino di mio marito e ti assicuro che ho pensato al suicidio quando ho realizzato che la mano eri tu».

«Mi dispiace». Arendel non seppe dire altro. Rimase disarmato di fronte allo sguardo distrutto della donna.

«Ma quando ci siamo incontrati ho capito che non eri tu l’assassino, ma quell’uomo che tu avevi chiamato il mandante». Glen asciugò le lacrime con una manica, restò qualche istante in silenzio e poi concluse.

«Siamo più vicini e simili di ciò che pensi, Arendel». Glen gli accarezzò il volto fissandolo negli occhi. «Forse è per questo che siamo sempre stati così bene insieme», concluse.

Lo sguardo di Arendel si fece serio e teso. La mano corse rapida al pugnale e prima che chiunque potesse fare una mossa, la lama volò inaspettatamente in aria. E fu buio e silenzio.

***

La spinta che il pugnale diede alla porta, la fece chiudere repentinamente. Glen guardò Arendel con un filo di terrore. Arendel corse alla porta, la bloccò con il chiavistello e riprese il suo pugnale.

Silenzioso come un’ombra, l’assassino afferrò la mano della donna e la trascinò alla finestra del corridoio che conduceva alle latrine. Scostò la tenda e guardò rapidamente fuori. La aprì senza far rumore con una semplicità disarmante.

Arendel uscì per primo, poi aiutò Glen.

«Dobbiamo andare in un posto sicuro» affermò l’uomo.

«Casa tua?»

«No. Sia quella in città che la mia nuova dimora sono i peggiori posti dove potresti farti vedere». Arendel rifletté qualche istante. Glen lo fissò in silenzio, attendendo che dicesse qualcosa.

«Seguimi» disse soltanto cominciando a camminare radente alle pareti della locanda. Glen lo seguì senza obiettare.

***

«Mi dispiace» esordì l’assassino.

«Cosa?» Il bibliotecario si accarezzò la barba con le tozze dita. Arendel lo guardò in silenzio. «Cosa ti dispiace?» replicò.

«Di averti coinvolto in tutto questo».

«Ne abbiamo già parlato io…» Bazam fece un passo indietro e si ammutolì quando vide entrare nella biblioteca, dietro Arendel, una donna che riconobbe subito essere quella che gli aveva descritto pochi giorni prima. Era Glen.

«In effetti ora mi sento un po’ in pericolo» balbettò Bazam con un accenno di sorriso sulle labbra.

«Non doveva andare così, ma ci sono stati…», Arendel esitò un istante e si scambiò un’occhiata con la donna, «dei cambiamenti».

«Oh, non preoccuparti ragazzo», Bazam ritornò subito ad avere la sua espressione sempre solare e ottimista. Il nano si chinò e aprì un piccolo cassetto dal quale tirò fuori una terza tazza. Vi soffiò sopra e la strofinò con un panno che aveva sul tavolo. La poggiò vicino a quelle che usavano di solito lui e Arendel e vi versò una strana bevanda fumante di colore rosastro.

«Prego», offrì alla nuova ospite.

Glen guardò Arendel, un po’ diffidente sull’offerta, ma l’uomo la rassicurò con lo sguardo.

«Grazie», rispose.

«Abbiamo bisogno di scendere nella cantina, io e Glen dobbiamo parlare». Arendel si rivolse a Bazam mentre Glen gustava l’infuso la cui ricetta era gelosamente tenuta segreta dal nano.

«No. Nella cantina no». Bazam fu secco. Nel locale situato appena sotto la biblioteca, il nano conservava cibo e vino che tirava fuori solo in occasioni speciali ed era gelossismo di quel luogo che manuteneva con estrema cura, quasi superiore a quella usata per i libri.

«Bazam, lo dico per te. Io e lei parleremo a lungo e non è sicuro per te se rimaniamo quassù». Arendel poggiò entrambe le mani sulle spalle dell’amico.

«Va bene» disse sospirando dopo qualche attimo di silenzio.

Il bibliotecario accompagnò i due fino al fondo della sala dove, dopo qualche gradino, aprì una porta a misura di nano.

«Dovrete camminare chini per un po’» disse soltanto prima di dare due giri di chiave. «Coprirò il buco della serratura e se quando dovrete uscire lo troverete scoperto vorrà dire che non sono solo. In ogni caso, prima di uscire bussate tre volte». Bazam li rassicurò mentre apriva il passaggio.

«Grazie». Arendel si chinò e si infilò nel piccolo tunnel, seguito subito dopo da Glen. I due discesero nella cantina e dietro di loro il passaggio si chiuse.

***

«Mio marito era un brav’uomo» esordì Glen, non appena furono soli.

«Io…» Arendel abbassò lo sguardo. Desiderava scusarsi ma non trovò le parole. Sapeva che non avrebbe avuto modo di scusarsi.

«No» lo interruppe Glen. «Lasciami parlare». Le dita di Glen si poggiarono sulle labbra secche di Arendel. «Lui era considerato un rivoluzionario, uno che non accettava i soprusi politici e che lottava contro un sistema nascosto alla vista di quasi tutti». Gli occhi di Glen si fermarono fissi nel vuoto per qualche istante. «Non era nascosto a lui. E sono convinta che sia morto per questo».

«Che vuoi dire?»

«Non sono a conoscenza di tutto quello che aveva scoperto. Non mi raccontava mai delle sue ricerche né chi fossero i suoi informatori. Tutto ciò che so viene dalle mie ricerche condotte a partire da un suo piccolo diario». Glen estrasse un piccolo quaderno rilegato in pelle e lo strinse nella mano. «Sono i primi appunti che prese. Dopo un po’ di tempo smise di scrivere. Teneva tutto a mente». Glen porse il diario ad Arendel che iniziò a sfogliarlo. Già alla seconda pagina si fermò stupito.

«Tuo marito…»

«Era il comandante Kairn. Lucas Kairn, degradato e invitato a lasciare l’esercito». Glen pronunciò quelle parole con sdegno.

«Dicevano che avesse violato informazioni segrete e per evitare la pena di morte, visti i suoi grandi servigi prestati al regno, gli era stato concesso di prendere congedo». L’assassino silente parlò senza filtrare i pensieri.

«Menzogne» lo interruppe bruscamente. «Lucas aveva scoperto dei circoli corrotti all’interno dell’esercito. Cospirazioni» sentenziò. «Eravamo controllati, Arendel, dal primo all’ultimo soldato. Come burattini».

Arendel rimase in silenzio. Chinò il capo per qualche momento, poi tornò a guardare Glen negli occhi. «Non sembravi avere particolari rapporti con il comandante prima che abbandonasse. E neppure prima che tu prendessi congedo».

«Non ne avevamo infatti. Mi contatto poco tempo dopo. Ci vedemmo qualche sera. Voleva capire se poteva fidarsi di me. Mi coinvolse inizialmente nelle sue ricerche. Poi però…» la voce di Glen scemò repentinamente.

Arendel intuì subito dove Glen stesse andando a parare e la anticipò «poi però vi siete innamorati».

«Trascorrevamo tutte le notti insieme, c’era passione nei suoi occhi, energia nel suo corpo e nella sua mente, e io… è stata colpa mia…» Glen interruppe il suo sfogo scuotendo il capo come se si stesse giustificando.

«Non è stata colpa tua»

«Si, invece». Glen fu secca. «Mi ha imposto di lasciare l’esercito per il mio bene, ero troppo a rischio e troppo vicina alle informazioni che lui cercava. Mi disse che se non l’avessi fatto lui si sarebbe infiltrato nella guarnigione e avrebbe cercato da solo le prove». Arendel la lasciò finire. «Se non avessi avuto paura, sarei rimasta lì e l’avrei aiutato e magari adesso avremmo fermato questo complotto e lui sarebbe vivo».

L’assassino silente poggiò una mano sulla spalla di Glen. Non trovò parole per darle conforto, ma si rese subito conto che non era necessario.

«Da quando ho abbandonato l’esercito non ho più potuto partecipare alle ricerche di Lucas. Poi durante un torneo, l’elsa di un’arma attirò la mia attenzione. Era uguale a un disegno nei suoi appunti. Lucas era morto da poco e decisi di riprendere le ricerche, sebbene gli avessi promesso che non l’avrei fatto». Arendel rimase immobile.

«Ed era uguale a quella del pugnale che sempre porti con te» concluse.

«Mi dispiace». disse Arendel.

«Per cosa?»

«Per quello che ti è successo» aggiunse. «Da quanto eravate sposati?»

«Poco più di due anni. Ci eravamo sposati lo stesso anno in cui anche tu abbandonasti l’esercito». Glen fece una pausa, prese un respiro e poi concluse «quando tua moglie è stata uccisa». Arendel strinse i pugni per un attimo, poi li rilassò. Sollevò lo sguardo per un attimo, poi sembrò tornò serio e concentrato sull’argomento per cui erano scesi in cantina.

«Cosa hai scoperto?»

«Affari loschi con armi e forgiatori» disse Glen sottovoce, guardandosi attorno, come se temesse che anche laggiù qualcuno potesse udirli.

«Che genere di affari loschi?»

«Sono convinta che qualcuno stia tentando di arricchirsi con la guerra al fronte e con il potere e la ricchezza acquisite mediante queste azioni fatte sotto banco, prendere il controllo di qualcosa di più grosso» spiegò Glen con una certa dose di sicurezza.

«Come fai a esserne convinta?»

«Ho trovato delle carte, qualcosa che assomigliava a disposizioni per dei tornei e delle forniture d’armi che venivano descritte come “raccomandate”» Glen lasciò intendere che qualcuno stesse armeggiando con i fili di alcuni burattini messi in gioco solo come faccia di qualcosa di più grande.

«Dunque?»

«Ho portato avanti le ricerche su questo argomento, e, durante l’ultimo torneo, quello che ho perso per causa tua, ho scoperto che una certa Tanya promuoveva Darkus, l’uomo che ha vinto il torneo e che brandiva le armi di cui abbiamo parlato finora».

«Come possono delle armi essere il centro di un complotto così grande come dici? E come fai a stabilire che quello in cui io sono coinvolto sia direttamente legato a tutto ciò. L’unico legame che vedo è il pugnale con cui è stata uccisa mia moglie» obiettò Arendel con poca convinzione.

«Qualcuno sta manipolando le guerre politiche e militari con forze che forse non riusciamo neppure a immaginare. Quello che so» si interruppe per un istante. «Quello che so è che chi forgia queste armi è coinvolto in prima linea».

«I forgiatori di Krark», disse Arendel quasi come se la sua mente volesse accettare che ciò che Glen stava dicendo fosse vero.

«Esatto» esclamò Glen. «Proprio quel nome veniva menzionato nei cartigli che ho trovato. Avevo letto qualcosa che a prima vista mi sembrava assurdo, quasi una menzogna per vendere una merce falsa. Chi aveva scritto quelle lettere diceva che le armi di Krark potevano decidere le sorti di un duello, di una battaglia o di una guerra, secondo il volere del mastro forgiatore».

Arendel ripensò alle scoperte fatte da Bazam e, assumendo un’espressione riflessiva, collegò tutti quei frammenti che aveva raccolto. Nella sua mente fece un riassunto e senza che se ne accorgesse le parole uscirono dalla sua bocca senza essere filtrate dal raziocinio.

«Dunque il mandante starebbe in qualche modo usando il potere delle armi, me e chissà quali altri scagnozzi per influenzare o addirittura manipolare degli esponenti del governo di Mytel, o magari anche di qualcosa di più grosso, per ottenere ancora più potere e controllo».

Glen annuì in silenzio e Arendel si rese conto di aver parlato quasi senza volerlo. Quella sua riflessione rivelò a Glen che l’assassino silente le credeva.

I due si scambiarono un’occhiata di complicità. Arendel le disse con lo sguardo a Glen che si fidava di lei, e la donna rispose di rimando. Si intesero senza usare le parole.

«Dobbiamo andare con Bazam a Sarradun, alla grande biblioteca della gilda dei maghi». Arendel fu secco.

«Perché?»

«Perché in quella biblioteca è conservato un tomo che può dirci tutto su Krark, su una torre chiamata l’Occhio di Krark e su questi misteriosi poteri».L’uomo si lasciò scappare un sorriso. «Il nano aveva ragione. Seguire il pugnale e trovare quel tomo potrò spiegarci molte cose».

Glen annuì. Arendel la prese per mano e si avviò rapidamente verso l’uscita della cantina. «Ti spiegherò tutto più tardi» aggiunse mentre raggiungevano la porta di legno.

«Arendel». Glen bloccò l’uomo poco prima della porta. Si fece scura in viso. «C’è una cosa che devo dirti». Arendel guardò la donna con un sorriso.

«Lucas aveva fondato una specie di gruppo di ribelli».

«Avevo immaginato» affermò Arendel facendosi perplesso.

«Se qualcuno di loro arriva a te…»

L’assassino silente si fece anch’egli scuro in volto.

«C’è una taglia di cinquecento monete d’oro sulla tua testa, conservata nella vecchia cassaforte di Lucas e custodita dal consiglio di questi» esitò ancora, «ribelli».

Arendel si rilassò. «Non preoccuparti. So badare a me stesso». L’uomo si voltò nuovamente verso la porta ma Glen lo bloccò ancora. Si avvicinò e gli diede un bacio sulla guancia, abbassò lo sguardo e rimase in silenzio.

«Tutto finirà nel migliore dei modi». Le parole di Arendel, dette con quel disarmante sorriso, rassicurarono Glen, sebbene forti timori fossero nati nella mente dell’uomo.

***

«Vi assicuro e vi ripeto che non ho idea di cosa state parlando». Bazam parlava con fare apparentemente sicuro, sebbene alcuni suoi gesti non sarebbero passati inosservati a un esperto osservatore.

Arendel lo notò, guardando dal buco della serratura e ascoltando la conversazione con l’orecchio poggiato sulla porta.

«Sarà meglio per te stare fuori da certi giri loschi».

«Non sarà necessario che me lo ripetiate. Non sarà difficile non fare qualcosa che già non faccio» concluse il bibliotecario.

Il rumore di passi di due persone e della porta chiusa con vigore, chiusero quella conversazione.

Bazam guardò verso la porta. Attese qualche minuto. Si guardò attentamente attorno, si avvicinò all’uscita e si assicurò che i due si fossero allontanati, quindi tornò verso l’ingresso alla cantina e appose nuovamente il panno sulla serratura. Indietreggiò sobbalzando quando vide Arendel aprire la porta senza preavviso.

«Scusa» disse subito Arendel.

«Non fa niente. Sono solo un po’», il nano passò la mano sulla fronte asciugando un po’ di sudore, «nervoso».

«Ho sentito. Chi erano?»

«Non lo so. Non li avevo mai visti prima. Comunque non erano i loro veri volti, ne sono sicuro. Non so con che genere di trucco o magia si fossero camuffati ma non si prende facilmente in giro un nan…» si corresse immediatamente, «un bibliotecario».

Arendel sorrise un momento, ma il suo sorriso fu rotto immediatamente dalla preoccupazione. «Cosa volevano».

«Solo che la smettessi di fare ricerche al di fuori della mia biblioteca su armi o guerre antiche combattute nella Dominazione». Scosse il capo.

«Sei riuscito a convincerli che non stai facendo nulla di tutto ciò?»

«Lo spero».

Arendel rimase perplesso. Se quegli uomini erano al servizio del mandante, probabilmente erano in grado quanto lui di capire che il nano stesse mentendo.

«Dobbiamo sbrigarci ad andare a Sarradun, con qualche mezzo».

«Non abbiamo altri mezzi che la carovana con cui avevo organizzato prima». Il tono di Bazam era sconsolato.

«Allora andremo a cavallo»

«Impossibile» replicò immediatamente il bibliotecario. «A cavallo rischierai di farti scoprire» fece una pausa. «Per entrare nella capitale ti dovranno censire e allora sapranno che sei andati lì. Gli uomini del mandante, mi hai sempre detto, cercano di controllarti in qualche modo, e già a stento riesci a condurre con tranquillità le tue ricerche in questa città». Le parole del nano non lasciavano spazio a obiezioni.

«E come possiamo fare?»

Bazam abbassò lo sguardo riflessivo. Glen rimase in attesa, in silenzio con il fiato sospeso. Il nano strofinò il mento e la barba con la sua mano grassoccia e rimase zitto per qualche istante. D’improvviso i suoi occhi si illuminarono.

«Datemi sei giorni»

«Sei giorni? Per fare cosa?»

«Sei giorni e andremo tutti quanti insieme in incognito a Sarradun» affermò il nano.

«Come faremo?» domandò Arendel misto tra contento e dubbioso. Glen si limitò ad ascoltare e osservare.

«Lasciate fare a me. Ci rivedremo qui esattamente tra sei giorni, allo scoccare della mezzanotte. Non un minuto di più né uno di meno, intesi». Bazam guardò Arendel negli occhi, ricordandogli la mancanza precedente e sottolineando la nuova importanza dell’appuntamento.

«Bazam… era urgente» provò a giustificarsi Arendel con un mezzo sorriso, intuendo cosa il bibliotecario volesse dire.

«Lascia stare» gli sorrise di rimando. «Vedi di non mancare stavolta».

Arendel diede una pacca sulla spalla al nano, poi prese per mano Glen e la accompagnò verso l’uscita sul retro. «Non mancheremo».

«Non fare altre ricerche fuori dalla tua biblioteca». Arendel guardò Bazam per ricordargli che anche lui aveva delle raccomandazioni da fare.

«Non mettere il naso fuori da questa biblioteca se non per altre faccende, o ti caccerai in guai seri». Arendel si voltò e si mosse verso la porta dell’uscita secondaria sul retro della biblioteca. Bazam annuì semplicemente, poi sorrise.

Appena fuori, l’assassino si rivolse a Glen con tono più serio. «Non puoi restare né da me né da Bazam. Sarebbe troppo pericoloso per tutti». Estrasse una sacca con delle monete e una che conteneva dei trucchi e una parrucca. «Dovrai travestirti, rinchiuderti in locanda per sei giorni e non uscire dalla tua stanza. Cerca di non destare sospetti e se ti accorgi che il locandiere si incuriosisce del fatto che non ti vede, fuggi e cambia locanda».

Glen spostò la mano di Arendel che teneva il sacco di monete. «Ho del denaro a casa».

«Non puoi passare da casa, non è sicuro» la ammonì.

I due si scambiarono un ultimo sguardo di intesa, quindi si allontanarono ognuno per la sua strada. Si sarebbero incontrati sei giorni dopo per dare una svolta drastica alla loro storia.

***

La lettera non aveva la solita forma. Quando “il mandante” lo chiamava, usava un tipo di lacca ben precisa e non lasciava mai sbavature quando vi apponeva il suo marchio. Il papiro era diverso.

Arendel raccolse la pergamena arrotolata dal solito tubo nascosto nel mezzo della radura poco lontana dalla città. Richiuse il contenitore con la chiave, quindi occultò nuovamente con cura il nascondiglio. Esitò un attimo, poi ruppe il sigillo e aprì la lettera. Al suo interno non v’era il luogo dell’incontro e qualche dettaglio sulla sua prossima vittima, ma qualcosa di ben peggiore.

Non sono il mandante. Io conosco il tuo segreto. Se già ti stupisce che io abbia accesso ad alcune risorse di cui soltanto egli fa uso, ti renderai conto che non sei stato contattato da uno sprovveduto. Questa lettera non l’ha scritta lui, ma io di mio pugno per invitarti a vederci, fuori dal bosco, l’ultimo giorno del mese al calar del sole. Ho una proposta che, per il bene di tua figlia, non vorrai rifiutare.

L’assassino silente arrotolò la pergamena e la ripose nella sua sacca, facendo attenzione a non lasciare traccia della lacca, neppure in mezzo ai cespugli. Mancavano solo tre giorni all’appuntamento ed egli non sarebbe mancato.

***

Quei tre giorni erano trascorsi quasi senza sonno. Ora dopo ora non riusciva a cancellare dalla mente l’immagine di sua figlia, minacciata da un nuovo pericolo. Erano diverse settimane che non gli veniva commissionato un omicidio, eccezion fatta per Glen, e aveva avuto del tempo per continuare le sue ricerche segrete.

Aveva quasi iniziato a ringraziare gli dei per quel periodo di pace, ma quella tranquillità apparente era stata spezzata prima dalla commissione che lo aveva disorientato, poi dall’enigmatico messaggio.

Infine lo aveva fatto. Aveva ringraziato gli dei, ma soltanto per aver fatto giungere il giorno dell’incontro.

Il cappuccio copriva, come sempre, il capo non lasciando neppure intravedere il volto immerso nell’ombra. Con passo felpato, Arendel si avvicinò al bosco e in particolare al sentiero nascosto che utilizzava per recarsi nel luogo ove gli venivano recapitati quelli che il suo anonimo committente chiamava gli inviti.

Il bavero esotico, di una seta scura e arricciata e l’abito sboffante verde, anch’esso molto cupo ed elegante, avvolgevano un corpo snello, quasi gracile e leggermente ricurvo in avanti. Capelli grigi ben curati e acconciati facevano da cornice a un viso pulito, ringiovanito dal trucco e all’apparenza talmente aggraziato da sembrare effeminato. Non era uno dei soliti messaggeri.

Arendel si avvicinò cautamente. Non ebbe alcun atteggiamento ostile nei confronti dello sconosciuto ma rimase pronto a scattare armi in mano.

«E così saresti tu quello che ha preso il mio posto», esordì. «Ti facevo più piccolo di corporatura, tale da passare inosservato… dato ciò che raccontano i messaggeri del mandante».

«Chi sei?»

«Perdona la mia scortesia» fece un inchino goffo più per i malanni fisici che per altro. Il suo gesto lasciava trasparire un’ormai persa fascinosa eleganza. «Mi presento, io sono Zhaiper e qualche anno fa, prima che una terribile malattia ai muscoli mi impedisse di proseguire nella mia carriera, svolgevo la tua mansione…» il tono dell’uomo era signorile, cortese e tranquillo, «forse con un pizzico di professionalità in più, se me lo permetti», puntualizzò.

«Perché hai organizzato questo incontro? Di che segreto parli? Io non ho alcun segreto per il mandante». Arendel fu secco. Non lasciò che l’ombra rivelasse il suo volto né le emozioni che stava provando.

«Così non va, Arendel». Zhaiper sollevò una mano e scosse lentamente un dito. «Non mentire», proseguì abbassando la mano e appoggiandosi a un albero. Nel buio, in mezzo ai capelli grigi, gli occhi verde intenso spiccavano e sembravano risplendere più della luce stessa delle stelle. Uno strano ardore si era acceso in lui.

«Lascia che ti spieghi con calma».

Arendel rimase immobile, in silenzio.

«Un mio vecchio amico, uno che ne sapeva molte di cose, è finito nella lista dei cattivi tempo addietro. Mi è dispiaciuto molto sapere che non avrei più potuto usufruire dei suoi servigi ma, ahimè questa è la vita. Un giorno da, l’altro toglie». Zhaiper gesticolò mentre parlava, assumendo pose bizzarre con movimento morbidi, lenti e fintamente perfetti. «Hopper, Adam Hopper, detto il mercante di informazioni aveva giocato il suo ultimo tiro mancino e dunque la vita, in questo caso, ha tolto», il suo sguardo si posò su Arendel. «Accadde però, che nei miei innumerevoli viaggi per conto del mandante, io abbia incontrato una persona che, guarda che cosa può fare il caso», assunse un’espressione scherzosa, quasi sorpresa, «gli assomigliava davvero tanto». Fece una pausa.

«Passeggiavo nei giardini di un paesino abbastanza ricco nelle terre di Esilio quando un omuncolo piccolo e brutto mi chiese se un viaggiatore proveniente da lontano, avesse bisogno di informazioni o ne avesse da vendere». Il sorriso si fece più beffardo. Arendel cominciò a capire.

«“Perché no?” Gli risposi io. E la cosa non mi suonava affatto nuova. Ancora il caso volle che questa persona di cui prima ti citavo e ti anticipavo, fosse proprio il mio vecchio amico, vivo e vegeto e di nuovo in attività giusto un po’ più lontano da qui. Ed è stato allora che mi sono domandato se costui non dovesse essere già sotto la terra a guardare i sassi dal buio, per mano tua». Il sorriso si fece più malvagio.

«E quindi mi sono trovato a usare i miei vecchi metodi per farmi fare uno sconto sulle informazioni che volevo comprare», si fermò ancora un istante. Arendel avvicinò la mano alla daga. «E ho saputo con mio dispiacere ma al contempo con mio sommo gaudio che tu hai un trucco per pulirti la coscienza e tenere viva la tua bella figliola», Zhaiper si strofinò il labbro superiore con la lingua mentre concludeva la frase.

«E dunque?»

«Dunque non ho detto nulla al mandante, perché voglio sfruttare questa informazione a mio vantaggio». Zhaiper si strofinò le mani.

«Ultimamente la paga scarseggia e devo arrotondare facendo qualche lavoretto in più. E le dame che sono di mio gusto sono troppo giovani per essere trovate per strada, e quelle del mercato oscuro costano un occhio della testa… e come vedi, io ne ho solo due».

Arendel Rabbrividì. «Arriva al punto». La mano tremò, l’orecchio si preparò a udire le parole più terribili.

«Io sono abbastanza vicino al mandante, posso far morire tua figlia quando e come voglio, posso chiedergliela in prestito per il mio diletto e se proprio volessi…». Zhaiper alzò lo sguardo come sognasse di stringere la bambina tra le sue gambe. La pervertita lussuria gli si leggeva in volto. Arendel sgranò gli occhi e sentì il cuore palpitargli.

«Tu adesso lavori anche per me e ucciderai chi io ti comanderò di uccidere, altrimenti tua figlia morirà prima del tempo e per mano mia», sentenziò.

«Tu non la toccherai…», sibilò Arendel, trattenendo l’ira.