E quando un Incubo si traveste da sogno, è il segno che qualcosa sta tramando nell’oscurità e ha dei progetti che devono passare attraverso quello stato onirico perché non hanno altra via per manifestarsi e creare così delle condizioni che un uomo, nella sua ignoranza, chiamerebbe coincidenze. La verità è che i sogni comandano la mente più di quanto chiunque potrebbe ammettere e che sono il luogo dove l’animo nobile di un uomo diviene vulnerabile agli incubi peggiori.
Da un sogno può cominciare un cammino la cui metà può essere chiara solo al momento in cui ci si ritrova di fronte a ciò che si è inconsapevolmente inseguito con tutte le proprie forze.
***
E infine c’era riuscito. Lo sguardo di Rag’Anyev si perdeva all’orizzonte. Era di fronte alla tetra immagine di nuvole grigie che occludevano il cielo altrimenti rossastro, tutte disposte attorno e nelle vicinanze di picchi alti e costantemente afflitti da tempesta, quasi volessero ricordare alla terra che il cielo comanda su di essa, come gli dei sui mortali. Erano le Teste del non potere, ed era giunto a alla sua metà.
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Spesso il nome bizzarro di un luogo ha origine da leggende, storie ed eventi che a esso sono legati. I monti sempre cupi e avversi ai viaggiatori, situati al centro delle terre occidentali popolate per lo più dagli uomini, si dice abbiano una delle storie più antiche e contorte che chiunque, persino un Dio, possa raccontare.
Erano stati innalzati dallo scontro di due lastre di pietra che si raccontava fossero state spinte da due tribù di giganti, alcuni tra i più antichi e ormai estinti abitanti di quelle terre, che in lotta tra loro volevano dimostrare gli uni agli altri che la propria stirpe fosse la più forte.
Si narra che per secoli spinsero la pietra, creando delle sculture enormi volte verso il cielo. Ognuno dei colli cresceva sempre di più, mordendo la terra profonda che si trovava al di sotto e cibandosene. Divennero montagne, picchi enormi che infine si trasformarono in ciò che simboleggiava la forza dei giganti. Le tribù si accorsero del potere che avevano sul mondo. Potevano cambiarlo a loro immagine e volontà. I due capi si unirono in una discussione e decisero di far nascere la pace. Le loro tribù unite potevano dominare il mondo.
Questa voce giunse alle orecchie degli dei e a essi non piacque tutto ciò, perché avrebbe distrutto l’equilibrio del mondo che avevano creato. Ed essi mandarono i draghi, i loro angeli della vendetta, e gli ordinarono di sterminarli, di cancellare ogni loro traccia. Presi dalla foga fecero sprofondare le radici dei monti nelle profondità della terra, fino a toccare gli incubi più profondi, casa degli dei del buio. In superficie rimasero solo le teste di quelle enormi sculture lavorate dalla forza dei giganti, distrutti ed estinti. Esse avrebbero simboleggiato il male nato dalla voglia di cercare sempre più potere, dalla brama di dominio. La loro distruzione sarebbe diventata il monito per le altre razze e dunque esse sarebbero state per sempre, le Teste del non potere.
Ma le radici profonde delle montagne, ormai intrise della corruzione delle anime dei giganti, bruciate e cancellate dalla memoria in quelle valli, sfiorarono le orecchie delle tenebre. In nome dell’equilibrio tanto amato da molti degli dei, coloro che abitavano il buio ottennero di usare quel luogo come punto di contatto con il mondo dei mortali, sottostando comunque alle leggi universali.
Il luogo era divenuto dunque pericoloso per i mortali stessi e per gli dei che avevano stretto i patti. Per evitare che qualcuno si avventurasse da quelle parti, alcuni tra quelli che avevano il potere di comandare il tempo e le stagioni, le riempirono di costanti piogge, neve e fulmini. Nessuno avrebbe potuto usare la magia per passare, nessuno avrebbe avuto più voglia di attraversare quei monti. E chi avesse voluto provare, lì avrebbe lasciato ogni suo soffio di vita.
Quelle montagne, comunque altissime per i comuni abitanti delle terre occidentali, come gli uomini o gli elfi, divennero luogo di culto, venerate a distanza da alcuni, temute da molti, studiate da altri. I racconti divennero sempre più vicini alla realtà perché in effetti le intemperie erano ciò che dominava quei luoghi, e la magia sembrava non raggiungere nemmeno la base delle Teste del non potere. Nessuno osava attraversarle tanto che molte strade che dovevano collegare il sud con il nord furono interrotte e mai finite. Solo pochi coraggiosi provarono a oltrepassarle ma nessuno seppe più nulla di loro. Ma ciò non scoraggiò chi cercava la fama. Decine di avventurieri, desiderosi di essere il primo ad attraversare quel luogo odiato dagli dei, si persero in quei luoghi e con essi tutti gli oggetti magici e i tesori che portavano indosso nella speranza che li aiutassero con le loro forze magiche o che gli servissero per avere il favore degli Incubi che si pensava si nascondessero lì dentro e divorassero i passanti.
Passò del tempo e quei luoghi persero importanza e celebrità, come ogni cosa nelle menti degli umani, razza dominante delle vallate circostanti. In fondo, tutte quelle storie sugli dei, sugli Incubi e su tesori e avventurieri, erano solo leggende sulle bocche dei bardi.
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Il respiro si fece affannoso. Il peso della donna legata e imbavagliata, lo piegava. Tan fece gli ultimi passi, poi si fermò. Il rombo terribile di un tuono lo ammonì. Poggiò la donna per terra. Lo sguardo in lacrime di Daria lo fece rabbrividire.
«Non doveva finire in questo modo. Io non volevo che andasse così. Lo giuro sul nome di tutti gli dei che conosco. Non doveva degenerare». Tan tremava mentre si rivolgeva a Daria e la implorava con lo sguardo di fare silenzio. «Non dovevamo abbandonare la torre ma…» gli mancarono le parole. L’immagine del demone che lo aveva inseguito poche ore prima, scomparso poi nel nulla, lo immobilizzò e lo ammutolì.
«Io non voglio farti del male». Lo sguardo di Daria rimase fisso su Tan. «Non so nemmeno perché sono arrivato fin qui».
Tu sei qui per portarmi il frutto del mio sangue. Il cielo tuonò. Tan sollevò lo sguardo verso la cima delle montagne. Osservò il cielo scuro e tempestoso e rabbrividì udendo l’eco di quelle parole.
«Chi c’è?»
Daria lo fissò impietrita. Le gocce di pioggia le bagnavano il viso rivolto verso l’alto. Le corde stringevano i lunghi panni con cui era avvolta e immobilizzata. La bocca era secca e la mascella indolenzita, costretta a stringere rigida e disgustosa canapa.
«Chi ha parlato?» Tan si guardò attorno terrorizzato.
Io sono Jash’Om’Arkadeth, l’Incubo di Rag’Anyev, e per te posso essere la salvezza o il peggiore dei tuoi tormenti. Egli giunge qui per ucciderti ma non è ancora consapevole che il suo vero scopo è venire qui per me.
Tan cadde in ginocchio, si allontanò da Daria che lo fissava perplessa. «Che cosa sei? Dove sei? Esci fuori», urlò.
Tu non desideri vedermi, non ancora almeno. Tu sei qui, terreno fertile, pronto a essere mio servo, premiato con il potere degli dei immortali. Tutto ciò che devi fare è avere timore di me, urlare, e portare quella donna nel cuore di questi monti.
L’uomo cadde con le spalle a terra. Il suo sguardo era perso nel vuoto. Tremava, sentiva la follia insinuarsi nella sua mente. Strinse il suo stesso corpo avvolgendolo nelle braccia e rotolò dondolandosi nelle pozzanghere. I suoi gemiti terrorizzarono Daria. Ella vedeva un uomo diventare folle al solo avvicinarsi ai leggendari monti chiamati Teste del non potere.
Alzati. La voce si fece terribile. Tan smise di singhiozzare e si alzò in piedi. Continuava a tremare. Si avvicinò lentamente alla donna e la afferrò. La strinse tra le braccia come la volesse abbracciare. Daria percepì la strana sensazione di paura che traboccava dalle lacrime dell’uomo.
Urla. Tan sentì ancora quell’eco penetrargli nel cervello e urlò. Senza spiegazione apparente, sapeva anche cosa doveva dire. «Sono qui!»
Cammina. Con passi lenti e gli occhi sbarrati, trattenendo a stendo Daria che si dimenava terrorizzata, Tan svanì nel buio del passo che attraversava i monti maledetti.
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«Non erano sogni quelli che ti spingevano a giungere sin qui, ma invocazioni che arrivavano a te direttamente dal potere delle tenebre. Sei stato scelto per essere un cavaliere dell’oscurità, perché il tuo animo è già propenso e non accetta le assurdità degli dei che tutti chiamano buoni. Tu hai già fatto molto affinché il mondo capisca cosa significa veramente bene e male, affinché tutti i mortali aprano gli occhi».
Tan inciampò facendo rotolare a terra Daria. La donna cercava di urlare, di piangere e di liberarsi. La paura era tangibile nei suoi occhi e nei suoi lamenti. L’uomo, dal canto suo, era caduto in uno stato di incosciente veglia. La sua mente vagava nel vuoto di terrore e follia. La voce era più reale stavolta. Si voltò lentamente. Il rumore della pioggia confondeva i suoi sensi. Una figura scura si ergeva dietro di lui. Un lampo lo illuminò per un istante. Era il demone che l’aveva inseguito, era il suo incubo. Era Rag’Anyev.
«Le tue urla sono state un’ottima guida. Non temere. La rabbia può accecare anche il più saggio tra gli uomini. E Rag’Anyev non è certo quel tipo di uomo. Io sono Jash’Om’Arkadeth». Quell’ultima frase rimbombò nella testa di Tan come già era accaduto poche ore prima.
«Non farmi del male… ti prego… non farmi del male». Rannicchiato per terra, Tan chiuse gli occhi e portò le braccia davanti a sé per difendersi, nonostante fosse perfettamente cosciente della sua impotenza nei confronti dell’Incubo.
Lo sguardo del demone si posò su Daria. La malvagità dipinta negli occhi della creatura immonda svanì. Smise di lacrimare sangue nero. Rag’Anyev riaprì gli occhi.
«Daria» sussurrò. Sentì gioia nel suo cuore, ma l’ira lo perseguitava. Rimase immobile.
Siamo dunque giunti alla resa dei conti. Ora potrai fare la tua scelta. Hai già due valorosi servi e tutto il mio potere a tua disposizione. Devi solo accettarlo e dire di si. Prostrati a Kahalan e dagli ciò che desidera. L’alternativa sarà soltanto la morte.
«Ho ritrovato Daria. Non ho più bisogno di te».
Stolto. Non puoi liberarti di me. Noi siamo una cosa sola. Tu sei giunto qui per me. Se non ti unisci al Signore dei Morti, tu, quella donna e quel reietto morirete tutti. Nessuno abbandona le Teste del non potere senza il suo permesso.
Rag’Anyev guardò negli occhi Daria. Sentì una gran forza dentro di sé. Strinse i pugni e urlò. Cadde in ginocchio e in pochi istanti il suo aspetto tornò umano. Camminò verso Daria. La liberò dalle corde e la abbracciò. Si voltò un istante e vide Tan che singhiozzava e si trascinava, consumato dalla stanchezza.
«Tranquilla» Rag’Anyev cullò Daria, «è tutto finito. L’incubo è solo storia passata e adesso tu sei salva. Ti riporterò a casa».
«Ho freddo», Daria si appoggiò al petto dell’amico. Rag’Anyev la strinse. La mano corse lungo il collo e le sollevò il mento. La baciò. Gli occhi chiusi e le labbra strette. Sulla nuda e fredda pietra i loro corpi cominciarono a scaldarsi. Più indietro, Tan giaceva immobile, irretito dalle tenebre del freddo e delle montagne.
«Rag’Anyev… io…» Daria aprì gli occhi e si discostò dall’uomo. «Andiamo via da qui, ti prego».
«No». Aprì gli occhi, rossi e intrisi di sangue.
L’Incubo non era svanito. Era ancora lì, subdolo e meschino. E sapeva che avrebbe avuto Daria, e da lei ciò che Kahalan bramava. E l’avrebbe avuto quella notte, l’unica in cui Jash’Om’Arkadeth avrebbe potuto camminare sulla roccia dei monti maledetti.
***
Un legame di sangue è indissolubile. Non si tratta di un legame come di un sentimento, o un patto o un giuramento. Due fratelli non possono semplicemente scegliere di non esserlo più. Quando un legame di questo tipo viene stabilito, da esso si diramano tante venature, come le radici di un albero, i cui movimenti paiono insensati ma che in realtà sono ben definiti e dettati da regole precise. L’eredità di un legame di sangue è qualcosa che può essere un potere immenso, un semplice nome o un peso che l’erede porterà fino a che morte non lo separi dall’eredità stessa.
***
Daria si divincolò, nuda sulla nuda e fredda roccia. Rag’Anyev aveva ancora le sembianze di un uomo, ma ella sapeva che non era lui che la stava stringendo in quel momento. Non riuscì a opporsi alla sua forza. Dovette cedere e lasciare che tutto si compisse.
Rag’Anyev alzò la testa e fissò Daria per un istante. I suoi occhi erano tornati normali, ma era evidente che poteva trattarsi di uno stato temporaneo. La ragazza rimase immobile.
Una pietra colpì violentemente alla nuca il reietto. Tan si era alzato e nonostante fosse in fin di vita aveva lanciato il masso. Gli occhi di Rag’Anyev tornarono immediatamente a lacrimare sangue. Il suo sguardo si colorò d’ira e si mosse prima su Daria che, terrorizzata, indietreggiò poggiandosi sulla roccia, poi su Tan che iniziò a correre, per quanto gli fosse possibile, verso una caverna scavata nelle antiche pareti delle Teste del non potere.
Rag’Anyev si lanciò all’inseguimento di Tan. Udì i passi dell’uomo echeggiare, poi rallentare e infine fermarsi. Un gemito rimbombò, poi silenzio.
«Non puoi fuggire in eterno». La voce di Rag’Anyev era più profonda di quanto non lo fosse normalmente, tuttavia non era quella dell’incubo.
«Io non sto fuggendo». Non era la voce di Tan. «Alla fine è riuscito a condurti fin qui».
«Chi sei?»
Una figura grigia emerse dall’ombra. Nella sua mano brillava una spada da cui gocciolava sangue fresco. Quello di Tan.
«Io sono il dannato». L’essere appena apparso sembrava un uomo, ma aveva la pelle scura e nessun capello in testa. Gli occhi erano vacui e bianchi, come fosse cieco, e le sue mani non sembravano poter lasciare l’elsa della spada. Rag’Anyev rimase silenziosamente immobile.
«Hai tempo per una storia?»
Rag’Anyev annuì perplesso. L’essere si sedette su di una roccia e puntò la spada sul pavimento.
«Molti anni fa, uno dei maghi più potenti della costa trovò un modo per superare i limiti della magia. Aveva scoperto di poter manipolare il tempo e lo spazio per essere immortale, viaggiando tra dimensioni parallele e tornando giovane ogni volta che lo desiderava. Era chiamato il mago dei portali».
Rag’Anyev ascoltò attento, ma allo stesso tempo rimase allerta, pronto a reagire a ogni movimento inconsulto.
«Egli aveva due chiavi per manipolare la magia in questo modo. Una era la clessidra del tempo, l’altra era Roarghuem, una spada. Il mago aveva intriso questi oggetti di un particolare potere, tanto pericoloso che chi avesse tentato di controllarlo avrebbe potuto superare di nuovo i limiti della magia. Ma questo non piacque agli Dei, e decisero di sottrarre la clessidra al mago e di affidarla ai sacerdoti del tempo nelle profondità della terra, nella speranza che col tempo il culto non morisse e che sempre rimanesse vivo il guardiano. La spada tuttavia rimaneva capace di aprire squarci tra le dimensioni e non poteva essere affidata a nessuno in quanto in essa il mago aveva trasferito parte della sua anima». L’essere proseguì nella sua storia. Rag’Anyev cominciò a capire.
«Dunque il mago dei portali fu bandito e rinchiuso nei monti dove la magia stessa è follia, in un luogo da cui mai sarebbe potuto più uscire e la spada fu maledetta». Il dannato sospirò.
«Passarono gli anni e il mago non poté più far nulla, condannato a una vita eterna priva di ogni cosa, obbligato a vagare nel buio e incapace di uscire da questi luoghi. Ma l’occhio vigile di un Dio dell’ombra, che già era sceso a patti con gli altri Dei, si posò sul mago e in un giorno preciso mandò un Incubo sotto le spoglie di una bellissima donna a sedurlo. Non fu difficile e subito fu concepito un frutto che era per metà un uomo e per metà un Incubo».
Rag’Anyev indietreggiò di un passo e il dannato si alzò.
«Io sono Jash, mago dei portali, e la mia anima marcisce nelle fauci di Om’Arkadeth. Io sono l’origine del tuo Incubo. Rag’Anyev, io sono tuo padre».
«Io, non capisco». Rag’Anyev esitò.
«Tu sei la mia stessa maledizione ma resti pur sempre mio figlio». Jash si avvicinò al figlio. Il suo sguardo era triste.
«Tu sei il legame che Kahalan aveva bisogno di creare affinché una profezia narrata da uno dei tre secolari si avverasse». Rag’Anyev indietreggiò. «Il Signore dei morti ha bisogno della tua prole e finché almeno uno dei suoi discendenti sarà in vita questo legame non sarà spezzato». Il tono del mago divenne quasi frenetico. «Non devi lasciare eredi, sei condannato a essere solo, non commettere il mio stesso sbaglio. Ho fatto tutto ciò che era in mio potere per non farti conoscere la magia e per tenerti lontano dalle città, ma alla fine sapevo che sarebbe successo. E la mia eredità ti ha condotto fin qui con quella ragazza».
Rag’Anyev guardò verso l’uscita della caverna. Sapeva che fuori c’era Daria, nuda in mezzo alle rocce, terrorizzata e innocente.
«Cosa posso fare?»
«Spezza la profezia dei creatori del cristallo, distruggi il legame che Kahalan ha creato interrompendo la sua dinastia. Finché tu o un tuo discendente è in vita egli potrà spargere ancora il suo seme. Fino a sette volte, e quando l’avrà fatto, la profezia sarà vicina al suo compiersi». Jash chinò il capo e fissò il pavimento in silenzio per un attimo.
«Come posso interrompere questo legame?»
«Nessun Incubo può uscire da qui, nemmeno nel giorno prestabilito, ma tu che sei per metà uomo puoi e trascini con te il potere dell’Incubo che manderà qui altra gente a ricevere l’eredità maledetta. Figlio, dovrai uccidermi, e dovrai morire».
«Come posso crederti?»
«Non ho modo di darti prova, se non il fatto stesso di donarti la mia vita»
Rag’Anyev titubò ma si vide negli occhi di suo padre, il suo stesso sguardo. Quella storia spiegava tutti gli anni incogniti della sua vita.
«Figlio, salva il mondo e ci rivedremo nei giardini degli Dei» concluse.
Passarono vuoti istanti di silenzio in cui Rag’Anyev vide passare davanti a sé la tristezza della sua vita e tutte le sue sofferenze. Si rese conto che morire per lui non sarebbe stato un dolore ma solo una liberazione. Solo Daria era ciò che lo faceva dubitare.
«Quella donna che ami. Anche lei è stata manipolata. Stanne certo». Jash parve interpretare il silenzio del figlio, e intendere ogni suo singolo pensiero. Quelle parole scatenarono in Rag’Anyev un’ira funesta. Le sue braccia afferrarono le mani del padre e comandarono i movimenti della spada Roarghuem. Jash non oppose resistenza. La lama si conficcò nel petto del mago e ne risucchiò l’anima, imprigionandovi dentro anche parte dell’Incubo che padre e figlio condividevano. Il corpo di Jash scomparve e la spada cadde per terra. Conscio di quale entità si celasse in quella spada, Rag’Anyev si addentrò nelle profondità dei monti e la conficcò in una roccia nascosta alla vista di qualunque avventuriero che avesse anche solo osato avvicinarsi alle Teste del non potere.
La prima parte era conclusa. Ora non gli restava che morire.
* Epilogo *
In lacrime e con la testa tra le mani, Rag’Anyev tornò da Daria. La ragazza si era coperta con i brandelli di vestiti rimasti e tremava ancora rannicchiata tra le pietre.
«Calma. Ormai è finita». Disse Rag’Anyev tendendole la mano.
Daria esitò ma quando riconobbe nello sguardo di Rag’Anyev quello dell’uomo di cui era innamorata, tese la mano e si lasciò condurre fuori dalle montagne.
Il cammino per tornare a Kapnab era lungo. Rag’Anyev raccontò ogni dettaglio della storia a Daria. Le disse che una volta tornati avrebbe dovuto testimoniare contro di lui e farlo giustiziare secondo le leggi. Avrebbe avuto denaro e una vita tranquilla, cose che egli non poteva darle.
Daria pianse tutte le notti di fronte a quella scelta. Ma Rag’Anyev fu impietoso e le disse che se non lo avesse fatto, sarebbe andato da Gaart nella notte e si sarebbe fatto uccidere.
Giunsero al villaggio quattro giorni dopo. Daria eseguì ciò che Rag’Anyev le aveva detto di fare. Si presentò dalla guardia cittadina e dal consiglio degli anziani con il prigioniero legato e sotto minaccia di un coltello. Testimoniò contro di lui e udì le parole della corte sentenziare che Rag’Anyev sarebbe stato ucciso la sera stessa.
Rag’Anyev fu imprigionato e preparato per essere ucciso. Daria si chiuse in casa e pianse ininterrottamente.
La ragazza aveva deciso che non sarebbe andata a vedere l’esecuzione pubblica. Non aveva il coraggio. Ma un lampo le percorse la mente proprio poco prima dell’esecuzione. Corse al tempio dai sacerdoti. Aveva bisogno di sapere una cosa.
***
La scure affilatissima era già pronta a scendere sulla testa di Rag’Anyev. La folla gli urlava insulti di ogni genere e lui rimaneva in silenzio, accettando le parole che gli piovevano addosso.
«Con il potere conferitomi dal consiglio…» iniziò il giudice. «Io dichiaro che per tutte le colpe di cui Rag’Anyev si è macchiato, la sua vita sia presa dalla scure». Il silenzio calò in un istante. «Adesso».
La mano del giudice si abbassò e il boia lasciò cadere la lama.
«Fermi» urlò Daria in quel preciso istante. Ma la lama non si fermò. Vide la testa di Rag’Anyev rotolare nel cesto. «Sono incinta» sussurrò.
***
Il destino può in effetti essere bizzarro. Anche quando ha in mano il potere di decidere della vita o della morte, un mortale non riesce a rendersi conto del potere che sta esercitando, spesso troppo grande per giacere nelle sue mani. E di fronte a un sacrificio, uno nuovo e ancora più grande, spesso la decisione che si prende è quella sbagliata.
***
La mano di Daria stringeva il pugnale di fronte alla culla. Non era stata capace di farlo mentre lo aveva in grembo e non né fu capace neppure dopo. Lasciò cadere il pugnale per terra e con le lacrime agli occhi, prese in braccio suo figlio e lo coccolò. Era l’ultima cosa che gli ricordava l’immenso amore che aveva provato per Rag’Anyev.
***
Il figlio di Rag’Anyev e Daria crebbe come una creatura normale e studiò magia come gli impose la madre. Lasciò presto la famiglia e fece le sue esperienze. Lavorò, studiò, ebbe donne e frequentò la malavita. Era dotato di fascino e intelligenza.
Ma nel suo destino c’era un’eredità che presto avrebbe dovuto fronteggiare, per la quale avrebbe intrapreso un viaggio verso il suo destino e che l’avrebbe portato a cercare le sue origini e soprattutto la sua vera metà.
Ardwin di Lochtale, mago tra i più eccellenti della Colonna dell’Ovest, fu espulso dalla scuola per aver ucciso accidentalmente una studentessa della Colonna dell’Est durante degli esperimenti atti a superare i limiti della magia e grazie ai quali aveva ottenuto un’innaturale lunga vita. Egli si era giustificato solo dicendo che erano esperimenti necessari per la salvezza dell’umanità.
***
Gli spiriti di questo luogo mi hanno parlato. Si Grokt, io sono il primo di sette fratelli di sangue, nati da genitori diversi, e legati da un destino comune. Non sono così giovane come sembro. E se ti stai chiedendo se il nostro cammino era già stato deciso, ti risponderò di si, almeno sino a qui, le Teste del non potere. E se anche ti stai chiedendo se la donna che stiamo inseguendo aveva qualche accordo con me, non potrò negarti neppure questo. Ella ha qualcosa che io cerco perché sono il primo ma ho studiato un’intera vita per superare i limiti della magia. E ora che ci sono quasi riusciti ti assicuro che sarò anche l’ultimo dei sette Kahalanei, perché io sono il loro legame continuo, la loro era, e anche il loro destino. Come so queste cose? Me le ha raccontate l’eredità che mio padre mi ha lasciato, che egli a sua volta ricevette da Jash’Om’Arkadeth.
C’è una cosa che non ti ho mai detto, Grokt. Tu sei un vero amico, perché so che nella tua stupidità e nella tua imponente statura, non mi tradirai e non potrai mai rivelare questi segreti che mi ardono dentro. A qualcuno dovevo dirlo, prima di mettere piede in quei luoghi immondi e andare incontro al mio destino. Spero di avere il coraggio di interrogare gli spiriti che si nascondono in queste montagne per conoscere la mia verità. Qualcosa che condividerò solo con qualcuno che non potrà raccontarla. E so che tu non parlerai…
***
Ardwin, dopo aver raccontato la sua storia a Grokt, guardando le Teste del non potere, dove mai si sarebbe visto sorgere il sole, sentì che era il momento di svegliare gli altri membri del gruppo e di partire alla volta dei monti. Ormai mancava meno di mezza giornata di cammino.
* Fine *

