Il Cuore di un Incubo – Parte III

30 settembre 2009 - 20:02 by immortal_bard

E quando un Incubo si traveste da sogno, è il segno che qualcosa sta tramando nell’oscurità e ha dei progetti che devono passare attraverso quello stato onirico perché non hanno altra via per manifestarsi e creare così delle condizioni che un uomo, nella sua ignoranza, chiamerebbe coincidenze. La verità è che i sogni comandano la mente più di quanto chiunque potrebbe ammettere e che sono il luogo dove l’animo nobile di un uomo diviene vulnerabile agli incubi peggiori.

Da un sogno può cominciare un cammino la cui metà può essere chiara solo al momento in cui ci si ritrova di fronte a ciò che si è inconsapevolmente inseguito con tutte le proprie forze.

***

E infine c’era riuscito. Lo sguardo di Rag’Anyev si perdeva all’orizzonte. Era di fronte alla tetra immagine di nuvole grigie che occludevano il cielo altrimenti rossastro, tutte disposte attorno e nelle vicinanze di picchi alti e costantemente afflitti da tempesta, quasi volessero ricordare alla terra che il cielo comanda su di essa, come gli dei sui mortali. Erano le Teste del non potere, ed era giunto a alla sua metà.

***

Spesso il nome bizzarro di un luogo ha origine da leggende, storie ed eventi che a esso sono legati. I monti sempre cupi e avversi ai viaggiatori, situati al centro delle terre occidentali popolate per lo più dagli uomini, si dice abbiano una delle storie più antiche e contorte che chiunque, persino un Dio, possa raccontare.

Erano stati innalzati dallo scontro di due lastre di pietra che si raccontava fossero state spinte da due tribù di giganti, alcuni tra i più antichi e ormai estinti abitanti di quelle terre, che in lotta tra loro volevano dimostrare gli uni agli altri che la propria stirpe fosse la più forte.

Si narra che per secoli spinsero la pietra, creando delle sculture enormi volte verso il cielo. Ognuno dei colli cresceva sempre di più, mordendo la terra profonda che si trovava al di sotto e cibandosene. Divennero montagne, picchi enormi che infine si trasformarono in ciò che simboleggiava la forza dei giganti. Le tribù si accorsero del potere che avevano sul mondo. Potevano cambiarlo a loro immagine e volontà. I due capi si unirono in una discussione e decisero di far nascere la pace. Le loro tribù unite potevano dominare il mondo.

Questa voce giunse alle orecchie degli dei e a essi non piacque tutto ciò, perché avrebbe distrutto l’equilibrio del mondo che avevano creato. Ed essi mandarono i draghi, i loro angeli della vendetta, e gli ordinarono di sterminarli, di cancellare ogni loro traccia. Presi dalla foga fecero sprofondare le radici dei monti nelle profondità della terra, fino a toccare gli incubi più profondi, casa degli dei del buio. In superficie rimasero solo le teste di quelle enormi sculture lavorate dalla forza dei giganti, distrutti ed estinti. Esse avrebbero simboleggiato il male nato dalla voglia di cercare sempre più potere, dalla brama di dominio. La loro distruzione sarebbe diventata il monito per le altre razze e dunque esse sarebbero state per sempre, le Teste del non potere.

Ma le radici profonde delle montagne, ormai intrise della corruzione delle anime dei giganti, bruciate e cancellate dalla memoria in quelle valli, sfiorarono le orecchie delle tenebre. In nome dell’equilibrio tanto amato da molti degli dei, coloro che abitavano il buio ottennero di usare quel luogo come punto di contatto con il mondo dei mortali, sottostando comunque alle leggi universali.

Il luogo era divenuto dunque pericoloso per i mortali stessi e per gli dei che avevano stretto i patti. Per evitare che qualcuno si avventurasse da quelle parti, alcuni tra quelli che avevano il potere di comandare il tempo e le stagioni, le riempirono di costanti piogge, neve e fulmini. Nessuno avrebbe potuto usare la magia per passare, nessuno avrebbe avuto più voglia di attraversare quei monti. E chi avesse voluto provare, lì avrebbe lasciato ogni suo soffio di vita.

Quelle montagne, comunque altissime per i comuni abitanti delle terre occidentali, come gli uomini o gli elfi, divennero luogo di culto, venerate a distanza da alcuni, temute da molti, studiate da altri. I racconti divennero sempre più vicini alla realtà perché in effetti le intemperie erano ciò che dominava quei luoghi, e la magia sembrava non raggiungere nemmeno la base delle Teste del non potere. Nessuno osava attraversarle tanto che molte strade che dovevano collegare il sud con il nord furono interrotte e mai finite. Solo pochi coraggiosi provarono a oltrepassarle ma nessuno seppe più nulla di loro. Ma ciò non scoraggiò chi cercava la fama. Decine di avventurieri, desiderosi di essere il primo ad attraversare quel luogo odiato dagli dei, si persero in quei luoghi e con essi tutti gli oggetti magici e i tesori che portavano indosso nella speranza che li aiutassero con le loro forze magiche o che gli servissero per avere il favore degli Incubi che si pensava si nascondessero lì dentro e divorassero i passanti.

Passò del tempo e quei luoghi persero importanza e celebrità, come ogni cosa nelle menti degli umani, razza dominante delle vallate circostanti. In fondo, tutte quelle storie sugli dei, sugli Incubi e su tesori e avventurieri, erano solo leggende sulle bocche dei bardi.

***

Il respiro si fece affannoso. Il peso della donna legata e imbavagliata, lo piegava. Tan fece gli ultimi passi, poi si fermò. Il rombo terribile di un tuono lo ammonì. Poggiò la donna per terra. Lo sguardo in lacrime di Daria lo fece rabbrividire.

«Non doveva finire in questo modo. Io non volevo che andasse così. Lo giuro sul nome di tutti gli dei che conosco. Non doveva degenerare». Tan tremava mentre si rivolgeva a Daria e la implorava con lo sguardo di fare silenzio. «Non dovevamo abbandonare la torre ma…» gli mancarono le parole. L’immagine del demone che lo aveva inseguito poche ore prima, scomparso poi nel nulla, lo immobilizzò e lo ammutolì.

«Io non voglio farti del male». Lo sguardo di Daria rimase fisso su Tan. «Non so nemmeno perché sono arrivato fin qui».

Tu sei qui per portarmi il frutto del mio sangue. Il cielo tuonò. Tan sollevò lo sguardo verso la cima delle montagne. Osservò il cielo scuro e tempestoso e rabbrividì udendo l’eco di quelle parole.

«Chi c’è?»

Daria lo fissò impietrita. Le gocce di pioggia le bagnavano il viso rivolto verso l’alto. Le corde stringevano i lunghi panni con cui era avvolta e immobilizzata. La bocca era secca e la mascella indolenzita, costretta a stringere rigida e disgustosa canapa.

«Chi ha parlato?» Tan si guardò attorno terrorizzato.

Io sono Jash’Om’Arkadeth, l’Incubo di Rag’Anyev, e per te posso essere la salvezza o il peggiore dei tuoi tormenti. Egli giunge qui per ucciderti ma non è ancora consapevole che il suo vero scopo è venire qui per me.

Tan cadde in ginocchio, si allontanò da Daria che lo fissava perplessa. «Che cosa sei? Dove sei? Esci fuori», urlò.

Tu non desideri vedermi, non ancora almeno. Tu sei qui, terreno fertile, pronto a essere mio servo, premiato con il potere degli dei immortali. Tutto ciò che devi fare è avere timore di me, urlare, e portare quella donna nel cuore di questi monti.

L’uomo cadde con le spalle a terra. Il suo sguardo era perso nel vuoto. Tremava, sentiva la follia insinuarsi nella sua mente. Strinse il suo stesso corpo avvolgendolo nelle braccia e rotolò dondolandosi nelle pozzanghere. I suoi gemiti terrorizzarono Daria. Ella vedeva un uomo diventare folle al solo avvicinarsi ai leggendari monti chiamati Teste del non potere.

Alzati. La voce si fece terribile. Tan smise di singhiozzare e si alzò in piedi. Continuava a tremare. Si avvicinò lentamente alla donna e la afferrò. La strinse tra le braccia come la volesse abbracciare. Daria percepì la strana sensazione di paura che traboccava dalle lacrime dell’uomo.

Urla. Tan sentì ancora quell’eco penetrargli nel cervello e urlò. Senza spiegazione apparente, sapeva anche cosa doveva dire. «Sono qui!»

Cammina. Con passi lenti e gli occhi sbarrati, trattenendo a stendo Daria che si dimenava terrorizzata, Tan svanì nel buio del passo che attraversava i monti maledetti.

***

«Non erano sogni quelli che ti spingevano a giungere sin qui, ma invocazioni che arrivavano a te direttamente dal potere delle tenebre. Sei stato scelto per essere un cavaliere dell’oscurità, perché il tuo animo è già propenso e non accetta le assurdità degli dei che tutti chiamano buoni. Tu hai già fatto molto affinché il mondo capisca cosa significa veramente bene e male, affinché tutti i mortali aprano gli occhi».

Tan inciampò facendo rotolare a terra Daria. La donna cercava di urlare, di piangere e di liberarsi. La paura era tangibile nei suoi occhi e nei suoi lamenti. L’uomo, dal canto suo, era caduto in uno stato di incosciente veglia. La sua mente vagava nel vuoto di terrore e follia. La voce era più reale stavolta. Si voltò lentamente. Il rumore della pioggia confondeva i suoi sensi. Una figura scura si ergeva dietro di lui. Un lampo lo illuminò per un istante. Era il demone che l’aveva inseguito, era il suo incubo. Era Rag’Anyev.

«Le tue urla sono state un’ottima guida. Non temere. La rabbia può accecare anche il più saggio tra gli uomini. E Rag’Anyev non è certo quel tipo di uomo. Io sono Jash’Om’Arkadeth». Quell’ultima frase rimbombò nella testa di Tan come già era accaduto poche ore prima.

«Non farmi del male… ti prego… non farmi del male». Rannicchiato per terra, Tan chiuse gli occhi e portò le braccia davanti a sé per difendersi, nonostante fosse perfettamente cosciente della sua impotenza nei confronti dell’Incubo.

Lo sguardo del demone si posò su Daria. La malvagità dipinta negli occhi della creatura immonda svanì. Smise di lacrimare sangue nero. Rag’Anyev riaprì gli occhi.

«Daria» sussurrò. Sentì gioia nel suo cuore, ma l’ira lo perseguitava. Rimase immobile.

Siamo dunque giunti alla resa dei conti. Ora potrai fare la tua scelta. Hai già due valorosi servi e tutto il mio potere a tua disposizione. Devi solo accettarlo e dire di si. Prostrati a Kahalan e dagli ciò che desidera. L’alternativa sarà soltanto la morte.

«Ho ritrovato Daria. Non ho più bisogno di te».

Stolto. Non puoi liberarti di me. Noi siamo una cosa sola. Tu sei giunto qui per me. Se non ti unisci al Signore dei Morti, tu, quella donna e quel reietto morirete tutti. Nessuno abbandona le Teste del non potere senza il suo permesso.

Rag’Anyev guardò negli occhi Daria. Sentì una gran forza dentro di sé. Strinse i pugni e urlò. Cadde in ginocchio e in pochi istanti il suo aspetto tornò umano. Camminò verso Daria. La liberò dalle corde e la abbracciò. Si voltò un istante e vide Tan che singhiozzava e si trascinava, consumato dalla stanchezza.

«Tranquilla» Rag’Anyev cullò Daria, «è tutto finito. L’incubo è solo storia passata e adesso tu sei salva. Ti riporterò a casa».

«Ho freddo», Daria si appoggiò al petto dell’amico. Rag’Anyev la strinse. La mano corse lungo il collo e le sollevò il mento. La baciò. Gli occhi chiusi e le labbra strette. Sulla nuda e fredda pietra i loro corpi cominciarono a scaldarsi. Più indietro, Tan giaceva immobile, irretito dalle tenebre del freddo e delle montagne.

«Rag’Anyev… io…» Daria aprì gli occhi e si discostò dall’uomo. «Andiamo via da qui, ti prego».

«No». Aprì gli occhi, rossi e intrisi di sangue.

L’Incubo non era svanito. Era ancora lì, subdolo e meschino. E sapeva che avrebbe avuto Daria, e da lei ciò che Kahalan bramava. E l’avrebbe avuto quella notte, l’unica in cui Jash’Om’Arkadeth avrebbe potuto camminare sulla roccia dei monti maledetti.

***

Un legame di sangue è indissolubile. Non si tratta di un legame come di un sentimento, o un patto o un giuramento. Due fratelli non possono semplicemente scegliere di non esserlo più. Quando un legame di questo tipo viene stabilito, da esso si diramano tante venature, come le radici di un albero, i cui movimenti paiono insensati ma che in realtà sono ben definiti e dettati da regole precise. L’eredità di un legame di sangue è qualcosa che può essere un potere immenso, un semplice nome o un peso che l’erede porterà fino a che morte non lo separi dall’eredità stessa.

***

Daria si divincolò, nuda sulla nuda e fredda roccia. Rag’Anyev aveva ancora le sembianze di un uomo, ma ella sapeva che non era lui che la stava stringendo in quel momento. Non riuscì a opporsi alla sua forza. Dovette cedere e lasciare che tutto si compisse.

Rag’Anyev alzò la testa e fissò Daria per un istante. I suoi occhi erano tornati normali, ma era evidente che poteva trattarsi di uno stato temporaneo. La ragazza rimase immobile.

Una pietra colpì violentemente alla nuca il reietto. Tan si era alzato e nonostante fosse in fin di vita aveva lanciato il masso. Gli occhi di Rag’Anyev tornarono immediatamente a lacrimare sangue. Il suo sguardo si colorò d’ira e si mosse prima su Daria che, terrorizzata, indietreggiò poggiandosi sulla roccia, poi su Tan che iniziò a correre, per quanto gli fosse possibile, verso una caverna scavata nelle antiche pareti delle Teste del non potere.

Rag’Anyev si lanciò all’inseguimento di Tan. Udì i passi dell’uomo echeggiare, poi rallentare e infine fermarsi. Un gemito rimbombò, poi silenzio.

«Non puoi fuggire in eterno». La voce di Rag’Anyev era più profonda di quanto non lo fosse normalmente, tuttavia non era quella dell’incubo.

«Io non sto fuggendo». Non era la voce di Tan. «Alla fine è riuscito a condurti fin qui».

«Chi sei?»

Una figura grigia emerse dall’ombra. Nella sua mano brillava una spada da cui gocciolava sangue fresco. Quello di Tan.

«Io sono il dannato». L’essere appena apparso sembrava un uomo, ma aveva la pelle scura e nessun capello in testa. Gli occhi erano vacui e bianchi, come fosse cieco, e le sue mani non sembravano poter lasciare l’elsa della spada. Rag’Anyev rimase silenziosamente immobile.

«Hai tempo per una storia?»

Rag’Anyev annuì perplesso. L’essere si sedette su di una roccia e puntò la spada sul pavimento.

«Molti anni fa, uno dei maghi più potenti della costa trovò un modo per superare i limiti della magia. Aveva scoperto di poter manipolare il tempo e lo spazio per essere immortale, viaggiando tra dimensioni parallele e tornando giovane ogni volta che lo desiderava. Era chiamato il mago dei portali».

Rag’Anyev ascoltò attento, ma allo stesso tempo rimase allerta, pronto a reagire a ogni movimento inconsulto.

«Egli aveva due chiavi per manipolare la magia in questo modo. Una era la clessidra del tempo, l’altra era Roarghuem, una spada. Il mago aveva intriso questi oggetti di un particolare potere, tanto pericoloso che chi avesse tentato di controllarlo avrebbe potuto superare di nuovo i limiti della magia. Ma questo non piacque agli Dei, e decisero di sottrarre la clessidra al mago e di affidarla ai sacerdoti del tempo nelle profondità della terra, nella speranza che col tempo il culto non morisse e che sempre rimanesse vivo il guardiano. La spada tuttavia rimaneva capace di aprire squarci tra le dimensioni e non poteva essere affidata a nessuno in quanto in essa il mago aveva trasferito parte della sua anima». L’essere proseguì nella sua storia. Rag’Anyev cominciò a capire.

«Dunque il mago dei portali fu bandito e rinchiuso nei monti dove la magia stessa è follia, in un luogo da cui mai sarebbe potuto più uscire e la spada fu maledetta». Il dannato sospirò.

«Passarono gli anni e il mago non poté più far nulla, condannato a una vita eterna priva di ogni cosa, obbligato a vagare nel buio e incapace di uscire da questi luoghi. Ma l’occhio vigile di un Dio dell’ombra, che già era sceso a patti con gli altri Dei, si posò sul mago e in un giorno preciso mandò un Incubo sotto le spoglie di una bellissima donna a sedurlo. Non fu difficile e subito fu concepito un frutto che era per metà un uomo e per metà un Incubo».

Rag’Anyev indietreggiò di un passo e il dannato si alzò.

«Io sono Jash, mago dei portali, e la mia anima marcisce nelle fauci di Om’Arkadeth. Io sono l’origine del tuo Incubo. Rag’Anyev, io sono tuo padre».

«Io, non capisco». Rag’Anyev esitò.

«Tu sei la mia stessa maledizione ma resti pur sempre mio figlio». Jash si avvicinò al figlio. Il suo sguardo era triste.

«Tu sei il legame che Kahalan aveva bisogno di creare affinché una profezia narrata da uno dei tre secolari si avverasse». Rag’Anyev indietreggiò. «Il Signore dei morti ha bisogno della tua prole e finché almeno uno dei suoi discendenti sarà in vita questo legame non sarà spezzato». Il tono del mago divenne quasi frenetico. «Non devi lasciare eredi, sei condannato a essere solo, non commettere il mio stesso sbaglio. Ho fatto tutto ciò che era in mio potere per non farti conoscere la magia e per tenerti lontano dalle città, ma alla fine sapevo che sarebbe successo. E la mia eredità ti ha condotto fin qui con quella ragazza».

Rag’Anyev guardò verso l’uscita della caverna. Sapeva che fuori c’era Daria, nuda in mezzo alle rocce, terrorizzata e innocente.

«Cosa posso fare?»

«Spezza la profezia dei creatori del cristallo, distruggi il legame che Kahalan ha creato interrompendo la sua dinastia. Finché tu o un tuo discendente è in vita egli potrà spargere ancora il suo seme. Fino a sette volte, e quando l’avrà fatto, la profezia sarà vicina al suo compiersi». Jash chinò il capo e fissò il pavimento in silenzio per un attimo.

«Come posso interrompere questo legame?»

«Nessun Incubo può uscire da qui, nemmeno nel giorno prestabilito, ma tu che sei per metà uomo puoi e trascini con te il potere dell’Incubo che manderà qui altra gente a ricevere l’eredità maledetta. Figlio, dovrai uccidermi, e dovrai morire».

«Come posso crederti?»

«Non ho modo di darti prova, se non il fatto stesso di donarti la mia vita»

Rag’Anyev titubò ma si vide negli occhi di suo padre, il suo stesso sguardo. Quella storia spiegava tutti gli anni incogniti della sua vita.

«Figlio, salva il mondo e ci rivedremo nei giardini degli Dei» concluse.

Passarono vuoti istanti di silenzio in cui Rag’Anyev vide passare davanti a sé la tristezza della sua vita e tutte le sue sofferenze. Si rese conto che morire per lui non sarebbe stato un dolore ma solo una liberazione. Solo Daria era ciò che lo faceva dubitare.

«Quella donna che ami. Anche lei è stata manipolata. Stanne certo». Jash parve interpretare il silenzio del figlio, e intendere ogni suo singolo pensiero. Quelle parole scatenarono in Rag’Anyev un’ira funesta. Le sue braccia afferrarono le mani del padre e comandarono i movimenti della spada Roarghuem. Jash non oppose resistenza. La lama si conficcò nel petto del mago e ne risucchiò l’anima, imprigionandovi dentro anche parte dell’Incubo che padre e figlio condividevano. Il corpo di Jash scomparve e la spada cadde per terra. Conscio di quale entità si celasse in quella spada, Rag’Anyev si addentrò nelle profondità dei monti e la conficcò in una roccia nascosta alla vista di qualunque avventuriero che avesse anche solo osato avvicinarsi alle Teste del non potere.

La prima parte era conclusa. Ora non gli restava che morire.

* Epilogo *

In lacrime e con la testa tra le mani, Rag’Anyev tornò da Daria. La ragazza si era coperta con i brandelli di vestiti rimasti e tremava ancora rannicchiata tra le pietre.

«Calma. Ormai è finita». Disse Rag’Anyev tendendole la mano.

Daria esitò ma quando riconobbe nello sguardo di Rag’Anyev quello dell’uomo di cui era innamorata, tese la mano e si lasciò condurre fuori dalle montagne.

Il cammino per tornare a Kapnab era lungo. Rag’Anyev raccontò ogni dettaglio della storia a Daria. Le disse che una volta tornati avrebbe dovuto testimoniare contro di lui e farlo giustiziare secondo le leggi. Avrebbe avuto denaro e una vita tranquilla, cose che egli non poteva darle.

Daria pianse tutte le notti di fronte a quella scelta. Ma Rag’Anyev fu impietoso e le disse che se non lo avesse fatto, sarebbe andato da Gaart nella notte e si sarebbe fatto uccidere.

Giunsero al villaggio quattro giorni dopo. Daria eseguì ciò che Rag’Anyev le aveva detto di fare. Si presentò dalla guardia cittadina e dal consiglio degli anziani con il prigioniero legato e sotto minaccia di un coltello. Testimoniò contro di lui e udì le parole della corte sentenziare che Rag’Anyev sarebbe stato ucciso la sera stessa.

Rag’Anyev fu imprigionato e preparato per essere ucciso. Daria si chiuse in casa e pianse ininterrottamente.

La ragazza aveva deciso che non sarebbe andata a vedere l’esecuzione pubblica. Non aveva il coraggio. Ma un lampo le percorse la mente proprio poco prima dell’esecuzione. Corse al tempio dai sacerdoti. Aveva bisogno di sapere una cosa.

***

La scure affilatissima era già pronta a scendere sulla testa di Rag’Anyev. La folla gli urlava insulti di ogni genere e lui rimaneva in silenzio, accettando le parole che gli piovevano addosso.

«Con il potere conferitomi dal consiglio…» iniziò il giudice. «Io dichiaro che per tutte le colpe di cui Rag’Anyev si è macchiato, la sua vita sia presa dalla scure». Il silenzio calò in un istante. «Adesso».

La mano del giudice si abbassò e il boia lasciò cadere la lama.

«Fermi» urlò Daria in quel preciso istante. Ma la lama non si fermò. Vide la testa di Rag’Anyev rotolare nel cesto. «Sono incinta» sussurrò.

***

Il destino può in effetti essere bizzarro. Anche quando ha in mano il potere di decidere della vita o della morte, un mortale non riesce a rendersi conto del potere che sta esercitando, spesso troppo grande per giacere nelle sue mani. E di fronte a un sacrificio, uno nuovo e ancora più grande, spesso la decisione che si prende è quella sbagliata.

***

La mano di Daria stringeva il pugnale di fronte alla culla. Non era stata capace di farlo mentre lo aveva in grembo e non né fu capace neppure dopo. Lasciò cadere il pugnale per terra e con le lacrime agli occhi, prese in braccio suo figlio e lo coccolò. Era l’ultima cosa che gli ricordava l’immenso amore che aveva provato per Rag’Anyev.

***

Il figlio di Rag’Anyev e Daria crebbe come una creatura normale e studiò magia come gli impose la madre. Lasciò presto la famiglia e fece le sue esperienze. Lavorò, studiò, ebbe donne e frequentò la malavita. Era dotato di fascino e intelligenza.

Ma nel suo destino c’era un’eredità che presto avrebbe dovuto fronteggiare, per la quale avrebbe intrapreso un viaggio verso il suo destino e che l’avrebbe portato a cercare le sue origini e soprattutto la sua vera metà.

Ardwin di Lochtale, mago tra i più eccellenti della Colonna dell’Ovest, fu espulso dalla scuola per aver ucciso accidentalmente una studentessa della Colonna dell’Est durante degli esperimenti atti a superare i limiti della magia e grazie ai quali aveva ottenuto un’innaturale lunga vita. Egli si era giustificato solo dicendo che erano esperimenti necessari per la salvezza dell’umanità.

***

Gli spiriti di questo luogo mi hanno parlato. Si Grokt, io sono il primo di sette fratelli di sangue, nati da genitori diversi, e legati da un destino comune. Non sono così giovane come sembro. E se ti stai chiedendo se il nostro cammino era già stato deciso, ti risponderò di si, almeno sino a qui, le Teste del non potere. E se anche ti stai chiedendo se la donna che stiamo inseguendo aveva qualche accordo con me, non potrò negarti neppure questo. Ella ha qualcosa che io cerco perché sono il primo ma ho studiato un’intera vita per superare i limiti della magia. E ora che ci sono quasi riusciti ti assicuro che sarò anche l’ultimo dei sette Kahalanei, perché io sono il loro legame continuo, la loro era, e anche il loro destino. Come so queste cose? Me le ha raccontate l’eredità che mio padre mi ha lasciato, che egli a sua volta ricevette da Jash’Om’Arkadeth.

C’è una cosa che non ti ho mai detto, Grokt. Tu sei un vero amico, perché so che nella tua stupidità e nella tua imponente statura, non mi tradirai e non potrai mai rivelare questi segreti che mi ardono dentro. A qualcuno dovevo dirlo, prima di mettere piede in quei luoghi immondi e andare incontro al mio destino. Spero di avere il coraggio di interrogare gli spiriti che si nascondono in queste montagne per conoscere la mia verità. Qualcosa che condividerò solo con qualcuno che non potrà raccontarla. E so che tu non parlerai…

***

Ardwin, dopo aver raccontato la sua storia a Grokt, guardando le Teste del non potere, dove mai si sarebbe visto sorgere il sole, sentì che era il momento di svegliare gli altri membri del gruppo e di partire alla volta dei monti. Ormai mancava meno di mezza giornata di cammino.

* Fine *



Il Cuore di un Incubo – Parte II

30 settembre 2009 - 20:01 by immortal_bard

Nell’aria aleggiava l’ombra di una leggenda, un racconto popolare, spesso considerato solo superstizione.

Gli anziani del tempio qualche volta ammonivano le donne e i bambini con vari racconti sui demoni e sulla notte. Lo facevano per stimolarli a essere attenti quando calavano le tenebre. Ma nessuno osava mai parlare di una divinità che chiunque, tra chi pratica le arcane parole degli dei, temeva: Kahalan, detto il Signore dei Morti.

Si narra che durante ogni era, per le contorte e incomprensibili leggi divine, esista un punto di contatto tra il mondo dei mortali e gli Incubi, luoghi dove i dannati servono gli dei che i mortali chiamano malvagi e soffrono per i mali che hanno compiuto in vita o per ciò che hanno avuto in dono da coloro che hanno venerato. Allo stesso modo, sempre come leggenda, si dice che in quel punto e in quella determinata era, un Incubo, uno dei peggiori demoni spesso direttamente al servizio di una divinità che prende il nome dai luoghi da cui proviene, possa camminare su quelle terre vive per un giorno intero.

Gli dei giustificano tutto ciò con la parola equilibrio, concetto spesso trasceso dai comuni mortali. In quel giorno infatti, il demone ha modo di diffondere il suo culto, in tutti i suoi sensi.

Il fatto che si dica che quando un legame persistente tra mondo e immondo verrà stabilito, fino a sette discendenti potranno nascere dal ventre di un immondo e camminare sul mondo, è il motivo per cui tutti tacciono questo assurda leggenda.

Ma gli anziani e i sacerdoti discussero a lungo sul significato di quelle antiche parole e nessuno seppe mai spiegare cosa gli dei intendessero con “Era”, né come potesse esistere un legame persistente tra mondo e immondo. Nessuno osò pensare oltre, neppure al fatto che i sogni e gli incubi, in fin di conti, abbiano così tanto in comune.

***

L’aria faticava a passare attraverso la gola. Sentiva gli occhi saltargli fuori dalle orbite. La pelle delle guance bruciava e percepiva il formicolio della mancanza di sangue alla testa. Le braccia non avevano la forza di alzarsi, le gambe neppure di muoversi. Non sentiva più la schiena e percepiva appena il dolore della costola spezzata. Joen avrebbe desiderato vedere la sua vita scorrergli davanti, come se gli dei gliela ricordassero, così raccontava chi era stato vicino alla morte, ma ciò che riusciva a vedere dall’unico occhio rimasto semiaperto era il viso di un uomo sanguinario, un mostro, Rag’Anyev. Non era lo stesso di sempre, era scuro in viso, sanguinava dalle gengive quasi come un cane che sbava saliva in un’estate torrida. Gli occhi erano rossi come il fuoco. Era il volto della morte.

La trasformazione non era la stessa delle crisi della decade maledetta. Ormai era qualcosa di diverso. Ira che mai aveva provato stava cambiando ciò che Rag’Anyev sentiva dentro di sé. La sua memoria si mescolava con un’entità che nascosta si era insinuata nella sua anima, forse parte di essa stessa. Le dita si strinsero ancora. Sentiva le unghia affondare nella carne di Joen e bagnarsi del suo sangue. Macchie e ustioni invece si formavano ogni volta che il nero sangue che colava dalla sua bocca sfioravano la pelle del petto della vittima. Stringeva i denti e li digrignava fa un cane rabbioso di fronte alla sua cena… mentre questa è ancora viva…

«Io ho bisogno» iniziò a sussurrare con una voce tetra. Joen non era in grado di udirla eppure quella demoniaca sinfonia penetrò nel suo cervello. «Della tua anima. Io ti sto per divorare».

Gli occhi di Joen si chiusero definitivamente. Rag’Anyev si chinò come volesse addentargli la fronte. Sentì una fitta al cuore. Vide per un attimo, riflessa su di una pozzanghera, l’immagine di Daria. Era solo un’illusione della sua umanità che lo fermava. Lasciò immediatamente la presa e si alzò in piedi. Fece due passi indietro quindi cadde. Fissò il pozzo al centro della piazza. Non c’era neppure la luna a illuminarlo ma nella sua mente si formò come un mosaico, il ricordo di Daria che prendeva l’acqua gelida con il secchio, gliela tirava addosso ridendo e diceva “forse così imparerai a controllarti”. Cominciò a respirare affannosamente. Smise di sanguinare e gli occhi tornarono lentamente neri come il fondo di quello stesso pozzo.

Non farlo Rag’Anyev, non è giusto. Rovinerai tutto. Era come una voce nella sua testa, come potesse udire la sua coscienza. Hai ottenuto un regolare processo, hai ancora molti giorni per trovarla e dimostrare che non sei stato tu. Non rovinare tutto. Si portò le mani alla testa. Un dolore immenso lo colpì.

Joen giaceva ancora a terra quasi privo di sensi. Il suo corpo era rimasto senza aria per diverso tempo e dalla ferita al torace perdeva molto sangue.

Piacere sadico, estremo gaudio, lo ucciderò e berrò il nettare della sua anima. Non c’è motivo per cui non dovrei farlo, ha anche commesso del male verso di me, merita ciò che desidero fargli.

Rag’Anyev sentì un brivido lungo la schiena.

«Basta», urlò. «Io non sono così». Parlava a se stesso ma non era ancora consapevole di ciò che stava accadendo.

Sento nel mio cuore la voglia di ucciderlo, è vendetta. Questa è una motivazione valida. Per quanto mi riguarda si sposa perfettamente con ciò che voglio. Facciamolo, ora.

«Sbagliato! Questo è tutto sbagliato». Rag’Anyev guardò Joen quasi morto dinnanzi a sé. Ricordava perfettamente ogni singolo istante. Sentiva quella voce nella sua testa, ma la udiva con le orecchie come gli parlasse nella realtà. Era una presenza terrificante.

«Io… non è vero».

Come puoi negarlo? Siamo una cosa sola. Da quando sei nato, e per la tua vita, hai un solo scopo.

«Chi sei?»

Chi siamo?

«No! No… no. Dimmi chi sei». Rag’Anyev si rotolò sul pavimento del cortile, si guardò convulsamente a destra e a sinistra, scrutando le silenziose finestre, i vicoli bui e gli angoli dietro ogni strada. Le mani non si staccarono dalla testa. Gli occhi si riempirono di lacrime, il cuore cominciò a battere sempre più forte. Sentì una macabra risata attorno a sé.

Sono ciò che tuo padre ti ha donato. Sono il regalo più grande che un uomo possa desiderare. Sono te e sono molto di più. Tu hai bisogno di me per vivere e io di te per darti ciò che realmente desideri.

«Smettila… non ti credo»

Non devi credere a me, devi credere a ciò che senti. Ormai sei pronto, il tuo corpo è ben disposto. Devi solo imparare quando è il momento di lasciarmi libero di agire. Diventeremo uno solo e avremo ogni cosa.

«Non è possibile… la vendetta non è… giusta… io non desidero…»

Io parlo di qualcosa di più. Non hai neppure la più piccola idea di ciò che tu desideri. Tu hai un compito molto speciale.

«Chi sei?» Domandò di nuovo. Sentì però un forte dubbio crescere in lui. «Chi sono?». Si guardò le mani, staccandole dalla sua testa.

Sento che stai cominciando a capire. Le Teste del non potere, i monti bevitori, non del Lago d’Avorio, né del Grande Mare, ma delle acque dolci del fiume Frugtal, esse possono raccontarti molte cose. Il tuo corpo è pronto ma è debole. Dunque è ancora presto. Un’altra risata si insinuò nella mente di Rag’Anyev.

Io sono un Incubo, il peggiore dei demoni. Io sono l’eredità di tuo padre. Ricorda questo nome, Jash’Om’Arkadeth servo di Kahalan. Questo è la chiave per sapere chi sei.

Rag’Anyev si guardò attorno. Tutto sembrava essere calmo e normale. Ricordò quale era il suo compito. Aveva meno di una settimana per ritrovare Daria e dimostrare che non aveva fatto nulla di male. Ma qualcosa di completamente nuovo si aggirava nella sua mente.

Devo liberarmi di questo Incubo… mentre i pensieri lo confondevano e lo trascinavano in un mondo di terrore, un rumore lo attirò. Era Joen che si alzava in piedi e cominciava a scappare, lo sguardo pietrificato dalla paura in un’espressione sconvolta, ferma come fosse ancora sotto la morsa del mostro. Scappò lentamente ma Rag’Anyev non accennò neppure a inseguirlo.

Devo scappare, di nuovo. Fu quello il momento in cui si rese conto che il destino di un mostro è quello di scappare… e di essere solo.

***

Correre è un gesto istintivo. Qualunque cosa si dica, passo dopo passo, incuranti di ciò che si frappone tra la fuga e la salvezza, la corsa è lo sfogo di una serie di emozioni incontrollabili che bruciano dall’interno. Quando i guerrerieri si alzano la mattina presto, con il sole ancora nascosto tra i monti, e corrono, non è semplice allenamento, è energia che brucia nel loro cuore, focolaio di una forza interiore che li guiderà nelle loro battaglie. Allo stesso modo, il fuggiasco trova riparo nella corsa, non perché questa lo allontani dalla sua condanna, bensì perché istintivamente in essa, trova riparo e ristoro, trova energia che per un istante corrisponde con la salvezza stessa. Ed è il momento in cui si arresta il passo, quello in cui i residui di questa energia affiorano facendo comunicare la mente con il corpo, il corpo con lo spirito e lo spirito con tutti i più profondi e oscuri incubi.

***

Gli alberi sembravano fluttuare al suo fianco. I rami gli graffiavano la pelle dura. Sentiva le gocce di sangue colargli sul corpo e i brandelli delle vesti già malconce rimanere indietro attaccati a piante secche.

Le voci dietro di lui si facevano sempre più incalzanti. Già si urlava la caccia al demone. I sacerdoti che prima lo avevano giudicato senza colpa, d’improvviso erano diventati tutti convinti che in lui si nascondesse un demone che andava punito nel nome degli Dei. Come se dopo la scomparsa della donna non aspettassero altro che una scusa.

Forche e lance si muovevano nella foresta, nelle mani degli unici coraggiosi o in quelle dei cacciatori di taglie. Gaart era in testa a un gruppo di cinque uomini. Nella destra stringeva una spada enorme dalla lama ricurva che in pochi sarebbero stati in grado di maneggiare. Sebbene non fosse un uomo dall’onore intatto, era stato in grado di conquistarsi il titolo di comandante della guardia cittadina con la forza e l’abilità con la spada.

«Comandante, non può essere lontano». Uno dei soldati si avvicinò a Gaart tenendo in mano un pezzo di stoffa macchiato di sangue ancora caldo.

«Perfetto». Un leggero sorriso si dipinse sul volto di Gaart.

«Dividiamoci. Se lo trovate portatelo da me, voglio giustiziarlo di persona e portare la sua demoniaca testa al cospetto dei sacerdoti». I soldati annuirono.

Rag’Anyev continuò nella sua fuga. Nel guardare intorno se qualcuno l’avesse trovato, non si accorse di una radice nascosta da un piccolo rovo e che fuoriusciva dal terreno. Il reietto inciampò. Cadde per terra e sentì un dolore fortissimo al piede.

Maledizione, si è rotto, pensò, trattenendo i gemiti di dolore. Rag’Anyev si trascinò fin sotto un cespuglio e si afferrò il piede. Aveva uno squarcio profondo e varie schegge e spine si erano conficcate sulla pianta. La caviglia si stava gonfiando rapidamente e con essa anche il dolore cresceva a dismisura. Rag’Anyev si rannicchiò ai piedi dell’albero e sperò che nessuno lo trovasse. Anche la trasformazione si era conclusa per quel mese per cui era cosciente di non avere via di salvezza se stavolta lo avessero trovato. Almeno così credeva.

«Dove sei, piccolo verme?»

Rag’Anyev trattenne il respiro. Uno dei soldati di Gaart era nelle vicinanze. Lo vide da sotto il cespuglio e sentì un brivido lungo la schiena. La spada del soldato luccicava anche nell’ombra della foresta e il bagliore della torcia illuminava in maniera inquietante la zona. Vide il soldato avvicinarsi alla radice che lo aveva fermato.

«Sei caduto qui. Hai perso ancora altri stracci». Il soldato si piegò ad analizzare il rovo. «E hai perso anche molto sangue». Con estrema perizia l’uomo sembrò seguire i segni lasciati da Rag’Anyev nel trascinarsi sotto il cespuglio.

La torcia rasentò il terreno e si avvicinò minacciosa ma lenta verso il reietto. Rag’Anyev deglutì. Il soldato lo aveva trovato.

Con un colpo di spada, lo scagnozzo di Gaart tranciò la pianta che difendeva Rag’Anyev e un’espressione soddisfatta gli si dipinse in volto.

«Eccoti qua».

Rag’Anyev indietreggiò, gemendo per il dolore. Incapace di alzarsi in piedi, strisciò indietro fissando impaurito il suo avversario. Il cuore cominciò a battergli all’impazzata. Sentì lo sguardo oscurarsi e la testa girare. Uno strano sapore amaro gli scivolò in bocca. Era sapore di sangue.

I rumori attorno rimbombavano nella sua testa e la vista si stava annebbiando. Le percosse del soldato lo stavano uccidendo. Ma la caviglia non gli faceva più male.

«Sei fortunato». L’uomo si fermò. Avvicinò la torcia al corpo immobile di Rag’Anyev e bruciò quel poco dei vestiti che gli rimanevano addosso. «Gaart ti vuole vivo». Rise e ripeté di nuovo: «sei fortunato».

Rag’Anyev sentì il calore spandersi per il suo corpo. Sentiva tirare la pelle come se stesse ardendo sotto una pioggia acida. Gli occhi parevano volergli saltare fuori dalle orbite e l’amaro in bocca si stava mescolando con uno strano sapore dolce simile a miele. Rag’Anyev si alzò lentamente e in silenzio.

«Che fai?»

Il soldato rimase allibito e un po’ impaurito di fronte a Rag’Anyev che si alzava, livido e sanguinante.

Tu non sei altrettanto fortunato. Il soldato ebbe appena il tempo di fissare gli occhi rossi di Rag’Anyev che sentì le unghia del reietto sprofondare nel suo ventre. In un istante provò tutto il dolore della peggiore delle torture, mentre la mano di Rag’Anyev risaliva fino al cuore e lo schiacciava.

Un altro soldato si avvicinò. Non ebbe il tempo di vedere come il compagno era morto, ma si rese conto che il suo cadavere giaceva ai piedi di Rag’Anyev, il quale era coperto di ferite e ustioni.

«Maledetto! Tu verrai con me da Gaart oppure morirai». L’esclamazione fu dettata dalla paura e dall’ira. Se Rag’Anyev non avesse accettato di seguirlo sotto minaccia, l’avrebbe ucciso, così aveva pensato.

Allora morirò. Il soldato rimase stupito da quell’affermazione. Un istante dopo vide Rag’Anyev balzare verso di lui. Istintivamente protese la spada in avanti e questa trafisse l’avversario su un fianco. Rag’Anyev parve ignorare quella ferita e anzi si spinse in avanti lasciando che la lama affondasse nelle sue carni. La sua mano avvolse il collo del nemico e cominciò a stringere. Il soldato vide le tenebre oscurargli la vista lentamente, sentendo i polmoni svuotarsi di ogni respiro. Ma non questa notte, concluse Rag’Anyev.

«Basta uccidere». Rag’Anyev cercò di fronteggiare ancora l’Incubo che lo stava dominando. Basta scappare.

«Voglio solo salvare Daria». Rag’Anyev cadde in ginocchio, sentì un dolore lancinante al fianco e alla caviglia. I muscoli erano pieni di lividi e stentava a muoverli. Morirai se non mi lasci libero di agire.

«Daria», sussurrò.

Portami da Joen. Lui può dirci dov’è nascosta. Io posso aiutarti. In cambio ti chiedo solo di aiutarmi a essere tuo. Quelle parole gli penetrarono la testa come una punta di una lancia. Rag’Anyev non riuscì né tentò di interpretarle. Sentì un fortissimo mal di testa e si lasciò cadere al suolo. Smise di contorcersi e di lamentarsi per il dolore.

In lontananza si ricominciò a udire il brusio dei cacciatori di taglie. Rag’Anyev aprì di nuovo gli occhi iniettati di sangue e si alzò. Ora va meglio.

***

Alle volte il modo migliore per manipolare la volontà di qualcuno è quello di indurlo a credere di voler fare qualcosa in buona fede. La sensazione che per raggiungere il proprio scopo si debba fare qualcosa di sbagliato è comunque un nemico da affrontare. Il subdolo riesce a sfruttare i momenti di debolezza della vittima per fargli credere di non essere responsabile delle sue azioni. Agire sui sentimenti e soprattutto sulla paura di un uomo permette di fargli credere che profezie o apparizioni siano veritiere. Questo rende tutto immensamente più facile.

***

«Joen». La porta vibrò sotto i colpi delle nocche.

«Chi è?».

«Sono Tan, apri!»

Joen si alzò dal letto e corse alla porta. Fece scorrere la barra di legno che copriva lo spioncino e guardò fuori. Era il suo amico. Aveva lo sguardo impaurito ed era sporco di sangue e fango.

«Che ci fai qui?»

«Fammi entrare». Tan scostò Joen e si intrufolò di fretta in casa, invitando il compagno a chiudere la porta. Joen eseguì, diede due giri di chiave e si andò a sedere su di una sedia vicino al letto dove prima stava dormendo.

Tan tremava, più per la paura che per il freddo. Aveva i capelli bagnati e la pelle screpolata, ed era a stento riconoscibile.

«Che ti è successo Tan? Vuoi che prenda qualcosa per ripulirti e scaldarti? Raccontami tutto». Joen assunse un tono preoccupato anche per il silenzio che aveva ricevuto come risposta.

«Non c’è molto tempo». Tan iniziò in maniera drammatica e puntò il suo sguardo su Joen. «Io sto morendo e tu devi venire a salvarmi».

«Non capisco».

«Il reietto mi ha trovato. Ha ucciso Daria e sta per uccidere anche me. Gli interessa solo la vendetta e non ti lascerà in pace dopo la mia morte. Ucciderà tutti, Gaart compreso». Tan si lasciò andare a un fiume di parole disperate, cadendo in ginocchio e trascinandosi fino a Joen, imbrattandolo con la melma che aveva addosso.

«Tan io…» Joen rimase atterrito.

«Questa non è la realtà. Io sono venuto qui per volere degli Dei». Tan fece una pausa e fissò negli occhi il compagno. «Joen io sto per morire. Il mio corpo è in questo stato vicino al fiume Frugtal dove mi ha condotto quel mostro. Devi raggiungermi stanotte e venire a salvarmi. Io so come fermarlo ma dobbiamo farlo insieme». Tan cominciò a lacrimare sangue.

«Ma ci sono tre giorni di viaggio… almeno uno e mezzo se seguo il sentiero con il rischio di essere visto da qualcuno».

«Parti stanotte». L’urlo di Tan fece alzare Joen dallo spavento. La sedia cadde all’indietro e l’uomo si trovò spalle al muro. L’uomo ferito strisciò per terra urlando e gemendo. Si sciolse sul pavimento lasciando solo un mucchio d’ossa e melma.

Joen sussurrò il nome di Tan. Tentò di muoversi ma non riuscì a spostare neppure un muscolo. Cercò di parlare ma la voce gli venne a mancare. Il respiro si fece affannoso e sentì una sensazione di soffocamento, come se stesse per morire. Urlò e fu l’unica cosa che riuscì a fare prima di aprire gli occhi e guardare la fiammella della candela che giaceva sopra il tavolo. Un incubo, pensò. E qualcuno bussò alla porta.

Joen si avvicinò lentamente alla finestra e guardò fuori. Era Gaart. Andò ad aprire senza ulteriori indugi.

«Hai visto tornare Rob e Marek?»

«No, comandante». Rispose con fermezza.

«Che hai Joen? Sei pallido».

«No, è che mi sono svegliato repentinamente questa notte».

«Ringrazia che non t’ho portato di ronda con me fuori. Credo che quei due siano morti. Quel reietto ha altre vittime sulla sua lista». Gaart concluse la frase mentre si muoveva sull’uscio della porta. «Cerca di riposarti. Domani mi servi in forze. Partiremo alla ricerca del reietto oltre il bosco di confine». Gaart chiuse la porta dietro di sé, lasciando Joen immobile, in preda al terrore.

Joen guardò la spada poggiata vicino al letto. Devo partire stanotte. In pochi attimi fu pronto, vestito e armato. Ripose delle provviste di cibo e acqua e soprattutto di bende ed erbe curative, quindi uscì sul retro e slegò il cavallo. Sollevò il cappuccio e si mise al galoppo verso il rifugio segreto.

Dietro l’angolo due occhi rossi scrutarono i suoi movimenti. La caccia ha appena avuto inizio. Un sorriso si allargò sul volto di Rag’Anyev.

***

La casualità e la causalità sono come due bestie che fuggono l’una dall’altra ma allo stesso tempo si inseguono a vicenda. L’una non può vivere senza la sua antagonista. Sembra un paradosso ma in realtà è solo un gioco degli Dei. Essi soltanto hanno il potere di annullare il caso e rendere tutto un effetto di un’azione predeterminata. Ma rimane pur sempre una variabile che mai sarà predeterminata, cioè la volontà degli individui. Eppure tra i mortali, solo pochi hanno capito ciò. E coloro che hanno questa conoscenza sono spesso in grado di influenzare persino il caso affinché questo concorra a ottenere gli effetti di cui essi stessi sono la causa.

***

Gli zoccoli del cavallo rompevano il silenzio del sentiero che conduceva a est del grande lago, verso le Valli dei Secoli. Il bosco di confine era già lontano alle sue spalle e Joen stava cavalcando senza sosta da diverse ore ormai. Gli occhi erano gonfi per la stanchezza e le mani stentavano a tenere le briglie.

Rag’Anyev inseguiva a distanza Joen. Aveva rubato un cavallo giovane da una stalla ed era uscito da un’apertura non custodita del perimetro del villaggio. Era stupito da come le ferite appena subite fossero svanite dopo essersi recato da Joen. Quell’entità che si nascondeva dentro di lui aveva sicuramente un potere nascosto molto grande, eppure il suo obiettivo non era cambiato. Doveva liberarsene e l’avrebbe fatto subito dopo aver liberato Daria.

Ormai era mattina. Rag’Anyev vide Joen uscire dal sentiero e dirigersi verso una radura. Le rovine di una torre diroccata si ergevano al centro di un cortile antico. Rag’Anyev sentì ancora l’Incubo tentare di prendere il sopravvento. Cercò di controllarlo e si lasciò scappare un urlo.

Joen si voltò e urlò a sua volta e, lasciando il cavallo indietro, si mise a correre verso la torre. Rag’Anyev temette che potesse avvisare Tan e, ancora peggio, che facessero del male a Daria.

Io posso fermarlo.

«No, devo fermarlo senza di te».

Ma non puoi raggiungerlo. Sei ferito e stanco. Io posso.

«Maledizione! No». Rag’Anyev cominciò a correre ma un’innaturale fatica lo fece cadere in ginocchio al suolo. Il respiro si fece affannoso.

Non puoi. Daria morirà per colpa tua.

«No». La voce divenne un misto. Rag’Anyev aveva ceduto ancora.

***

Joen entrò nella torre ma non c’era nessuno.

Se non è già morto, pensò Joen, Tan sarà andato a prendere le provviste al magazzino e come al solito avrà portato Daria con sé per essere sicuro che non scappi. Devo raggiungerlo.

L’uomo sentì il panico crescere. Sapeva che Rag’Anyev era nei paraggi. Si affrettò a correre verso la porta ma ne ricevette un colpo fortissimo in faccia. Pochi istanti dopo, mentre ancora la vista era annebbiata dal colpo, sentì la mano di Rag’Anyev afferrarlo per la gola.

«Dov’è?»

«Non lo so». Joen rispose con un filo di voce.

Rag’Anyev lanciò Joen fuori dalla finestra e non si curò neppure di vedere dove era finito. L’Incubo aveva mietuto un’altra vittima. Quando tornò in sé, Rag’Anyev non si rese conto di cosa era accaduto. Cercò in lungo e in largo nella torre ma trovò soltanto pochi viveri e degli abiti che riconobbe essere quelli di Daria, quindi decise che avrebbe atteso fino al loro ritorno alla torre.

Tan giunse poco dopo verso la torre e incrociò il cadavere di Joen che era rotolato giù poco lontano dal rifugio. Immediatamente fece nascondere Daria e si occultò tra i cespugli.

«Qualcuno ha ucciso Joen. Ma che diavolo ci faceva qui? L’appuntamento era tra quattro giorni per i rifornimenti». Tan guardò Daria con espressione minacciosa e le fece cenno di stare zitta.

«Questo luogo non è più sicuro». Tan afferrò la ragazza e la caricò sul cavallo. «Partiremo. Il piano è cambiato ed è ora di tornare al villaggio».

Rag’Anyev attese fino alla notte alla torre. Realizzò che probabilmente Tan e Daria non sarebbero più tornati in quel luogo. Discese e cercò di immaginare da dove iniziare a cercarli. Guardò il cielo e pensò alla sua maledizione e si rese conto di non avere la minima idea di dove andare.

***

Tan fece un piccolo accampamento e non accese il fuoco. Lasciò Daria legata sotto delle coperte e si accoccolò nel punto meno visibile del campo. Non avevano provviste e se voleva arrivare alla città doveva farlo al più presto e quindi aveva bisogno di riposare. Ma non sapeva di essere ancora troppo vicino a Rag’Anyev per permettersi di dormire.

Il mattino giunse presto. Il sole si levò alto nel cielo. Daria sollevò la testa da sotto le coperte e alzò lo sguardo verso Tan. Lo vide tremare con gli occhi sbarrati dalla paura.

Pochi istanti dopo, l’uomo si alzò e senza proferire parola caricò il cavallo e si mise in cammino. Daria si rese conto che doveva essere successo qualcosa. Tan la guardò con un’espressione di paura.

«Non andremo in città».

***

Molti non riescono ad accorgersi se qualcuno dotato di potere, o solo molta conoscenza, sta interagendo con più persone contemporaneamente al fine di essere il burattinaio del suo teatrino.

Alle volte chi ha un potere molto limitato, ma conosce bene le sue potenzialità, riesce laddove persone con potere immenso non sono in grado di muovere un semplice filo.

***

Con il favore del giorno, Rag’Anyev camminò attorno alla torre in cerca di qualche traccia da seguire. Incontrò solo il cadavere di Joen.

«L’ho ucciso io?»

L’abbiamo ucciso noi. Si.

Rag’Anyev si portò le mani sulla fronte. «Sono un mostro. Come può Daria essersi innamorata di me? Sono un mostro». Sentì gli occhi riempirsi di disperazione.

Non sei un mostro, sei solo una creatura diversa. E la spiegazione al suo amore è più semplice di quello che pensi. Ti basterà trovarla.

«Come faccio?»

Andremo alle Teste del non potere, il luogo dove sono diretti Tan e la tua amata. La voce dell’Incubo assunse un tono di vittoria nella mente del reietto.

«Come fai a saperlo?»

Perché sono stato io a dargli la direzione.

***

Circa un terzo della vita di un uomo, trascorre nel beato tepore dei sogni. Dorme l’uomo in attesa del nuovo giorno, incurante di ciò che la sua mente contrita e stanca delle fatiche del giorno appena terminato, raccoglie dal mondo e dall’immondo durante lo stato di incoscienza.

I sogni sono un mondo a parte, qualcosa di invisibile agli occhi di ciascun uomo, indivisibile dalla sua anima e dal suo corpo, etereo e puro, eppur legato ai sogni di tutti gli altri esseri, una vita nella vita. Un sogno può dire tanto a una persona, persino influenzare la sua vita, radicare convinzioni e mutare pensieri. Il sogno è una parte fondamentale della vita ed è imprescindibile da essa. Alle volte, per le menti deboli o le più creative, o semplicemente le più malleabili, il sogno diviene talmente simile alla realtà che spesso faticano a distinguerlo dal vero. Questi vengono additati come pazzi o visionari.

C’è una cosa che quasi nessun uomo conosce. Non tutti i sogni sono veri sogni, ma spesso, seppur non facciano paura, sono Incubi.

***

Una bambina giocava nel cortile con sua mamma. Era allegra e spensierata e si preparava per andare a lezione di magia. Sarebbe diventata una maga molto presto, la più giovane di tutte. Daria fantasticava guardando sua madre, insegnante della Colonna dell’Ovest, una delle quattro torri unite della scuola di magia più autorevole delle terre occidentali. Era raro che una donna, nata da una coppia di pescatori, in un villaggio vicino a Lochtale potesse diventare una persona tanto importante. La bimba ne era convinta, sarebbe diventata come sua madre.

I giorni passavano, e anche le notti, e Daria cresceva come una ragazza normale, con i suoi pregi e i suoi difetti, i suoi punti di forza e le sue paure. E aveva paura del buio. L’aveva sempre avuta, sin da quando era nella culla.

«Lascia la porta aperta, mamma».

«Daria… hai sedici anni ormai». La donna sorrise gentilmente.

«Almeno non lascio più una candela accesa». Daria rispose al sorriso, quindi aspettò che sua madre uscisse dalla stanza, si assicurò che un filo di luce passasse dall’apertura e che lo sguardo si abituasse al buio, poi chiuse gli occhi e provò a dormire.

La porta si mosse scricchiolando. Daria aprì repentinamente gli occhi e sentì il cuore palpitargli. Come al solito. Un colpo di vento, pensò. Chiuse di nuovo gli occhi. La porta si mosse ancora. Il rumore di un urto violento giunse dalla cucina. Sembrava la finestra e pareva che il vetro si fosse rotto.

«Mamma?»

Silenzio.

Daria si alzò lentamente. Sentiva il cuore battergli forte. Faticava a muovere le gambe e tutta la stanza pareva pesarle addosso. I suoi sensi erano offuscati. Uno strano ronzio le rendeva fastidioso ogni rumore. Gli occhi non riuscivano ad abituarsi né alla luce né al buio e percepiva un sapore amaro tra le labbra.

La ragazza sfiorò la porta con la mano e la vide spostarsi silenziosamente molto più facilmente di come di solito non accadesse. I cardini tacquero. Nel silenzio della casa, poteva sentire e contare i battiti del suo cuore.

Il bagliore di una candela ondeggiava in cucina e il fischio del vento sembrava l’ululato maligno di un demone. Daria afferrò un bastone poggiato davanti alla sua stanza, che veniva usato come puntello per lo sgabuzzino. Lentamente si affacciò nella stanza. Inorridì, lasciò cadere il bastone e cominciò a urlare di fronte al cadavere squarciato di sua madre.

Improvvisamente una fiamma si accese e illuminò la stanza. Un demone di fuoco apparve e tese la mano per afferrarla. Si sentì spacciata. Un uomo accorse in suo aiuto. Anche lui era apparso dal nulla e senza fare rumore. Aveva la carnagione di un colore strano, aveva la pelle liscia e i muscoli forti e ben definiti. Lo vide colpire il demone più volte, e fronteggiarlo senza paura. La fiamma si spense. Daria corse nella sua stanza, chiuse la porta e si lanciò sotto le coperte. Era terrorizzata. Si voltò verso la porta sperando che nessuno la aprisse. Ma si aprì.

«Daria?»

La ragazza urlò ancora più forte di prima.

«Che hai bambina mia?»

La donna corse ad abbracciare la figlia. Si affrettò ad accendere quante più candele possibili e ad aprire bene la finestra affinché anche la luce della luna potesse illuminare la stanza.

Daria uscì dalle coperte. Il suo volto era terrorizzato. Tremava come una foglia d’autunno. Lo sguardo e le carezze della madre la tranquillizzarono lentamente.

«Tranquilla. Era solo un incubo». Mai frase fu più vera.

«Era così reale». Daria rimase in silenzio e non dormì più per quella notte.

La ragazza dormì insieme a sua madre tutte le notti successive. Gli incubi non la lasciarono in pace nessuna notte, ma divennero sempre meno inquieti. E ogni volta era sempre più definito questa misteriosa creatura, l’uomo dalla pelle bruciata che ogni volta la salvava. Daria cominciava a chiedersi se quegli incubi significassero qualcosa.

Notte dopo notte, Daria si era abituata e ormai attendeva il cavaliere misterioso che l’avrebbe salvata dal consueto pericolo della notte.

Erano trascorsi due anni dall’inizio degli incubi. Daria aveva compiuto diciotto anni. Era una donna e sarebbe finalmente entrata alla scuola di magia. Sua madre le aveva preparato tutto per il viaggio. Una carrozza la aspettava vicino al cortile di casa. Con il sorriso sulle labbra, la ragazza salutò la madre e si allontanò.

«Dove va una ragazza carina come te con tutte quelle valigie?»

«Chiedo scusa, ma sono affari miei». Daria rispose decisa.

L’uomo le si parò davanti. «E io sono Gaart, il capo della guardia del villaggio, e ho il diritto di sapere dove vai e chi sei».

«Mi chiamo Daria, e sto andando alla mia carrozza. Se non ti dispiace, adesso andrei». Il tono della ragazza si fece un po’ scocciato.

«Si che mi dispiace. Non vai via se prima non mi hai dato un bacio» l’uomo la trascinò con forza verso un vicoletto, coperto da altri quattro uomini.

Daria provò a divincolarsi ma fu inutile. Sentì la mano dell’uomo scivolarle sulle gambe, mentre con l’altra le teneva fermo il volto e si avvicinava per baciarla. Il suo alito le penetrò nelle narici, tanto era vicino. Chiuse gli occhi.

La ragazza sentì la presa svanire nel nulla. Aprì gli occhi per un istante e vide Gaart piegarsi dal dolore, poi si rannicchiò per terra nel vicoletto. Gli altri quattro uomini indietreggiarono.

«Maledetto». Tossì. «Chi diavolo sei?»

«Via di qui. Lasciate in pace questa ragazza». Una voce forte minacciò i cinque della guardia del villaggio.

«Io ti ammazzo».

«E noi urleremo attirando l’attenzione di tutti. Siamo in pieno giorno e la piazza è proprio dietro l’angolo. E questa fanciulla ha un testimone che voi avete provato a usare violenza su di lei».

Gaart indietreggiò indignato. «Non ti ho mai visto da queste parti, ma ti assicuro che non mi dimenticherò di te. Ti terrò d’occhio e al primo sbaglio». Gaart non terminò la frase e fece un gesto che indicava chiaramente che gli avrebbe tagliato la gola, poi si allontanò seguito dagli altri.

«Tutto bene?»

Daria alzò lo sguardo. Rimase fulminata. Era l’uomo dei suoi sogni. Ormai in tutti i sensi. «Io sono Rag’Anyev e sono appena arrivato in questo villaggio».

***

Rag’Anyev alzò lo sguardo. Lasciò volare via il pensiero, le domande e i dubbi sui sentimenti di Daria e attraversò gli ultimi alberi che coprivano la vista dell’orizzonte. I suoi occhi si fissarono sull’imponente catena montuosa che aveva davanti. Le sue orecchie cominciarono a percepire il vento e immediatamente ebbe chiaro che si trovava nel luogo giusto.



Il Cuore di un Incubo – Parte I

30 settembre 2009 - 20:00 by immortal_bard

Le genti della costa, soprattutto i pescatori, guardano sempre con rispetto al mare. Le navi, le barche e i battelli sono parte della loro sopravvivenza e spesso capita che ciascuno costruisca la sua con il sudore della fronte, sentendo quella creatura quasi come un figlio, come fosse parte della natura che ha generato il legno e le corde con cui essa è costruita. Si tratta di esseri quasi vivi, ibridi tra un uccello e un pesce, trascinati a volte dal vento e altre dalle correnti del mare e guidati dalla mente dell’uomo.

Finché tali forze restano in equilibrio, il controllo è facile. Ma ogni mese, spinta dagli astri, una diventa troppo forte e se ci si è andati troppo a largo può nascere la tragedia…

***

Rag’Anyev si guardò attorno. Una strana sensazione lo stava assalendo. Credeva di essere osservato. Non gli era mai accaduto prima.

La foresta silenziosa attorno a lui faceva da cornice alla pietra su cui guardava riflessa la luce della sera.

Il volto della luna era pieno e fissava le terre nord della costa occidentale con sguardo impietoso. La prima decade del mese stava per terminare e la sua tortura, la sua maledizione segreta doveva trovare il suo periodico sfogo.

«Dobbiamo sbrigarci».

Daria era l’unica a conoscenza del segreto di Rag’Anyev. Era anche l’unica a non considerarlo un diverso, a non far caso alla sua “malattia”. Ed era anche la donna che Gaart, capo di coloro che si facevano chiamare vigilanti, desiderava ardentemente.

Nel villaggio, ormai grande quasi quanto una città, ciascuno contribuiva al benessere comune, soprattutto chi aveva il coraggio di sfidare il mare. A Rag’Anyev non era permesso neppure questo.

Gli occhi costantemente arrossati dalla luce del sole, la pelle scura, quasi cinerea, le unghia sempre sproporzionatamente lunghe, lunghi capelli neri e nodosi. Anche se gli sciamani e i sapienti del villaggio non avevano trovato forma di contagio nel suo stato, nessuno osava avere contatti con lui. Soltanto la legge lo tutelava da chi invece lo avrebbe messo alla forca con estremo e sadico gusto.

«Sta iniziando». Rag’Anyev strinse la mano di Daria fermandole il passo. «Non mi sento sicuro… oggi non voglio che tu venga».

«Non se ne parla nemmeno. Non puoi superare la crisi senza di me» Daria fissò Rag’Anyev con sguardo severo.

«Allora facciamolo lì, su quella pietra».

«Ma siamo ancora troppo vicini al villaggio» obiettò Daria.

«Non c’è tempo… non posso controllarla». Rag’Anyev si guardò le mani. Le unghia erano già diventate nere e dure come pietra, gli occhi avevano perso il loro colore umano e lacrimavano sangue scuro. L’erba su cui cadevano le sue lacrime appassiva istantaneamente.

Daria si guardò indietro, poi si voltò di nuovo verso Rag’Anyev. Estrasse delle robuste corde dal suo zaino, quindi si avvicinò al masso e ne saggiò la pesantezza con un piede.

«Va bene, dammi il tuo coltello». Rag’Anyev diede la lama alla ragazza, in realtà un pezzo di metallo grezzo modellato affinché fosse pungente e affilato.

Daria tagliò la corda in due pezzi e cominciò ad assicurarla sul masso. Rag’Anyev poggiò la schiena su di esso e portò le braccia dietro di sé.

«Lega più stretto stavolta… non sappiamo se il masso resisterà». Daria annuì e arrotolò la corda più volte sui polsi dell’amico.

Uno spasmo seguito da un urlo strozzato stroncarono la quiete della radura. Rag’Anyev cominciò a contorcersi. Daria finì di annodare la corda e si allontanò, tenendo ancora in mano il coltello.

Due protuberanze ossee si allargarono dai gomiti, come fossero uncini, la mascella si indurì e denti e gengive cominciarono a sanguinare. Attorno al masso si formò un piccolo lago nero. Urlando, Rag’Anyev cominciò a dimenarsi, sentì il cuore sbalzargli fuori dal petto, vibrò e tentò di liberarsi. La sua pelle divenne nera come la notte, gli occhi si illuminarono di un rosso demoniaco. Il petto e i muscoli si gonfiarono strappando dal torace parte dei vestiti, lacerandoli contro la pietra e contro le corde. Daria guardò impassibile ma, come sempre, impaurita.

«Da quella parte! Sono sicuro che il reietto ha portato Daria nei boschi… non è la prima volta». Voci giunsero dal sentiero.

«Gli uomini di Gaart» sussurrò Daria guardandosi attorno con ansia. «Se ti trovano così ti uccideranno». La ragazza sapeva che Rag’Anyev non poteva udire le sue parole e cominciò a sentire il panico crescere in lei.

«Se lo trovo a inseminare quella puttanella…»

«Non parlare così della donna del capo»

«Non è la sua donna!»

«In ogni caso non possiamo permettere che quel mostro diffonda la sua malattia… piuttosto lo uccido prima con le mie mani».

Quel dialogo, con il sottofondo del respiro affannoso di Rag’Anyev mandò in confusione Daria. Abbassò lo sguardo. Vide il coltello nelle sue mani.

«Rag… devi stare tranquillo», si avvicinò lenta. «Ora ti libererò ma tu non devi fare nulla», protese le mani in avanti, avvicinando la lama alle corde. «Devi scappare perché se ti trovano ti…» le parole le morirono in gola.

Rag’Anyev cominciò a contorcersi convulsamente. Daria si allontanò solo un attimo spaventata, poi si riavvicinò. Lo sguardo demoniaco sembrava implorarla di lasciarlo stare, legato e immobile, ma Daria non si fermò. I movimenti si fecero sempre più rapidi e sempre più pericolosi.

La corda si spezzò sotto la lama affilata. Il braccio di Rag’Anyev colpì Daria, scaraventandola a terra, priva di sensi. Si alzò in piedi e per un istante sentì l’impulso di saltare addosso alla vittima, inerme, e trucidarla. Si abbassò lentamente.

«Di qua!»

La voce di uno degli inseguitori lo fermò. Il cuore sbalzò quasi fuori dal petto. Rag’Anyev corse a nascondersi dietro i cespugli. Il respiro era sempre più affannoso.

«Guarda Tan, è Daria» disse uno dei due scagnozzi di Gaart.

«E questo è il pugnale di quel reietto» replicò l’altro prendendole dalla mano l’arma.

Tan si guardò attorno. Fissò per un attimo il compagno e si abbassò sul corpo della ragazza.

«Cosa fai?» domandò preoccupato.

«La uccido… è l’arma del reietto… è la nostra occasione di farlo diventare un fuori legge». Gli occhi di Tan si illuminarono.

«Tu sei pazzo»

«No. Solo opportunista» rispose Tan. «Le farò solo un taglio e tu porterai il pugnale di Rag’Anyev dagli sciamani. Con i loro incantesimi interrogheranno gli spiriti e scopriranno che il sangue sulla lama è suo. Dirai che hai visto il reietto uccidere me e la donna e abbandonare i cadaveri al mare e che per paura di finire ucciso come noi, non sei intervenuto. Dirai che non hai trovato i resti… io andrò alla vecchia torre abbandonata a sud e ogni settimana mi dovrai portare i rifornimenti. Quando sarà morto potrò venire fuori e raccontare come ho salvato all’ultimo istante la ragazza»

«Tu sei un genio» disse Joen con espressione meravigliata.

«Cosa avete trovat…» intervenne un terzo scagnozzo, interrompendosi subito nel vedere Tan affondare leggermente la lama sul fianco della ragazza.

Un ringhio terribile giunse dal cespuglio. I tre estrassero le loro spade e si misero in guardia.

«Una bestia feroce… Gareb tienila a bada».

Il più giovane dei tre si avvicinò al cespuglio con la mano tremante e si fermò a pochi metri. Deglutì a fatica mentre sentiva il ringhio cupo e gutturale che lo minacciava. Si voltò un attimo, giusto il tempo di vedere Tan scomparire in una direzione con il corpo della ragazza in spalla, e Joen tornare verso il villaggio. Quando si voltò non trovò davanti a sé un cespuglio, ma due occhi rossi e terribili che lo fissavano dall’alto in basso.

Un artiglio sibilò tagliando aria e gola allo stesso tempo. Un fiotto di sangue sgorgò dal collo di Gareb. Il ragazzo lasciò cadere la spada e strinse la ferita, rotolando al suolo. Il dolore era immenso, il taglio era abbastanza profondo da essere mortale ma non troppo da farlo perire sul colpo. Con passo lento Rag’Anyev si avvicinò a Gareb e gli mise un piede sul torace. Schiacciò lentamente come spremesse un acino d’uva. Il sangue scolò fuori dalla ferita spinto dai battiti sempre più veloci del cuore. I due occhi demoniaci fissarono lo sguardo di terrore del ragazzo mentre moriva.

La pelle tornò più chiara, lentamente, gli artigli divennero unghia solo un po’ più lunghe e gli occhi smisero di sanguinare, tornando neri come la notte, umani, solo un po’ arrossati.

Rag’Anyev cadde in ginocchio accanto al ragazzo. Non sapeva come l’aveva fatto, ma sapeva che l’aveva fatto. C’era un’altra vittima sulla sua coscienza, come era accaduto già altre due volte, pochi anni prima, quando il suo Incubo si era risvegliato.

Il reietto si guardò attorno. Cercò Daria ma vide solo una pozza di sangue vicino al masso, l’ultima cosa che ricordava. Si disperò e versò lacrime, limpide questa volta, sul terreno, mescolando il suo volto con il fango. Nulla era rimasto nella sua memoria. Della lama che affondava nel corpo della ragazza non c’era più alcun ricordo.

Qualcosa di terribile era successo e Daria era sparita. Rag’Anyev desiderò dal profondo di poter controllare la bestia che c’era dentro di lui, il demone che ogni mese, alla fine della prima decade veniva fuori bramando sangue. Barcollando, l’espressione distrutta, si diresse verso il villaggio. La sete del suo cuore di Incubo era stata sedata, e adesso aveva solo un obiettivo: assicurarsi che Daria stesse bene.

Come la sensazione che aveva provato mentre si allontanava dal villaggio, anche avvicinandosi e sentendo folle in subbuglio, percepì che qualcosa non era al suo posto. Arrestò il suo passo. Si guardò indietro. Corse a nascondersi. Era cosciente che non avrebbe potuto sapere ciò che desiderava, almeno non facendo una semplice domanda.

Rag’Anyev non ricordava nulla di ciò che era successo durante la crisi, ma l’altra parte di sé sapeva tutto… e agli Incubi piace divenire ricorrenti.

***

Che si tratti di un lupo o di una pecora, di un guerriero o di un contadino, di un Dio o di un demone, di fronte a ciò che non si conosce e di fronte a qualcosa di più grande, tutti possono cadere in preda alla codardia.

Spesso questi periodi possono perdurare per molto tempo, ma la cosa veramente importante è che ancor più spesso si tratta di giorni e soprattutto notti che sono il cammino di fortificazione della mente e del corpo verso quello che è lo scopo ultimo della creatura che fino a quel momento si era comportata come una vigliacca. Si tratta di quei passi di crescita necessari per affrontare il proprio nemico e diventare migliori di lui. E alle volte, di gran lunga peggiori.

***

Rag’Anyev sentiva la pioggia colargli sui capelli e coprirgli gli occhi. Erano le uniche gocce rimaste sul suo viso. Aveva versato tante, fin troppe lacrime in quei due mesi. Ora, davanti alla sua ennesima vittima, continuava a struggersi. Qualcosa in lui stava cambiando. Quel periodo da fuggiasco nella foresta, isolato dal resto del mondo che desiderava soltanto ucciderlo, lo stava trasformando in qualcosa che non poteva sapere cosa fosse. Gli pareva di udire delle voci, ma si diceva che era la solitudine e che era normale iniziare a parlare con se stesso.

Il cadavere del cinghiale morto rimase a lungo steso sul terreno umido. Era la sua ultima vittima dopo il tragico evento in cui era svanita Daria. Quella era la seconda crisi. Nelle ultime due era rimasto abbastanza lontano dalla civiltà perché potesse uccidere uomini ma sentiva che la trasformazione stava divenendo sempre più facilmente controllabile, sebbene non ne capisse il perché.

Rag’Anyev ogni giorno tornava in quel luogo a osservare l’animale trasformarsi in resti putridi e concime per le piante selvatiche.

«Non posso andare avanti così». Rag’Anyev scosse il capo e guardò attraverso gli alberi della foresta verso la direzione che sapeva essere quella per giungere fino in città.

Hai ragione. Non puoi andare avanti così. Rag’Anyev si rannicchiò vicino ai resti del cinghiale e si portò le mani alle orecchie. Quei sussurri che ogni tanto sembravano giungere dal nulla lo terrorizzavano.

Il ragazzo si alzò di fretta e corse verso la piccola caverna scavata dalla pioggia nel terreno, che lo aveva ospitato in quel bosco e che era diventata la sua nuova casa. Tremando sia per il freddo che per la paura, Rag’Anyev si appoggiò alla parete, stringendo le ginocchia tra le braccia, e dopo diverse ore, si calmò e si addormentò.

Il rumore di pioggia battente era svanito. La notte era passata e alcuni raggi di sole fendevano le foglie creando bizzarri giochi di luce e di colore. Rag’Anyev aprì gli occhi, disturbato dalla voce di un uomo. Allarmato si nascose meglio, riparandosi nel buio del cunicolo. La voce si stava avvicinando.

«Se lo trovo, prima lo torturo e poi lo uccido».

«Stai attento. Nessuno del villaggio si è mai spinto fin qui». Una seconda voce si aggiunse alla precedente.

«Nessuno prima che Gaart pubblicasse finalmente il bando per la taglia di quel maledetto mostro». Rag’Anyev intuì che stavano parlando di lui.

«Già. Ma adesso che in tutti i manifesti è scritta la storia per come è andata, non ci metteranno molto a formarsi gruppi di caccia per quel maledetto reietto». Quelle parole fecero rabbrividire il fuggiasco.

Lentamente i due uomini e le loro voci si allontanarono, lasciando in Rag’Anyev un profondo senso di sconforto e una crescente paura.

Trascorsero vari giorni prima che Rag’Anyev riuscisse a decidere che cosa fare e soprattutto prima che trovasse la forza e il coraggio per fare ciò che aveva deciso.

***

Le mura del villaggio di Kapnab apparivano particolarmente scure agli occhi di Rag’Anyev. Erano state costruite solo per delineare dei confini ed erano di scarsa utilità per limitare l’ingresso alle sole zone controllate dai vigilanti. Il sole stava calando e sarebbe entrato in città con il favore del buio.

L’uomo avanzò circospetto e silenzioso fino a un punto dove diverso tempo prima i mattoni erano crollati a causa della pioggia e non erano mai stati rimessi a posto. Da quella parte sarebbe stato ancora più semplice entrare in città senza essere notato.

Rag’Anyev scavalcò senza difficoltà le mura ed entrò in città. I suoi occhi erano attenti nel buio come alla luce del giorno. Tutto il tempo passato in quella caverna è servito a qualcosa, pensò.

Le strade erano silenziose come l’ultima volta che le aveva percorse. La notte quasi tutti riposavano per poter approfittare della luce del giorno per lavorare in serenità. Gli unici che erano svegli spesso si ritrovavano nelle taverne o nelle piazze illuminate dai fuochi perpetui o di fronte al tempio di Kyrion dove i vigilanti al servizio dei sacerdoti si curavano della sicurezza dei cittadini.

Con piccoli passi, Rag’Anyev si addentrò nel villaggio, in realtà grande abbastanza da essere considerato una città. Raggiunse una fontana e si guardò attorno. Vide un mendicante che riposava, seduto sul retro di una bottega di un fabbro, intento a scaldarsi vicino all’apertura di sfogo della piccola fucina e a mangiare degli avanzi di cibo trovati nei rifiuti di qualche locanda.

«Non spaventarti». Rag’Anyev poggiò una mano sulla spalla dell’uomo.

«No. Signor vigilante la prego…»

«Calma». Rag’Anyev avvicinò le mani al viso del mendicante che nel frattempo, impaurito aveva nascosto il volto tra le braccia. «Non sono un vigilante».

«Chi sei?» Il mendicante sollevò lo sguardo. «Se vuoi portarmi da Gaart sappi che preferisco la morte. Guarda come mi ha ridotto».

Rag’Anyev assunse un’espressione perplessa. «Non voglio portarti da Gaart, voglio solo sapere se ha fatto appendere degli avvisi».

«Si, il centro città è pieno».

«Capisco».

Esattamente in quel momento il mendicante si rese conto che il viso dell’uomo con cui stava parlando era esattamente quello dipinto sui manifesti. Il suo viso si ricoprì di stupore.

«Tu… tu sei» balbettò.

«Io sono Rag’Anyev, ma tu non dovrai dire niente a nessuno». Il reietto portò le mani in avanti e le poggiò amichevolmente sulle spalle del mendicante che però si tirò indietro visibilmente spaventato.

«Non ho fatto nulla di ciò che c’è scritto», provò a spiegare. «Almeno credo», aggiunse poco convinto.

«Non farmi del male… assassino». Il tono del mendicante divenne un misto tra paura e stizza.

«Non sono un assassino». Neppure lui stesso credette a quelle parole. «Se io finisco nelle mani di Gaart, ci finirai anche tu», aggiunse poi istintivamente.

«No. Abbiamo un nemico comune. Non dirò niente a nessuno, lo giuro».

Rag’Anyev sapeva di non potersi fidare di nessuno ma il suo volto, evidentemente, era divenuto noto anche nei sobborghi dimenticati dalla gente comune.

Sarà meglio per te, o mi prenderò anche la tua vita. Il reietto non seppe se quelle parole gli erano uscite di bocca o le aveva immaginate. Vide il mendicante pararsi il viso in un gesto di terrore, quindi si allontanò. Quando l’uomo riaprì gli occhi, Rag’Anyev era svanito.

***

Le emozioni che un uomo può provare sono molteplici. Amore, odio, ira, lussuria, eccitazione o desiderio. E proprio quest’ultimo è particolare perché il desiderio non è qualcosa di specifico, ma qualcosa che accomuna tutte le sensazioni. L’ira può essere indotta da molte cose e può portare con sé il desiderio di vendetta, di morte, di fuga o di espiazione.

Esistono varie razze che si sono fuse con gli uomini e hanno generato mezzi uomini. Dagli elfi che hanno generato creature umane ma belle come elfi, rare quanto delicate, agli orchi che con la forza hanno preso parte della grazia umana. Tali razze non provano le emozioni degli uomini solo a metà. Spesso le provano alla stessa maniera. Ma esistono delle razze in cui alcune emozioni, come l’ira, nascono da una metà e crescono nell’altra. Ed è quello il momento in cui l’ira diventa l’oggetto del desiderio.

***

Rag’Anyev lesse tutto d’un fiato il bando secondo cui era colpevole dell’uccisione di Daria e dei due uomini, Tan e Gareb, che erano andati a cercarla. Il capo della vigilanza, Gaart, aveva messo sulla sua testa una cospicua somma in denaro. L’annuncio era consolidato dai testimoni, un certo Joen che aveva assistito all’atto di efferata violenza, e i sacerdoti che avevano analizzato il sangue nel pugnale e verificato che effettivamente era della donna. Alla gente non importava che le divinazioni non fossero state in grado di stabilire se la donna fosse morta oppure no.

Joen era un assiduo frequentatore di una taverna poco lontano dal mercato centrale. Rag’Anyev aveva già avuto a che fare con lui in alcune occasioni. Ricordava che Joen era uno di quelli che lo avrebbero volentieri mandato sulla forca. Sulla base di quei pensieri cominciò a pensare che ci fosse qualche possibilità che quella storia fosse un’invenzione.

La porta della taverna si aprì. Rag’Anyev si appoggiò repentinamente alla parete del palazzo di fronte e si nascose nel buio. La vista di Joen che rideva, salutando i suoi amici ancora occupati a ubriacarsi in locanda, risvegliarono in lui memorie che non pensava di avere. Le immagini dell’omicidio simulato, le parole dette in quegli istanti e addirittura gli odori gli parvero chiari come se fossero appena accaduti. Sorrise. Daria era viva.

***

Il sapore del sangue è diverso per ogni creatura. Nella vita capita spesso di assaggiare il proprio e raramente quello degli altri. Quanti schiaffi si subiscono durante il cammino. Il dolore è immenso ma ancor più delle lacerazioni del corpo e dell’amaro sapore della propria linfa vitale, ciò che brucia maggiormente sono le ferite che restano dentro. E quando da una di queste ferite comincia a sgorgare il sangue di una vittima, il carnefice può sentire il sapore diventare dolce, e perdere il controllo come fosse un vampiro o un demone e fare ciò che mai avrebbe pensato di poter fare.

***

Joen barcollava. I suoi passi non riuscivano a essere dritti mentre si muoveva verso casa. Nel buio della sera, i suoi sensi erano persino meno attenti di un dormiente. Una tavola di legno scricchiolò, schiacciata dal peso di qualcuno. Joen si voltò e si guardò attorno.

«Chi c’è?»

L’uomo farfugliò qualcosa senza riuscire a mettere insieme più di una frase. Inclinò la testa cercando di guardare dove c’era più luce. Perse l’equilibrio e si appoggiò al muro. «Chi c’è?» domandò ancora con più vigore. Nessuna risposta.

Voltandosi nuovamente verso la strada, Joen ricominciò a camminare più spedito, senza smettere di barcollare. Strinse con le mani il cappotto attorno al suo collo e sentì il suo respiro farsi affannoso. All’improvviso sentì qualcosa stringergli il collo e spingergli le spalle contro il muro con violenza. Due occhi illuminati di rabbia lo fissavano.

«Dov’è Daria?»

«Chi sei? Cosa vuoi? Io non so niente». Joen cercò di dimenarsi e scappare ma senza successo. Gli occhi cercavano di sfuggire dallo sguardo di colui che lo stava minacciando, poi un lampo di lucidità gli percorse la mente e capì chi gli stava di fronte.

«Rag’Anyev?»

«Ti ho chiesto dov’è Daria» il tono del reietto si fece ancora più minaccioso e una strana eco cupa accompagnò le sue parole.

«Maledetto, tu dovresti morire per quello che hai fatto». Joen alzò la voce. Rag’Anyev si guardò attorno. Un gruppo di tre uomini si affacciò sul vicolo.

«Devi dirmi dov’è». Il reietto provò a insistere ma sul volto di Joen si dipinse uno strano sorriso.

«Non la troverai. Morirai molto prima, te lo assicuro. Hai letto il bando no? Ormai, se non dimostrerai la tua innocenza entro i prossimi cinque giorni, tutti noi avremo il diritto di ucciderti alla sola vista e riscuotere il denaro».

Rag’Anyev spinse Joen ancora contro il muro con un gesto di stizza e di frustrazione, facendogli battere la schiena e la testa, quindi si mise a correre verso la fine del vicolo.

«Fermatelo! Quello lì è il reietto!»

La voce di Joen raggiunse i tre che si stavano avvicinando i quali iniziarono l’inseguimento. Rag’Anyev si voltò più volte cercando di capire come guadagnare vantaggio. Si sentiva la preda di una spietata caccia.

In brevissimo tempo varie urla risvegliarono la città, incitando all’inseguimento del mostro che era tornato sul luogo del delitto.

Rag’Anyev voltò l’angolo e imboccò un altro vicolo, corse senza cognizione di dove stesse andando, confuso e alla ricerca di una via che lo portasse fuori dalla città.

Un dolore lancinante al petto lo fece fermare e accasciare al suolo. Due uomini e una donna lo avevano intercettato e lo avevano colpito con un randello. Sentì il respiro mancargli e indietreggiò strisciando e ansimando, sotto lo sguardo misto tra sadico e soddisfatto dei tre.

Questo sapore mi è noto, Rag’Anyev si trascinò verso un vicolo, sospinto dalle randellate e dai calci. Le gengive sanguinavano e sentiva i conati di vomito raggiungergli la gola. Se solo si rendessero conto di ciò che stanno facendo, si prostrerebbero e ti chiederebbero di graziarli.

I due uomini afferrarono Rag’Anyev e lo appoggiarono a una parete. La donna sollevò la gamba e colpì con la suola il volto del reietto. Non riuscì a capire nulla di ciò che si dissero, sentì solo il silenzio e l’aria immobile che precedette una tempesta di pugni e insulti.

«Lasciatelo a me». Intervenne Joen, interrompendo la pioggia violenta. I tre si fecero da parte e lo lasciarono avvicinare.

Rag’Anyev aveva un occhio quasi chiuso e la saliva gli colava dalle labbra mescolata con il suo stesso sangue.

Joen gli afferrò il mento e gli sollevò il viso. Attese in silenzio qualche istante. Vide il reietto tentare di alzare lo sguardo e allora gli sputò in faccia.

«Ti confesso che mi hai fatto schifo sin da prima che ti macchiassi di questo crimine. Ma adesso che c’è una taglia sulla tua testa, sarà persino divertente torturarti e condurti sulla forca pubblicamente in piazza». Joen schioccò uno schiaffo sulla guancia del reietto facendogli voltare la faccia di scatto.

Forse il caso o forse lo sapevi già, Rag’Anyev sentì ancora quella strana voce che gli penetrava la mente come percosse al punto che non sentiva più nemmeno i calci sullo stomaco. Rag’Anyev, sai che giorno è oggi?

Joen alzò ancora la gamba e sferrò l’ultimo calcio. La mano di Rag’Anyev lo fermò. Stupore e un pizzico di paura assalirono i tre che osservavano la scena e lo stesso Joen. Gli occhi di Rag’Anyev si aprirono. Non erano più neri, ma rossi e intrisi di sangue. E quel sangue, stavolta, non era il suo.

La donna indietreggiò mentre i due uomini, dopo un attimo di esitazione, provarono ad aiutare Joen. Rag’Anyev si alzò catapultando l’uomo lontano. Quel gesto fece fermare gli altri due che lo fissarono come si fissa un mostro irreale.

Io sono il vostro incubo peggiore. Rag’Anyev fu sicuro di non aver mai voluto dire quelle parole, ma allo stesso modo era sicuro di averlo appena fatto. Le protuberanze ossee iniziarono a spuntare dai gomiti, la pelle divenne scura e i capelli divennero simili a corda bruciata. Il sangue che colava dalle gengive si fece nero come la pece e i muscoli si contrassero in un urlo efferato.

La città parve tacere. I tre che avevano bloccato Rag’Anyev corsero via terrorizzati. Joen si alzò ancora stordito per la botta e vide la creatura demoniaca avvicinarsi minacciosamente. Indietreggiò fino a poggiare le spalle al muro. Si guardò attorno ma nessuno corse in suo aiuto.

«Sai che giorno è oggi?»

Joen non trovò la forza di rispondere.

Questo è il giorno in cui morirai. Rag’Anyev sentì una sete di sangue inaudita e solo allora si ricordò che esattamente quella notte corrispondeva con la fine della prima decade del mese. Quando se ne rese conto capì anche che ormai non aveva più la possibilità di controllarsi. E il terrore si dipinse negli occhi di Joen.