Il Viaggio della Donna Guerriero – Parte V

30 settembre 2009 - 20:16 by immortal_bard

Nel buio spezzato solo dalla magica luce dell’anello dorato che invadeva la stanza accanto, Albert aprì gli occhi. Riconobbe due dei tre combattenti. In due lottavano contro una creatura simile a un gigante umanoide. Nella mischia vide Larke che agitava il martello di Heléna e con esso teneva a bada la bestia e al suo fianco proprio lei, la donna che un tempo aveva amato e il cui ricordo era stato distrutto dal tempo e dalla guerra nel suo cuore.

Trovò la forza di alzarsi in piedi. Sanguinava e barcollava. Guardò intorno a sé. Si inoltrò nella stanza. Guardò ancora i tre in lotta. E in quel momento si rese conto di cosa avrebbe dovuto fare.

Nella suo cuore, Albert sentì di dover uccidere una persona in quella stanza.

***

Le picche avanzavano sulla vallata, impugnate dai guerrieri di pietra, bardati e dall’atteggiamento spavaldo. Erano immagini che si specchiavano in lontananza sugli occhi di Savier.

L’avanzata dell’esercito di pietra era scandita dai colpi che i guerrieri davano sui loro scudi con i pugni chiusi e avvolti dai guanti d’arme. A ogni passo, sebbene non fossero più di duecento uomini, la terra sembrava tremare. Le vibrazioni del terreno risalivano sino al cuore di ciascuno dei soldati.

Il deserto alle loro spalle, le montagne ai fianchi e la posizione elevata erano il vantaggio che avevano guadagnato conquistando la vallata che fino al giorno prima era sotto il dominio del Signore di Pietra.

Savier strinse il pugno destro sulla spada e il sinistro sull’impugnatura dello scudo. Guardò a destra e a sinistra, incrociando gli occhi di alcuni soldati nascosti dietro zone frastagliate e poco agevoli. I pochi soldati rimasti dietro di lui, al suo segnale, si misero in formazione. Ogni scudo affiancava quello del compagno, da sotto la barriera di metallo apparivano le punte delle spade e da sopra le lance erano pronte a fendere la corazza di chi avesse provato a caricarli.

L’esercito di pietra, l’ennesima guarnigione di soldati, apparve al limitare della valle. Davanti a tutti i guerrieri c’era un soldato a cavallo. L’animale era nero, bardato come i soldati e pieno di borchie. La sua testa era avvolta da un elmo metallico con un lungo corno sulla fronte dal quale pendeva il blasone del Signore di Pietra.

Chi avesse visto quella scena, avrebbe pensato a uno scontro impari. Duecento uomini contro poco più di venti. Il soldato a cavallo tirò le redini e si fermò facendo impennare il cavallo. Tutti i soldati alle sue spalle arrestarono il passo. Un surreale silenzio regnò sulla valle.

Savier credette di udire le voci e le urla di tutti i soldati morti in battaglia contro quegli assassini, contro l’esercito di pietra. Fece un passo in avanti, sollevò lo scudo con il blasone di Estarien e lanciò un grido. I soldati gli fecero seguito con urla scomposte.

Un sibilo zittì tutti. Savier guardò verso il nemico. La spada del soldato a cavallo era innalzata verso il cielo scuro. Oltre cento archi erano tesi e si preparavano a scoccare dardi verso la sua unità.

I soldati di pietra erano consapevoli dell’importanza di quell’avamposto e avevano visto in che condizioni si trovava il loro nemico. La strategia era decisa. Sarebbe stato un attacco aggressivo, una strage, senza pietà.

Goccia dopo goccia, come fossero pioggia di morte, le frecce si innalzarono verso il buio per curvare e ricadere sui soldati di Savier.

«Gli scudi!» Fu l’urlo prolungato del comandante.

Tutti i guerrieri dell’unità si piegarono in ginocchio e posero gli scudi sopra le loro teste. Se avessero mantenuto le angolazioni corrette, le frecce non li avrebbero neppure feriti.

Le punte furono deviate dal piatto metallo. Solo alcune si piantarono su di esso e pochissime lo trapassarono. Si udì l’urlo di dolore di un solo soldato il cui braccio era stato perforato da una freccia. Savier lo guardò. Il guerriero strinse i denti. Tutto attorno era tornato il silenzio irreale che aveva preceduto il primo attacco. Annuì e stringendo i denti spezzò il dardo ed estrasse il legno senza più un lamento.

«Indietro» ordinò Savier, mantenendo la guardia verso il nemico.

I guerrieri cominciarono a indietreggiare rapidamente, come se stessero ripiegando verso l’accampamento. Erano una facile preda, e il comandante sperava sulla fretta degli avversari. E così fu.

Un gruppo di cinquanta guerrieri di pietra partì all’inseguimento, sotto gli ordini e gli occhi severi del soldato a cavallo. Le prede erano solo una ventina di uomini per di più impauriti. Cinquante sarebbero bastati.

Savier si voltò e sentì un brivido corrergli lungo la schiena. Avrebbe preferito che lo inseguissero tutti, non soltanto una parte. Da quel momento tutto sarebbe stato più difficile.

Dai nascondigli laterali, gli altri trenta uomini dell’esercito di Estarien, spezzarono le fila nemiche. Savier si fermò repentinamente. Al suo ordine i venti soldati che avevano simulato la fuga si voltarono e partirono alla carica verso i nemici disorientati.

Con abilità e carisma, Savier guidò i suoi soldati nell’attacco. La sua spada affondò molte volte tra le maglie nemiche e i suoi compagni lo seguirono accompagnando ogni suo attacco e ogni sua strategia. I guerrieri di pietra ripiegarono immediatamente, coscienti di essere in forte svantaggio. Venti morirono rapidamente sotto i colpi dei guerrieri avversari.

«Tutto qui quello che sapete fare?»

Savier urlò contro i guerrieri in ritirata, fissando negli occhi il soldato sopra il cavallo nero. Aveva sperato in un risultato più pesante e maggiormente a suo favore, mentre ciò che aveva di fronte erano ancora più di centocinquanta soldati accaniti e consapevoli che il numero dei nemici era aumentato. Non avrebbero commesso lo stesso errore due volte. Il comandante dei soldati di Estarien ne era perfettamente cosciente.

***

«Tu non puoi brandire il martello degli Dei». Il gigante ammonì Larke urlando e saltandogli incontro a pugni chiusi. «Esso può essere maneggiato solo da chi è degno di mantenere l’equilibrio tra vita e morte» gridò ancora più forte, senza arrestare i suoi attacchi.

Larke deviò i colpi della bestia con il bastone del martello e rispose con un’espressione di rabbia. Fece roteare l’arma e diresse l’affondo su Antozh, il figlio degli Dei. Heléna accompagnò l’attacco e strinse i pugni sulla spada.

«E tu… hai le mani sporche e luride… hai toccato l’arma… puzzi dell’odio degli Dei». Antozh urlò volgendosi verso la donna con espressione minacciosa. «Non sei degna di continuare a camminare su questa terra. Tu non puoi mantenere quiete le forze della magia». Il pugno del gigante calò minaccioso verso Heléna. La donna balzò lateralmente, colpì con la spada il polso della bestia e poi indietreggiò.

La lama della spada non scalfì neppure la pelle coriacea dell’avversario. Heléna ansimò. Poteva fuggire, prendere Albert e andarsene, ma sentiva qualcosa dentro che le diceva di rimanere, come avesse ancora una missione da adempiere.

Colpo su colpo, con balzi e scatti, i tre andavano avanti da quasi tre ore. L’assurdo combattimento stava portando lentamente Larke ed Heléna allo stremo delle forze. La bestia invece, dotata di sovrannaturale forza, continuava a minacciarli e a tentare di schiacciarli con i suoi possenti pugni.

Larke sfruttò il momento. Antozh gli porse il fianco mentre attaccava la donna facendola rotolare per terra lontano. La colpì con violenza ma si rese vulnerabile all’attacco dell’uomo.

Il martello che portava il suo stesso nome, scese impietoso sul busto del gigante. Per la prima volta dopo vari colpi, Antozh, poggiando il ginocchio a terra, tremò. L’uomo infierì. Roteò con il corpo, prese lo slancio e colpì più forte che poteva sul petto del gigante facendolo cadere al suolo, immobile.

«Questa sarebbe la tua forza divina?»

Larke sputò sangue e guardò la bestia con disgusto e superiorità. Osservò colui che era noto come il figlio degli Dei e si rese conto che tutto il suo potere era quasi svanito, lontano dal martello. Si avvicinò e poggiò un piede sulla gola del gigante, facendo ondeggiare il martello sopra la fronte di Antozh.

«Allora le leggende sono vere». Larke fissò gli occhi vacui e austeri della bestia. «Gli Dei ti hanno ridotto a un semplice mortale e quando questo martello ti ucciderà, riavrà tutto il suo potere». Le parole dell’uomo giunsero ad Antozh come sussurri.

Heléna si alzò lentamente. Barcollava e le sue capacità sensoriali erano ridotte. Ogni suo movimento era rallentato dalla stanchezza e dalle ferite. Avanzò lenta e, per quanto possibile, silenziosa alle spalle di Larke. L’uomo era ancora occupato a deridere il gigante.

In quel preciso istante Heléna realizzò che era giunto il momento di rendere giustizia alla verità.

La donna preparò la spada. Non aveva più forze e sapeva che se l’attacco fosse andato male, molto probabilmente sarebbe stata la sua fine. Giunse a pochissimi passi da Larke, ancora di spalle. Strinse le dita sull’elsa e piegò i gomiti. Il colpo era pronto.

Con i piedi nudi e silenziosi e con le ultime forze rimaste in corpo, Albert salto addosso alla donna, lanciando un urlo. I due caddero a terra, l’uomo sopra la donna. La spada cadde per terra accanto a loro.

«Tu non ucciderai Larke». Albert fissò Heléna per qualche istante. Lacrime bagnarono gli occhi della donna, ma stavolta erano di disperazione. Heléna riuscì appena a sussurrare il nome di Albert.

Larke si voltò stupito. Colpì il volto di Antozh con la testa del martello quindi si volse verso i due a terra. Albert si alzò leggermente lasciando Heléna stesa e inerme.

«Sono contento di vederti ancora in piedi, Albert». Larke poggiò una mano sulla spalla dell’altro uomo. «Presto sarai pronto per prendere il posto che ti ho promesso».

La mano di Albert strinse rapidamente l’elsa della sua vecchia spada, la stessa vinta in duello a Larke molti anni prima. Un lampo di forza e di luce illuminò il volto di Albert. Mantenendo le spalle rigide, l’uomo spinse indietro la spada, colpendo alla cieca e trafiggendo l’addome di Larke.

«Io ucciderò Larke»,

Albert sussurrò guardando Heléna negli occhi. Nel suo sguardo vacuo era dipinta sofferenza e dolore interiore. Il suo corpo era spezzato ma aveva trovato la forza di rimediare ai suoi errori, sebbene non potesse cancellare ciò che aveva fatto fino a quel momento.

Heléna rimase immobile e fissò Albert. L’uomo si voltò verso Larke. Imperterrito teneva il martello con la destra. Albert calciò il braccio di Larke, disarmandolo.

«Tu hai distrutto la mia vita, invece di donarmela come avevi promesso. Hai nascosto i tuoi veri intenti», tossì e cercò nel profondo del suo cuore la forza per continuare a parlare. «Io credevo che l’avrei ritrovata seguendo ciò che tu dicevi e invece annebbiavi la mia mente con il potere e con i tuoi desideri».

«Non l’hai forse qui, davanti a te e al tuo fianco? Ho fatto come promesso dunque. Hai avuto ciò che desideri… a costo del mio sangue… io non ti ho imbrogliato». La voce di Larke era rotta dal dolore.

Albert esitò. La punta della sua spada uscì dall’addome di Larke, lasciando sgorgare fiotti di sangue. L’uomo emise un gemito, poi cadde in ginocchio trattenendo la ferita. Albert lasciò cadere le braccia lungo il corpo e la spada toccò terra. Lo sguardo scese sul pavimento.

Larke sfiorò la cintura con la mano ed estrasse un piccolo stiletto. Raccolse le forze e piegò le punte dei piedi per lanciarsi contro Albert. Nonostante fosse stanco e ferito a morte, egli era comunque capace di uccidere un uomo immobile e indifeso con un singolo colpo.

Heléna guardò oltre Albert e rimase impietrita da ciò che vide. Si alzò di scatto, trovando nella sua volontà la forza necessaria. Con lo slancio ottenuto afferrò il martello da terra ma rimase impotente di fronte a tanta inarrestabile violenza.

La testa di Larke scomparve in brandelli, schiacciata dalle enormi mani di Antozh. Albert rimase bloccato per un istante dalla sorpresa, poi sentì le forze mancargli e cadde all’indietro.

«Stai indietro». Heléna si frappose tra Antozh e Albert. Il cuore le batteva forte, aveva paura e le forze le venivano a mancare. Dinnanzi a sé aveva una bestia sovrumana, quasi un Dio, secondo le leggende che da poco aveva conosciuto.

«Dammi il mio martello»

«No». Heléna rispose seccamente.

«Tu non conosci neppure le briciole del potere che esso ha, soltanto io posso brandirlo, solo io posso mantenere vivo il volere degli Dei sul mondo».

Heléna ricordò le parole del vecchio che aveva incontrato poco dopo il crollo dell’anello di pietra. Sentì un brivido lungo la schiena. Percepì che quella creatura non doveva più toccare il martello.

«Se non mi darai il martello io ti ucciderò e lo prenderò con la forza». Antozh osservò la reazione della donna. Ella rimase immobile. «Puoi difenderti ma non puoi proteggere anche lui. Dovrai scegliere», la minacciò.

«Tu non toccherai mai più questo martello». Heléna sentì le braccia tremarle, cercava la forza e la convinzione per fronteggiare il nemico.

«Allora morirai», concluse Antozh.

Dalle stanze superiori della torre si udiva l’eco dei pugni di pietra che colpivano l’armatura di Heléna, si sentivano i gemiti della donna intenta a difendersi dalla foga e dall’ira della bestia. Il suono del martello echeggiava in ogni angolo della stanza.

Heléna indietreggiò lentamente e passo dopo passo raggiunse e toccò il corpo immobile di Albert dietro di lei. Parò un colpo e poi un altro, ma il terzo la raggiunse alla spalla e la fece voltare per un istante. Vide Albert aprire gli occhi e sussurrarle qualcosa. Udì le parole che tanto aveva desiderato udire nella sua vita: «Heléna, ti amo».

Un altro pugno riportò Heléna alla realtà del combattimento. Ormai era faccia a faccia con Antozh. La bestia aveva quasi vinto. Heléna pregò, senza sapere cosa, senza sapere chi, ma pregò. E fu in quel preciso istante che una luce abbagliante nacque dal martello. Due ali dalle piume azzurre apparvero sulle spalle della donna, sgretolando nel nulla l’armatura.

Antozh rimase accecato dal bagliore. Indietreggiò e cercò di difendersi portando le mani davanti al viso.

«Non è possibile», lo stupore si dipinse sul volto di Antozh. «Tu sei…», Heléna sentì un forte calore scaturirle dal petto. L’oro che illuminava la stanza si solidificò istantaneamente, ogni energia sembrò concentrarsi in lei. E Antozh si rese conto di chi aveva davanti.

«…figlia degli Dei».

Il bagliore scomparve in un attimo e in quello stesso attimo, Heléna seppe che Antozh era svanito. E con lui ogni potere nascosto nel martello. Era finita. Sentì Albert che le sfiorava il calzare. Heléna si chinò e lo aiutò ad alzarsi. Afferrò il braccio sinistro dell’uomo e se lo passò attorno al collo. Zoppicando e con passo lento i due si misero in cammino. La donna guerriero colpì con il piede qualcosa di metallico. Lo raccolse facendo attenzione a non far cadere Albert. Era un pendente e al tatto sembrava quello che Larke portava al collo e aveva sempre usato come simbolo dell’esercito di pietra. Come aveva fatto Albert molto tempo prima, Heléna trascinò il compagno fuori dal palazzo.

Heléna cadde in ginocchio e adagiò Albert sull’erba. Guardò in fondo alla valle. Vide che la battaglia per la valle era iniziata. La donna, per un istante, desiderò essere lì a combattere, quello dopo si rese conto che non aveva più forze in corpo. Guardò per qualche attimo, poi tutto si fece buio e la sua bocca baciò la terra.

***

La superiorità numerica, dopo un’intera notte di combattimenti con pochi minuti di tregua tra un attacco e l’altro, cominciava a farsi sentire. Solo la strategia perfettamente studiata e la profonda conoscenza del territorio stava permettendo a Savier e ai suoi uomini di tenere testa all’esercito nemico. La battaglia era divenuta un’estenuante prova di resistenza. Tuttavia i soldati di Estarien continuavano a tenere testa all’esercito di pietra.

Savier chiamò a raccolta i soldati rimasti ancora in grado di combattere. Erano poco meno di quaranta. L’esercito nemico aveva perso numerosi soldati in cambio. Di duecento ne erano rimasti meno di cento, ma ancora freschi e pronti a infierire.

«Jaan, tu devi coordinare le difese. Oggi sarà l’ultimo giorno, che sia di eroica vittoria o di gloriosa sconfitta». Savier poggiò la mano su uno dei suoi soldati più valorosi.

«Abbiamo combattuto bene e così continueremo a fare. Manca poco ormai all’arrivo dei rinforzi, se gli Dei ce lo concederanno». Negli occhi del comandante si poteva vedere ancora la speranza brillare.

«Ci serve tempo. Sfiderò il loro comandante a duello, nella speranza che accetti come si confà a un vero soldato. Guadagneremo tempo. Intanto voi dovrete rifocillarvi e prepararvi all’ultimo grande assalto».

«Comandante, lasci che combatta io» si intromise Jaan.

«No. Tu sei più giovane di me, come tutti i tuoi compagni. Voi vi riprenderete più in fretta di me, e inoltre il loro comandante non accetterà mai la sfida se non dal vostro comandante in carica», obiettò Savier. Jaan annuì.

«Ricordatevi. Non devono prendere la valle. Questo è importante perché da questa posizione noi abbiamo un vantaggio che consentirà ai nostri alleati di sconfiggere definitivamente il nemico». Savier batté ancora la mano sulle spalle dei sui soldati, uno a uno.

Mentre il sole schiariva le nuvole che nella notte erano apparse ancora più nere, Savier avanzò fuori dall’accampamento e si mosse verso le linee nemiche.

***

Savier tolse l’elmo, scoprendo la testa perfettamente rasata. La sua barba nera gli conferiva un’aria seria e marziale e i piccoli grumi di sangue lo facevano apparire ancora più battagliero.

«Sfido il vostro comandante a duello» urlò mentre ancora la luce bagnava appena l’orizzonte, senza arrestare il passo.

Due tra i soldati di pietra puntarono le loro lance in direzione dell’intruso. Immediatamente giunse a cavallo il soldato che aveva guidato i guerrieri di pietra.

«Tu devi essere il comandante dell’unità di Estarien… che piacere. Ma dimmi, perché dovrei accettare la tua sfida? Io ho più del doppio dei tuoi uomini. Vi distruggeremo in poche ore».

«Perché nonostante tu combatta per una tirannia, sono sicuro che avrai ancora un po’ di onore da vero guerriero, e accetterai di mostrare ai tuoi soldati come si batte un vero comandante». Savier sorrise ostentando una sicurezza che in realtà non era affatto concreta nel suo animo. «Inoltre, hai già perso la metà dei tuoi uomini mentre io non ne ho perso neppure un quinto dei miei». Lo provocò. «Sei sicuro di vincere questa battaglia?»

«Dunque a cosa servirebbe questo duello?»

«Solo a dare una vera svolta alla battaglia. Quale esercito sarebbe in grado di combattere senza il suo capitano? Gli uomini dovranno solo aspettare l’esito della battaglia, poi potranno anche proseguire nella lotta. O forse non ti fidi dei tuoi uomini e hai paura di questo scontro?» Savier fece ancora leva sull’orgoglio del comandante avversario.

«Accetto».

Il guerriero di pietra non esitò.

Sceso dal cavallo, il soldato era alto quasi due metri e la sua stazza era imponente. Brandiva un’enorme spada che dalla distanza era sempre apparsa quasi normale. Era mancino e sulla destra non teneva uno scudo ma solo il guanto dell’armatura rinforzato e borchiato.

I soldati dell’esercito di pietra si avvicinarono per guardare il duello. Si formò un’arena di uomini. Savier si guardò attorno e cominciò a pregare gli Dei che il suo sacrificio fosse utile. Strinse la spada e assunse un’espressione aggressiva.

Il passo del soldato di pietra fece tremare le braccia di Savier. Sollevò l’enorme spada tra le ovazioni dei guerrieri, e provò il primo affondo. Savier sollevò lo scudo e lo inclinò verso l’esterno facendo scivolare al suolo il colpo del nemico. La discesa era stata violenta al punto da provocargli dolore al braccio e impedirgli di contrattaccare. Seguirono istanti di immobile silenzio.

Tutto attorno il tempo parve rallentare. La spada di Savier si alzò e roteò verso un fianco del nemico. La tagliente lama incontrò il bracciale chiodato quindi ruotò rapidamente sull’altro fianco. Busto e braccia erano tutt’uno con l’arma e lo scudo.

D’improvviso tutto sembrò accelerare. Il guerriero di pietra brandiva la spada come se fosse un leggerissimo stocco. I suoi colpi divennero rapidi e precisi, come le artigliate di un felino. Savier schivò agilmente e si difese con lo scudo ma a ogni colpo, il metallo della sua difesa pareva piegarsi.

L’enorme spada tagliò l’aria, diretta verso il busto di Savier, ma il soldato ruotò su se stesso, frappose lo ancora lo scudo tra il fianco e l’arma dell’avversario e rafforzò la difesa spingendo anche con il braccio della spada. L’urto rimbombò in tutta la valle. Il guerriero di pietra infierì colpendo con le borchie del suo bracciale chiodato. Il lamento di Savier divenne un grido mentre una punta perforava lo scudo e con essa bucava la carne del suo braccio sinistro. Mollò la presa sullo scudo e lo lasciò cadere. Non riusciva più a stringere il pugno. La situazione si era fatta critica.

Il guerriero di pietra sollevò ancora la spada e ricominciò ad attaccare. Savier si oppose al primo affondo, difendendosi con la spada, deviò il secondo colpendo l’arma dell’avversario alla base, indietreggiò e schivò il terzo attacco, ma il quarto gli fu quasi fatale.

Da terra la pesante lama sollevò polvere e andò a colpire di piatto il volto di Savier. L’uomo cadde a terra. Sulla destra stringeva ancora la sua spada. Il braccio sinistro era sollevato, sanguinante e posto come ultima disperata difesa. Il guerriero di pietra si avvicinò lento, invertì la presa sull’arma e la puntò verso il basso.

Tra sé e sé, Savier pensò che era giunta la sua ora, ma almeno aveva dato il tempo ai suoi uomini di preparare l’ultima e più gloriosa vittoria.

***

«Sveglia. Hai dormito per più di un giorno».

Una voce amichevole le fece riprendere conoscenza. Una mano le carezzava il volto.

«Albert», disse istintivamente Heléna.

«Lui sta bene. Se la caverà».

Heléna aprì gli occhi e guardò meglio. L’uomo era disteso sull’erba e coperto di fasciature e di impacchi curativi. Vicino a lei il vecchio bardo coperto di piaghe la stava coccolando e la guardava con un sorriso amorevole. Aveva vegliato su di lei per diverso tempo.

«Il tempo degli Dei sta finendo, e quello dei mortali non è ancora cominciato. Per te invece, nasce una nuova era, una in cui tu potrai essere felice e gloriosa, l’era in cui la legge degli Dei si piega all’amore di una donna divina che ha vissuto da mortale. La mia missione è compiuta, la promessa che feci all’amore di tua madre è stata mantenuta e posso andare a rincontrarla nelle volte celesti da cui ero stato bandito. Tu hai posto rimedio ai miei errori».

Heléna si alzò in piedi, guardò la sua mano e vide che stringeva il pendente di Larke. Le sue ferite erano state tutte fasciate e qualcosa di magico le aveva ridato forza. Portò l’altra mano al collo e si rese conto di avere indosso una catenina con una piuma blu legata. Era uguale a quella delle ali che le erano apparse alla fine dello scontro con Antozh.

«Padre?»

Heléna ebbe solo il tempo di capire che quella storia che le era stata raccontata, non era menzogna, fantasia di un bardo malato, ma realtà… la sua realtà. L’uomo svanì lentamente, sorridendo, trasformandosi in luminosi petali che si innalzarono verso il cielo. Heléna sentì una sensazione di sollievo e in essa percepì tutto l’amore di suo padre e di sua madre. Ora tutto le era chiaro. Svegliò Albert, lo aiutò ad alzarsi, poi si volse verso la valle, e si incamminò.

***

«Fermi!»

Tutti i quasi cento soldati dell’esercito di pietra si voltarono. L’urlo che giunse dalle loro spalle spezzò la foga del combattimento a cui stavano assistendo.

Savier scivolò lontano dalla portata della spada nemica. Rotolò indietro e, portando la spada davanti a sé in guardia, osservò chi gli aveva appena salvato la vita. Rimase stupito.

Heléna avanzava verso l’esercito nemico. Albert zoppicava vistosamente al suo fianco. Sulla mano destra la donna brandiva Antozh, mentre sulla mano sinistra ostentava il pendente di Larke.

La donna si fermò. Un silenzio tombale scese sui volti increduli di tutti. Guardò Albert per qualche istante, quindi tornò a fissare gli uomini dell’esercito di pietra.

«Il Signore di Pietra è morto». Albert parlò con un filo di voce.

Heléna fece ondeggiare il pendente nella sua mano, come volesse dare più forza alle parole proferite da Albert.

Un brusio nacque tra le fila dell’esercito di pietra. Le voci sconvolte tacquero repentinamente quando un urlo di guerra giunse dal fondo della valle. Oltre duecento soldati agitavano spade e lance, archi e balestre in direzione del castello. Quei soldati portavano il blasone di Estarien. I rinforzi erano arrivati.

«Vi lasceremo liberi di andarvene», esordì Heléna. «Se voi lascerete libere le nostre terre», concluse.

Il comandante dei guerrieri di pietra si avvicinò alla donna. Tolse l’elmo e lo lasciò cadere. Arrivò di fronte a Heléna. Allungò la mano e prese il pendente. La donna lo lasciò fare.

«Era mio fratello», disse riferendosi a Larke. «Era mio fratello!»

Loriet, il guerriero fratello del Signore di Pietra, sollevò la spada verso Heléna. Ansimava dalla rabbia e sentiva la tensione fargli esplodere gli occhi. Tutti rimasero immobili. Heléna lo fronteggiò con lo sguardo.

«Non lo ha ucciso lei». Albert ruppe il silenzio. «Lo ha ucciso la sua brama di potere».

«Non ti credo!»

Loriet affondò il colpo. La lama non giunse mai neppure a sfiorare Heléna. La spada di Savier aveva volteggiato silenziosa e micidiale e si era piantata sulla sua nuca.

Heléna vide il nemico crollare ai suoi piedi, privo di vita. Guardò Savier. Non avrebbe avuto la forza di difendersi o di schivare gli attacchi del nemico. Il favore fatto poco prima con le parole le era stato ricambiato con la spada.

***

Mentre i soldati dell’esercito di pietra, deposte armi e armature, si ritiravano verso i loro accampamenti, Savier si avvicinò a Heléna. Guardò con diffidenza verso Albert ma non disse nulla su di lui.

«Ben tornata. Festeggeremo davvero questa volta», sorrise.

«Non sono tornata». Quelle parole lasciarono di stucco Savier e i guerrieri nelle vicinanze.

«Passerò dall’accampamento» Heléna guardò Savier negli occhi. «Raccoglierò le mie cose e salutarò Xander, poi ripartirò». La voce della donna era seria e fiera.

Savier rimase dapprima ammutolito, poi solo incredulo. Guardandola negli occhi e vedendole stringere la mano di Albert, ricordò i racconti e le voci sul passato della ragazza, sulla sua voglia di trovare se stessa e la sua vera via. Aveva sempre immaginato che in lei si celassero scopi ben diversi da quelli che gli Dei avevano riservato ai comuni soldati.

«Grazie», disse soltanto Savier.

Heléna percepì di rimando le sensazioni di Savier e le parve di potergli leggere nella mente.

«Avete combattuto da eroi. La valle, le città e la pace dei regni sarà presto riconosciuta come qualcosa ottenuta grazie a voi e per vostro merito… di ciascuno di voi», Heléna si avvicinò a Savier.

«E soprattutto tuo e di Xander».

Heléna poggiò la mano sulla spalla di Savier, poi, silenziosa, si incamminò verso l’accampamento. Questa volta, e sperò dal profondo del cuore che fosse l’ultima, la guerra era davvero finita.

* Epilogo *

Con grande rapidità, tra le bocche dei bardi, gli strilloni e i messaggeri, la notizia che la magia che rendeva immortali i guerrieri di pietra era svanita, raggiunse ogni angolo che era stato contaminato dalla guerra.

Rocca dopo rocca, città dopo città, dai regni gemelli di Estarien e Ostarien, alle valli di Jhary fino a giungere alle aride terre di Shirja, l’esercito di pietra scomparve. Ogni castello che era stato conquistato, ogni avamposto e ogni cittadella che era finita sotto assedio fu abbandonata dai servi di colui che vi aveva stabilito la sua tirannia: Larke.

Xander si commosse nel vedere tornare indietro Heléna, la donna guerriero che aveva addestrato per tanto tempo e con cui non smetteva mai di ripetere di avere avuto l’onore di combattere al fianco. Egli e Savier furono insigniti del titolo di eroi e salvatori della pace. Assunsero cariche importanti e si impegnarono davanti ai regnanti riuniti a lottare affinché la guerra non consumasse di nuovo i regni.

Heléna sentì il cuore stringersi mentre applaudiva per quelle proclamazioni. Sapeva che nell’animo degli uomini si nasconde sempre la brama di potere e perciò sapeva che l’equilibrio ottenuto dopo anni di guerre non sarebbe durato molto a lungo. Aveva un compito nuovo, uno affidatole direttamente dagli Dei. Sfiorando la piuma che teneva al collo, e stringendo Antozh, prese per mano Albert e si allontanò dalla folla, per svanire nell’oblio delle menti degli umani.

Agli Dei e a coloro che da essi discendono non è concesso di essere eroi senza poi diventare il male. Ma Heléna avrebbe vegliato sull’equilibrio, come le ricordava il martello che brandiva. E lo avrebbe fatto fino a quando il mondo non avesse più avuto bisogno di lei. Fino a quando il mondo non l’avesse dimenticata. E non l’avrebbe fatto da sola. Il suo vero viaggio era cominciato.

Gloria e Amore, questo le aveva portato il martello. Suo padre e sua madre avevano mantenuto la loro promessa.

* Fine *



Il Viaggio della Donna Guerriero – Parte IV

30 settembre 2009 - 20:15 by immortal_bard

La grossa porta di legno era rinforzata da pesanti maglie metalliche. La ruggine lasciava intravedere l’antico splendore di quel massiccio bastione. Gocce di pioggia cominciarono a cadere sul volto di Heléna. Il cielo scuro rendeva ancora più tetra la visione del palazzo.

La mano della ragazza si avvicinò, lenta e tremante, alla grossa maniglia. Gelido al tocco, il ferro le fece percepire tutto il terrore che si nascondeva dietro di esso.

Il grosso ammasso di legno sembrava impossibile da spostare. Esitante, Heléna provò a muovere la maniglia. Si udì uno scatto che echeggiò tutto attorno a lei. Spinse con la stessa mano ma la porta non si mosse. Ripose l’arma nel fodero, rimanendo vigile e pronta a estrarla velocemente, e provò a spingere con due mani. Un mucchio di terriccio si smosse producendo un rumore terrificante. Lo scricchiolio dei cardini si fece terribilmente macabro. Un nuovo e sconosciuto mondo si aprì dinnanzi a lei.

Sebbene il cielo fosse buio, l’atrio del bastione sembrava divorare la poca luce che filtrava dalle finestre. Un odore stantio di marciume invase le narici di Heléna. Trattenne un colpo di tosse e i conati di vomito che la assalirono.

Heléna portò un piede avanti all’altro e si addentrò nella sala. Estrasse nuovamente l’arma e avanzò tra le ragnatele che le si appiccicavano ovunque, tra i capelli, sulle dita, in viso.

Focalizzare… devo focalizzare. Ricorda le parole del comandante… trovare l’obiettivo, concentrarsi al massimo… la paura non esiste… focalizza. Heléna si diede coraggio cercando di riportare alla memoria ogni singolo consiglio che aveva ricevuto sin dai primi giorni dell’addestramento. La porta si chiuse repentinamente dietro le sue spalle. Heléna trattenne un gemito di paura, si voltò di scatto e provò a riaprire la porta. Non c’erano manici né appigli. Le sembrò impossibile uscire da quel luogo. Ruotò ancora il busto, appoggiando le spalle alla porta. Anche quei pochi raggi di luce che prima rendevano meno buia la stanza erano svaniti. Sentì le lacrime scendergli sulle guance, gelide come il metallo della porta e l’aria umida della stanza. Il respiro si fece affannoso, il petto iniziò a gonfiarsi e a sgonfiarsi rapidamente. Gli occhi rimasero sbarrati e ciechi. Attese immobile che la vista si abituasse alla mancanza di luce.

Perché sto facendo tutto questo? Potrei essere al sicuro, proprio in questo istante e invece sono qui, sola a dimostrare qualcosa a qualcuno che neppure conosco… a cui forse non importa nulla di me. Heléna si sentì morire dentro. La sensazione che tutto fosse sbagliato la assalì e la pietrificò.

Il tempo passò, ma Heléna non si mosse. Trascorse quasi un’ora prima che il piede di Heléna si muovesse avanti di un passo. Qualcosa colpì la porta facendo rimbombare un suono cupo in tutta la stanza. Heléna sussultò. Sentì un formicolio lungo la spina dorsale e sentì l’adrenalina riempirle il corpo. Strinse i pugni sull’impugnatura della sua arma e si addentrò nella stanza.

Era un ambiente piccolo rispetto all’intero bastione, ne era certa, anche se il buio non concedeva alla vista la percezione reale né degli spazi né delle cose al suo interno.

Heléna vide delle scale che si inoltravano verso il basso, come se andassero nelle profondità della terra. Non sembravano esserci altre vie. Vado, trovo ciò che cerco ed esco da qui… niente di più facile, quasi le tremarono le parole anche nei suoi stessi pensieri.

Passo dopo passo discese nel buio. Si orientò appoggiandosi sul corrimano della scala. Ritirò la mano quando sfiorò una poltiglia gelatinosa. Le ragnatele le si attorcigliarono tra le dita. Heléna sentì il cuore batterle forte nel petto, sempre più veloce, come volesse fuggirle dal torace. Gli occhi le si gonfiarono e sentì il respiro venirle meno. Le braccia tremavano tanto più discendeva nell’oscurità di quelle stanze. Infine giunse alla meta.

Le dita scivolarono nella sacca appesa alla cintura. Afferrò un piccolo pezzo di legno, l’acciarino e la pietra focaia. Titubò perché per accendere quella minuscola torcia doveva lasciare temporaneamente la sua arma. Avrebbe desiderato avere una vera torcia così da poterla tenere accesa per più tempo anziché pochi minuti.

L’arma toccò terra silenziosa, il manico rimase appoggiato alla sua gamba, pronto per essere afferrato. Heléna mantenne viva l’attenzione. Accese il legnetto al primo tentativo e ringraziò gli Dei per il sollievo che le diede. Ciò che vide nel bagliore non fu altrettanto lieve. Trattenne un sussulto. Ciò che cercava era proprio dove doveva essere ma la vista la terrorizzò. Rimase immobile. La presa sull’arma si allentò. Gli occhi si piantarono fissi sull’obiettivo, ma il corpo non si mosse. La fiamma bruciò e consumò il legno. Si spense.

L’urlo di terrore della ragazza risuonò in tutto il palazzo. Risa divertite arrivarono in risposta dall’alto. Poi il rumore di una porta che sbatte, le risa che tacciono e passi veloci. Il pianto di una bambina echeggiava sulle scale. La luce di una torcia, una vera, illuminò la stanza.

«Heléna sei impazzita?»

La ragazza si limitò a singhiozzare, immobile come una statua. Albert agitò la torcia allontanando le creature immonde che la minacciavano, la prese per mano e la trascinò fuori dal palazzo.

«E voi», Albert puntò la torcia verso i compagni di addestramento che attendevano fuori dalla torre, avvicinandola a turno a ognuno di loro, «l’avete mandata laggiù, nella tana dei ragni?»

«Lei ha espresso il desiderio di essere rispettata come un uomo, e quindi deve essere coraggiosa come un uomo» affermò il più anziano del gruppo.

«E chi mai di voi è riuscito nella fatidica prova della cattura del ragno demone? Chi, di voi ha infranto le regole del campo per avere successo in questa assurda bravata? Avanti, rispondete». Nessuno osò proferire parola. Gli sguardi si abbassarono. Heléna si accoccolò sotto il braccio di Albert e smise di piangere. Erano solo dei ragazzini alle prime armi, ma già pieni di sé come fossero grandissimi guerrieri. Albert era l’unico tra loro ad avere mantenuto saldo il senso del dovere. I due si allontanarono, dirigendosi verso le baracche del loro campo.

«Avresti potuto morire. Ti rendi conto? Se non avessi udito il brusio mentre vi allontanavate e non vi avessi visto laggiù davanti alla torre, come pensi che sarebbe finita?»

Heléna tacque.

«Cosa volevi dimostrare? Volevi guadagnarti il rispetto degli altri? Fallo in allenamento allora. Ma non infrangere le regole e non mettere a rischio la tua vita così stupidamente». Le parole di Albert furono dure.

«Tu non capisci…» singhiozzò Heléna.

«Cosa dovrei capire? Se non sai combattere neppure la tua paura e non sei sicura di ciò che fai, allora non puoi nemmeno affrontare una prova simile, è solo un atto da stolti».

Heléna abbassò lo sguardo. Sentì il rimprovero di Albert penetrarle fin dentro il midollo. Aveva ragione, lo sapeva bene, ma dentro il suo animo ribolliva di rivalsa.

Tu non capisci cosa significa per me… vincere le paure, vincere il pregiudizio di una vita… vincere il dovere che qualcuno mi ha assegnato contro la mia volontà… tu non sei capace di infrangere le regole per questo.

Heléna avrebbe pronunciato quelle parole con tutta la sua forza, ma non ebbe il coraggio. Si limitò a subire l’ammonizione del compagno.

«Ora va nella tua stanza, datti una ripulita e dormi. Domani ci aspetta una giornata di duro allenamento». Albert comprese quanto Heléna fosse scossa e provò a concludere tranquillizzandola. Egli non voleva rimproverarla, voleva proteggerla facendole capire che cosa aveva rischiato. Heléna si alzò, annuì e diede un bacio sulla guancia ad Albert. Accennò un sorriso mentre usciva dalla stanza.

La notte era ancora lunga. Heléna si fermò dinnanzi alla porta della sua stanza. Aveva ancora in mano il suo martello. Strinse l’impugnatura. Non era ai compagni, né ad Albert che doveva dimostrare qualcosa.

Immersa nella pioggia, determinata più che mai, cresciuta in un solo istante, Heléna avanzò da sola, avvolta in un mantello scuro. Affrontò il buio, affrontò la paura e affrontò se stessa.

L’alba segnava l’inizio della giornata di allenamento. Albert si soffermò dinnanzi alla porta di Heléna. Di solito era sempre aperta, prima delle altre, già in ordine e pronta per l’ispezione. Questa volta era chiusa.

Un brusio concitato giunse da fuori. Albert seguì i compagni che correvano verso l’esterno. Uscì dal dormitorio e vide una calca di ragazzi. Tutti erano vicino al cortile e le loro voci sembravano stupite.

«Che cosa significa tutto questo?»

Il maestro d’armi si avvicinò e il suo passo fece aprire la folla di giovani leve. Heléna giaceva a terra, sporca e immobile. Ansimava e recava addosso i segni di chi si è trascinato fino al cortile. La ragazza aprì gli occhi. Sulla mano destra stringeva per una zampa il cadavere di un ragno grande quanto la testa di un toro.

Nel brusio si udirono frasi incredule: “ce l’ha fatta… non ci posso credere… è la migliore”.

«Heléna, hai una spiegazione per tutto questo?»

La ragazza tacque e lasciò la presa sulla bestia.

«Hai infranto le regole dell’esercito. Sai cosa significa ciò». L’espressione del maestro si fece dura. Heléna abbassò lo sguardo.

«Visto che non hai mai creato problemi e sei sempre stata diligente, dato l’impegno che hai sempre dimostrato, non verrai cacciata ma resterai in isolamento per due giorni, senza cibo e senza acqua».

«Allora dovrà mettere in punizione anche me» intervenne uno dei compagni.

Dopo di lui si fecero avanti altri, poi altri ancora. Heléna accennò un sorriso.

«Voi farete solo silenzio! Oggi l’allenamento sarà due volte più duro di ieri. Andate a prepararvi ora».

Gli ordini del maestro intimidirono tutti e presto nel cortile rimasero soltanto lui e la ragazza. Albert li guardò da lontano e in un certo qual modo, ammirò il coraggio e la determinazione di Heléna, qualche volta si farà ammazzare, pensò mentre rientrava nelle baracche.

«Che non ti salti più in mente, intesi?»

Heléna annuì.

«Ora va’ e pulisciti. Anche se so che prova hai voluto affrontare, devi imparare che il tuo coraggio e la tua vita vanno usati quando è veramente necessario e non per queste stupidaggini. Resterai comunque in punizione».

Furono i due giorni più lunghi della sua vita, ma non furono una punizione. Heléna sentì di avere guadagnato qualcosa che nella sua vita, presto o tardi, l’avrebbe ripagata per ciò che aveva rischiato.

***

Come da ragazza, in allenamento, Heléna si soffermò davanti al portone del palazzo di pietra. Si voltò a guardare gli avvoltoi. Udì il canto di sventura dei corvi. Allungò la mano sulla maniglia. Il metallo era gelido. Ricominciò a piovere, proprio come in quella notte. Ed Heléna sorrise a se stessa rispolverando il tesoro che aveva accumulato molti anni prima. Aveva un obiettivo e lo avrebbe raggiunto come aveva fatto quella notte.

***

«Tutti in linea, proteggete il comandante» giunse l’urlo di Savier, secondo a Xander in carica.

Il comandante dell’unità di soldati giunse zoppicando e trascinando i passi, ferito e sfinito. Tre uomini si fiondarono su di lui per aiutarlo, altri cinque estrassero le spade e si frapposero tra i compagni e la vallata, pronti a reagire a qualunque minaccia.

Xander alzò la mano, come volesse fermare i suoi uomini. Camminò fino a una panca. I soldati chiusero la cancellata del recinto dietro di loro e due rimasero di vedetta.

Savier si avvicinò a Xander e gli mise le mani sulle spalle.

«Comandante»

«Savier… devi prendere il controllo dell’esercito… i nostri nemici sono circa duecento e non attaccheranno prima di domani sera… stanno ancora organizzando il presidio». Xander sussurrò con poca forza.

«Dimmi cosa vuoi che faccia»

«Conta gli uomini, le armi e stima quanti giorni possiamo resistere prima che arrivino i rinforzi. Dimmi per quanti giorni possiamo tenere la linea senza cedere la valle al Signore di Pietra lasciandogli così le posizioni strategiche…»

«Xander… siamo in situazione critica…» obiettò.

«Non mi importa. Centinaia di soldati sono morti per ottenere il vantaggio che abbiamo adesso. Non lasceremo che tutto vada in fumo».

Xander alzò lo sguardo e fissò negli occhi Savier.

«Sei tu il comandante adesso».

«No, Xander… non puoi…»

«Fino a quando non sarò tornato al massimo delle forze… adesso non sono in grado di sollevare neppure la spada. Devi condurre il nostro esercito alla vittoria… sono solo duecento… e sono normali soldati… possiamo vincere». Concluse appoggiando la testa sulla spalla di Savier.

«Portatelo nell’infermeria». Il grido del nuovo comandante fu accolto con fretta dai soldati che accompagnarono Xander.

Savier iniziò il giro del campo. Avrebbe dovuto portare le informazioni richieste da Xander quanto prima possibile.

«Siamo cinquantadue uomini Xander. C’è cibo e acqua per tutti per altri quattro giorni. Gli esploratori riferiscono che i rinforzi potranno giungere da sud, se non incontrano ostacoli, al massimo in due giorni». L’espressione di Savier era cupa. Xander lo notò con facilità. Conosceva i suoi soldati.

«Che altro?»

«L’esercito nemico ha già consolidato la posizione e si stanno preparando per l’attacco alla nostra unità, quella più esposta», rispose con tono pacato. «Xander… Heléna?».

«Non tornerà», Xander fu secco. «Carica gli uomini, fa capire loro che non saranno le ferite a fermarci, perché noi combatteremo col cuore e vinceremo». La voce fu smorzata da una fitta al petto. Xander si distese sul lettino e strinse una delle innumerevoli ferite.

Xander e Savier si scambiarono uno sguardo d’intesa. «Lo farò» concluse uscendo dall’infermeria.

***

Il tavolo dove il comandante di solito pianificava tutti gli spostamenti delle battaglie, lo stesso tavolo dove guerre erano state decise, ora era sgombro dinnanzi a lui. La responsabilità della vita di molti uomini era nelle sue mani.

Savier puntò gli angoli della cartina sul tavolo, dove già innumerevoli fori ricordavano tutte le volte in cui Xander l’aveva fatto. Il legno vecchio di quel tavolo profumava di esperienza e genio, e trasudava i ricordi di tutti i campi dove esso era stato insieme a quei soldati.

La matita traccio vari disegni, calcoli e appunti. La mano di Savier tremò e si fermò più volte esitante, ogni volta che c’era da pianificare una scelta rischiosa, una via di fuga, uno spazio per un ultimo disperato attacco.

Savier uscì dalla tenda. La luce dell’alba lo colpì al viso. Si era alzato presto. In realtà non aveva dormito molto, turbato dal pensiero di un possibile attacco improvviso dei guerrieri di pietra. Con passi calmi giunse fino alla cancellata. I due soldati di vedetta lo salutarono con movenze marziali. Savier uscì dall’accampamento. La sua armatura scintillava anche con poca luce, l’aveva preparata a quella che poteva essere l’ultima battaglia.

Alle spalle di Savier, lentamente, i soldati fecero il loro arrivo all’ora stabilita per l’adunata. Il silenzio regnò tra loro, spezzato solo dal rumore metallico di spade che si intrecciavano ancora nel fodero e dalle armature pesanti degli uomini di prima linea.

Nei volti degli uomini c’era tanta determinazione, coraggio e forza, ma al tempo stesso paura e ansia.

Dieci passi più indietro rispetto al comandante, i soldati si schierarono, pronti per andare incontro al loro nemico, accoglierlo e affrontarlo.

Savier guardò per lunghi istanti l’orizzonte, focalizzando sulle mura interne del palazzo del Signore di Pietra. Provò un brivido lungo la schiena nel vedere che dalle mura nemiche già uscivano molti uomini che, come loro, si preparavano al combattimento. Si voltò verso i suoi soldati e li guardò con espressione seria e sicura, come farebbe Xander, pensò.

«Affronteremo dei mortali, non degli invincibili guerrieri. Affronteremo degli uomini, non dei mostri. Le loro armature si piegano ai nostri colpi proprio come loro hanno piegato quelle di centinaia dei nostri compagni».

Savier fece una pausa e respirò profondamente. Guardò i soldati di prima linea, uno a uno, dritti negli occhi.

«Noi abbiamo resistito, abbiamo vinto e abbiamo preso la valle. Loro verranno presto per vanificare i nostri sforzi, per distruggere ciò che con le vite sacrificate abbiamo conquistato». Sollevò il pugno, stretto e rivolto verso il petto.

«Resisteremo ancora. Vinceremo ancora. Li spezzeremo anche se sono quattro volte più numerosi, perché noi abbiamo addosso la forza di un numero di soldati quattro volte più grande del loro. Perché non lasceremo che le ferite del comandante Xander continuino a sanguinare. Perché nessuno di noi dimenticherà come Heléna ha distrutto la loro difesa, da sola, con il suo martello». Si fermò ancora, si voltò verso il nemico ed estrasse la spada, puntandola verso il palazzo di pietra.

«Combatteremo fino alla fine perché ciascuno di voi può cambiare il corso della storia, perché in noi c’è la forza e la speranza di tutta la nostra terra, perché siete già degli eroi ma alla fine di questa battaglia sarete qualcosa di ancora più grande». Gridò verso la valle, come volesse intimidire il loro nemico.

«E ora tutti pronti, ai vostri posti. Se vorranno attaccarci, noi saremo pronti a riceverli. Non pensate di resistere per quattro giorni, né per sei. Noi vinceremo, non aspetteremo».

L’ultimo grido fu accompagnato da un sonoro e vibrante eco metallico di tutti i soldati che insieme battevano l’elsa della loro spada sullo scudo. Il fragore metallico scemò immediatamente. Dall’altro lato della valle giunse un grido cupo. Sembrava una sola terribile voce ma era quella di tutti i soldati nemici che si preparavano alla battaglia.

Savier tremò dentro e provò un altro brivido. Attese un secondo, sorrise e si voltò ancora verso i suoi soldati. «Non sanno ancora cosa li aspetta». Con quella frase diede tutto se stesso ai soldati i quali percepirono in loro tutta la forza di cui prima aveva parlato loro il comandante.

Al cenno di Savier ciascuno andò nella zona prestabilita. Accanto a lui si posizionarono i dieci uomini di prima linea. Indossò l’elmo e alzò la visiera. Sapeva che anche la morte, dopo quella giornata, sarebbe stata soltanto la conclusione degna di un eroe guerriero. Avrebbe combattuto sereno e cosciente di avere onorato il suo impegno per la patria, per i soldati, per Heléna e per Xander.

***

Heléna spinse il portone. I cardini di ferro produssero un sinistro stridore. La pioggia continuava a bagnarle il volto e l’armatura. Una fioca luce di torcia illuminava la sala d’ingresso al palazzo. L’aria all’interno era antica quanto gli Dei e tutto sembrava essere rimasto abbandonato per lungo tempo.
L’eco di metallo che striscia sulla pietra rimbombava e risaliva dai gradini di una scala che si addentrava nelle profondità della terra. Dallo stesso posto ondeggiavano ombre come di una candela che fugace discendeva nei meandri oscuri del palazzo, radicato nella solida pietra della collina.

Heléna avanzò circospetta. I piedi sfioravano il terreno leggeri e felini eppure a ogni passo le sembrava di fare tanto rumore da attirare su di sé l’attenzione di tutta la valle. Le orecchie erano attente a ogni più piccola vibrazione e le sembrò che il suo udito divenisse molto più acuto in quella stanza. Le mani si strinsero attorno all’elsa della spada mentre la tensione la avvolgeva nella sua morsa. Il petto della donna si gonfiò, il respiro si fece più ansioso man mano che la scala si faceva più vicina. All’improvviso un gemito spezzò il silenzio. Heléna sobbalzò e fece un passo indietro. Era una voce sofferente che implorava aiuto.

«Sta zitto, tu mi servi vivo per ora. Non costringermi a trovare un’altra strategia». Nel silenzio dell’atrio, le parole risuonarono scandite come fossero state urlate. Era la voce di Larke.

Il sangue le ribollì nelle vene. Heléna abbassò leggermente la spada, puntandone l’estremità in avanti, rimase immobile un attimo con gli occhi chiusi, quindi avanzò decisa verso le scale.

Un suono cupo e intenso risalì e fermò il passo di Heléna per un istante. La donna rallentò gradualmente fino a giungere a un piccolo corridoio che terminava in una sala poco illuminata. Era vicinissima a Larke.

La concentrazione di Heléna ritornò a essere massima, il cuore batteva forte ma controllato dalla forza della donna, le mani stringevano l’elsa con decisione e pronte a scattare.

«Fatti avanti! Neppure stavolta ti tenderò una trappola».

Larke sapeva già che Heléna era arrivata. Seguì ancora un colpo, quindi il rumore di frammenti di pietra che rotolavano sul terreno riempì la stanza.

Heléna avanzò lentamente e con cautela. Con la spada vicino al volto e protesa in avanti a protezione del corpo, si affacciò sulla sala. Il fuoco di una torcia poggiata al centro del pavimento, bruciava e illuminava la tondeggiante sala nelle cui pareti sembravano essere incastonate innumerevoli statue di guerrieri. Non era una stanza grande eppure la posa di quegli uomini posti come in difesa di una grossa e pesante porta di pietra, la rendevano imponente. Heléna riconobbe in quelle sculture le armature indossate dai guerrieri al soldo del Signore di Pietra.

Larke sollevò lo sguardo verso Heléna. L’uomo ansimava. Aveva gli occhi iniettati di sangue e il sudore gli gocciolava dal viso e dai capelli. Accanto a lui, sdraiato, sanguinante e in fin di vita, giaceva Albert. Tra le mani Larke stringeva Antozh, il martello di Heléna e con esso aveva prodotto delle profonde crepe sull’enorme porta di pietra. Fissando la donna roteò le braccia e colpì ancora con violenza inaudita.

«Dopo che avrò liberato e conquistato il trono del figlio degli Dei, nulla potrà più fermarmi». Uno sguardo folle si illuminò nel volto di Larke. «Tu hai distrutto il sigillo per me, ora io aprirò questa porta, con questo martello magico».

«Ti ho offerto di condividere questo potere inimmaginabile, ma hai rifiutato. Sei forse qui per la resa dei conti?»

Il Signore di Pietra avanzò di un passo verso la donna, allontanandosi dalla porta. «Combatteremo fino alla morte dunque? Tu vieni per uccidere me, ma in realtà stai solo per donarmi la tua vita».

Heléna rimase zitta e si avvicinò fronte a Larke. L’uomo roteò il martello fermandosi a pochi passi da Albert.

«Lo hai già ucciso una volta», Larke lasciò per un attimo la frase in sospeso, come volesse enfatizzare che la vera morte di Albert sarebbe comunque stata colpa sua.

«Vuoi ucciderlo di nuovo… e questa volta per sempre?»

«Non lo farai, lui ti serve vivo». Heléna fece ancora un passo, sicura delle parole che aveva udito.

«Mi serviva vivo solo perché sapevo che mi avresti inseguito. Albert è un’ottima merce di scambio. La sua vita ha la stessa importanza di una qualunque di queste pietre». Larke sollevò leggermente il braccio della mano che impugnava il martello.

Heléna si fermò. Trattenne il respiro per un lungo attimo e cercò di ragionare senza cedere alla rabbia e all’istinto. «Uccidilo e io ti lascerò morire lentamente mentre guardi le tue braccia e le tue gambe che gocciolano appese sulla mia spada».

Seppure fossero minacciose, le parole di Heléna non intimidirono Larke.

«Vattene via e lui vivrà».

«Tu non hai capito», sibilò la donna.

«Cosa dovrei capire?»

«Io sono qui perché ho deciso di unirmi a te», lasciò la frase in sospeso giusto il tempo affinché Larke la comprendesse pienamente. «Se lascerai in vita Albert, io e lui combatteremo al tuo fianco».

L’uomo fece roteare ancora il martello. Il cuore di Heléna si fermò vedendo la sua arma così vicina alla testa di Albert. L’arma sibilò nell’aria e divenne il prolungamento delle braccia di Larke. Con una rapida torsione del busto, colpì la porta.

«Perché dovrei crederti?»

Larke aggiustò la presa sul martello, agitandolo leggermente e facendolo ruotare nelle sue mani.

Heléna lasciò cadere la spada e la calciò verso Larke. «Potresti uccidermi adesso. Non è sufficiente questo?»

L’uomo la fissò in silenzio. In volto gli si dipinse un’espressione seria. Raccolse la sua vecchia spada e la strinse con la destra. Nella sinistra teneva ancora Antozh.

Con un movimento repentino, Larke balzò verso Heléna distendendo il braccio e lanciando un affondo con la spada. La donna non si mosse.

La punta della spada si fermò a pochi centimetri dalla sua gola. Larke fissò ancora Heléna negli occhi. Fece ruotare la spada e le porse l’elsa.

«Dopo che mi avrai aiutato a uccidere il figlio degli Dei, aiuteremo Albert. Così sarò sicuro che non compirai idiozie», concluse.

Heléna raccolse la spada e sorrise a Larke. Attese che l’uomo si fosse allontanato e le avesse voltato un momento le spalle per deglutire. Per un attimo aveva creduto che la sua vita, nonostante la scelta che aveva compiuto, fosse finita.

Larke afferrò nuovamente il martello a due mani e, senza arrestare il passo, si lanciò contro la pietra e colpì con tutta la forza che aveva in corpo. La violenza del colpo tuonò in tutto il palazzo al punto che le mura stesse parvero tremare.

La pietra esplose in frammenti piccoli e grandi che si disseminarono tutto attorno. La polvere si alzò coprendo la poca luce della torcia. Fu buio per qualche istante.

Il gemito di Albert disteso accanto alla porta e coperto da polvere e frammenti, ruppe il successivo silenzio. Piccoli raggi di una strana luce filtravano attraverso l’oscura nebbia. Il contorno della porta si andò delineando man mano che la polvere calava sul pavimento.

«L’anello di pietra è caduto». Parole pronunciate con un tono cupo fecero vibrare l’aria e parvero spingere i detriti ancora in aria fuori dalla stanza. Nella nube si cominciò a distinguere la stanza che era appena stata aperta. Un enorme cerchio dorato sembrava produrre luce. Da fuori si intravedeva una forma a cupola. Heléna trattenne il fiato e rimase immobile. Larke era svanito nel buio. Lo sguardo della donna si posò su Albert che respirava a fatica. Una folata di vento schiarì l’aria e la luce dell’oro accecò per un istante Heléna. Quando riaprì gli occhi vide sull’uscio della porta un essere enorme, simile a un uomo ma dalla pelle liscia e fatta di scaglie di pietra. I suoi occhi erano due dischi rossi, profondi e immersi in cavità bianche e il suo sguardo era minaccioso. Avanzò di mezzo passo. Il rumore come di uno scoppio echeggiò nella sala. Il martello aveva colpito sul petto la bestia. Indietreggiò di poco più di un passo.

Larke apparve dal buio accanto alla porta. «Ora tu mi darai il tuo potere, Antozh, figlio degli Dei».

***

Albert aprì gli occhi. Esitò con la busta tra le mani, di fronte al letto perfettamente rifatto di Heléna. Non c’era traccia né dello zaino, né degli abiti, né di qualunque cosa appartenesse alla donna. Albert fissò ogni angolo della stanza. Il suo sguardo si fermò sul manichino privo dell’armatura della compagna. Era nudo, come si sentiva lui in quel momento. L’espressione del volto era paralizzata. Sentì il naso occludersi. Aprì le labbra e cominciò a respirare con la bocca. Le palpebre cominciarono nervosamente a battere.

L’indice della mano destra cominciò a lacerare la carta della busta sigillata. Le dita tremavano. La carta cominciò a sibilare mentre lo strappo si faceva più grande, quasi come se volesse essere un monito del veleno che si nascondeva al suo interno.

L’involucro di carta cadde a terra. Albert rimase immobile spalle alla porta della stanza, vicino all’uscio, con la lettera tra le mani. Chinò il capo. Mantenne fino all’ultimo gli occhi distanti dalle parole scritte, come se già sapesse di stare per leggere qualcosa che non avrebbe mai voluto vedere nero su bianco.

***

Albert, ti scrivo questa lettera perché non avrei mai avuto il coraggio di dirtelo guardandoti negli occhi. Probabilmente non riesci nemmeno a immaginare che tutto quello che sto facendo abbia un senso. Me ne vado, cambio unità. Ho già ottenuto il permesso del comandante Xander dell’Armata del Nord di Estarien.

Andarmene mi costa più di quanto tu possa pensare. Mi allontano dalla persona che più di ogni altra è diventata importante nella mia vita e non lo faccio soltanto per me. So che ti stai chiedendo il motivo. Ti prego solo di non lasciarti cogliere da emozioni negative. Ti chiedo solo di capire che era l’unico modo. Ti imploro di non odiarmi. Io non potevo e non posso fidarmi di te.

Negli anni ho imparato a essere forte, a difendermi e mi sono chiusa in me stessa. Ho odiato la vita perché mi aveva tolto il passato e non mi aveva dato un presente che fosse giusto per una donna. Tu hai penetrato il mio mondo e io ne sono rimasta affascinata e al tempo stesso impaurita. Poi qualcosa è cambiato. Lo vedevo nel tuo modo di parlare, nel tuo modo di combattere e nel tuo sorriso. Per te sono passata in secondo piano, davanti a me c’era altro e tu non capivi che potevamo essere semplicemente noi e niente di più. Ma i tempi non erano maturi e il mio cuore era troppo facile da aprire per te. Ed è per questo che non posso permetterti di essere parte della mia vita, non più adesso che ho aperto gli occhi.

Ti chiedo ancora, come se fossi adesso in ginocchio davanti a te, di non dimenticare il buono che c’è stato. Raggiungi la tua metà, realizza i tuoi sogni e poi cercami. Se gli Dei ci hanno creati per stare insieme, il tuo cuore sentirà sempre il mio che batte anche fosse dall’altro lato del mondo.

Io non dimenticherò. Tua Heléna.

***

Albert sentì le gambe rammollirsi. Le ginocchia toccarono il suolo. Le braccia discesero lungo i fianchi. La lettera rimase stretta tra le dita della mano sinistra. Tutto attorno a lui sembrò andare in stasi per qualche secondo. Fu la quiete prima della tempesta.

Albert lanciò la lettera per terra, si alzò in piedi e corse a dare un calcio al letto di legno dove aveva dormito Heléna. Afferrò un porta candele dal tavolo appoggiato al muro e lo lanciò contro la parete. Mille cocci di ceramica invasero la stanza. Colpì con un pugno l’armadio, lanciò il cuscino per terra e lo calpestò. Urlò e diede un pugno al muro. Improvvisamente, come era iniziato, tutto finì. L’eco dei singhiozzi e del leggero pianto riempiva i corridoi invasi da molti soldati che si guardavano stupiti e curiosi di sapere cosa era accaduto.

Le lacrime di Albert bagnarono le lenzuola, unico residuo della presenza di Heléna, e culla per il viso dell’uomo. E dal fondo del corridoio, in mezzo a tante facce sconvolte, si udì una voce autoritaria che ordinava a ciascuno di rientrare nella sua stanza. Soltanto uno rimase vicino al corridoio, la porta socchiusa e un leggero sorriso sulle labbra: Larke.

Albert corse dal suo comandante. Egli sapeva cosa stava per chiedergli e non lo fece parlare nemmeno.

«Non ti darò il permesso per cambiare unità», sentenziò. Se già risultava difficile cambiare unità, senza una giusta causa, era addirittura vietato dal regolamento chiedere quel genere di trasferimento. Heléna infatti aveva esplicitamente detto che Albert era una delle cause per cui doveva cambiare.

Il soldato corse nelle sue stanze e cominciò a scrivere una lettera. Qualche ora dopo c’erano rotoli di papiro sprecati sul pavimento. E così continuò per giorni e settimane.
Lettera dopo lettera, le speranze di Albert di avere un nuovo contatto con Heléna divennero sempre più fievoli. L’unico modo che aveva per non pensare a ciò che era accaduto era fiondarsi nelle battaglie e pensare solo alla sua carriera militare, ma nulla era come prima e sia il suo comandante che i suoi compagni se ne stavano rendendo conto.
Una sera, al termine di una battaglia dove la costante distrazione di Albert aveva messo a repentaglio le vite di oltre dieci soldati, il fuoco scoppiettava solitario, sotto gli occhi dell’unica persona che gli teneva compagnia. Albert si stava scaldando, seduto sulla terra rossa nuda e fredda, e coperto da un telo di pelliccia di lupo. Sentì una mano poggiarsi sulla sua spalla. Il tocco lo fece sobbalzare.
«Larke… non ti ho sentito arrivare», disse Albert.

«Albert», esordì. «Io conosco un modo per farti avere ciò che desideri».

«Io… io non la desidero», esitò.

«Io so cosa desideri e conosco il tuo valore. So che cosa puoi diventare. Io non ti tradirò, e di questo puoi starne certo. Hai già la mia spada…»



Il Viaggio della Donna Guerriero – Parte III

30 settembre 2009 - 20:14 by immortal_bard

Xander aveva lasciato una tinozza d’acqua fresca poggiata sul tavolo. Heléna si sciacquò il viso. Passò le mani sul volto. Teneva gli occhi chiusi mentre l’acqua le rinfrescava le guance e la fronte. Si asciugò con il panno che le aveva lanciato il suo comandante. Aprì gli occhi e inspirò profondamente. Vide la spada di Albert poggiata con cura sul tavolo. Ricordò la sfuriata della sera precedente. Si avvicinò lentamente al bordo del tavolo con lo sguardo fisso sulla spada. Protese la mano destra e sfiorò l’elsa. Alzò la testa e guardò in alto. Sentì che il dolore era passato, seppur forse solo temporaneamente.

La mente di Heléna corse di nuovo alla sera precedente. Si sentì stupida e provò un terribile senso di imbarazzo, tuttavia provò anche gratitudine verso Xander, suo capitano ma soprattutto suo amico, che l’aveva aiutata a superare quella difficile sera. Raccontargli ciò che era successo sarebbe stato il minimo per ringraziarlo. Indossò il mantello sopra i soliti abiti che metteva sotto l’armatura e uscì dalla tenda.

«Capitano, il Signore di Pietra non è morto».

All’udire quelle parole, Heléna si bloccò. Rimase fuori dalla tenda, a origliare, come se non avesse il permesso di entrare.

«L’abbiamo visto vicino alle porte del suo palazzo, dove è crollato il muro, abbiamo udito le sue grida mentre si proclamava invincibile e nuovo sovrano di queste terre». La voce del soldato si fece preoccupata.

Xander parve più stupito che preoccupato. «Nonostante i suoi soldati siano tutti morti o dispersi?»

«Si». La risposta del soldato fu secca. «Ma è solo… possiamo catturarlo».

«Avete perlustrato la zona? Se possiamo essere certi che sia solo e che sia un atto di follia, allora manderemo una squadriglia, ma non spedirò nessuno senza cognizione di causa contro colui che ha disseminato morte e distruzione su una moltitudine di terre». Xander parlò con il suo tipico tono rassicurante. Lo stupore iniziale aveva lasciato immediatamente spazio al comandante capace di guidare con fermezza i suoi uomini in battaglia.

«Lo abbiamo visto da solo… era armato solo di un martello». Heléna sentì un brivido congelarla.

«Non possiamo rischiare». Xander fu deciso.

«Manderò subito una squadra di esploratori». Il soldato non obbiettò oltre e si avvicinò all’uscita della tenda. Heléna si nascose, come cercasse ancora tempo per riflettere su ciò che aveva ascoltato.

«Molto bene. Attenderò queste notizie, intanto allerta solo gli uomini pronti a combattere… ma fallo con discrezione». Xander diede gli ordini con calma, cercando di non infondere inutili allarmismi tra i suoi soldati.

«Sarà fatto capitano».

Heléna fece qualche passo veloce per allontanarsi dalla tenda e non essere vista dal soldato. Tornò rapidamente nella sua tenda. Lasciò cadere il mantello e si poggiò sul tavolo. Il respiro divenne affannoso. Sentì come una lama lacerarle il petto. Il Signore di Pietra era ancora vivo e brandiva Antozh, il suo martello.

La mano si mosse lenta, tremando, sulla superficie del tavolo. Le unghia graffiarono il legno. Le dita sfiorarono l’elsa della spada. Il pugno si chiuse sul freddo metallo. L’altra mano scivolò sulla lama e il dito indice ne saggiò il filo. Un lieve gemito di dolore la fece sussultare e un piccolo rivolo di sangue le macchiò la pelle in superficie. Era un piccolo taglio che però le ricordava quello con cui Albert, molti anni prima, aveva bagnato di sangue la stessa spada.

***

«Cosa hai fatto alla mano?»

«Nulla». Albert passò vicino a Heléna nascondendo la mano sinistra ma lasciando dietro di sé una scia di sangue.

«Albert…» La ragazza corse dietro di lui e lo raggiunse. «Cosa hai fatto alla mano? Sanguini». Heléna vide un profondo taglio sul palmo e sulle dita ma notò anche qualcos’altro che la fece sorridere.

«Quella è la spada di Larke».

«Si… è lei». Sul volto di Albert apparve un sorriso, spezzato solo da una lieve smorfia di dolore.

Proseguirono verso l’infermeria. Heléna camminò accanto ad Albert. L’espressione era mista tra agitazione ed eccitazione. La copiosa perdita di sangue dell’uomo la preoccupava ma al tempo stesso la spada di uno dei più valorosi guerrieri, stretta dalle mani di Albert la esaltava perché ciò poteva significare solo due cose: o Albert aveva sconfitto Larke in un duello oppure tale duello sarebbe arrivato presto a causa del furto.

Heléna entrò di soppiatto nella tenda, curandosi che nessuno li vedesse, quindi fece spazio ad Albert. Prese delle bende e dopo aver lavato la ferita con l’acqua corrente di una piccola sorgente, fasciò la mano dell’uomo.

«Perché hai la spada di uno dei guerrieri più abili di tutte le unità?»

Albert si morse il labbro inferiore. Heléna accennò un sorriso e assunse uno sguardo curioso.

«Se te lo dico prometti di non rivelarlo a nessuno?»

«Sai che so mantenere i segreti».

Heléna sentì una strana sensazione avvolgerla, come se un fuoco la stesse coinvolgendo inspiegabilmente nella sua calda danza. Percepiva lo stato emozionale di Albert e sentiva che aveva fatto qualcosa di bizzarro. La curiosità, il sollievo successivo alla preoccupazione per la ferita e il respiro concitato di Albert erano avvolti dal mistero di quell’avvenimento. Heléna si sentì impaziente di conoscere tutti i dettagli dell’accaduto, voleva sapere se egli avesse compiuto qualcosa di illecito, se avesse osato fare qualcosa che il resto del loro mondo non avrebbe condiviso. Sarebbe stato quel qualcosa che fino a quel momento le era mancato.

«Dunque chiedo la tua parola». Albert le poggiò la mano sana su una spalla e le sorrise guardandola negli occhi. Heléna si limitò ad annuire.

«Ormai sono settimane che Larke mi addestra», Heléna lo guardò stupita, «mi sta insegnando tutti i suoi trucchi e mi sta facendo crescere con la sua esperienza». Albert non smise di sorridere neppure mentre parlava.

«Mi aveva promesso che il giorno in cui io fossi riuscito a colpirlo al volto in duello, mi avrebbe dato la sua spada, quella che ha visto il sangue di molte altre battaglie». Heléna assunse un’espressione ancora più preoccupata e al tempo stesso più eccitata.

«Un duello?»

«Si, un duello».

«Ma le regole dell’unità…» Heléna non finì la frase.

«L’ho fatta in barba alle regole… per una volta. L’ho fatto per qualcosa che amo… l’ho fatto perché era importante». Heléna non interpretò le parole di Albert allo stesso modo in cui egli intendeva.

«Questa notte ci siamo battuti. Ho combattuto meglio delle altre volte ma Larke mi ha disarmato lo stesso. Quando stava per finirmi…» Albert fece una pausa e simulò alcuni movimenti, «ho sfruttato la sua ingenua ed eccessiva sicurezza, ho schivato e deviato la sua spada con la mano».

«Sei pazzo… avresti potuto perdere le dita… o peggio». Heléna interruppe il racconto di Albert. Poi lo lasciò continuare.

«Sapevo ciò che stavo facendo». Albert non esitò a controbattere, facendosi serio per un attimo. «Ho fermato la corsa della sua lama con la mia mano e non ho esitato a sfidare il suo elmo. Ho serrato il pugno e ho colpito forte. Non se lo aspettava». Albert concluse il suo racconto con aria soddisfatta.

«E così… Larke rimarrà senza la sua fidata spada, quella che lui dice avergli salvato la vita in più di un’occasione?»

«In realtà questa è solo una delle tante che ha usato e, a quanto mi ha detto dopo il duello, non è nemmeno la sua preferita… ma per me è stato ugualmente importantissimo… lo ammiro davvero, ho tanto da imparare da lui… è onesto e mi dice sempre le cose come stanno… e soprattutto mantiene sempre la sua parola. Questa spada per me vale una vita intera».

Le parole di Albert risuonarono come quelle di chi ha trovato la via da seguire. Ciò sembrò strano a Heléna, anche se l’esaltazione del momento riprese presto il sopravvento: Albert aveva osato trasgredire, abbassare la cortina che lo difendeva dall’essere qualcosa di diverso dal perfetto guerriero, sempre impeccabile e ammirevole in ogni gesto. Per una volta aveva lasciato i suoi ostentati buoni propositi e aveva mostrato qualcosa di veramente profondo del suo animo. Heléna glielo lesse negli occhi. Sentì un brivido lungo la schiena e al tempo stesso un fuoco dentro.

C’era confidenza tra i due. C’era intesa e intimità tra loro. Heléna si avvicinò ad Albert, poggiò le mani sulle sue ginocchia e si protese in avanti, sfiorandolo fronte contro fronte.

«Le regole dell’unità…»

«So cosa dicono le regole». Albert provò di nuovo a fermare Heléna ma stavolta fu la ragazza a controbattere.

«Le regole dell’unità dicono che due soldati non devono avere preferenza di armi o compagni, niente sentimenti, niente emozioni…» Heléna lasciò la frase in sospeso. Albert deglutì in silenzio. Anche l’uomo sentì un fuoco bruciargli dentro all’udire la voce provocante della donna.

«Stanotte non è forse la notte in cui le regole non esistono?»

Heléna poggiò le sue labbra umide su quelle di Albert. Gli occhi si chiusero, le braccia avvolsero i corpi, e con esse anche le loro lingue danzarono in un abbraccio appassionato. Fu una lunga notte, che mai sarebbe tornata.

E da fuori la tenda, Larke sogghignava e sentiva che le sue strategie, pian piano assumevano la forma che egli desiderava.

***

«Capitano, gli esploratori sono tornati». Il soldato entrò nella tenda di Xander con passo veloce e senza preavviso.

«Che notizie portano?»

«Altri soldati… portano il blasone del Signore di Pietra. Arriveranno da sud e da ovest». Il guerriero riprese fiato mentre Xander assumeva un’espressione riflessiva.

«Quanti sono?»

Il comandante dell’unità rimase calmo. Le sue domande erano secche e concise. Xander si alzò in piedi e si avvicinò al tavolo dove la cartina del campo di battaglia era ancora poggiata dall’ultima battaglia.

«Circa duecento». La voce del soldato riprese lo stupore che egli aveva provato nel vedere quel contingente di guerrieri. Percependo la preoccupazione del suo capitano, il soldato lo anticipò.

«Arriveranno tra poche ore, sembrano dirigersi verso le porte del forte per rinforzare le difese e prepararsi al contrattacco».

Xander poggiò le mani sul tavolo e chinò il capo. Cominciò a pensare alla strategia da adottare. Avrebbe dovuto richiamare i soldati che erano stati congedati il giorno stesso della vittoria, avrebbe dovuto mandare messaggeri. Solo per un attimo, perse la calma che lo contraddistingueva. Provò smarrimento e paura nell’ipotizzare un’azione rapida diretta al Signore di Pietra prima che le sue truppe arrivassero. E se fosse un suo sporco trucco?

«Capitano?» Il soldato si avvicinò a Xander per ricordargli quanto fosse importante prendere una decisione subito.

«Manda due messaggeri alle unità che sono partite ieri pomeriggio. Che partano scarichi di ogni cosa superflua affinché li raggiungano entro sera, prepara i fuochi di segnalazione per delineare la nostra posizione di difesa, allerta tutti i soldati e fa’ in modo che chi soffre dei postumi della festa venga curato al meglio dai medici e dagli infermieri». Xander incalzò il soldato con ordini veloci, sempre più decisi.

«E il Signore di Pietra? Gli esploratori hanno riferito di averlo visto ancora nello stesso posto, solo, come se attendesse qualcosa». Il guerriero fece la sua domanda ma dovette attendere la risposta per qualche istante.

«Potrebbe essere un inganno. Abbiamo troppi pochi uomini per rischiare, piuttosto dobbiamo prepararci al meglio come se avessimo perso la battaglia di ieri. Siamo di meno e spossati. I nemici che giungono sono freschi e pronti a combattere. Non possiamo permetterci errori».

«E le loro armature?»

«Sono guerrieri normali e sono mortali! Heléna ve lo ha dimostrato. Combatteremo e li tratteremo come tali, che sia ben chiaro a tutti i soldati. Ora va e prepara tutto. Tra dieci giri di clessidra voglio radunati tutti i capi squadriglia nel cortile principale. Che ciascuno prepari i suoi uomini».

Il comandante concluse con viso serio ma tranquillo. La sua voce infuse fiducia nel suo sottoposto ed egli confidò nel fatto che il soldato avrebbe saputo fare lo stesso con tutti gli altri uomini.

Xander attese di rimanere solo, prima di sedersi e rendersi conto che gli tremavano le mani. La gioia di una vittoria così inaspettata e successiva a interminabili sconfitte lo aveva scombussolato. Inspirò profondamente. Con movimenti lenti, mantenendo lo sguardo fisso sull’ingresso della tenda, vestì la sua armatura, impugnò la spada e la sollevò davanti a sé. La fissò per qualche istante. Non era neppure lucida come appena prima di una battaglia. Scosse il capo e la infilò nel fodero. Pensò a Heléna. Sapeva che questa storia l’aveva toccata più profondamente di quanto chiunque potesse immaginare. Voleva darle tutto il supporto per prepararsi. Uscì dalla tenda, si fermò un momento e lanciò un’occhiata verso il cortile. I suoi soldati si stavano radunando. Camminò verso la tenda della donna, si fermò appena fuori e provò a chiamarla con tono calmo. Non ricevette risposta.

«Heléna, posso entrare?»

Silenzio.

«Heléna, devo parlarti di una cosa importante», attese ancora qualche istante ma non sentendo la donna rispondere continuò ed entrò.

«Si tratta del Signore di Pietra…» la frase rimase in sospeso. L’armatura di Heléna mancava. Soltanto l’elmo giaceva per terra vicino al tappeto. Il baule era chiuso con il lucchetto, cosa che Heléna soleva fare solo quando andava in battaglia o si allontanava dalla sua casa per più di un giorno.

Xander cercò le armi di Heléna. Quelle secondarie erano tutte al loro posto, nell’armadio, mentre non cercò neppure il martello dato che il giorno prima l’aveva vista rientrare vittoriosa ma senza la sua arma, e non aveva osato chiederle che fine avesse fatto.

«Dove sei andata Heléna? Disarmata…» Xander realizzò che Heléna era già corsa incontro al Signore di Pietra. Ebbe un lampo e ripensò alla sera precedente. Guardò il tavolo. La spada che la donna teneva tra le mani quando era tornata all’accampamento, non c’era più.

«No. Armata».

***

Neppure la morte può placare il tormento, neppure il crollo funesto di un muro. Non c’è pace nella mia vita, non c’è sollievo per la mia anima.

Heléna strinse il pugno sull’elsa. Lasciò scorrere un po’ il sangue sul dito, poi lo portò alla bocca e assaporò ancora l’amaro della guerra.

Ho visto i tuoi occhi chiudersi, ho bevuto per festeggiare la mia libertà, ho abbattuto la mia mente a colpi di mosto per dimenticare l’amore, eppure torni come un fantasma.

Con passi lenti, la donna si avvicinò al bordo della tenda. Udiva le frasi concitate del messaggero che era andato da Xander.

Uscì dalla tenda mentre ancora tutto l’accampamento era in quiete.

Dov’è l’angelo che mi sfiora? Dove colui che può portarmi la pace?

Heléna sentì dentro esploderle mille emozioni e pensieri. I suoi genitori, la sua vita, il suo amore e tra essi anche Albert. Desiderò che tutto fosse diverso, desiderò che fosse facile e che potesse avere ciò che sempre le era mancato.

Ogni singola battaglia, ogni singolo colpo, ogni lembo della mia carne e della mia forza donerei in cambio di ciò che desidero. Pace. Tutto ciò che ho e nulla di ciò che desidero. Devo ricominciare e tu non vuoi. Dimmi il perché. Dammi un motivo, che sia anche uno solo.

Heléna sentì scivolarle una lacrima sulla guancia, lucida perla della sua anima che disegnava gli ultimi solchi di debolezza di una donna, e delineava i muscoli della donna guerriero.

Strinse anche l’altra mano sull’elsa della spada. Diede due colpi a vuoto per saggiarne il peso e la maneggevolezza e per prendere confidenza. La ripose nel fodero e si incamminò senza guardarsi indietro.

***

Le macerie da lontano sembravano un lungo ed enorme serpente di argilla seccato dal sole. La magia che teneva in piedi il muro era svanita e con essa tutto il potere che difendeva le armature dei soldati. Heléna aveva fede in ciò e temeraria si era avventurata da sola verso il punto dove aveva fatto breccia. Nella desertica vallata si ergevano solo due colonne enormi, quelle che fino al giorno precedente avevano sostenuto il portone di ingresso alla leggendaria fortezza di pietra.

Passo dopo passo la donna si avvicinò al punto dove aveva rischiato la vita, con la sola speranza che il suo martello potesse abbattere tutto il muro con una sola breccia. Era lì che aveva lasciato giacere Albert e Antozh.

Il piede di Heléna calpestò le macerie. Non c’era traccia né del corpo dell’uomo né del suo martello.

«Bentornata Heléna». La voce mascherata dall’elmo la fece sobbalzare, spezzandole quasi il fiato. «Non pensavo che avresti avuto il coraggio di venire fin qui a cercarlo».

«Non sono qui per il martello»

«Ma io non mi riferivo a questo» il Signore di Pietra agitò leggermente Antozh tra le sue mani.

Heléna rimase perplessa a quelle parole. L’armatura scura scintillava sotto i pochi raggi del sole rimasti. Il cielo sembrava essersi rabbuiato, solidale con l’anima della donna.

«Tu eri morto». Heléna deglutì e abbassò lo sguardo.

«Io?» Domandò spavaldo.

«Ti ho visto…»

«No» la interruppe. L’elmo grigio rimbalzò per terra tintinnando sulle macerie. Larke rivelò il suo volto. Sul viso di Heléna si dipinse un’espressione di estremo stupore. I capelli biondo scuro, gli occhi castani e la barba incolta erano gli stessi di quando l’aveva visto la prima volta. Il fisico snello di Larke sembrava essere stato appesantito dal tempo o da poco allenamento, eppure la figura di quel guerriero, un tempo leggendario tra le stesse fila di Heléna, continuava a incutere timore.

«Non è me che hai visto e, mia cara, probabilmente non è me che cercavi venendo qui. Correggimi se sbaglio». Larke provocò Heléna con il suo tono quasi beffardo.

«Larke». Heléna rimase senza parole.

«Proprio io, mia signora» continuò a stuzzicarla, «il Signore di Pietra in persona, e tra poco anche signore di tutte queste terre e…» alzò lo sguardo con fare fiero, «forse in un futuro non lontano, di tutto il mondo». Larke tornò a guardare la donna con un sorriso soddisfatto sul volto. «Ciò che mi hai donato ha un valore ben più grande di quello che puoi immaginare… e pensa che ha avuto solo un piccolo costo, un insignificante sacrificio, un’innocente bugia chiamata Albert».

«Tu menti!» Heléna strinse i pugni e gli occhi.

«Quante illusioni, quante false speranze. Forse è preoccupazione per lui quella che leggo nei tuoi gesti?»

Heléna riaprì gli occhi e rimase in silenzio. Nel suo sguardo si accese una fiamma di rabbia che le parole di Larke fomentavano a ogni fiato. Il cuore cominciò a palpitarle ma non era paura, né ansia. L’adrenalina le cominciò a scorrere in corpo. Heléna assunse una percezione quasi alterata della realtà e tutto sembrava muoversi molto lentamente. La micidiale guerriera si stava preparando.

«In fondo è un bravo ragazzo e ha saputo fare ciò che doveva. Ha lavorato bene… ma chi, come lui, se insegue un sogno non fa di tutto per raggiungerlo? Guidarlo è stato facile come porre una carota su un filo e farlo oscillare davanti a un mulo su cui sei comodamente seduto» Larke proseguì osservando l’ira crescere nel volto della donna.

«Forse lo lascerò vivere». A quelle parole Heléna si sentì raggelare, è vivo? Albert è ancora vivo? Dove sei? Voglio rivederti ancora una volta.

«Cosa succede? Ti stai chiedendo dove sia? Pensavo che nulla adesso avrebbe potuto dissuaderti dal combattere con me. Sei l’unica che ha brandito questo martello e non posso permettermi di tenerti in vita. Ma non ci sarebbe gusto a combattere con te che pensi ad altro». Heléna fissò profondamente negli occhi Larke.

«Albert è dentro il palazzo. L’ho trascinato lì ma non gli ho prestato cure, quindi se nessuno lo farà, dovrà combattere da solo contro la morte. Una caduta da tanta altezza produce brutte ferite», Larke rise malignamente.

«Smettila» il sibilo di Heléna si fece minaccioso, lo sguardo tornò truce e agguerrito. Le mani si strinsero di nuovo attorno all’elsa della spada e la sollevarono di poco.

«La mia vecchia spada, che ironia. Chi dei due perirà sarà ucciso dalla sua stessa arma, dunque» rise ancora.

La lama di Heléna tagliò l’aria, fu levata in alto e discese dritta verso Larke. L’uomo indietreggiò di un passo all’ultimo istante. La guardò e le sorrise in maniera beffarda per il prevedibile attacco. Ma Heléna voleva solo distrarlo. Giunta quasi a terra, la spada sfiorò soltanto le macerie. La guerriera puntò i piedi e fece forza sulle gambe slanciandosi in avanti e accompagnando l’arma in un fendente rapido e preciso.

Larke sgranò gli occhi e ruotò d’istinto il martello, deviando la lama con il bastone, subendo una ferita di striscio alla mano. Sorrise e scosse la testa.

«Hai sempre attirato su di te l’attenzione, o per la tua bellezza o per la tua bravura nell’arte del combattimento».

Heléna ignorò il complimento del nemico. Strinse i denti e sentì crescerle dentro un’incredibile estasi di rabbia e concentrazione.

«Una donna come te è pericolosa da avere al fianco ma molto di più lo è come avversaria, eppure in entrambi i casi vale la pena di rischiare la propria pelle. Heléna…»

La donna guardò negli occhi Larke. Percepì che le stava per ripetere parole che mai più avrebbe voluto udire.

«Unisciti a me e poniamo fine a questo inutile duello». Larke protese la mano in avanti lasciando dietro di sé il martello. Heléna allentò la presa sulla spada ma solo per un attimo.

«No».

Larke non contestò neppure la risposta della donna. Fece roteare il martello con una velocità inaudita e lo diresse verso la testa di Heléna. La guerriera conosceva la potenza della sua arma. Una scintilla brillò mentre la lama della sua spada bloccava sul nascere la corsa di Antozh. Le braccia aggraziate di Heléna mostrarono un’esplosione di forza che avrebbe suscitato incredulità a chiunque l’avesse vista. Era una donna fuori dal comune.

Heléna e Larke rimasero quasi faccia a faccia nella contesa. Un’arma sull’altra, le loro forze si scontrarono e crearono un equilibrio irreale. Una goccia di sudore scivolò sulla fronte della donna. Larke cedette per un istante quindi approfittò del movimento per dare un calcio al ventre della donna. Fu l’inizio della tempesta.

Il combattimento infuriò. La spada scalfiva l’armatura di Larke alla ricerca di uno spiraglio mentre il martello appiattiva sempre di più le maglie che difendevano il corpo di Heléna. Ogni volta che gli attacchi si incrociavano, lampi di luce sembravano illuminare l’intera vallata, ormai coperta dalle nubi.

I due combattenti consumarono le loro energie. I muscoli erano stanchi e lacerati, i visi corrotti dalle smorfie di stanchezza. Larke sputò sangue, Heléna zoppicò mentre indietreggiava.

«Sapevo che saresti diventata la più forte del tuo esercito, ma tu hai un difetto che Albert non aveva». Larke provò a guadagnare tempo e contemporaneamente cercò di far deconcentrare Heléna.

«Fa’ silenzio», intimò la donna.

«Albert sapeva ascoltare anche gli altri quando gli mostravano la giusta via per avere ciò a cui si anela».

«Smettila… Albert è ancora vivo» Heléna cedette alla provocazione si mostrò debole.

«Come pensi che potrà sopravvivere se io non andrò a soccorrerlo? Forse credi che il tuo tempo sia sufficiente? Sei solo una stolta». Antozh calò ancora sulla donna, colpendola di striscio.

Heléna indietreggiò di diversi passi, lasciando una distanza considerevole tra lei e il suo avversario. Cadde in ginocchio e si appoggiò sulla spada, puntandola sul terreno. Abbassò lo sguardo.

«Albert…» sussurrò. Qualche singhiozzo interruppe i silenziosi lamenti del pianto. Heléna lasciò la presa sull’arma, appoggiandovisi appena.

«Puoi raggiungerlo se vuoi». Larke si avvicinò lentamente. «Potrete vivere insieme come miei generali», il tono si fece incalzante. «Avrete un dominio tutto vostro e sarete trattati come un re e una regina», si avvicinò a pochi passi da Heléna. La donna non accennò ad alzarsi, ancora affranta nelle sue confuse emozioni.

«Va bene». La risposta della donna lo sorprese. «Ma devi promettermi che andremo a curarlo adesso». Heléna tenne lo sguardo basso e lasciò cadere la spada.

«Andremo subito» Larke si avvicinò con sguardo soddisfatto e con un sorriso quasi invasato.

Heléna attese fino all’ultimo istante. Richiamò a sé tutte le sue forze, balzò in avanti, il braccio destro scattò a prendere la spada e in meno di un batter di palpebra lanciò un fendente in avanti. Larke riuscì a scostarsi di poco, ma non abbastanza per schivare del tutto il colpo.

La lama affondò profonda sul fianco leggermente scoperto tra il busto dell’armatura e la cintura. Un fiotto di sangue sgorgò dal corpo di Larke che indietreggiò rapidamente. Heléna si alzò subito in piedi, pronta a sferrare un nuovo attacco. Larke strinse il fianco con una mano e con l’altra portò il martello davanti a sé. Perdeva copiosamente sangue. Barcollò e indietreggiò ancora. Guardò la donna con rabbia.

Heléna lo incalzò seguendo cautamente ogni movimento del suo avversario. Anche se Larke era ferito rimaneva pur sempre uno dei più temibili guerrieri del regno.

La terra parve tremare. Heléna si voltò un istante, attratta dall’inquietante e regolare rumore che proveniva dalla valle alle sue spalle.

«Uccidetela» urlò Larke.

Alcuni soldati di pietra erano giunti in soccorso del loro signore. A quel comando Heléna si sentì perduta. Guardò i nuovi arrivati, poi si voltò verso l’uomo e lo vide correre in direzione del palazzo. Scattò in avanti per inseguirlo ma il sibilante suono delle frecce la fece desistere. Cinque dardi si piantarono pochi passi avanti a lei. Guardò Larke fuggire lontano. Strinse i pugni e si volse verso i guerrieri. Erano dieci, armati di archi e spade lunghe. Il loro passo incuteva timore. Più volte Heléna guardò indietro, desiderando di poter inseguire Larke, ma altrettante volte tornò a fissare i dieci guerrieri col blasone del Signore di Pietra che correvano verso di lei, con l’unico scopo di ucciderla.

***

Due pugnali rotearono veloci nell’aria. La punta della freccia si spezzò e cadde a terra, tranciata dalla lama volante. L’altra arma si piantò sulla spalla di uno dei nemici.

Heléna vide giungere Xander a cavallo. I suoi pugnali l’avevano salvata da una freccia e avevano distratto i suoi prossimi avversari. Xander si avventò contro i soldati, incurante del loro numero. Dieci guerrieri contro uno solo a cavallo.

Gli archi caddero, inutili a quella distanza, e in dieci si lanciarono contro il nuovo arrivato per eliminarlo rapidamente. Le spade opache lasciarono i foderi risuonando e stridendo.

L’urlo di battaglia di Xander fece tremare persino il cielo. Heléna strinse l’elsa della spada e si gettò alla carica. La spada dell’uomo roteò ferendo i nemici. Xander incrociò le loro lame difendendosi e attaccando quasi allo stesso tempo, cercando di tenere vicino a sé solo due o tre avversari per volta e sfruttando la posizione sopraelevata.

Heléna giunse con il suo affondo, trafiggendo da parte a parte uno dei guerrieri. Due si fiondarono subito a fronteggiarla. Le loro spade si mossero veloci minacciandole ora le gambe, ora le braccia. Heléna parò e deviò prima un attacco e poi l’altro. Con agilità, la donna si mosse in modo tale da frapporre uno dei suoi avversari tra sé e l’altro e al tempo stesso avanzò furiosa facendo danzare la spada in un volteggio micidiale.

Le lame dei guerrieri rimasti a combattere con Xander affondarono sulla bestia. La strategia difensiva dell’uomo non poteva durare troppo a lungo. Il cavallo cadde agonizzante al suolo, trascinando con sé anche il cavaliere. Xander si alzò subito in piedi e si trovò a combattere contro degli avversari sempre più vicini e sempre più agguerriti. Le spade dei soldati di pietra affondarono una alla volta e poi tutte insieme. Xander provò a difendersi ma la sua lama deviò solo alcune spade e con i suoi movimenti ne schivò poche altre. Si aprirono molte ferite sul suo corpo, laddove l’armatura non riusciva a proteggerlo. Xander cominciò a perdere le forze. Provò a difendere le parti vitali, dando ancora tempo a Heléna affinché potesse mettersi in salvo.

«Torna all’accampamento» le urlò mentre una spada gli squarciava il muscolo della gamba, dipingendogli in volto un’espressione di estremo dolore.

Heléna sgranò gli occhi, strinse i denti. L’urlo che seguì provenne dal profondo del cuore della donna e fece indietreggiare i suoi avversari.

Con un balzo felino Heléna passò in mezzo ai due soldati. Il suo fianco era troppo invitante per non provare un affondo. Il guerriero cadde nella trappola di Heléna che si mosse veloce in una torsione quasi innaturale e, mentre la lama del suo avversario trafiggeva il suo stesso compagno, quella della donna correva sul collo nemico.

«Un attacco rischioso… ma non ti andrà sempre così bene» la provocò uno dei guerrieri di pietra, abbandonando la lotta con Xander e volgendosi verso la donna.

Heléna ignorò quella frase e si lanciò all’attacco. Vide il suo comandante subire molti colpi e perdere copiosamente sangue. Le gambe del suo comandante tremarono. Xander barcollò agitando ancora la spada per difendersi. Heléna saltò deviando l’attacco del suo diretto avversario e si frappose con prepotenza tra Xander e i guerrieri di pietra.

«Non saresti dovuto venire»

«Avrei forse dovuto lasciarti morire?»

«Non sarei morta» Heléna trovò ancora la forza per sorridere. Lo faceva sempre e in ogni momento quando combatteva al fianco del suo comandante.

Heléna e Xander si trovarono spalla contro spalla, in due contro sette. Ma nonostante l’inferiorità numerica e le profonde ferite subite, essi erano ancora i due migliori soldati del loro esercito.

I guerrieri di pietra li accerchiarono. Schiena contro schiena Heléna e Xander erano pronti a riceverli. Il primo provò un affondo, seguito da un secondo che voleva sfruttare la sorpresa dell’attacco precedente. Heléna si piegò sulle ginocchia, trascinando con sé Xander. Il comandante deviò l’attacco facendo scoprire il fianco al nemico ed Heléna ne approfittò subito trafiggendolo e uccidendolo in un solo colpo. Il movimento repentino sbilanciò il secondo guerriero e Xander, rialzandosi sulle gambe, tranciò di netto il braccio del suo bersaglio. Heléna lasciò per un solo istante la posizione, lanciandosi in un attacco repentino verso un altro avversario rimasto più indietro. L’espressione del guerriero rimase atterrita mentre, con sua grande sorpresa, la punta della spada di Heléna gli trapassava la gola. Due passi indietro e fu di nuovo appoggiata a Xander. Ora i guerrieri di pietra erano rimasti in quattro.

Il terrore si dipinse sul volto dei guerrieri. Avrebbero desiderato scappare ma sapevano che disobbedire a un ordine del Signore di Pietra gli avrebbe procurato una fine ben peggiore. Il loro compito era consegnargli la testa della donna, come gli aveva gridato durante la fuga.

«Attacchiamo tutti insieme, non lasciamogli tregua». Uno dei soldati incitò i compagni, cercando nel suo cuore il coraggio e provando a trovarlo anche in quelli dei suoi compagni.

I quattro guerrieri attaccarono contemporaneamente, lanciando fendenti sempre più veloci. Heléna si trovò a dover difendere Xander, troppo ferito per fronteggiarli. Anche sul corpo della donna si aprirono vari tagli. Heléna si rese conto che non poteva limitarsi a difendere, ma provare l’offesa era difficile e rischioso, se non per lei, per Xander. Devo trovare il modo di attaccare senza lasciare Xander, Heléna cercò di trovare una strategia. Pensare era difficile mentre maneggiava la spada per non farsi uccidere. La situazione si fece critica. Il cuore della donna cominciò a batterle forte, i riflessi aumentarono e la realtà sembrò rallentare. In un istante, all’improvviso, ebbe chiaro ciò che doveva fare, come se una premonizione divina le avesse concesso di vedere il futuro. Sapeva quali sarebbero state le mosse dei suoi avversari pochi momenti prima che avvenissero.

«Scopri il fianco sinistro appena ti tocco la schiena» Heléna sussurrò a Xander. Immediatamente poggiò le sue spalle su quelle dell’uomo. Il comandante non ebbe il tempo di pensare. Semplicemente si fidò, non aveva altro da fare.

Heléna eliminò la distanza dal nemico lanciando la sua spada proprio nel momento in cui egli scomponeva la sua difesa per attaccarla. Non si curò dell’esito e si lanciò sul fianco scoperto. L’arma lanciata dalla donna si piantò sulla testa del bersaglio. Heléna rischiò di farsi trafiggere, lasciando sfilare tra il fianco e il braccio la spada di uno dei guerrieri di pietra. Afferrò saldamente la mano del nemico e diede una gomitata al suo volto, facendogli saltare un dente e sputare sangue. Portò il peso in avanti e poi lasciò che con il suo movimento, il nemico la avvolgesse. Usò il suo corpo come scudo e il suo braccio come arma. In un unico movimento due guerrieri di pietra si trovarono a trafiggersi l’un l’altro.

L’ultimo guerriero rimase atterrito nel vedere quella scena. La mano gli tremò e lasciò cadere l’arma. Corse indietro urlando di terrore. Heléna, presa dalla foga, accennò a seguirlo ma Xander la fermò.

«No. Dobbiamo tornare indietro».

Xander era gravemente ferito. Heléna lo guardò. Si mosse verso il soldato che aveva ucciso lanciando la spada e la estrasse, lasciando che dalla sua testa fuoriuscissero i brandelli del suo cervello. Con piccoli passi Heléna si allontanò da Xander.

«Devi correre verso l’accampamento». Lo sguardo di Heléna era confuso. Un accenno di lacrime le bagnò gli occhi, ma la bocca pronunciò le parole con un tono duro.

«Heléna, torna con me, è un ordine». Xander provò a imporsi.

«No».

«Sarai punita per la tua disobbedienza». La minaccia del comandante non aveva fondamento ma in quelle parole Xander mise tutta la sua sofferenza e la volontà di salvare la vita a un’amica prima che a un soldato.

«Se questi sono i tuoi ultimi ordini, io abbandono»

«Cosa?» Xander rimase stupito.

«Non appartengo più alla tua unità. Abbandono». Heléna staccò dall’armatura il blasone dell’esercito di Estarien, un piccolo stemma legato alla corazza, e lo lasciò cadere. Si voltò e cominciò a camminare sempre più veloce verso il palazzo del Signore di Pietra. Si voltò solo una volta indietro, poi proseguì.

Xander osservò attonito Heléna mentre scompariva. Si alzò in piedi e, lanciando un’occhiata sulla valle e vedendo che l’esercito di pietra avanzava impietoso, si diresse indietro verso l’accampamento.

***

Volteggiava in alto un avvoltoio, uccello mangiacarogne, osservando l’intera pianura piena di succulenti cadaveri. Guardò a est e vide oltre duecento uomini affollarsi e dirigersi nello stesso luogo.

Il volatile aveva gusti particolari, era attratto dai cadaveri freschi e quelli della battaglia più recente erano ancora caldi. Li sorvolò e vide in lontananza una donna ferita e profumata di sangue che correva verso un castello. Tra lei e i duecento uomini solo i cadaveri. Tra i cadaveri e l’esercito che un tempo vantava Heléna tra le sue fila, duecento guerrieri di pietra, pronti a morire per il Signore che aveva promesso loro gloria e potere e che gli aveva dato una forza magica che in pochi stavano realizzando di avere perduto.



Il Viaggio della Donna Guerriero – Parte II

30 settembre 2009 - 20:13 by immortal_bard

«Perché mi racconti questa storia?» Heléna parlò senza alzare gli occhi.

«Perché se questa non fosse solo una storia, allora il martello che brandivi potrebbe essere l’oggetto del desiderio di molti, di tutti coloro che conoscono la storia di Antozh, quella vera, e sanno che al di sotto di questa cinta di pietra che lentamente si sbriciola, egli attende di riavere la sua arma». L’uomo proseguì nella sua melodia che si fece più tetra.

«Il figlio maledetto degli Dei ha lasciato in eredità ai mortali le storie, quelle che attirano i potenti e i bramosi. Egli ha lasciato la leggenda che chi avesse conquistato queste mura, questo forte, avrebbe avuto il potere degli Dei. Nessuno può dargli torto. Non hai idea di cosa potrebbe accadere se quel martello finisse nelle mani sbagliate» concluse il vecchio con tono solenne.

«Ma… è solo una storia… e poi… il martello della tua storia è andato perduto» Heléna alzò lo sguardo dubbiosa e turbata.

«Non a caso esso è arrivato fino a te, ma attraverso le mani ferite di un uomo, tuo padre, che lo trovò e te lo lasciò in eredità perché sapeva che esso ti avrebbe potuto dare ciò che a lui non era stato concesso…»

«Basta! Tu… dici solo menzogne». Heléna tremò nel riportare alla mente la dura infanzia che aveva avuto e con essa tutti i sogni e gli incubi in cui cercava suo padre e sua madre, e si chiedeva perché non era potuta essere una bimba normale in una famiglia normale.

«Sono un bardo… racconto solo delle storie». Il tono dell’uomo divenne indecifrabile. A tratti pareva sorridente, in altri momenti la voce tremava di estrema tristezza mista a nervosismo.

Heléna fissò l’ombra dell’uomo per lunghi istanti. Strinse ancora i pugni e sentì scivolarle una lacrima sulla guancia. «Non ho tempo per le storie». Con passi, per quanto possibile, veloci, Heléna riprese il suo cammino verso l’accampamento, voltando le spalle al vecchio, e allontanandosi pian piano.

L’uomo singhiozzò. Interruppe la melodia e rimase in silenzio. E una piaga sanguinante si aprì sulla sua mano.

***

Una mano curata si appoggiò sulla testa del martello. L’armatura lucida, dal colore grigio scuro, scintillò mentre l’uomo si chinava. Accarezzò l’arma come fosse un bambino nella culla. Antozh giaceva tra le macerie di quello che fino a pochi istanti prima era stato l’anello di pietra. Si curò che il mantello non toccasse terra e non mescolasse il suo color porpora con il fango.

***

Larke era uno dei soldati dell’esercito delle valli di Jhary non particolarmente abili in guerra ma riconosciuto come tale grazie ad altre capacità e perciò molto in vista anche tra i regnanti. Aveva speso più di vent’anni della sua vita ad accumulare ricchezze ma soprattutto fedeli seguaci che muoveva con la sua abilità oratoria, spinti dalla grandezza della fama che derivava dal semplice far parte della sua unità.

La fama e la ricchezza avevano fatto nascere in Larke il desiderio di avere sempre di più. Guardando indietro e osservando quanti sudditi aveva già raccolto, quanti adepti votati alla sua causa, e di quante risorse disponesse, Larke si accorse di che impero avesse la possibilità di costruire. E lo avrebbe fatto poco tempo dopo.

***

«Esiste un martello… il suo nome è Antozh, come quello del figlio maledetto degli Dei…». Gli occhi della vecchia erano ciechi eppure sembravano scrutargli l’anima. «Esso è la chiave che tu hai per ottenere ciò che desideri».

«Voglio sapere tutto». Larke incalzò la vecchia sacerdotessa.

«Tu vieni nella mia casa, aprì porte che a te sono precluse, parli con una serva che è stata ripudiata dagli stessi Dei di cui ora vuoi il potere, e con tale arroganza mi chiedi di rispondere alle tue domande?»

«Se vuoi avere il tempo di farti perdonare dai tuoi Dei, sarà bene che tu mi riveli ogni particolare». Larke assunse un tono minaccioso.

L’uomo aveva udito le storie dei bardi su questo leggendario martello. Esse lo avevano delineato come qualcosa in grado di trasformare un uomo quasi in una divinità e di dargli il potere di conquistare qualunque regno. Infine aveva trovato Karjha, una vecchia sacerdotessa ritiratasi a vita eremitica che si diceva fosse una delle poche persone a conoscenza della vera storia del martello.

La cattiveria dipinta negli occhi di Larke spaventarono la sacerdotessa. Ma essa non temeva per la sua vita ma per ciò che egli avrebbe potuto fare con quel potere tra le mani. E dunque gli raccontò la storia che voleva sapere, ma non come egli sperava. Gli raccontò del forte di pietra e del potere che derivava dall’anello di pietra, muro magico in grado di forgiare armature indistruttibili. Esso trasudava del potere che serviva per imprigionare il figlio maledetto degli Dei e, come cantavano i bardi, chi avesse trovato quel forte e l’avesse conquistato avrebbe ottenuto un grande potere. Ma Larke capì che non era una forza sufficiente per il suo scopo. Volle sapere come trovare e usare il martello.

«Il martello è inconfondibile. Io non posso descriverlo perché non l’ho mai visto, ma qualunque uomo creda in lui lo percepisce. Esso però è maledetto dagli Dei, come il loro figlio imprigionato dall’anello. Qualunque uomo lo sfiori e tenti di brandirlo muore e la sua forza viene donata al muro. Soltanto se il figlio degli Dei, Antozh, verrà liberato allora ogni maledizione verrà distrutta».

«Come posso distruggere il muro?»

«Nessuno può. Nessuna creatura dal sangue mortale può brandire il martello e soltanto Antozh ha il potere di distruggere l’Anello di Pietra» replicò Karjha.

«Tu menti!»

«Morirai a causa di quel martello. Devi desistere dalla tua ricerca». Lo sguardo fermo di Karjha fece raggelare l’uomo. Un profondo senso di paura si radicò nel suo animo e fece presa sulle debolezze del suo cuore.

Larke uscì contrariato dalla casa della sacerdotessa. Non aveva ottenuto ciò che desiderava se non una versione più credibile delle leggende che già conosceva.

«Che gli Dei lo tengano lontano dal martello…» Karjha rivolse la sua preghiera sollevando gli occhi ciechi verso il cielo, mentre udiva la porta chiudersi con violenza.

***

Il desiderio di potere continuava a crescere e già dopo poco tempo Larke era arrivato a desiderare ben più delle terre della Costa del deserto. Voleva rendere illimitata la grandezza del suo impero. Aveva bisogno del potere di Antozh, il figlio degli Dei.

Larke continuava a combattere per il suo esercito ma dentro di sé costruiva le strategie per forgiare il suo impero. La brama di conquista cresceva con la sua fama. Ma la soluzione ai suoi problemi stava per arrivare durante un allenamento incrociato con le unità dell’armata del sud di Estarien.

***

Larke non credette ai suoi occhi. Sentì il cuore battergli più forte di quanto avesse mai fatto. Un soldato, una donna, brandiva nelle sue mani un martello che emanava una strana aura di fascino. Era Antozh, ne era sicuro.

L’uomo osservò la donna e quanto gelosamente non permettesse a nessuno neppure di sfiorare la sua arma. Fu emblematico quando, disarmata dal suo comandante, egli provò a raccogliere il martello da terra ed ella lo fermò decisa. «Come desideri Heléna» aveva detto l’uomo, allontanandosi dall’arma. Quel nome si impresse bene nella mente di Larke.

Giunse la notte. I soldati dormivano sparsi tra le baracche e le tende dell’accampamento dove le due unità stavano allenandosi insieme. Larke vide Heléna stesa. Il martello era sorprendentemente libero da ogni corda o catena e giaceva accanto a lei. Forse era troppo stanca e si è addormentata prima di metterlo al sicuro, pensò. Capita anche ai migliori, disse a se stesso.

Larke si avvicinò silenzioso all’arma. Rimase immobile per diversi istanti. Si guardò attorno. Non c’era nessuno che potesse vedergli rubare quell’arma. Era un’occasione perfetta. Allungò la mano. Improvvisamente sentì un brivido lungo la schiena. Fu assalito da sensazioni di disagio che lentamente si trasformarono in puro terrore. La mano cominciò a tremare e non osò andare oltre. Fuggì dietro una tenda sconvolto. Heléna aprì gli occhi, incurante e ignara dell’accaduto.

Non posso toccarlo. Come è possibile che quella donna lo brandisca. Il martello è Antozh, ne sono sicuro. Come posso sfidare la collera e le maledizioni degli Dei?

«Io», esitò. «Io non posso farlo» concluse. Per la prima volta Larke aveva trovato davanti a sé tutta la sua codardia a ostacolarlo.

Larke trascorse la notte sveglio a riflettere su ciò che era accaduto. Doveva trovare una soluzione alternativa. Insieme al sole, all’alba giunse anche l’illuminazione che aspettava. Perché devo fare io ciò che può fare un altro? Ho costruito quello che sono anche su questo principio. Farò così anche con lei. Devo solo trovare il modo…

«Heléna devo confessarti una cosa».

Larke udì le parole di un giovane che si era messo in luce durante gli allenamenti. Sembrava l’unico ad avere un qualche genere di rapporto di amicizia con la donna. Il soldato di Jhary intese subito che tra i loro cuori c’era qualcosa di ben più grande dell’amicizia. Ancora una volta la soluzione ai suoi problemi aveva trovato un nome.

«Albert…». Heléna si accoccolò tra le braccia del compagno, vicino al fuoco che scaldava la sera umida nell’accampamento.

«Tu sei molto importante per me». Albert concluse la sua confessione abbracciando Heléna e poggiando la sua guancia sulla testa della donna. Poi fu silenzio.

Larke aveva a disposizione tanti mezzi per influenzare l’opinione di generali, comandanti e con facilità di semplici soldati. Alcuni tra i bardi più meschini sono disposti a raccontare pure menzogne per pochi denari.

L’ambizione e i sentimenti spesso non vanno d’accordo… e l’ambizione può essere uno strumento perfetto per plasmare la mente di un uomo. Larke lasciò che i suoi pensieri lo coccolassero nei sogni di gloria.

Albert era la risposta a tutti i suoi problemi. Doveva lavorare con pazienza seguire, passo dopo passo, la strada verso la vittoria. Il suo legame con Heléna era la chiave di tutto.

Larke poteva dunque iniziare il suo piano di conquista. Avrebbe Lottato ancora per l’esercito di Jhary ma dentro il suo cuore avrebbe saputo di farlo solo per poter stare vicino ad Albert e per preparare ciò che sarebbe stata la svolta della sua vita.

***

Nonostante la sua grandezza, Larke era uno che non aveva mai brillato per coraggio e coerenza e aveva costruito buona parte della sua posizione sull’immagine e sulle parole. Basò il suo impero sugli stessi principi. Inventò un nome fittizio sotto il quale agire e trascinare con sé i suoi guerrieri.

Larke svanì nel nulla. Cercò per un anno il forte di pietra di cui parlava la leggenda e infine lo trovò e ne raccolse il potere. Quando tornò seppe trascinare con sé i suoi vecchi sudditi. Diede loro il potere delle armature di pietra, impenetrabili e impregnate di magia. Iniziò col trasformare la rocca e farla diventare il suo quartier generale, poi invase piccole città, villaggi, terre e castelli. Non si fermò più e costruì passo dopo passo quello che era il regno del Signore di Pietra. Soltanto lui sapeva che quel misterioso re, altero e severo, non era lo sconosciuto che tutti credevano che fosse. Ma tutto ciò non era sufficiente per dominare il mondo.

I frutti di ciò che aveva seminato cominciavano a nascere. Heléna era coinvolta nell’anima e nella mente. Albert, tradito dalla donna cui tanto era legato, aveva seguito Larke ed era stato trasformato nel Signore di Pietra. Ormai tutto era pronto.

La guerra proseguiva tra i regni delle terre della Costa del deserto e l’impero di pietra e i burattinai disseminati da Larke continuavano a svolgere il loro semplice ma utilissimo lavoro. Presto l’unità in cui Heléna, colei che possedeva il martello in grado di distruggere la prigione dell’anello di pietra, sarebbe arrivata al suo forte. Avrebbe aspettato solo che quella donna, distruggesse il muro per lui e cancellasse ogni maledizione per ucciderla e prenderle il martello.

Ancora una volta, senza apparire codardo, con il minimo sforzo personale e al costo della vita di altri, avrebbe ottenuto ciò che desiderava. Avrebbe soltanto dovuto attendere.

***

La mano si strinse attorno all’impugnatura di Antozh. Larke sentì una strana forza assalirlo. Un alito di vento lo colpì in volto, sentì brividi lungo la spina dorsale. Larke fece forza sul braccio, più di quanta ne fosse necessaria per sollevare un martello comune. Chiuse gli occhi nel timore della morte. Sollevò Antozh e lo protese verso il cielo. Un urlo di vittoria echeggiò in tutta la vallata.

Il respiro dell’uomo si fece affannoso come se avesse corso per ore. L’emozione era tangibile. Poteva percepire il suo stesso corpo che emanava vibrazioni, simili a gemiti di piacere. Accarezzò ancora il martello. Tutto ciò che era, tutto ciò che era stato non aveva più importanza. La sola cosa che divenne fondamentale fu il futuro imminente.

Stringendo nel pugno il martello, Larke sentì tutta la sua potenza entrargli in corpo. Forse l’adrenalina, forse l’emozione o forse davvero la magia dell’arma gli fecero sentire brividi vibranti lungo la schiena.

Guardando i soldati morti per lui, credette di sentire le voci delle loro anime che lo imploravano di ridare loro ciò che gli era stato tolto. Li ignorò.

Vi ho addestrato, vi ho dato forza e delle armature impregnate della magia rubata all’anello di pietra, mia ultima vera conquista. Ora questo muro non ha altra utilità. Grazie alla sua caduta potrò avere molto di più. Vi sarò sempre grato per l’aiuto nelle conquiste e nella guerra ma avete avuto il vostro momento di gloria, non vi devo null’altro.

«Io sarò il nuovo signore di queste terre». Larke strinse con forza l’impugnatura del martello. La voce inizio come un sibilo, poi seguì un altro urlo liberatorio. Con Antozh proteso in alto, l’intera vallata poté udire il sommo gaudio di Larke, il Signore di Pietra.

***

Le parve quasi che tremasse la terra sotto di lei. Heléna percepì l’aria farsi stranamente secca. Aveva voglia di urlare, voglia di piangere e di abbandonarsi alla pioggia. Poche gocce avevano cominciato a bagnarle il viso. Sembrava quasi che gli Dei stessero piangendo i tanti morti e volessero lavare con le loro lacrime le colpe degli uomini. Ma dentro di sé Heléna sapeva che gli Dei non si curavano degli esseri mortali, né della loro felicità.

Perché dovrebbero piangere la morte di uomini che trapasseranno diventando loro fedeli sudditi nei regni immortali? Perché dovrebbero pensare a noi e alla nostra gioia, quando lasciano che una bambina perda tutto e debba combattere contro il suo passato? Ho sconfitto il fantasma di colui che m’ha abbandonato a una vita che non volevo, ho distrutto il muro di un amore impossibile… e per farlo ho perso tutto… anche me stessa.

Heléna riprese a camminare, tanto più lentamente quanto più si faceva vicino l’accampamento. Rifletteva sull’incontro fatto poco prima. Era stato così bizzarro eppure al tempo stesso l’aveva impressionata.

Xander le corse incontro. Si fermò dinnanzi a lei e la fissò in volto, sebbene ella tenesse lo sguardo rivolto al terreno.

«Abbiamo vinto». Il comandante le sorrise. Il suo tono era trattenuto. L’uomo avrebbe voluto urlarle la gioia che aveva in corpo, abbracciarla e dimostrarle tutta la gratitudine per una battaglia condotta da cocciuti, impavidi e sconsiderati gesti di una donna.

«Si».

«Tutto qui? Abbiamo sconfitto il Signore di Pietra e costretto i suoi soldati alla ritirata… Heléna…» Xander intuì che la ragazza non era seria per le ferite, ma provò a scuoterla un po’.

«Devi andare in infermeria e prepararti per festeggiare, stasera è la tua sera e non puoi deludere tutti i tuoi compagni». Xander poggiò le sue mani sulle spalle di Heléna, rivolgendole un tocco quasi paterno. Il suo tono divenne dolce, come se volesse invitarla a lasciar uscire da lei ciò che le ottenebrava la mente.

«Lo farò. Non deluderò nessuno». Heléna alzò lo sguardo. Gli occhi erano lucidi, le guance ancora sporche di sangue e polvere. I suoi occhi neri continuavano a splendere nel buio, ai riflessi del fuoco.

La pioggia si fece più intensa. Xander tolse il mantello e avvolse con esso le spalle della ragazza. Heléna ringraziò gli Dei perché le lacrime del cielo nascosero le sue.

«Voglio vederti nel cortile a festeggiare stanotte». Il comandante tornò marziale per un istante, parlando come se le stesse dando un ordine. Heléna sapeva che era solo un modo per cercare di aiutarla a superare quel momento. Apprezzava le capacità di comando di Xander e lo ammirava molto, ma in quell’istante tutto ciò che desiderava era restare sola.

Heléna rientrò nella sua tenda. Gemendo per il dolore, svestì l’armatura. Sciolse i lunghi capelli lisci e neri, liberò il suo petto a profondi respiri. Raccolse un panno di stoffa e cominciò ad asciugarsi il viso. Il suo sguardo si posò sulla spada poggiata sul tavolo. Il bagliore del fuoco sul cortile dell’accampamento e le candele all’interno della tenda sembravano disegnare strani colori sulla lama di Albert. Rimase a fissarla per lunghi attimi. Poi repentinamente la raccolse e la scagliò lontano.

«Non ti voglio più vedere!»

La spada volò dal tavolo, rimbalzò sulla tela del tendone e terminò il suo volo a terra, rumorosamente. Heléna scoppiò in un pianto disperato, inginocchiata con il viso e le mani appoggiate sul tavolo.

«Deve esserle successo qualcosa, ma finché non sarà lei a parlarne nessuno dovrà chiederle niente. Fate in modo che stasera non pensi alla guerra». Xander fece le sue raccomandazioni a uno dei soldati, quindi rimase qualche istante a guardare la sagoma della donna in controluce.

«Cosa ti è successo, ragazza mia?»

Xander si avvicinò all’ingresso della tenda. Accostò il telo con il fodero della spada e non guardò dentro.

«Tutti gli infermieri sono occupati… sei presentabile?»

«Ehm… si» Heléna si alzò in piedi e cercò di nascondere i suoi singhiozzi all’udito e le sue lacrime alla vista. Xander entrò. Aveva in mano garze e disinfettanti, filo per sutura e vari medicinali.

«In realtà non ho voluto disturbare gli infermieri che hanno lavorato tutto il giorno e ora sono già in cortile a festeggiare», Xander sorrise a Heléna avvicinandosi un po’.

Heléna sorrise di rimando, asciugandosi ancora gli occhi con il panno che stringeva tra le mani.

«Tutto bene?»

«Si». Heléna rispose con poca convinzione.

«Posso aiutarti a fasciare le ferite?»

«Faccio io». Xander sapeva che non gli avrebbe permesso di aiutarla. Heléna non amava mostrarsi debole, e farsi curare le ferite dal proprio comandante per lei significava proprio debolezza.

La ragazza prese la sacca dalle mani di Xander e cominciò ad armeggiare con garze e disinfettanti.

Senza curarsi della presenza di Xander, Heléna cominciò a spogliarsi, voltandosi verso il giaciglio. Scoprì una spalla. Aveva il petto parzialmente nudo ma Xander non poteva vederlo. Heléna era bellissima e in molti avrebbero giurato che nessun uomo potesse avere il coraggio di dire il contrario. Il corpo era sinuoso e scolpito dagli anni di allenamento, eppure femminile e aggraziato.

Heléna trattenne qualche lieve gemito. Le sembrava che le erbe e le miscele medicinali le bruciassero la carne viva. Seguì i tagli sul corpo, sulle gambe e sulle braccia. Percorse una lacerazione profonda che sanguinava ancora un po’ lungo la schiena. Provò a medicare la ferita ma non riuscì a raggiungere quei punti del suo corpo. Guardò indietro verso Xander. Si morse le labbra un po’ imbarazzata.

«Però non guardare…»

Sorrise leggermente, sapendo che senza l’aiuto di un’altra persona la schiena avrebbe continuato a sanguinarle.

«Non lo farò».

Xander rispose al sorriso.

Con gesti lenti e gentili, lontani dalla rudezza di un guerriero, l’uomo prese gli impacchi e i panni e cominciò a lavarle il sangue raggrumato sulla schiena. Heléna strinse i denti per trattenere il dolore mentre con le mani si teneva l’abito e i capelli.

«I tuoi compagni ti stanno aspettando per festeggiare»

«Lo so». Heléna rispose con tono mesto.

«Ti va di parlare di ciò che ti turba?»

«No». La risposta fu secca. La donna lasciò cadere i capelli e tirò su l’abito. Si voltò verso Xander e sembrò chiedergli silenzio con lo sguardo.

«Va bene, ma voglio che stasera ti goda la vittoria e qualunque cosa ti stia turbando svanisca dalla tua mente… sia pure solo per adesso. Quando vorrai… sappi che io ci sarò». Xander cercò di rassicurarla con lo sguardo, le carezzò la spalla e poggiò le garze sul tavolo. Notò la spada per terra, i segni del tavolo sul terreno e lo squarcio sulla tenda. Capì che qualcosa affliggeva Heléna e non era cosa da poco, ma in quel momento ciò che era meglio per tutti era lasciarla sfogare da sola. Xander uscì dalla tenda senza dire altro, quindi si allontanò, andando verso il cortile.

Heléna sedette su uno sgabello, gambe larghe, gomiti sulle ginocchia e viso tra le mani. Passò più e più volte le dita sugli occhi, sulla bocca e i palmi sulle guance, come volesse lavare dalla sua faccia i segni della battaglia. Alzò lo sguardo e fissò per qualche istante la spada di Albert che giaceva come un cadavere al suolo. Poi i suoi occhi neri si spostarono su un baule al cui interno aveva conservato quelle cose che non tirava fuori spesso. Si alzò e lentamente si avvicinò a esso. Girò la chiave e le parve quasi di dischiudere un mondo nuovo. Tra vecchi oggetti vide un abito molto bello. Era verde scuro, lungo e molto femminile. Era un regalo di Albert. Non l’aveva mai usato. Era nuovo, elegante ma al tempo stesso sobrio e semplice. Pochi merletti e qualche decorazione ricamata, nulla di più. Provò un brivido sfiorando la stoffa un po’ impolverata. Titubò nel tirarlo fuori dal baule. Una lacrima, stavolta non di disperazione, le scivolò sul viso.

La sera della vittoria contro il Signore di Pietra, la notte in cui aveva incontrato di nuovo Albert, sarebbe stata una notte diversa. Quella notte avrebbe visto la donna Heléna, non la guerriera. Non un solo segno delle battaglie o delle armi sarebbe rimasto nella sua mente. L’unica memoria del passato sarebbe stato l’abito che era il vivido ricordo di un amore mai rivelato.

Heléna uscì dalla tenda. L’abito le stava un po’ stretto. Slegò qualche laccio, inspirò profondamente e con passo più fiero e un sorriso sulle labbra, forse un po’ forzato ma necessario, si avviò verso il luogo ove i suoi compagni stavano già festeggiando da quasi un’ora.

Xander la vide spuntare dal buio. La luce ondeggiante dei braceri al centro del cortile le illuminò il volto di rosso. Ci fu un attimo di silenzio. In molti non la riconobbero. I musici fecero scemare la musica.

Heléna si guardò attorno mentre avanzava, avvicinandosi al suo comandante.

«Un calice di vino, Heléna?»

Lo stupore si dipinse sul volto di molti soldati. Altri sorrisero, alcuni la fissarono come se la stessero vedendo per la prima volta.

«Allora? La musica?»

Xander sorrise ancora e gridò gioioso incitando tutti a riprendere i festeggiamenti. Gli strumenti ricominciarono a produrre le loro melodie festose e gli uomini a ballare e brindare.

«Sono contento di vederti qui». Xander accarezzò vigorosamente la spalla scoperta di Heléna. «Ti sta molto bene questo vestito».

«Grazie comandante»

«Xander… ti prego, oggi sono solo un amico» la corresse. L’uomo le porse una coppa ricolma di vino rosso, profumato e corposo.

«Grazie Xander» Heléna accettò il vino e si rasserenò.

La donna rigida e sempre in ordine, abile guerriero prima di qualunque altra cosa, si trovò a ridere e scherzare, bere e mangiare in compagnia degli altri soldati. Heléna quasi non riconobbe se stessa. Bevve vino e altri liquori, rise e dimenticò per qualche istante tutto ciò a cui aveva pensato fino a poche ore prima. La mezzanotte passò, accompagnata dalla luna, sfondo di un cielo che si era anch’esso rasserenato dalle piogge del pomeriggio.

Erano rimasti in pochi nel cortile, ma ancora la musica risuonava nella valle. Le ballate erano canzoni popolari e si danzava in gruppo scambiandosi di compagno a ogni giro. Heléna guardò Xander che se ne stava vicino ai tavoli a sorseggiare ancora qualche calice. Lo invitò a unirsi al gruppo. Xander non voleva lasciarsi andare troppo, dato il suo ruolo in quell’accampamento ma, considerata la vittoria ed essendo rimasti solo in pochi e probabilmente abbastanza ubriachi da non ricordare nulla, si lasciò trascinare.

Proprio nell’istante in cui Heléna giunse tra le braccia di Xander la musica cambiò. Iniziò una melodia tranquilla che da tradizione segnava la chiusura dei festeggiamenti.

Heléna si strinse ai fianchi dell’uomo. Aveva gli occhi un po’ arrossati e lo sguardo spento, odorava di vino, forse ne aveva bevuto troppo, ma nonostante tutto era bellissima. Il rito di chiusura prevedeva che durante l’ultima canzone, a uno a uno, tutti coloro che stavano festeggiando e suonando uno strumento, si staccassero dalla danza gradualmente, come se l’inno agli Dei scemasse con grazia e non repentinamente.

«Va tutto bene?»

Xander continuò ad accompagnare i movimenti di Heléna, sensuali e sinuosi come mai prima di quel momento. Percepiva il suo malessere.

«S… si…». Heléna rispose fermandosi. Fissò negli occhi per qualche istante Xander, quindi ebbe un mancamento. Xander la sorresse. Fece forza sulle braccia e la trascinò fuori dal cortile. La musica scomparve lentamente alle loro spalle, mentre si allontanavano. Giunsero vicino alla tenda di Heléna, il luogo che era diventato la sua casa da quando era iniziata la guerra.

«Resterò qui finché sarà necessario…» Xander sostenne ancora Heléna. La donna si piegò leggermente in avanti, tossì e subito dopo vomitò. E credo che sarà per un bel po’ di tempo, pensò Xander mentre cercava di aiutare Heléna a non sporcarsi e a non cadere.

Xander fece sedere Heléna su di una cassa e le fece appoggiare la testa su un sacco di tela pieno. «Sta qui, ferma. Andrò a prendere un po’ d’acqua».

Usando un panno inumidito, Xander si prese cura della donna, pulendole il volto e cercando di rinfrescarla. Heléna barcollava ancora e non stava bene, tuttavia il malessere si era attenuato. Rimase seduta, accasciata su di un lato, con la testa appoggiata sul sacco di ortaggi.

«Perché hai messo sempre ogni cosa davanti a me?»

Xander, seduto accanto a Heléna, si voltò a guardarla e assunse un’espressione incuriosita. «Che vuoi dire?»

«Perché tutto il resto è sempre stato più importante di me? La spada, gli amici, i soldati, la guerra… perché?»

«Heléna ma di che cosa stai parlando? Tu sei sempre stata molto importante per me». Xander non capì cosa ella volesse dire.

«Non dire stupidaggini…» Heléna si alzò di scatto, barcollando e dando le spalle a Xander. «Non sono mai stata veramente importante per te…», ondeggiò ancora. Cadde all’indietro ma Xander fu pronto a prenderla e a tenerla in piedi. La schiena di Heléna si lasciò coccolare dal petto di Xander. Le braccia forti dell’uomo la sorreggevano da sotto le spalle.

«Sei sempre troppo occupato con te stesso per accorgerti di me… ma non è questo quello che mi dicevi». Xander rimase in silenzio ad ascoltare, cercando di interpretare quelle parole.

«Più di una volta mi hai detto che ero la cosa più importante che avevi eppure sei sempre stato così freddo e distante». Xander continuò a non capire.

«E non mi lasciavi altra scelta che soffrire… indurirmi». Il braccio di Heléna si alzò e abbracciò dietro di sé il collo di Xander, come volesse tenerlo stretto a sé. Xander sentì la mano di Heléna passargli tra i capelli e avvicinargli il volto alla sua nuca, come se lo volesse più vicino.

Heléna rimase con le spalle poggiate sul petto di Xander e girò la testa, per quanto le fosse possibile. Strinse il capo dell’uomo con il braccio e lo tirò verso di sé. Le sue labbra si poggiarono su quelle dell’uomo. Lo baciò.

Un istante parve divenire un’eternità. La bocca di Heléna si stacco da quella di Xander, il braccio tornò al suo posto. Strinse le mani dell’uomo e le guidò attorno al suo corpo facendosi abbracciare, per farsi avvolgere.

Xander rimase atterrito, senza parole. Non riusciva a spiegarsi nemmeno una parola o un gesto di ciò che stava accadendo, e mai avrebbe immaginato che cosa Heléna stesse provando in quel momento. Pensò alle cose più disparate, provò a ricordare quando tutto ciò di cui ella aveva parlato fosse accaduto, ma non seppe darsi risposta. Perché in realtà, risposta non c’era.

«Dimmi il perché… Albert… dimmi il perché». Heléna pronunciò quelle ultime parole prima di addormentarsi tra le braccia di Xander. E tutto fu più chiaro.

***

Ali sbiadite volteggiavano in un cielo azzurrissimo. Le nubi parevano fatte di piume eppure l’aria era triste e si respirava dolore e sofferenza. Heléna si sentì cadere. Aprì gli occhi d’improvviso. Giaceva su qualcosa di soffice come bambagia e a stento riusciva a muovere la testa. Il corpo le pareva immobile e per quanto si sforzasse di alzare le braccia non si mosse di un centimetro. Sentì degli occhi poggiare lo sguardo su di lei. Si sentiva osservata. La sensazione crebbe a dismisura. Heléna provò a urlare ma solo un lieve gemito uscì dalla sua bocca.

Una creatura apparve dal nulla. Sembrava una donna ma sue erano le ali che aveva visto pochi istanti prima. Tutto il mondo attorno era irreale eppure le sembrava di aver già visto qualcosa di simile, come fosse un misto tra il suo mondo onirico e la realtà di molti anni prima. Come fosse l’ombra di anni che la sua mente aveva dimenticato perché vissuti quando era ancora troppo giovane per poterli comprendere.

«Il martello è Antozh, e tu ne sei la custode».

Heléna udì la voce rimbombarle nella testa. Era soave e dolce ma al tempo stesso le riempiva di dolore il cranio. La creatura parlò ancora, ripetendo le stesse parole, e poi ancora e ancora. Heléna non riuscì a muovere le braccia, era inerme di fronte a quella donna alata, bellissima ma che le infondeva uno strano timore reverenziale. Non riuscì a parlare, non poteva gridare. Chiuse gli occhi e urlò nella mente. Tutto il mondo attorno prese a girare ma adesso v’era solo uno strano ronzio che le occludeva le orecchie. Il fastidioso rumore svanì lentamente lasciando posto a una delicata melodia che si interruppe nell’esatto istante in cui Heléna aprì gli occhi. Era nella sua tenda.

«Era solo un sogno». Heléna scoppiò quasi in una risata isterica prima di cascare giù dalla branda, impaurita da una presenza vicino a lei.

«Buongiorno Heléna, stai meglio? Sei stata inquieta per tutta la notte». La voce di Xander la tranquillizzò. «Devo scoprire chi è riuscito a calmarti con le sue melodie fuori dalla tenda. Qualcuno dei soldati ha suonato per te tutta la notte». Il comandante sorrise alla ragazza.

«Sei… rimasto qui tutta la notte?»

«Si». Xander rispose con un leggero sorriso e lo sguardo di chi non ha chiuso occhio per tutta la giornata. «Come va adesso? Sono finiti gli effetti del vino?»

«Mi gira un po’ la testa… ti prego… non voglio che mi vedi in questo stato» improvvisamente lampi della sera appena trascorsa tornarono alla mente di Heléna e il rossore dell’imbarazzo le coprì il volto.

«Ieri sera io… tu… Xander…»

«Ieri sera non è accaduto nulla di importante. Eri ubriaca e ti sei sentita male. Ti ho accompagnata qui e ho vegliato su di te». Il sorriso di Xander fu disarmante.

«Si… capitano». Heléna sentì tornare il legame formale che c’era tra lei e Xander, il comandante della sua unità di soldati.

«Adesso datti una rinfrescata e rimettiti in sesto». L’uomo si alzò in piedi e lanciò un panno umido e fresco verso la ragazza. Heléna lo afferrò al volo, dimostrando prontezza di riflessi anche in uno stato non ottimale.

Xander uscì dalla tenda e si diresse verso il cortile. Guardò attorno a sé e vide che nessuno dei musici si trovava nei paraggi. Eppure la musica è finita pochi minuti fa, pensò. Cercò con attenzione, incuriosito da chi dei suoi uomini avesse potuto fare qualcosa del genere, ma non trovò nessuno.

A poca distanza di cammino, piedi feriti e sanguinanti si trascinavano sul terreno, ricoperti di piaghe. Le corde dello strumento vibravano ancora ma all’uomo incappucciato, ormai giunto lontano dall’accampamento, mancavano le forze per creare ancora altre melodie. E ancora una piaga si aprì sulla sua pelle.



Il Viaggio della Donna Guerriero – Parte I

30 settembre 2009 - 20:11 by immortal_bard

* Heléna e l’Anello di Pietra *

Una stella è nulla di fronte all’universo, eppur brilla. La brevità del tempo concesso a un uomo racconta storie uniche. Forse un bardo non può narrare in poche parole i dettagli di anni, ma di sicuro attimi possono essere tanto intensi, da regalare l’amore, la violenza, la passione, la vita e una guerra tra due persone, in un solo cortissimo istante…

***

La mano sanguinante stringeva il martello. La testa dell’arma pesava come quintali, aggravata dall’impietosa stanchezza e dalle ferite. Si affidava al bastone dell’arma, appoggiandovisi, quasi chiedendogli una speranza. Era il martello che Heléna aveva temprato, battendolo più e più volte sui propri nemici. Lo aveva ricevuto in dono da suo padre, uomo che neppure aveva conosciuto, e su di esso erano da sempre circolate leggende che lo dipingevano come unico nel suo genere, in grado di distruggere ogni sorta di magia. Quell’arma l’aveva accompagnata sin da bambina, quando era stata presa in cura dalle ancelle della guarnigione dei soldati. Antozh, nome scritto con un’incisione sull’impugnatura, era divenuto ormai la sua stessa anima.

Heléna si guardò attorno. C’era solo un campo di battaglia desolato. Pochi erano gli scontri, ormai tutti duelli e tutti a grande distanza da lei, ma combattuti con violenza tale da farle udire i rintocchi del metallo sugli scudi, l’incrocio delle lame e le vibrazioni del ferro che risuonavano di morte.

La battaglia sembrava essere giunta al termine. I due eserciti erano spossati e le ondate di uomini che si erano susseguite negli scontri erano quasi esaurite. Heléna tossì e sputò sangue. Guardò le chiazze ai suoi piedi e in esse rivide tutta la sofferenza che aveva provato, quella che l’aveva temprata e che l’aveva resa guerriera, ma che al tempo stesso le aveva rubato emozioni e sicurezza.

Uno dei portoni della cinta muraria del forte si aprì rumorosamente, attirando l’attenzione di tutti. Altri guerrieri uscirono, gridando e digrignando i denti. Le lame scintillavano nel crepuscolo e con passi veloci si avvicinavano ai superstiti.

Il comandante Xander guardò la scena con occhi disperati. Sebbene fossero meno di venti, egli sapeva bene che avrebbero lottato come cento, protetti da quelle armature rafforzate dall’anello magico del Signore di Pietra. Lanciò un’occhiata verso Heléna e la richiamò. Urlò affinché tutti ripiegassero, compresa la sua unica guerriera giunta sino alla cinta di mura di pietra.

Heléna rimase immobile. Ispirò e afferrò a due mani il martello. Facendo forza con il busto, lo sollevò e lo fece roteare. Colpì il muro davanti a sé. Un’altra crepa si aprì profonda. Era un muro spesso, ed era alto almeno cinque metri. Appariva impenetrabile ed era la fonte della magia del suo signore. Esso era l’Anello di Pietra. Si narrava che chi avesse trovato e conquistato le mura di quel forte, avrebbe ottenuto la forza degli Dei e avrebbe potuto regnare sui mortali. Su quel lago di sangue ove si combatteva nessuno avrebbe osato negarlo.

Xander gridò ancora il nome di Heléna e le ordinò nuovamente di ripiegare. La donna non si mosse e colpì un’altra volta. Le braccia cedettero al secondo colpo e la testa del martello cadde al suolo. Heléna si sostenne con l’impugnatura, lo sguardo basso, il respiro affannoso. Era da sola, davanti al muro che doveva abbattere.

Aprire una breccia significava avere una possibilità di vincere la battaglia e con essa la guerra contro il Signore di Pietra.

I pensieri di Heléna si ruppero in un sol colpo. Una mazza scese violenta sulla sua schiena, facendola cadere accanto al suo martello. Al contrario dei suoi compagni impegnati a inseguire l’esercito di Xander, un guerriero di pietra aveva scelto come bersaglio la solitaria Heléna. Si avvicinò ridendo sadicamente, fissando la donna inerme di fronte a lui.

Heléna era stanca e ferita, ma il suo nemico peggiore era la disperazione. Vide la testa chiodata della mazza sollevarsi in aria e coprire la luna nascente. Un lampo di forza le corse nelle vene e con un movimento quasi innaturale ruotò su se stessa agganciando con le gambe le ginocchia del nemico. Il guerriero cadde, perdendo la presa sull’arma. Heléna balzò in piedi, afferrò il suo martello e con un solo colpo pose fine alla vita del nemico. Antozh era un’arma fuori dal comune.

Non aveva più un filo di energia. Heléna si trovò di nuovo sola, contro un muro. Alzò lo sguardo e il suo viso si illuminò di una strana e incomprensibile sorpresa. Il Signore di Pietra era in piedi sopra il muro. La osservava con sguardo impassibile e inespressivo, esattamente sopra il punto in cui i colpi del martello avevano prodotto le crepe più profonde.

Heléna si sentì morire. Un turbinio di emozioni le confuse la mente. In un attimo immaginò di abbandonarsi alla sconfitta, quello dopo sentì la determinazione di voler vincere a ogni costo. Ancora una volta strinse il martello e diede un sonoro colpo al muro. Alzò lo sguardo e fissò per pochi eterni istanti gli occhi vuoti del Signore di Pietra. Un piccolo scintillio dormiva sulla sua guancia. Heléna lo vide. Soltanto lei poteva sapere cosa fosse quella lacrima.

***

La mente tornò indietro a quando aveva appena terminato l’addestramento. Lunghe erano state le giornate e ancor più le notti. Al suo fianco c’erano solo uomini che spesso la guardavano come un essere incapace di fronteggiare il nemico. Era solo una donna. Il petto prorompente, il fisico snello e scattante, i capelli e gli occhi neri e profondi, come poteva una ragazza così bella essere capace in battaglia? In molti avrebbero voluto combattere con lei ben altre lotte eppure solo uno era stato in grado di avvicinarla. Il suo nome era Albert.

Col passare del tempo Heléna aveva guadagnato il rispetto di molti, e non soltanto quello. Albert la ammirava e sapeva che il suo giudizio contava molto anche per lei. Più il tempo passava e più Heléna faceva del compagno il suo confidente. Albert, dal canto suo, le raccontava dei sogni della sua vita, delle sue ambizioni e dei suoi desideri. Ma c’era qualcosa in lui che la metteva a disagio. Era come se un suo lato molto importante fosse imperscrutabile, quasi troppo perfetto nel suo essere.

«Un giorno sarò re» disse Albert una sera, proiettando il suo sguardo verso le stelle. Gli occhi tornarono su Heléna, seduta al suo fianco sul tronco di legno che fungeva da panca.

«Come farai?»

«Non lo so» rispose Albert alla domanda sincera di Heléna.

Il sole era appena tramontato, un altro giorno era andato e quello seguente sarebbe stato molto importante: dovevano andare per la prima volta in battaglia.

Albert rimase più di un’ora seduto a riflettere, dopo che Heléna era andata via. Quella donna stava diventando troppo importante e la paura di perderla in un combattimento era grande. Provare qualcosa per un compagno di battaglia può far saltare strategie complesse e compromettere l’esito della contesa, così aveva studiato. Sebbene il suo cuore palpitasse alla sola vista di Heléna, pensò ancora che in guerra è bene non avere preferenze né di compagni né di armi. Questi erano gli insegnamenti del suo maestro.

Il giorno della battaglia giunse. Albert ed Heléna erano coi piedi sulla polvere, fianco a fianco, spada e martello. Danzarono come se fossero un unico corpo, volteggiando tra i nemici con colpi leggiadri alla vista, coordinati e tanto micidiali quanto eleganti. Erano stati un corpo e una sola mente, ma il destino e le ambizioni, si sa, spesso non sono concordanti. Albert, battaglia dopo battaglia, divenne sempre più padrone delle sue potenzialità. Sapeva che sarebbe potuto diventare qualcuno importante e questo lo allontanò sempre di più da Heléna. Ella invece percepì che dentro quell’impenetrabile cotta di maglia che si era attaccata alla pelle dell’uomo, batteva ancora il cuore di un sognatore, con tante debolezze e tanta tenerezza. Ma l’evidenza di ciò che era più forte nel loro rapporto attendeva solo l’occasione giusta per emergere.

Giunse la prima sconfitta. Heléna dovette affrontare un nemico più forte di lei e Albert neppure se ne accorse. Era troppo occupato a uccidere soldati nemici e a farsi largo per permettere alla sua squadra di aprire un varco tra le linee avversarie. Fu il comandante a salvarla da morte certa.

La stessa sera, le ballate terminarono presto nell’accampamento. Non c’era aria gioiosa dato l’esito della battaglia. Heléna e Albert si trovarono soli al tavolo. Bevvero e parlarono di ciò che era accaduto, come spesso facevano durante l’addestramento. Si confidarono come un tempo e i cambiamenti di Albert divennero subito acqua passata. Rimasero sul cortile fino a tardi. Sorrisero insieme. Si baciarono, ma quel bacio non c’erano le stesse emozioni del primo e unico contatto che tempo prima avevano avuto.

«Io… non posso farlo» disse Albert con una strana oscurità negli occhi.

«Perché? Forse è osare troppo?»

«Non posso…» continuò in maniera criptica.

Heléna sentì il suo cuore spezzarsi. La sensazione che tutto fosse finalmente giunto a ciò a cui aveva sempre anelato era svanita in poche e semplici parole. E scoprì che non poteva fidarsi di Albert, non più come aveva fatto fino a quel momento. Lasciò trascorrere la notte e il mattino seguente firmò la lettera in cui chiedeva il trasferimento a un’altra unità. Non provò nemmeno a immaginare quanto quel gesto potesse aprire una profonda ferita nel cuore di Albert quando lo avesse saputo.

Pianse mentre camminava con la sacca in spalla. Heléna stava raggiungendo i suoi nuovi compagni di battaglia. Lo sguardo basso incrociò il volo di un insetto rosso. Questo si poggiò sulla corteccia di un albero lì vicino. Incuriosita, Heléna si avvicinò. Era una piccola coccinella. Accanto all’insetto v’era una goccia di resina indurita che aveva catturato un’altra coccinella. Vide la prima raschiarla con le zampette. La piccola coccinella non avrebbe mai potuto aprire quel guscio e anche se ci fosse riuscita sapeva che lì dentro, l’altro insetto non sarebbe più stato in vita. Ma la creaturina non aveva perso la speranza. C’era sempre qualcosa da scoprire. C’era sempre qualcosa da salvare.

Heléna giunse all’accampamento pochi minuti dopo. La scena appena vista le rimase impressa tanto che si fermò all’emporio e cercò un pendente a forma di coccinella. Ed ebbe fortuna. Lo comprò e lo indossò subito. Sentì che anche una minuscola creaturina poteva guidarla attraverso grandi difficoltà.

Nel buio e nel silenzio della sua stanza, Heléna pensava spesso ad Albert. Nella sua mente figuravano la difesa e la maschera che Albert aveva costruito e frapposto tra lei e le sue ambizioni. Anche se non l’aveva mai sentito dalle labbra dell’uomo, sapeva che il motivo per cui egli non aveva mai lasciato che sbocciasse qualcosa tra loro, era la sua voglia di realizzare i suoi sogni. Ciò che non riusciva a spiegarsi e che spesso si chiedeva, piangendo sul cuscino, era perché ella fosse sempre seconda a tutti gli altri desideri. Provò a scrivere una lettera. Non una, non due né tre volte. Più di cento volte accartocciò il foglio e lo gettò nel cestino. Non trovò mai la forza di scrivergli e il tempo per farlo divenne sempre meno tra una battaglia e l’altra. Imparò a ignorare quelle poche lettere che le arrivavano da lui, in cui le chiedeva il motivo della partenza, le chiedeva di tornare a trovarlo e al tempo stesso le raccontava dei suoi progressi, delle battaglie vinte e del prestigio che man mano acquisiva.

E così passarono gli anni. Le battaglie e le sofferenze, i compagni caduti e le ferite, nel corpo e nell’anima, disegnarono cicatrici nello spirito di Heléna. E tutto si nascose in un perverso oblio.

Un giorno di pioggia, un messaggero giunse con una notizia che era corsa di bocca in bocca e di regno in regno. C’era un nuovo tiranno che stava conquistando ogni terra. Si diceva che i suoi guerrieri fossero invincibili e che nessuna spada potesse trafiggere le loro corazze. Erano le armate del Signore di Pietra. Lo scompiglio più totale aveva colpito molti soldati alla notizia che un arcano potere magico avvolgesse quei soldati e le mura di un castello rimasto nascosto ai mortali per molti secoli. Heléna ripensò alle parole impresse sulla pergamena lasciata da suo padre insieme al martello, dentro il grosso cesto che abbandonò all’accademia dei soldati: Antozh abbatterà ogni muro magico e con esso ti darà l’amore e la gloria.

Un giovane irruppe nella sala comune del battaglione di Xander. L’armata del sud si sarebbe mossa per prima contro l’avamposto di pietra. Heléna sentì raggelarsi l’animo. Era la sua vecchia unità, quella dove lottava Albert.

«Capitano Xander, voglio andare anche io a combattere» le parole di Heléna furono quasi un’implorazione.

«Dobbiamo riflettere sullo spostamento strategico, lo sai bene» le rispose, perplesso dalla sua determinazione.

«Io posso abbattere le difese del Signore di Pietra» affermò stringendo il suo martello.

«Non comprendo la tua determinazione. Dobbiamo lottare tutti insieme, non possiamo permetterci di agire d’impulso» provò a tranquillizzarla.

«Xander, tu non capisci…» Heléna trattenne un singhiozzo e le lacrime che volevano fuggire dai suoi occhi, quindi uscì dalla tenda, alla ricerca di solitudine.

Lo scontro tra i battaglioni delle terre libere e l’esercito del Signore di Pietra era iniziato e le notizie giungevano ogni giorno all’accampamento dove Heléna attendeva trepidante. Il solo pensiero che avrebbe potuto combattere di nuovo con Albert la poneva in agitazione.

Heléna strofinava la stoffa contro il suo martello per lucidarlo e a un tratto la tenda dove si era rifugiata si aprì. Era Xander che con il volto scuro le annunciava che era giunto il loro momento. Heléna trattenne un gemito di gioia e subito lasciò spazio alla sua razionalità. Se era giunto il loro momento, era solo perché molti altri soldati erano morti nel tentativo di fermare il Signore di Pietra. Heléna tremò e perse la presa sul martello. Non le era mai accaduto.

Un passo dopo l’altro Heléna avanzò sul campo di battaglia a fianco dei suoi compagni. Poteva vedere la tensione nei loro occhi, la paura e lo sgomento. Ossa strappate dai cadaveri, teste e arti tranciati, ancora giacevano sparsi per la vallata. Sperava solo di non vedere il corpo di Albert.

L’eco di un urlo risuonò da ogni lato. I soldati di Pietra partirono alla carica. Erano di gran lunga inferiori in numero ma questo non li aveva fermati dal trucidare i soldati nemici né dal resistere a ogni assalto.

Heléna si guardò attorno cercando Albert tra i guerrieri alleati ma non lo vide. Tutto parve fermarsi quando lo stesso Signore di pietra apparve sul campo di battaglia. Spiccava per la sua armatura rosso porpora, come il sangue mischiato a fango delle sue vittime. La sua spada roteava e colpiva inarrestabile. Nessuno poteva più negare che un arcano potere si nascondesse dietro le sue conquiste.

Il tiranno avanzò tra i soldati avversari e a un certo punto la sua attenzione fu attratta da Heléna. Il re dei soldati di pietra cambiò la sua direzione e con passo sempre più determinato si spostò verso la donna. Heléna sentì le gambe irrigidirsi. Aveva appena abbattuto uno dei nemici e ora il più temibile tra gli avversari si stava dirigendo verso di lei. Desiderò che Albert fosse al suo fianco, che potessero danzare ancora. Morire in quel modo sarebbe stato il modo migliore che avrebbe mai potuto desiderare in quel momento.

L’elmo scuro lasciò uscire il vapore del fiato nell’umido freddo della valle. Il Signore di Pietra si fermò dinnanzi a Heléna.

«Unisciti a me. Il potere dell’anello di pietra, le mura del mio forte, mi rendono invincibile. Tutto questo sarà tuo quanto mio». Quelle parole la sconvolsero. La mano sinistra del tiranno sollevò la visiera: «l’ho fatto per me». Heléna rimase impietrita. «L’ho fatto per te». Il viso di Albert era segnato dal tempo ma era bello come quando l’aveva conosciuto. Era lui il Signore di Pietra.

«Perché?» Heléna rabbrividì. In un istante vide dissolversi tanti sogni e per certi versi sentì che la scelta che Albert l’aveva spinta a fare molti anni prima era stata giusta.

Il martello roteò e colpì pesantemente il petto del Signore di Pietra. Albert non reagì e cadde indietro. Non era mai accaduto in anni di vittorie. La spada, la stessa che aveva usato negli anni dell’accademia, tintinnò contro la pietra e la polvere. Albert rimase immobile, fragile. In un solo istante il nome che era nato dall’impossibilità di scorgere debolezza, tremò. Quasi tutti vedevano nel Signore di Pietra solo un potente e impietoso re tiranno, ma Heléna conosceva il cuore che batteva dietro quel freddo metallo.

Ogni soldato del tiranno corse in ritirata vedendo il proprio re rifugiarsi dentro le mura del suo impenetrabile forte.

Heléna rientrò nel suo accampamento ignorando i sorrisi gioiosi dei compagni. Antozh era riposto nel fodero e tra le mani ella teneva la spada che un tempo era stata di Albert. Una sorta di legame tra loro si era inspiegabilmente ristabilito… o forse non si era mai reciso. Pianse a lungo sul piatto della lama di quell’arma. I suoi singhiozzi echeggiarono nell’accampamento. Poi, la notte stessa, Heléna andò da Xander. Doveva parlargli.

«So come distruggere il Signore di Pietra».

«Cosa vuoi dire?» Xander guardò Heléna con aria perplessa.

«Non importa. Domani voglio andare in prima linea».

«Ma…» Xander provò a obiettare ma lo sguardo di Heléna gli fece intendere che ogni tentativo di contraddirla sarebbe stato vano. Si rassegnò. Non poteva dire di no alla guerriera che aveva portato in casa la prima vittoria dopo innumerevoli sconfitte.

Giunse l’alba. Heléna era già pronta. Strinse la coccinella al collo, quasi pregandola di indicarle la via giusta, poi corse nella mischia combattendo e abbattendo ogni nemico che le si parava davanti. Giunse di fronte al muro e lo colpì con tutta la forza che aveva in corpo. Non avrebbe smesso, non finché non avesse aperto una breccia.

***

La sottile linea che legava i loro sguardi era quasi tangibile. Era ancora una lacrima quella che bagnava la guancia di Albert, immobile sopra la magica cinta di pietra. Lo sguardo annebbiato dal sangue e dalle lacrime non fermò Heléna. Il suo martello ricominciò a battere contro il muro. Era la forza della disperazione, era la forza che per anni era rimasta sopita e mascherata, era lo spettro di una rabbia repressa di chi è impotente contro certe situazioni. Heléna era diventata una donna straordinaria. Era diventata capace di aprire brecce ben più profonde in muri ben più resistenti. E con un grido, l’ultimo colpo creò la crepa che fece vibrare il muro. Parve quasi che tremasse la terra. Albert rimase immobile sopra di esso, in attesa che cadesse. Ricordò quando ella gli aveva chiesto perché non avesse osato sognare, lasciare che tutto fosse spontaneo, lasciare che i sogni li legassero. Questa volta stava osando. Rimase ancora impassibile, lo sguardo fisso sulla donna.

In un attimo il muro crollò. Un rombo immobilizzò ogni persona, ogni combattente e ogni spada. Albert giaceva a terra in una pozza di sangue. Gli occhi erano rossi e stanchi ma la sua espressione era vera. Soffriva. Era debole. Anche lei piangeva. Heléna si avvicinò trascinando i piedi. Superò le macerie e raggiunse Albert. Lasciò cadere il martello accanto a lui, sentiva di non averne più bisogno. Si chinò. Lacrime bagnarono il viso insanguinato di Albert.

«Finalmente hai abbattuto il mio muro»

«Finalmente hai osato essere vero»

Heléna poggiò le sue labbra su quelle di Albert. Sentì l’amaro sapore del sangue mischiato al dolce sapore della passione. Lo strinse forte a sé. Si sfilò dal collo il pendente a forma di coccinella e lo appoggiò sul corpo dell’uomo. Gli occhi di Albert erano chiusi. Heléna si alzò in piedi e, disarmata, si avviò indietro verso l’accampamento.

La sua guerra era finita.

***

* Antozh, Figlio degli Dei *

Il pavimento della grossa stanza circolare vibrò. Era una cupola enorme, illuminata solo dall’arcano bagliore di un grosso cerchio d’oro fuso e in perpetuo movimento, che scavava sul pavimento un solco largo e fumante. Non c’erano ingressi né uscite, solo solide rocce levigate che componevano un unica tondeggiante parete. Al centro della sala si ergeva un trono, anch’esso fatto di pietra, ma scolpito e lavorato da un unico enorme blocco. Imponente nella statura, posta sul trono, sedeva una figura umana dalle dimensioni abnormi. La muscolatura era delineata in modo perfetto, le orecchie erano particolarmente lunghe e la testa era dura e altera. Con le mani poggiate sulle ginocchia, la schiena curva in avanti, tale figura avrebbe torreggiato su chiunque la guardasse da terra.

Briciole di pietra si sgretolarono come fossero sabbia, scivolando verso il basso e percorrendo i solchi della statua. Le palpebre si aprirono lentamente. Due occhi profondi e bianchissimi erano il contorno di pupille di un rosso intenso.

«L’anello di pietra è caduto».

La testa si piegò in avanti, come volesse guidare il resto del corpo. La pietra rimase salda e immobile. I muscoli del collo si contrassero facendo cadere gli ultimi residui di pietra attorno alla sua testa.

«L’anello di pietra è caduto». La frase risuonò più volte nella cupola. Il tono era sempre crescente. Divenne lentamente un urlo. L’aria vibrò e increspature, come create dal vento sul mare, solcarono la superficie del fiume dorato. Il figlio maledetto degli Dei si era svegliato.

***

Due occhi grigi, nascosti nel buio di un cappuccio, scintillarono per un attimo dentro uno sguardo vacuo e cieco. «Dove vai, ragazza?»

Heléna arrestò il passo. Era ferita e quasi priva di forze, al punto che faticava a reggersi in piedi. Alzò lo sguardo, prima fisso sul terreno, e si voltò verso colui che le aveva parlato. Sembrava un vecchio. L’uomo si appoggiava su di un bastone ricurvo a cui erano legati una moltitudine di fili sottilissimi. Il corpo era avvolto in un mantello verde scuro, provato dal tempo e dalla pioggia. Da esso emergeva solo un accenno di barba mal curata, grigia e sporca, e dei piedi nudi, fasciati con panni che coprivano le piaghe.

«Non temi la guerra?»

«Chi dei soldati in guerra oserebbe attaccare, ferire o uccidere un bardo incapace di difendersi, con la condanna poi di attirare su di sé la collera degli Dei?»

Heléna rimase in silenzio. L’uomo aveva risposto alla sua domanda con un’altra domanda ma ella non capì se il vecchio si aspettasse una risposta.

«Nessuno ragazza mia. Se c’è una cosa che ho imparato degli Dei è che essi apprezzano la musica e le parole di noi mortali».

Facendo due passi, l’uomo si avvicinò verso un masso e vi si sedette. Rimase in silenzio per un attimo e allargò un braccio come se volesse che Heléna si avvicinasse. La pelle era coperta di piaghe e ferite che sembravano essersi rimarginate e poi riaperte. Il vecchio doveva soffrire molto.

Heléna si guardò attorno, nel timore di veder giungere soldati nemici. Nessuno stava più combattendo nei paraggi.

«Violare le leggi degli Dei è un peccato che danna per sempre il corpo e l’anima e non rimane impunito. Per questo io continuo a cantare e scrivere racconti, perché è ciò che mi salva dai mortali e mi avvicina ancora…» il vecchio fece una pausa. Heléna percepì che lo sguardo dell’uomo, seppur nascosto dal cappuccio, si era innalzato verso il cielo. «Mi avvicina ancora alle volte celesti».

«Cosa vuoi da me?» Il tono di Heléna si fece serio, quasi cinico.

«Dov’è il tuo martello?»

Alla domanda del vecchio la donna strinse il pugno e si guardò alle spalle. Lo aveva lasciato indietro, come parte della sua vita. Lo aveva fatto di proposito perché esso, insieme al corpo di Albert erano il legame con il tempo che ella voleva dimenticare. Rimase in silenzio.

«Dunque non hai più con te il martello. Eppure avrai sentito mille volte cento storie diverse su di lui, il famoso Antozh. Non mi sarei mai aspettato che lo abbandonassi così». Le dita tremanti del vecchio si avvicinarono alle corde del bastone e cominciarono a pizzicarle, creando una melodia armoniosa e al tempo stesso triste come un canto funebre. Heléna abbassò lo sguardo e rimase immobile.

«Nel silenzio di questo campo di morte, ti narrerò una storia…»

***

Gli Dei erano compiaciuti di ciò che avevano creato. In mezzo ai comuni mortali essi volevano diffondere la conoscenza e le doti che li avrebbero resi non più semplici esseri inferiori ma creature capaci di dare un senso al mondo. Per questo avevano seminato l’arte, la scrittura, la musica e dotato alcuni eletti di voci soavemente sopraffini, altri di mente scaltra, altri ancora di mano abile. Ma al tempo stesso, gli Dei erano consapevoli che affinché questo potesse dare i suoi frutti, dovevano diffondere la conoscenza della magia, sublime e più alta forma di tutte le arti. Per questo motivo avevano creato Antozh, il figlio degli Dei. Egli era l’invenzione delle divinità più autorevoli ed era dotato di grande bellezza e grande potenza. Nelle sue mani risplendeva il metallo di un martello che da lui aveva preso il nome.

Esso poteva disegnare la magia e diffonderne la conoscenza e, all’occorrenza, distruggerla e riporla nella dimenticanza. Era lo strumento che Antozh avrebbe dovuto usare per ripartire nel giusto modo i semi degli Dei tra i mortali.

Mischiare mortale e immortale è pericoloso. Le ambizioni degli uomini, le loro lotte e la loro sete di potere, la brama di vittoria e il desiderio di piacere erano cose che si erano evolute nel tempo ed erano andate fuori da ciò che gli Dei avevano pensato. Queste cose avevano corrotto il figlio degli Dei.

Nato per un giusto fine, divenuto desideroso di sovrastare i suoi stessi creatori Antozh aveva cominciato a costruire il suo esercito, il suo regno e le sue armi. Usando il martello si era dato poteri che mescolati ad altri lo rendevano più forte anche di alcuni dei suoi padri.

Piansero gli Dei e sulla terra si riversarono infinite gocce di pioggia. Versarono lacrime quasi mortali mentre rinchiudevano il proprio figlio dentro una tomba di pietra, prima che dalla sua forza corrotta nascesse un impero inarrestabile. Raccolsero il martello e lo innalzarono come simbolo di rispetto e di forza. Esso aveva perso buona parte dei suoi poteri, rimasti sepolti con il suo vecchio portatore, ma da quel momento avrebbe ricordato sempre a tutti che cosa era accaduto in quel tempo. Il suo possessore avrebbe sempre avuto il rispetto di tutti gli altri Dei poiché era il portatore del ricordo.

Antozh, il figlio maledetto degli Dei, aveva violato le leggi dei padri. Ciò non poteva rimanere impunito. Come non poteva rimanere impunita nessuna violazione…

Sebbene il concetto di tempo sia molto difficile da capire per gli Dei, ne era trascorso molto. Malyn, una ninfa dei cieli, creatura di una divinità molto potente, si era innamorata. La musica e l’arte oratoria di una creatura l’avevano stregata, e a dir poco ammaliata. Giorno dopo giorno ella di nascosto planava in un bosco, unico luogo dove poteva incontrare all’ombra dei pini il suo amato. Era un uomo mortale, dotato dei migliori doni degli Dei. Divenne in brevissimo tempo un amore intenso e irrazionale. Ma l’uomo era solo un mortale e l’unico modo che avevano per vivere insieme felici sarebbe stato che egli divenisse immortale. Malyn pensò che se lo avesse preso come compagno d’amore, gli Dei lo avrebbero elevato al loro stesso rango. Così la ninfa cominciò a raccontare ai padri che si era innamorata e che era rimasta affascinata dall’arte e dalla divina poesia creata dal suo amore. Gli Dei ne gioirono e si domandarono chi fosse il fortunato tra i discendenti della stirpe immortale. Malyn lo tenne nascosto per molto tempo, rispetto alla vita di un mortale.

Un giorno, la ninfa conobbe la storia di Antozh. Nella sua mente confusa dai sentimenti suppose che se un uomo avesse brandito quel martello, gli Dei lo avrebbero accettato senza obiettare, così decise di andare dai padri e chiedere il martello affinché potesse darlo al suo compagno e rivelare così chi fosse. Agli Dei piacque l’idea perché se qualcuno era riuscito a creare tanta magia nel cuore della piccola ninfa, egli doveva sicuramente essere qualcuno degno di portare anche solo per un giorno il martello del ricordo.

Lo scompiglio e l’ira sconvolsero i cieli quando Malyn attirò lo sguardo degli Dei sul giovane uomo con in mano Antozh. Questa volta fu Malyn a piangere e non gli Dei. Uno per uno la guardarono sdegnati.

Il loro amore era uno scempio nei confronti della stirpe degli immortali, e lo era ancor di più perché il martello era finito nelle mani di un misero mortale. L’arma era stata contaminata, nessun essere divino l’avrebbe mai più voluta toccare. Fu gettata in un fiume, perché non fosse più trovata né brandita. Malyn fu condannata a volare per i cieli appena al di sotto delle dimore dei padri, fino a quando il suo amore non si fosse del tutto consumato. Quanto all’uomo non gli fu concessa semplicemente la morte perché sarebbe stata troppa clemenza.

Egli fu condannato a proseguire lungo la via che l’aveva reso colpevole, affinché non potesse dimenticare l’offesa che aveva perpetrato agli Dei. Avrebbe dovuto suonare le sue ballate, cantare le sue poesie e ballare le sue musiche. Una piaga aperta per ogni ora trascorsa senza l’arte, una piaga guarita per ogni ora in cui avesse adempiuto al suo dovere. L’arte sarebbe stata il più dolce ricordo e la più grande sofferenza.

Sebbene egli sapesse che l’esistenza del suo amore Malyn fosse legata alla sua stessa vita, un uomo deve mangiare, deve dormire, deve riposare… e la forza di volontà può lentamente scemare.

Pochi bardi ora narrano di come un cantore, pieno di piaghe, continui a girare il mondo, cercando di sopravvivere per il solo amore di Malyn, e di come egli prosegua con la sola speranza che la ninfa, sua amata, lo ami ancora e non abbia nel frattempo perso le sue ali.