* Arendel *
Il cappuccio del mantello gli occultava il volto, mentre con movimenti lenti le sue mani sbucciavano una mela, verde, dura, probabilmente acerba. Il tessuto grigio scurissimo scendeva fino a terra, libero di svolazzare leggermente ogni volta che qualcuno apriva la porta di legno della taverna.
L’uomo seduto al tavolo ignorava la musica attorno a sé, e con essa tutti coloro che erano andati in quel luogo per bere, divertirsi e rilassarsi. Non diede attenzione neppure alle donne, né le locandiere né le prostitute che si avvicinavano. Proseguì soltanto a tagliare con perfezione chirurgica la buccia del frutto che teneva in mano. Il movimento si fermò per qualche istante. Fissò l’anello che portava sull’indice della mano destra. Era una semplice fascetta, piccola e argentata. Su di essa era inciso un nome, Juleen. Era il nome di sua figlia. La mano si strinse attorno al coltello e tremò per qualche istante, poi tornò immobile. Tolse anche l’ultimo pezzetto della buccia e guardò la mela, ormai quasi una sfera perfettamente liscia. Incisione dopo incisione ne tagliò piccoli pezzi e cominciò a mangiarli, ignorando sempre tutti coloro che gli stavano attorno.
Si fece tardi, la taverna cominciò a svuotarsi. La lama del coltello era ancora umida e la mela, dopo ore, non era ancora finita. L’uomo incappucciato attese fino a che tutti gli ospiti della locanda, tranne uno, non fossero andati via.
La mezzanotte era passata da un pezzo e nel locale rimaneva un uomo quasi ubriaco che barcollando continuava a insistere di volere un’altra pinta. Allegro e baldanzoso per la proficua serata, l’oste dietro il bancone si rifiutò. Volse lo sguardo verso l’uomo che per tutta la sera non aveva ballato o dato retta a nessuno e che, dopo aver bevuto d’un fiato un bicchiere di vino pregiato, aveva mangiato solo una mela, “la più verde che hai” aveva detto con tono pacato.
Incuriosito, l’oste si avvicinò verso il tavolo. L’ubriacone approfittò dell’assenza dell’oste per versare un altro po’ di birra nel suo boccale, “alla tua” urlò, prima di sedersi sullo sgabello, rivolto verso la scena che nessuno avrebbe sperato di vedere da lucido.
«Ehi tu», esordì l’oste, «non è tardi per stare ancora qui?»
«Sei tu il mercante di informazioni?» domandò l’uomo a voce bassa, con tono controllato e glaciale.
«Non so di che stai parlando». L’oste dipinse sul suo volto un’espressione contrita, ma palesemente falsa. Agitò le mani e rise nervosamente.
La testa dell’uomo si alzò leggermente. Dal cappuccio si intravedevano due occhi neri brillanti e un accenno di barba incolta copriva un viso giovane ma segnato da una profonda cicatrice orizzontale appena sotto l’occhio sinistro. L’espressione in quel volto era seria e gelida.
«Ehi amico…» l’oste provò a spezzare la tensione del momento «perché quella faccia?»
«Che faccia pensi che avresti se il tuo lavoro fosse uccidere uomini?»
La voce divenne quasi una terribile vibrazione che gli fece tremare persino le labbra. «Non ti rifarò la domanda un’altra volta».
«S…si… sono io» balbettò l’oste.
«Qualcuno dice che hai comprato qualcosa che non era in vendita». Il tono si fece velatamente minaccioso.
«Io… io…»
«Non hai bisogno di giustificarti. Però prima di morire potresti dirmi dove si trova l’Occhio di Krark»
«Non so cosa sia» disse l’oste terrorizzato.
«Andiamo» lo esortò «la famigerata torre nascosta. Uno che traffica con le informazioni deve averla sentita almeno una volta nella sua vita» continuò.
«Giuro che non so di cosa parli… ti prego non uccidermi» si guardò a destra e a sinistra. L’uomo incappucciato percepì che cercava qualcuno. Ma egli sapeva già chi.
«Le tue guardie personali sono impossibilitate ad agire in questo momento. Devi scusarmi ma ho bisogno di calma per fare il mio lavoro».
«N… non conosco l’occhio… quel posto lì» concluse deglutendo a fatica.
Con un balzo improvviso l’uomo incappucciato si alzò dalla sedia, roteò vistosamente il pugnale e lo accompagnò velocemente verso il fianco dell’oste. Contemporaneamente l’altra mano raggiunse la gola della vittima stringendola e bloccandogli il fiato e con esso ogni possibilità di movimento. L’oste chiuse le mani sul polso del suo carnefice ma non riuscì a liberarsi sebbene avesse una corporatura ben più robusta.
La lama affondò impietosa e fiotti di liquido rosso sgorgarono sporcando il pavimento. L’ubriaco vide la scena, lasciò cadere il boccale che si frantumò in mille pezzi e corse fuori urlando.
***
La mente dell’assassino volò indietro di qualche giorno, quando per l’ultima volta, dopo innumerevoli volte, aveva parlato con il suo mandante.
«Dovresti ringraziarmi»
«Per cosa? Per avere ucciso mia moglie e per avere rapito mia figlia?»
«Ascoltami. Tu sei uno dei migliori guerrieri di tutte le terre che conosco. Così facendo ti costringo a imparare a essere il combattente perfetto, colui che è capace di uccidere senza traccia e in ogni condizione, colui che sa sfruttare ogni occasione…». Arendel rimase ad ascoltare in silenzio. «Dovresti ringraziarmi perché io ti sto insegnando tutte queste cose».
«Puoi insegnarmi a essere il più grande guerriero su questa terra, ma se io sono per la pace, ucciderò solo finché mi servirà per sopravvivere». Il tono si fece sottile e la voce quasi impercettibile.
«Tu ucciderai finché la tua vita», fece una pausa, «e finché la sua vita, saranno legate alla mia».
«Sfiorala soltanto e…»
«Calma», lo interruppe con estrema semplicità, «non hai potere di contratto. Ora va e compi il tuo dovere, sai bene che non avrai altro modo di assicurarti che non accada nulla di brutto».
Arendel si voltò, srotolò la pergamena e lesse la descrizione e la locazione della sua prossima vittima. Era un semplice oste.
***
«Un testimone ti ha visto morire. Confido che tu creda nel fatto che la seconda volta non sarò un attore. Fuori dalla porta del retro c’è una sacca con dei trucchi per camuffarti. Dipingiti il volto, incollati la barba, indossa i vestiti che troverai lì a fianco e prendi il cavallo legato al palo di fronte l’uscita. Corri e vai a Nord. Lascia Teril Moonshade e vai verso le terre di Esilio. Sparisci da queste terre e crea una nuova vita laggiù».
Arendel allontanò il braccio dal fianco dell’uomo e tolse i brandelli del cuore di maiale che aveva usato per simulare l’omicidio. Erano apparsi come dal nulla, tanto che l’oste si era sentito morire prima ancora che la lama affondasse in quelle carni. L’uomo indietreggiò terrorizzato. Gli occhi di Arendel lo fissavano, vacui e severi allo stesso tempo. Inciampò su uno sgabello e cadde. Strisciò indietro senza mai voltare le spalle al suo potenziale carnefice. Imboccò la strada per l’uscita secondaria ed eseguì alla lettera ciò che gli era stato detto con frenetica precisione.
L’uomo incappucciato uscì dalla porta principale. Si guardò attorno per assicurarsi che nessuno ancora fosse giunto in soccorso o avesse chiamato la guardia cittadina. Svanì nel buio come se fosse tale, niente più che ombra.
Vagò la mente di Arendel. La schiena scivolò sulla parete fredda e umida del vicolo. Sentì la disperazione assalirlo. Voleva urlare, ma non poteva. Voleva piangere ma il suo cuore era ormai incapace di provare quella sensazione liberatoria. La mano gli tremò. Lasciò cadere il suo pugnale. Desiderava qualcosa e vedeva che ciò era sempre più difficile da raggiungere. Nel silenzio mise la testa tra le mani e si rassegnò. Ogni volta che doveva uccidere qualcuno per salvare la vita di sua figlia, egli si sentiva morire sempre di più. E si disperò perché, come già in passato, non tutte le vittime avrebbero avuto una seconda possibilità.
***
Le tozze dita della mano di Bazam continuavano a sfogliare le pagine di un tomo vecchio e impolverato. La tonda faccia coperta dal grigio di lunghi capelli e folta barba, faceva sembrare piccolo l’antico libro. In realtà Bazam aveva una fisionomia molto particolare. Era basso la metà di un uomo comune ma pesava quasi il doppio. Aveva mani e piedi sproporzionati e un testone tanto grosso quanto buffo. Anche se gli stessi libri della sua biblioteca lo dipingevano con il nome di nano, Bazam preferiva farsi definirsi solo uno diversamente uomo.
Il bibliotecario era affascinato dalla storia e dalla cultura delle persone con cui viveva e nei suoi studi aveva imparato a conoscere anche la razza dei nani in cui non riusciva proprio a identificarsi.
«Interessante…»
Il nano passava le sue giornate lavorando nella sua biblioteca e il resto del tempo lo trascorreva studiando e facendo ricerche. Nella sua vita aveva alternato lunghi periodi di viaggio ad altri di completa clausura. Era innamorato della conoscenza.
«No, un nano non capirebbe. Piuttosto spaccherebbe il leggio con un’ascia…»
Bazam era solito paragonare quello che avrebbe fatto un nano con quello che avrebbe fatto un uomo, mentre leggeva dagli archivi della storia locale. Nonostante continuasse a dire di non saper pensare come un nano, sapeva sempre dare la risposta su cosa avrebbe fatto uno della sua razza.
«A cosa potrà mai servire un anello magico che ti rende sordo e muto per qualche secondo appena lo tocchi? Non vedo neppure il perché debba essere catalogato», disse armeggiando con un bizzarro anello rosso tra le mani.
Khaled Bazam, chiamato solo Bazam da amici e clienti, non che fossero molti, era un tipo notoriamente bizzarro, un po’ goffo per la sua mole, sicuramente un po’ ingenuo e ogni tanto avventato, e, secondo i racconti di molti, dalla memoria corta per le cose che il suo cervello riteneva poco importanti.
Di sicuro Bazam era un tipo estremamente curioso e questo suo modo di essere lo aveva spesso condotto in situazioni dove la mancanza totale di paura gli aveva fatto rischiare la vita. In tanti lo credevano pazzo, pochi si fidavano ciecamente di lui, convinti che fosse illuminato dagli stessi Dei.
«Noooo… questo non è vero. Sono sicuro di aver letto il contrario da qualche altra parte». E sebbene continuasse a negarlo, soleva parlare da solo.
Bazam sollevò di scatto la testa e si guardò indietro. Gli era parso di aver sentito un rumore. Guardò in fondo al corridoio centrale della biblioteca. Le candele erano quasi tutte spente. Non vide nulla. Dalle finestre passava solo poca luce riflessa dalla luna.
La biblioteca non era molto grande, ma al suo interno Bazam possedeva migliaia di tomi sui più disparati argomenti, dalla storia alla magia, dalla geografia alle commedie e così via.
Il nano crucciò la fronte, scosse un po’ il capo, quindi si chinò di nuovo sul libro che stava leggendo. Voltò pagina e fece ondeggiare un po’ le gambe sospese a mezzaria. Vivendo in una città di uomini non era facile trovare sedie per la sua misura, e dopo aver rotto con il suo peso quella che si era fatto costruire apposta, non aveva più voluto perderci tempo.
Due candele si spensero. Bazam alzò ancora il capo e guardò indietro. Sollevò un sopracciglio in un espressione perplessa. Estrasse una piccola bottiglia da una tasca cucita sul cinturone. Stappo coi denti il tappo di sughero e lo lasciò cadere sul suo grosso palmo. Bevve un corposo sorso di un amaro di erbe, quindi richiuse la bottiglia. Discese dalla sedia.
«Sta cambiando il tempo… soffia il vento».
Bazam giunse sotto la finestra. Era a misura d’uomo. La biblioteca l’aveva ricevuta in eredità dal vecchio proprietario, un anziano uomo che non l’aveva chiusa solo perché quel giovincello che era un tempo il nano, ogni giorno stava lì a studiare. Mi fai rivivere i vecchi tempi, gli aveva detto il vecchio bibliotecario poco prima di morire e di lasciargli tutti i suoi beni. Il rapporto che Bazam aveva avuto con Norman, il precedente proprietario, era stato molto particolare perché l’uomo aveva rivissuto grazie al nano i migliori viaggi della sua vita. I due erano diventati veri amici in poco tempo. Bazam non soffrì per la morte di Norman, ma non perché non gli dispiacesse, ma semplicemente perché i libri gli avevano insegnato tante cose belle sulla morte e sapeva che l’uomo aveva vissuto tante esperienze da non dover patire prima di approdare su lidi migliori. Sebbene ne sentisse la mancanza, Bazam era riuscito ad andare avanti con allegria, solarità e la promessa che avrebbe mantenuta viva l’attività della biblioteca. Almeno finché gli fosse stato possibile.
Il nano provò ad allungare un braccio verso la finestra. Ci provava sempre, come se si aspettasse di essere diventato di colpo più alto. Mosse la testa con disappunto. Si guardò attorno. Prese una sedia e la pose sotto la finestra aperta. Inspirò e trattenne il respiro, in modo da lasciare più spazio alle sue corte gambe per sollevarsi. Si arrampicò con difficoltà sulla sedia. Aveva il fiatone come se avesse scalato un monte. Protese il braccio in alto e con la punta dell’indice riuscì a spingere la finestra e quindi a chiuderla. Un’altra candela si spense.
Il rumore di passi echeggiò tra gli scaffali. Bazam si voltò e si guardò attorno. Discese lentamente dalla sedia. L’enorme pancia sfidò la resistenza della cintura… e vinse.
«Dovresti usare un bastone per chiudere le finestre».
«Hiic!»
Bazam cadde per terra, inciampando sui suoi stessi calzoni. Il suono che emise fu stridente. Il nano tirò al petto le braccia tremanti con i pugni sollevati e chiusi.
«Bazam». Dall’ombra apparve un mantello scuro. Anche se ci fosse stata più luce il volto non sarebbe stato visibile. Ma il bibliotecario sapeva benissimo di avere dinnanzi a sé l’assassino silente.
«Bazam Khaled… per gli Dei, copriti». Arendel fece un passo verso la sua destra, estrasse un fiammifero e accese una candela. «Dovresti tenerne di più accese. La porta d’ingresso ne spegne molte quando qualcuno entra».
«Non che io aspettassi visite». Bazam rispose alzandosi goffamente e sollevando i pantaloni.
«Ti ho spaventato?»
«Tu? Nooooo. Affatto». Il bibliotecario scosse le mani e il capo. I pantaloni caddero ancora. «Mi stavi solo facendo venire un attacco di cuore!» Bazam urlò mentre con una mano si reggeva i calzoni e con l’altra puntava un dito verso l’uomo.
«Ben tornato ragazzo». Concluse sorridendo.
«Perdonami Bazam, ma sai che non voglio farmi vedere qui con te. Non voglio metterti in pericolo. E sono sicuro che se qualcuno sapesse che sono qui, lo saresti. Non mi stupirei nemmeno di vederti apparire nella mia lista». Arendel abbassò il cappuccio.
«Come è andato il tuo ultimo lavoro?» Bazam camminò fino al tavolo dove stava leggendo, aprì un cassetto ed estrasse un nuovo cinturone.
«Come speravo. L’ho mandato…» la frase rimase in sospeso. Bazam si intromise.
«Non voglio saperlo. Mi basta sapere che il mio vecchio cavallo abbia salvato una vita».
«Si. E sicuramente il suo fantino sarà più facile da trasportare», sorrise Arendel.
Il nano finì di sistemarsi il cinturone, quindi prese una teiera e versò del the verde in una tazza. Aprì un altro cassetto e prese un’altra tazza. Vi soffiò dentro, quindi usò la strofinò con una manica e vi versò dentro la bevanda.
«Bene», iniziò a sorseggiare. Arendel prese la tazza e la avvicinò al naso. Il the profumava di un aroma delizioso. Ormai l’uomo era abituato a quelle scene che ad altri sarebbero sembrate disgustose. Sorseggiò. «Ho trovato qualcosa», continuò il nano.
Arendel osservò il tavolo. C’erano diversi libri aperti e altri chiusi. Uno di questi aveva un particolare segnalibro: la daga d’argento con cui era stata assassinata sua moglie.
«Oh… scusami», Bazam chiuse rapidamente alcuni libri. «C’è un po’ di confusione. Stavo leggendo libri su oggetti magici e artefatti caduti dal cielo… niente di importante». Il nano tolse di mezzo due tomi e riaprì quello in cui c’era il pugnale.
«Ho trovato il simbolo che cercavamo in un altro libro».
«Di che cosa parla?»
«Parla dei forgiatori di Krark», rispose seccamente il nano, prima di buttar giù un altro sorso di the. Sfogliò rapidamente un paio di pagine, quindi si fermò su di una in particolare.
«L’Occhio di Krark. Mi avevi già mostrato quel disegno». Arendel osservò un’immagine dipinta sulla pagina del tomo. Bazam gli aveva già mostrato quel disegno la prima volta che si erano incontrati. L’Occhio di Krark era l’unico indizio che aveva Arendel per sapere da dove provenisse l’assassino di sua moglie e, informazione ancora più importante, il suo mandante.
«Si ma questa volta c’è di più».
«Hai scoperto dove si trova la torre che mi avevi mostrato?»
«No», Bazam chinò il capo come fosse una sconfitta, ma lo risollevò subito assumendo un’espressione contenta. «Però ho trovato buone notizie storiche su chi sia Krark e chi siano i suoi seguaci. La torre resta ancora avvolta nel mistero della leggenda. I più famosi storici affermano che non esista e che sia solo frutto della fantasia».
«Non importa, dimmi cosa hai trovato», Arendel sorrise al bibliotecario e sorseggiò il the.
«Qui dice…», l’indice di Bazam corse lungo le righe della pagina successiva. «Krark era un condottiero. Le sue armi traevano potere magico dalla gemma che egli aveva infilato al posto del suo occhio», il nano assunse un’espressione schifata. «Sacrificò il suo occhio agli Dei in cambio della capacità di forgiare armi molto particolari».
«C’è altro?»
«Si. I forgiatori erano i seguaci di Krark, coloro che gli obbedivano ciecamente in cambio di parte del potere che egli conquistava con le sue armi». Bazam chiuse il tomo.
«Non capisco come ciò possa aiutarmi», Arendel si portò il volto tra le mani e si grattò gli occhi come se volesse scrollarsi di dosso la stanchezza.
«Nella pagina seguente uno storico fa riferimento al tomo dei quattro rintocchi, un arcano libro che si dice contenga gli incantesimi di guerra più antichi e dimenticati e all’interno del quale forse potremo trovare il segreto di Krark».
Arendel rimase in un silenzio riflessivo.
«Questo potrebbe farci capire che legame c’è tra colui che cerchi e l’Occhio di Krark».
«Potrebbe essere solo una coincidenza, dannazione!»
L’assassino silente diede un pugno sul tavolo e si alzò in piedi in uno scatto di disperazione. Bazam sentì il respiro dell’uomo farsi più pesante.
«Io sono sicuro che invece sei sulla pista giusta. Questo pugnale è solo il punto di partenza ma ti indica la via da seguire. Me lo dice il mio istinto». Bazan poggiò una mano sul fianco dell’uomo. Avrebbe voluto metterla sulla spalla ma non aveva modo di arrivarci.
«Se almeno mi dicessi come hai trovato questo pugnale o perché cerchi di raggiungere il suo possessore, forse potrei aiutarti di più».
Arendel rimase ancora in silenzio. Poi si voltò e si chinò sulle ginocchia.
«Non l’ho trovato per caso. Era piantato come firma dell’assassino di mia moglie». Tutto fu d’improvviso più chiaro per Bazam. Il nano si morse le labbra per un istante e abbassò lo sguardo. Poi sorrise e poggiò le sue mani grassocce sulle ginocchia dell’uomo.
«Potremmo andare insieme, in incognito alla gilda dei maghi di Sarradun, la capitale, a dare una sbirciatina ai libri proibiti… quelli tra i quali si annovera il tomo dei quattro rintocchi». Bazam scosse un po’ Arendel. «Magari così mi racconterai tutta la tua storia», parlò ancora con il sorriso sulle labbra. «Finalmente», aggiunse.
«Meno sai della mia storia e meno sarai in pericolo, mio piccolo amico». Arendel si alzò in piedi, si sedette nuovamente con calma e riprese a sorseggiare il the. Bazam si arrampicò nuovamente sulla sua sedia e ricominciò a sfogliare i suoi libri.
«Troveremo qualcosa, sta tranquillo».
Arendel sollevò lo sguardo e fissò il nano. Un sorriso naturale gli nacque sul volto.
«Non sai nulla di me e di ciò che sto cercando, di quale sia il mio lavoro. Sei una brava persona», fece una pausa. «Eppure aiuti un assassino come se fosse il tuo migliore amico». Bazam sorrise di rimando con gli occhi. «Perché?»
Bazam discese dalla sedia e cominciò a passeggiare lungo i corridoi della biblioteca. Arendel lo seguì a breve distanza, in religioso silenzio.
«Perché quando ci siamo incontrati per la prima volta io non ti ho visto soltanto uccidere…»
***
La voce di Dana echeggiava nelle sale vuote del tempio. La melodia non aveva bisogno di essere accompagnata da strumenti perché il canto da solo bastava a trasmettere leggiadria. La sacerdotessa stava completando gli esercizi quotidiani. Soleva fermarsi più degli altri al tempio. Era l’unica della sua congregazione a essere coinvolta anche in aspetti politici.
Occhi azzurrissimi e capelli color oro emergevano nella tenue luce prodotta da poche candele accese tra le colonne del tempio. Il canto si fermò. Passi lenti echeggiarono nella sala. Il rumore di tacchi metallici non poteva essere confuso.
«Qual buon vento porta qui Sor Bahuen, del dominio di Mytel?»
«Forse il canto della sacerdotessa di Kyrion. O forse la sua bellezza. Di sicuro qualcosa di lei che mi ha attirato in questo luogo» replicò l’uomo.
«Non ti aspettavo». Dana assunse un sorriso misto tra sorpresa e felicità.
«Hai degli impegni?»
«No». La donna si avvicinò a Bahuen, che nel frattempo aveva raggiunto l’altare rituale. «A dir la verità si. Attendo il bibliotecario. Gli ho commissionato una ricerca e mi porterà ciò che gli ho chiesto direttamente qui al tempio».
Sor Bahuen protese un braccio in avanti e avvolse il fianco della sacerdotessa. Fece attenzione a non stropicciare il delicato abito di seta bianca che essa indossava. Era la veste rituale delle dame pure, le più alte nei riti della Forte Fede. Lunga e leggera, aderente ai fianchi e larga sulle gambe, la veste copriva tutto il corpo, anche le braccia con lunghe maniche decorate di ricami.
«Sai che per il rito della sera non si porta nulla sotto la veste?»
L’uomo rimase immobile. Osservò ogni singolo movimento del viso di Dana, cercando di scrutarne i sentimenti e soprattutto le voglie.
«Il nano non ha le chiavi della porta». La donna indietreggiò lentamente, volgendosi verso l’altare e trascinando per un braccio Bahuen. Con agilità e al tempo stesso sensuale leggiadria, balzò sulla struttura di marmo e vi si sedette. Le sue braccia abbracciarono il collo del Sor e lo avvicinarono.
«Penso che perderà ancora un po’ di tempo» disse Dana, parlando del bibliotecario.
«Dana, qui? Nel tempio? Questo è un atto blasfemo». Sor Bahuen parlò con poca convinzione, mentre si liberava della cintura.
«Credi ancora negli Dei… e nelle favole?»
«No».
Quella risposta decretò il silenzio nella sala. Condizione che durò per ben poco tempo.
La finestra si chiuse silenziosa. Dall’alto del corridoio sopraelevato dei passi silenziosi si confusero con i blasfemi gemiti di piacere di Dana. Come un’ombra nel buio, il predatore osservava la sua vittima. L’uomo si chinò e si concentrò. Doveva attendere. C’era una persona di troppo e non poteva permettersi di lasciare testimoni.
Arendel aveva già ucciso in battaglia, ma in quel preciso istante realizzò che stava per diventare un assassino.
Dana e Bahuen si lasciarono quando ormai la notte era inoltrata. Arendel attese che la porta fosse chiusa e le serrature bloccate dalla sacerdotessa per entrare in azione.
La donna ritornò al suo posto, depose la veste rituale nell’armadio e indossò abiti più comuni. Sedette su di una sedia di legno dietro un tavolo pieno di appunti e libri. Attendeva che il bibliotecario le portasse qualcosa. Arendel seppe di avere poco tempo per agire.
Le delicate dita di Dana sfogliavano varie pergamene. Le dita dell’altra mano reggevano una penna d’oca con la quale aggiungeva le sue note su qualcosa che sembrava uno spartito musicale.
Arendel chiuse gli occhi. Sentì un brivido lungo la schiena. Rimase immobile e incapace di reagire per diverso tempo. La sua mano stringeva il pugnale affilato e appuntito, sottile pezzo di metallo che presto si sarebbe macchiato del sangue di una donna innocente. Il tremore si fece più intenso. La lama toccò una ringhiera e risuonò nel tempio.
Dana alzò lo sguardo. Osservò attorno a sé ma non vide nulla. Non fece caso più di tanto al rumore. Poteva essere un animale o semplicemente il vento. Ricominciò a scrivere. Ma quel rumore non aveva destato solo la sua attenzione, bensì aveva richiamato in un attimo tutta la freddezza di Arendel.
La mano della donna cadde sul tavolo urtando il calamaio e facendo versare l’inchiostro sulla carta. Il nero si confuse lentamente con il rosso del sangue di Dana. I due colori non si mischiarono. L’inchiostro rimase una terribile cornice della firma dell’assassino. Il pugnale era penetrato preciso sulla nuca della donna.
Dana divenne una statua di pietra con il petto poggiato sul tavolo e la testa che pendeva in avanti. Il sangue gocciolava sempre più copioso. Era morta sul colpo. Almeno non ha sofferto, si disse Arendel cominciando a realizzare ciò che aveva appena compiuto.
Arendel discese dalla balconata interna del tempio e raggiunse il cadavere. Sentì il cuore salirgli in gola. Ebbe un conato di vomito. Aveva visto mille altri cadaveri ma quello era il primo che lo faceva sentire veramente un assassino. Sollevò lentamente la mano e raccolse il pugnale. Un piccolo spruzzo di sangue fuoriuscì insieme alla lama. Ripulì l’arma con un panno quindi la infoderò.
L’uomo piegò le gambe e appoggiò le spalle al tavolo. Si portò le mani al viso e sentì le lacrime sgorgargli dagli occhi. Gli bruciavano e gli pareva che stessero sanguinando. Trattenne a stento i gemiti, e non udì la porta secondaria del tempio aprirsi.
«C’è nessuno?»
Arendel si alzò sentendo il panico crescere dentro di sé. Vide la porta sul lato del tempio chiudersi e un nano entrare con passo discreto. I loro occhi si incrociarono. Il nano spostò lentamente il suo sguardo verso il cadavere della donna e realizzò subito l’accaduto, ma non si scompose.
Bazam, il bibliotecario osservò attentamente gli occhi di Arendel e percepì le sue sensazioni.
«Che cosa hai visto?»
Arendel fece la prima domanda che gli venne in mente. Avanzò rapido verso il nano ed estrasse l’arma.
«Tu non hai ucciso quella donna». Le parole del nano suonarono in modo strano all’orecchio di Arendel che non ne colse la sottigliezza.
L’uomo aveva il volto coperto dal cappuccio e il corpo dal mantello. Pensò rapidamente a cosa fare e agì d’istinto. Non voleva uccidere un altro innocente così balzò lateralmente e con l’impugnatura colpì forte alla nuca del nano tramortendolo.
L’assassino svanì nel buio della notte, terrorizzato da ciò che era accaduto ma soprattutto da se stesso.
La vista annebbiata dalle lacrime si schiarì. Guardò il nome di sua figlia inciso sull’anello e ripensò agli strani disegni incisi sul pugnale con cui era stata uccisa sua moglie. Non appena fosse giunta la mattina sarebbe dovuto andare in biblioteca a cercarne l’origine.
***
Arendel entrò nella biblioteca. Era impregnata di uno strano fascino, come se l’antichità di quei libri riempisse l’aria. L’uomo rimase assorto nell’atmosfera del luogo e non si accorse di null’altro attorno a lui.
«Io posso aiutarti». La voce di Bazam riportò Arendel alla realtà.
«Può darsi» esordì l’uomo. «Stavo cercando…» il nano lo interruppe subito.
«La mia non era una domanda. Io so di poterti aiutare».
«Cosa vuoi dire?»
«Dana Daneir, sacerdotessa del tempio di Kyrion ormai in rovina. Infedele al suo Dio e impegnata in intrighi politici affinché possa fregiarsi di titoli e ricchezze. Nessuno si accorgerà della sua scomparsa. Ormai sono troppo pochi i sacerdoti e ancor meno i fedeli. Un fatto del genere non farebbe altro che far traballare ancora la loro posizione». Arendel rimase attonito.
«Lord Bahuen, Sor della città di Corman e aspirante al dominio di Mytel, su cui pende l’accusa di blasfemia dovuta a una fantomatica relazione con la sacerdotessa, non né parlerà perché farlo porterebbe all’attenzione di tutti questo evento e la sua posizione politica ne risentirebbe fortemente». L’uomo continuò ad ascoltare.
«Un omicidio organizzato a regola d’arte, nella sua incomprensibile semplicità. E un uomo che piange per ciò che ha fatto non ha tutta questa arguzia dei particolari. L’ho letto nei tuoi occhi, assassino silente». Il nano concluse con espressione seria e pacata. «Io posso e voglio aiutarti».
Arendel non disse nulla. Accettò quello che il nano aveva visto. Si instaurò istantaneamente un empatia tra i due. Bazam dimostrò subito di essere il genere di persona che non tollera quel genere di soprusi.
L’assassino silente, così l’aveva chiamato, seppe che poteva fidarsi.
***
«…questo è il motivo per cui ho deciso di aiutarti». Bazam rispose con poche parole alla domanda di Arendel, tirando fuori quei pochi elementi che gli ricordavano la sua volontà di far vincere il bene e di porre fine a inutili spargimenti di sangue.
Arendel rimase sovrappensiero per qualche istante, immerso in immagini che gli ricordavano tutte le missioni che aveva compiuto.
La gente dimentica troppo velocemente chi scompare. Anche se muore una persona ogni mese, o addirittura ogni dieci giorni, dopo una breve lamentela tutto svanisce. Questo è assurdo. Arendel strinse i pugni. Sembra quasi che il mandante sappia perfettamente come non smuovere le acque e abbia solo bisogno di un braccio esecutivo.
«Devo scoprire di più su questo Occhio di Krark», ribadì Arendel.
«Se non vuoi seguire i miei suggerimenti, perché non provi a chiedere a…» le parole gli morirono in gola.
«No. Il mercante di informazioni era la mia ultima vittima. Non posso raggiungerlo ora». L’assassino silente si fermò sull’uscio. «Partiremo domani. Grazie Bazam».
Arendel uscì dalla biblioteca facendo attenzione a non farsi notare. Aveva raccolto poche informazioni. Sarebbe tornato da Bazam per prepararsi alla partenza ma prima doveva essere sicuro di non avere altri lavori da fare.
***
L’assassino silente camminava cauto per i vicoli che lo avrebbero condotto in quel luogo che ormai doveva chiamare casa.
Nel silenzio della notte, il rumore di un barattolo che tintinnava sui ciottoli, spezzò il suo flusso di pensieri. Guardò le varie strade davanti a sé. Non imboccò la solita ma si diresse verso un luogo più remoto. Una vecchia costruzione abbandonata, fatta di mattoni rossi e travi di legno antico. Era stata una bellissima abitazione un tempo, quella di un valoroso guerriero.
Erano passati cinque anni da quando aveva visto l’ultima volta la sua vera casa. Ebbe nostalgia e si fermò davanti al luogo della tragedia che gli aveva cambiato la vita, e si perse nei ricordi.
***
Aprendo la porta di casa, sentì un odore diverso dal solito. Non era la fragranza delle pietanze cotte per la cena, bensì un fastidioso odore di bruciato.
Arendel si avvicinò alla grossa pentola posta sul fuoco. Il brodo era tutto evaporato e la carne stava bruciando attaccata alle pareti metalliche. La fiamma avrebbe dovuto essere spenta da diverse ore. Scostò con la spada i tizzoni e il legno ancora incandescente, quindi la fece scemare lentamente.
Uno strano silenzio regnava in casa. Il guerriero avanzò verso i gradini che portavano al piano superiore. Guardò la porta sul giardino. Era chiusa. Non v’erano segni di scasso. La mano si avvicinò all’elsa.
Gradino dopo gradino raggiunse il secondo piano. Una fioca luce di candela ondeggiava nel corridoio subito dopo le scale e sembrava provenire dalla stanza matrimoniale. D’improvviso la luce si spense. Nessun rumore e buio. Arendel cominciò a sentire il cuore battergli e rimbombare tra le mura della sua casa. Ridusse al minimo i suoni cercando di non far neppure frusciare i vestiti. Slegò il mantello e lo adagiò per sulla scala. Avanzò lento fino alla porta della stanza, quindi appoggiò le spalle al muro e si affacciò quel tanto che bastava per guardare con un occhio solo.
Poca luce filtrava dalla finestra aperta. Erano i raggi di luna che facevano scintillare qualcosa nel buio. La tenda seguiva i movimenti della brezza. Arendel entrò nella stanza, facendo attenzione a rimanere nascosto nelle ombre e a non far rumore.
La stanza non era molto grande. La vista dell’uomo si abituò velocemente al buio. Osservò ogni angolo e vide che nulla sembrava fuori posto. Ebbe un brivido nel vedere una figura umana distesa sul letto. Il petto era fermo, non sembrava respirare. Il riflesso della luna toccava qualcosa di metallico vicino al corpo. Arendel sentì un brivido lungo la schiena. La mano ferma del guerriero cominciò a tremare. Raccolse dal tavolo al centro della stanza un fiammifero e, rimanendo allerta, accese la candela. Inorridì.
Arendel sentì i suoi muscoli divenire pietra. Spalancò la bocca e fissò il letto. Una pozza di sangue imbrattava le lenzuola. Sua moglie era distesa in maniera scomposta. I polsi erano legati alla struttura del letto e gli occhi erano aperti in un’espressione di terrore. Il metallo che aveva scintillato dei raggi lunari era un pugnale conficcato sul suo petto. I capelli erano diventati rossi per il sangue e non erano più dello stesso colore dei suoi occhi, cioé quello da cui i suoi genitori le avevano dato il nome…
***
«Ambra». Arendel pronunciò il nome di sua moglie e, rivivendo queli attimi drammatici, sentì le sue gambe irrigidirsi e subito dopo rammollirsi.
Per un anno era rimasto confinato in quella casa, uscendo solo per gli allenamenti, suo unico sfogo, convinto di avere perso tutto. Ambra era morta e sua figlia Juleen era svanita. Inizialmente non si era parlato d’altro nella città di Corman e nei suoi villaggi vicini. Poi la notizia aveva perso di importanza tra le bocche dei bardi, superata dagli avvenimenti politici e dalle notizie delle guerre di assestamento tra vari domini. Infine l’evento era rimasto solo nella mente di Arendel e nessuno se ne era più occupato. Gente senza storia, senza passato. Senza presente e senza futuro, pensò Arendel fissando un ultimo istante la sua vecchia casa.
Voltò le spalle alla vecchia casa, quindi si incamminò verso la nuova. Un fiume di pensieri e di ricordi inondò la sua mente e non poté fare a meno di ripensare all’incontro che, al termine di quell’anno di isolamento, gli aveva cambiato la vita, giusto nel luogo dove si stava recando.
***
Era soltanto un’altra sera di un lungo susseguirsi di giorni vuoti, vissuti in maniera meccanica. Arendel trascorreva il tempo preparandosi da mangiare lentamente e consumando il cibo altrettanto lentamente. Dopo un anno di solitudine, era ormai diventato un’artista nello sbucciare le mele. Era capace di impiegare anche ore, specialmente durante la notte, per pulire alla perfezione un singolo frutto e poi mangiarlo.
Bussarono alla porta. Arendel cessò ogni movimento. Smise di respirare per qualche istante. Non riceveva visite da mesi. Con agilità estrema fece roteare il coltello e lo nascose nella manica. Si alzò e silenziosamente si diresse verso la porta. Guardò dallo spioncino. Non c’era nessuno. Si chinò e osservò sotto la porta. Sembrava che qualcosa fosse stato lasciato davanti alla sua porta. Si avvicinò alla finestra, oscurata da una tenda, discostò il tessuto e guardò fuori. Non vide nessuno nei paraggi.
Arendel aprì la porta lentamente. Finse indifferenza ma i suoi sensi erano in stato di allerta come se fosse in battaglia. Sull’uscio era poggiato un piccolo tubo metallico. Lo raccolse cautamente e lo esaminò. Guardò un’ultima volta tutto attorno alla casa, quindi rientrò e chiuse la porta dietro di sé.
La mano destra strinse il tappo del tubo lo svitò. Dentro il contenitore c’era un piccolo foglio di una pergamena molto particolare, legato con un filo dorato e sigillato con una lacca scura e profumata.
Arendel aprì la pergamena. Dentro c’erano solo delle indicazioni per giungere in un posto piuttosto isolato appena fuori dalla città di Corman. La lettera gli cadde dalle mani mentre leggeva l’ultima frase: Vieni stanotte stessa se vuoi rivedere tua figlia Juleen.
Il respiro di Arendel si fece più affannoso. Si chinò e raccolse la pergamena con la mano tremante. La fissò ancora e memorizzò ogni indicazione, quindi arrotolò la pergamena e la infilò nuovamente nel tubo. Richiuse il contenitore e lo pose nella borsa attaccata alla sua cintura. Con un movimento rapido estrasse il coltello e lo mise nel fodero attaccato allo stivale. Prese un mantello e null’altro e si diresse verso il luogo indicato.
Il buio della notte rendeva difficile distinguere persino il sentiero sopra cui stava camminando. Le indicazioni lo avevano portato sin fuori dalle mura in un luogo che non era illuminato se non dai riflessi del cielo. Arendel sentì i suoi sensi prepararsi al peggio e i suoi muscoli tendersi come se fosse in attesa di un agguato.
Vicino a delle radure, immersa tra gli alberi del limitare della foresta, si scorgeva una casa abbandonata. Era piccola e sporca e la porta ondeggiava scricchiolando, sospinta da pochi aliti di vento.
Arendel si avvicinò ed entrò. Le istruzioni gli ordinavano di entrare in quella piccola costruzione. Fece pochi passi e riconobbe la sagoma di un riflesso che mai avrebbe potuto dimenticare. Era lo stesso pugnale che aveva trovato sul cadavere di Ambra.
«Benvenuto» salutò una voce maschile molto gutturale.
Arendel rimase immobile e in silenzio. Voltò lo sguardo nella direzione da cui aveva udito parlare. Cercò di focalizzare sul suo interlocutore e al tempo stesso di percepire quanta altra gente ci fosse nella stanza.
«Chi sei?»
«Per te io sono il mandante, chiunque io sia» rispose con tono calmo. La voce era volutamente alterata, probabilmente con misture d’erbe o altre soluzioni alchemiche poco conosciute.
«Che significa tutto ciò? Dov’è mia figlia?»
«Calma, uomo. Ogni cosa a tempo debito. Risponderò alle tue domande nell’ordine corretto». Nell’ombra, colui che stava parlando si sedette su di una poltrona, in un angolo ancora più scuro dove soltanto qualche raggio di luna creava ombre incomprensibili.
«Tu sei un abilissimo combattente, forse il migliore di tutto Mytel» seguì una breve pausa. «Ma ti manca ancora l’intelligenza, la perfezione e l’arguzia del vero maestro d’armi». Il mandante fece un’altra pausa. «Ciò che raggiungerai lavorando per me, nell’ombra».
«Dov’è mia figlia?»
Arendel strinse i pugni con fare impaziente e parlò come se non avesse ascoltato né intendesse farlo.
Si udì un colpo alla parete. La luce di una piccola fiamma si accese in un altra stanza che comunicava attraverso una finestra a vetro spesso con quella in cui Arendel e il mandante stavano parlando.
Lentamente emerse dal buio una figura legata a una sedia il cui capo era coperto da un cappuccio. Aveva la fisionomia di una bambina e Arendel cominciò a temere il peggio. Una mano afferrò la punta del cappuccio e scoprì il volto del prigioniero. Era Juleen. I loro occhi si incrociarono e all’uomo parve che la bambina gli chiedesse aiuto.
Arendel Fece un passo verso il vetro ma immediatamente si fermò quando la punta di un pugnale si avvicinò repentina al collo di sua figlia.
«Sta bene come puoi vedere, e continuerà a stare bene» affermò colui che si faceva chiamare il mandante. «Dovrai solo fare qualche lavoretto per me» concluse.
Arendel scattò verso il mandante ma questi lo fermò immediatamente. «Se ti avvicini di solo un passo tua figlia non starà più tanto bene».
L’uomo nascosto nel buio espresse il suo disappunto schioccando la lingua e ostentando una pomposa sicurezza. Arendel percepì che l’uomo si era alzato in piedi. La luce della fiamma svanì.
«Resta qui per un po’», il mandante sussurrò all’orecchio dell’uomo. «Da oggi questa è la tua nuova casa e tu sei un uomo nuovo. Ti contatterò io stesso quanto prima possibile».
Si udirono passi leggeri dirigersi verso l’uscita. Arendel si voltò lentamente e vide la sagoma del mandante sull’uscio. Vide ancora una volta il pugnale uguale a quello usato per uccidere sua moglie. Strinse i denti e irrigidì la mascella.
«Presto mi ringrazierai». Con quelle ultime parole il mandante scomparve nel buio della radura.
Un inquietante silenzio circondò Arendel. Rimase immobile fino a quasi l’alba ripensando a quell’incontro e all’urlo di disperazione che avrebbe Juleen, se non con la bocca almeno con i pensieri, gli aveva lanciato.
Al primo raggio di sole Arendel si piegò sulle gambe fino a poggiare le ginocchia per terra. Sorrise e pianse. Sua figlia era viva. Ma era nelle mani di uno sconosciuto. Non tutto era perduto.
***
Arendel cacciò via dalla sua mente quei pensieri con i quali era giunto sino a casa. Erano trascorsi cinque anni dal primo incontro e, in un modo o in un altro, quindici persone erano sparite per mano sua, nella speranza di ottenere la libertà di sua figlia. Già dopo il sesto omicidio Arendel aveva smesso di implorare il mandante. Ogni volta gli aveva risposto sempre nella stessa maniera e l’assassino aveva capito che non c’era verso di far mutare quella risposta.
Ogni cosa a tempo debito, pensò. Non ho più forze, Arendel sentì l’animo rabbuiarsi come se si fosse rassegnato alla triste realtà. Si lasciò cadere sopra la poltrona ormai indurita dal tempo e dall’usura. Restò seduto solo pochi attimi, come se volesse raccogliere le energie. Si alzò in piedi e si diresse verso un piccolo armadietto, lo aprì e prese un piccolo barattolo di vetro. Tolse il tappo e portò il contenitore alla bocca. Dentro c’era un frullato di mele misto a succo di vari frutti. Deglutì rapidamente, cambiò il mantello, afferrò una piccola sacca, quella che usava per le sue missioni, e si diresse verso la radura dove solitamente gli venivano consegnati i messaggi.
Devo partire per Sarradun, pensò Arendel tra sé sperando di non trovare nessun messaggio. Discostò le foglie e qualche ramo e osservò rapidamente. Erano passati più due mesi dall’ultima missione.
Nascosto in un piccolo tubo c’era qualcosa che Arendel non avrebbe voluto trovare, ma il suo sgomento non fu causato solo dalla necessità di rimandare la partenza con Bazam per via della nuova missione.
Arendel aveva sperato di non dover mai vedere scritto sulla pergamena un nome amico. Forse sarebbe stato più facile far sparire quella persona senza ucciderla, ma il solo pensiero di non poterlo fare lo terrorizzava. E leggendo il nome sulla pergamena tremò.
***
La corrente d’aria, convogliata dai contorti cunicoli delle fogne della città, scoprirono il capo di Arendel, facendo scendere il suo cappuccio sulle spalle. L’inseguimento era finito. La natura della sua prossima vittima l’aveva indotto all’errore e gli era sfuggita. Ciò che l’aveva legato a quella donna era ciò che aveva già fermato poche ore prima la sua mano. Ma Glen era un’abilissima combattente, capace di svanire nel buio come un’ombra e non era sicuramente una che avrebbe accettato di sparire per il capriccio di uno sconosciuto.
***
Tutta la passione che li aveva travolti divenne tangibile nei loro sguardi, mentre l’uno di fronte all’altra si fissavano nel piccolo spiazzo sotterraneo, illuminato solo dalla luna attraverso i fori della grata sul soffitto.
«L’assassino silente, è così che ti chiamano adesso, no? Al solo pronunciare il tuo soprannome la gente trema… e neppure sanno chi sei». Glen sfiorò l’elsa del suo stocco.
«Non so come mi chiamano. Svolgo solo il mio lavoro per raggiungere il mio scopo».
«Quello che non mi hai voluto raccontare? So che tua moglie è morta, ma è successo sei anni fa. Non puoi rinnegare ciò che c’è stato tra noi». Arendel la interruppe bruscamente.
«Non lo nego!»
«Allora perché sei venuto a uccidermi?»
«Per mia figlia… devi sparire, andare via, lontano».
«E cedere così al gioco di qualcuno che neppure conosci? Qualcuno che non sai nemmeno perché ti abbia fatto tutto questo e ti stia usando? No. Non lo accetto, non di nuovo, piuttosto la morte».
«Non mi costringere…», Arendel trattenne il fiato.
«Getta l’arma, e io getterò la mia. Combattiamo insieme questo nemico. Io sono disposta a rischiare. E tu?»
«Dovrei gettare l’arma e restare così disarmato ad affrontarti?»
«Possiamo restare a fissarci a distanza, con le armi infoderate, attenendo che qualcuno ferisca l’altro». Glen lasciò cadere le braccia lungo il corpo. «Sai che io non userò le mie armi, qualunque cosa tu decida di fare, ma non le getterò via perché esse sono parte di me», concluse la donna.
«Forse la mia spada ha già toccato il suolo». Arendel sollevò leggermente i palmi.
Glen guardò ai piedi dell’uomo e vide che in effetti la daga era silenziosamente scivolata per terra. Era perfettamente cosciente che Arendel sarebbe stato in grado di ucciderla con mille altre armi, finanche a raccogliere fulmineo la lama da terra e trafiggerla, ma con passo delicato, si avvicinò, giungendo faccia a faccia a lui.
«Perché mi sono avvicinata?»
«Perché io ti sono vicino». Arendel chiuse gli occhi.
Le labbra si sfiorarono delicate, come fossero gocce di rugiada su petali di rosa. Le braccia di Glen si avvolsero al busto dell’uomo che la abbracciò a sua volta.
«Tu mi hai ridato la vita, dopo tanti anni. Poi sei sparita, ma ciò non ti ha cancellato. Ora mi trovo qui, in questa assurda situazione. Desidero qualcosa che so che svanirà… non perché io lo voglia e non perché tu lo voglia… ma perché il destino vuole che tu non sia più vicino a me». Arendel sussurrò all’orecchio di Glen.
«Io sono pronta a rischiare».
«Io non ho scelta. Domani a mezzogiorno se non sarai sparita dalla città, mia figlia sarà…» Glen zittì Arendel mettendogli un dito sulle labbra. Lo baciò ancora.
«Fidati di me». Glen lo abbracciò.
Il pomo del pugnale della donna colpì forte alla nuca di Arendel. L’assassino silente sentì un forte formicolio alla testa, quindi si fece tutto buio.
***
I rintocchi delle campane cittadine rimbombarono del mezzogiorno. Arendel aprì gli occhi e si alzò repentinamente. Il sole filtrava attraverso la grata. Maledizione, pensò.
Con passi veloci raggiunse la superficie, si nascose tra la folla e si avvicinò all’arena del torneo di scherma cittadino. Non ebbe il coraggio di guardare e si limitò ad ascoltare la parole del banditore.
«Per mancata presenza, la campionessa in carica, Glen Dorian è squalificata dal torneo e pertanto il nuovo titolo viene assegnato di diritto al suo sfidante per la finale, Darkus Erianeh».
Arendel tirò un sospiro di sollievo. Si dileguò tra le vie della città e respirò profondamente. Infilò la mano nella tasca e sentì che v’era dentro un pezzetto di carta. Era un messaggio di Glen…
Se mai le nostre strade si incroceranno di nuovo, stavolta sarà, lo so, per vivere o per morire. Non ti nego che spero nella prima ma, come ieri notte, sono disposta a correre il rischio. Fa’ ciò che devi. La mia anima sarà con te.
L’assassino accartocciò il pezzetto di carta, stringendolo nel pugno. Trattenne ancora il fiato, sentì il cuore battere forte. Riaprì la palletta di carta e ripiegò il foglio con cura. Lo infilò in tasca e assunse di nuovo un’espressione seria. Doveva comunicare la riuscita della missione al suo mandante.
***
Ad Arendel era sempre piaciuto combattere. Aveva iniziato ad allenarsi da piccolo, prima di raggiungere l’età minima per entrare nell’esercito. In breve tempo era divenuto il più bravo tra gli allievi e poi il più abile tra i soldati. Nella sua mente c’era solo la rincorsa verso la perfezione del guerriero e soltanto un altro soldato era in grado di tenergli testa: Glen.
L’assassino silente sedeva sui ciottoli di una strada secondaria, buia e nascosta alla vista dei passanti. Con una mano si accarezzava la nuca ancora dolorante, e con l’altra roteava lentamente il pugnale fissandone il movimento sinuoso. Bazam stava ancora attendendo, ma Arendel era immerso nei suoi pensieri, ricordi di vari anni passati e di altri più recenti. Lasciò che calasse ancora la notte prima di tornare alla biblioteca.
«Ben tornato» disse Bazam con una punta di sarcasmo.
«Scusa, ho avuto un lavoro urgente da fare».
«Penso che tu sappia che la prossima carovana per Sarradun partirà tra più di un mese, vero?»
Arendel guardò il nano con aria sconsolata. Non immaginava che ci volesse tanto tempo per organizzare un viaggio verso la capitale. Abbassò leggermente lo sguardo e rimase in silenzio.
«Beh, io ho tempo… ma tu» il bibliotecario fece una pausa. «Per gli Dei, avremo più tempo per leggere libri prima di partire. Non saranno certo una manciata di giorni a cambiarci la vita». Bazam provò a sdrammatizzare rendendosi conto che ovviamente l’uomo non aveva ritardato di proposito ed era anche più dispiaciuto di lui.
Arendel si avvicinò a una sedia e vi si sedette. Aveva ancora gli abiti sporchi e il suo odore non era dei più gradevoli. Lo sguardo era stranamente vacuo, come fosse sovrappensiero.
«Qualcosa non va?»
«Si». Arendel rispose seccamente.
«Posso aiutarti in qualche modo?»
«Si». L’assassino silente svestì il mantello, estrasse un piccolo telo, vi versò dell’acqua e si sciaquò il viso. «Ora ti racconterò tutta la mia storia…»
Arendel cominciò il suo racconto e affinché il nano potesse capire non raccontò soltanto la vita con Ambra e la storia del rapimento di sua figlia, ma aggiunse anche dei dettagli che l’ultima missione gli avevano riportato alla mente.
L’uomo raccontò della sua infatuazione per Glen, diversi anni prima che conoscesse Ambra. Il sentimento era stato reciproco. Le regole dell’esercito avevano proibito loro di stare insieme e al tempo stesso continuare a combattere e nessuno dei due aveva osato rinunciare alla spada.
Bazam ascoltò attentamente ogni particolare, notando come prima di Ambra, la lama fosse più preziosa dell’amore stesso.
«E cosa successe poi?»
Bazam si intromise nel racconto, approfittando degli istanti di pausa di Arendel. «Avete continuato a frequentarvi?»
«No. Glen è svanita nel nulla per vari anni. Poi conobbi Ambra. Quando ebbi nuove notizie di Glen ero già sposato e avevo già fatto un’altra scelta».
Arendel proseguì nel suo racconto e Bazam si domandò il perché l’uomo stesse raccontando anche di quell’altra donna che nulla aveva a che vedere con l’Occhio di Krark né con il mandante. La risposta arrivò alla fine del racconto.
«L’anno scorso ho incontrato nuovamente Glen».
Bazam assunse un’espressione curiosa e un po’ perplessa. Arendel fece una breve pausa di silenzio, bevve un sorso dalla sua tazza, quindi proseguì.
«Ci siamo visti in una taverna a Mytelpass. Io ero in missione ma stavo preparandomi e rifocillandomi. Non disse nulla, semplicemente si avvicinò al mio tavolo e si sedette. Ricordo che ci guardammo per lunghi e interminabili istanti. Poi d’improvviso cominciammo a parlare. Io non avevo nulla da raccontarle, le dissi soltanto che mia moglie era morta diversi anni prima e che da allora mi ero ritirato a vita eremitica. Lei invece aveva lasciato l’esercito e aveva cominciato a gareggiare nei tornei guadagnando fama e denaro per vivere. Era per quel motivo che ne avevo sentito parlare». Arendel si fermò e guardò dietro di sé, come volesse assicurarsi di essere da solo con il nano.
«Abbiamo trascorso due giorni intensi. Ho rischiato di perdere il momento giusto per portare a termine la mia missione, ma mi sono sentito di nuovo vivo dopo tanti anni».
«E perché non siete rimasti insieme?»
Arendel serrò le labbra. Ripensò a quando, in quell’occasione, la sua bocca aveva quasi sfiorato quella di Glen. Non posso, le aveva detto.
«Non poteva funzionare». Rispose Arendel lasciando intuire la sua volontà di non approfondire sul tema.
«Cosa c’entra tutto ciò?»
Bazam discese dal suo sgabello e si avvicinò al tavolo. Riempì di nuovo la tazza e attese la risposta.
«La mia ultima missione era lei». Arendel accarezzò ancora la nuca. «Ed è stato terribile trovarsi di fronte a una situazione in cui qualunque cosa scegli di fare perdi». L’assassino silente chinò il capo. «Oggi ho rischiato di far morire mia figlia perché non ho saputo fronteggiare la testardagine di quella donna… e perché non ho saputo essere abbastanza crudele».
«Tu non sei crudele». Obiettò Bazam.
«Io sono un assassino». Arendel scandì ogni parola quasi sibiliando contro se stesso. Bazam lo fissò e non replicò, sebbene non concordasse. Sono solo punti di vista, pensò il nano.
«Come è andata alla fine?»
«Per mia fortuna ha accettato di svanire nel nulla. Almeno così credo». Dal tono di Arendel si intuiva che quell’evento lo aveva turbato parecchio.
Passarono attimi di silenzio quasi imbarazzato tra i due, l’uno per aver fatto confessioni pericolose all’amico, l’altro per averle udite.
«Ora ho tutto più chiaro» disse Bazam saltellando. «Posso rimettermi a fare delle ricerche». Arendel rimase stupito. «Chiaramente il mandante di cui parli è qualcuno che vuole togliere di mezzo persone che sono scomode per il suo scopo e ha architettato tutto per poter usufruire gratuitamente dei servizi del guerriero più forte del paese. Devo soltanto mettermi a leggere che relazioni ci sono tra le vittime e legare tutto a quel pugnale e poi…» Arendel interruppe bruscamente Bazam con un gesto.
«Non voglio che ti metti a fare tutte queste ricerche. Non ti dirò i nomi di tutte le mie vittime. Se indaghi su di loro rischi di diventare anche tu un personaggio scomodo. Non vorrei vedere apparire il tuo nome sulla mia prossima pergamena».
Bazam vide smorzato tutto il suo entusiasmo. Arendel lo intuì e si avvicinò mettendogli una mano sulla spalla.
«Studia pure, ma non indagare in giro. Oggi avevo solo bisogno di uno sfogo per le sensazioni che ho provato e tu sei stato un ottimo amico e soprattutto un valido ascoltatore. Dimentica i nomi che ti ho fatto. Riprenderemo quanto prima possibile le nostre ricerche congiunte. Ora ho solo bisogno di qualche giorno per riposare e riflettere. Devo ancora notificare la riuscita della mia ultima missione al mandante. Non far nulla senza di me, intesi?»
Bazam annuì. Arendel si alzò, raccolse il mantello e silenzioso uscì dalla porta secondaria sul lato dell’edificio.
Nell’ombra l’assassino silente firmò la lettera di notifica per il mandante con il sigillo che indicava il buon esito della missione. Poi, altrettanto silenziosamente, rientrò in casa e richiuse la porta dietro di sé, incosciente del fatto che due occhi di donna lo stavano osservando.
***
Arendel era rimasto disteso sul suo letto senza mangiare e senza bere per due giorni. Nei momenti peggiori, l’assassino silente sembrava volersi infliggere un qualche tipo di punizione. Era come un modo per espiare le sue colpe. Troppo facile, pensò. Digiunare è un danno per il mio corpo e so che non mi sarà utile. Troppo facile è ignorare ciò che ho fatto e ciò che farò. Troppo facile è ignorare quello che dovrei invece fare perché cambi qualcosa. Arendel aprì gli occhi destandosi dai suoi pensieri. Uscì di casa al calar del sole.
Nonostante fosse fisicamente spossato e distratto da tanti pensieri, Arendel manteneva alto il suo stato di attenzione. Scrutava ogni dettaglio attorno a sé e i suoi occhi osservavano ogni minimo movimento. Camminò per diverso tempo, con passo lento e calmo. Arrivò alla solita locanda situata nella zona nord di Corman, un posto dove nessuno avrebbe messo piede a meno di doversi nascondere da qualcuno o di voler morire presto. In quel luogo ciascuno sapeva bene che la cosa migliore era farsi i fatti propri.
La porta della locanda si aprì più volte mentre Arendel sbucciava lentamente una mela verde. Ogni tre tagli buttava giù un sorso di un vino di bassa qualità dal sapore dolciastro. Nella sala comune c’erano poco più di una decina di persone, ciascuno per conto suo.
Lo sguardo di una persona dal volto coperto, come quello di quasi tutti gli avventori della taverna, si posava insistentemente sulle mani dell’assassino. Arendel smise per un attimo di tagliare la mela, fissò il suo anello, lo tolse dal dito e lo infilò in una piccola tasca. Quando sollevò lo sguardo verso l’osservatore, i suoi occhi erano già tornati sul boccale di birra e sul piatto pieno di pezzetti di pollo.
Arendel si alzò lasciando la mela ancora parzialmente coperta dalla buccia e il suo calice di vino sul tavolo, e si diresse verso le latrine. Anche l’osservatore lasciò il tavolo e seguì l’assassino silente. I suoi passi si fecero silenziosi, come se lo volesse spiare. Lo vide sparire tra le mura di legno del corridoio. Voltò l’angolo. Arendel era scomparso. Avanzò lentamente. Le tavole del pavimento scricchiolarono. In un attimo, senza che potesse opporsi, la misteriosa figura che aveva seguito l’assassino si trasformò da predatore a preda. Il petto finì contro la parete, la gola fu serrata da una cintura e la mano destra bloccata in una leva che torceva tutto il braccio dietro la schiena. Arendel aveva legato quasi in un unico movimento la gola al braccio della vittima che ora era immobile, come al guinzaglio. Non riusciva a produrre suono, tanto era stretta la presa. Sentì la punta di un pugnale sfiorargli le scapole.
«Non mi piace essere seguito. Non mi farei scrupoli a ucciderti senza neppure sapere chi sei e cosa vuoi». La voce dell’assassino sibilò fino alle orecchie della vittima. Arendel allentò leggermente la stretta sul collo. Non ottenne risposta. Affondò leggermente la tagliente lama dell’arma e cominciò a strappare il mantello.
«Fermo». Una voce familiare di donna lo supplicò.
«Mi seguì da quando sono uscito da casa. Chi sei?»
Arendel pensò per un momento di liberare la donna ma preferì tenerla immobile fino a che non l’avesse riconosciuta.
«Arendel», la voce della donna si riprese lentamente dalla stretta che l’aveva soffocata. «Sono Glen».
«Cosa ci fai qui?»
L’assassino silente fece voltare la donna liberandola dalla stretta della cintura. Le tolse il cappuccio e la guardò in volto. Era proprio lei.
«Vuoi forse finire ciò che avevi iniziato? Se è così sono pronta». Glen sostenne lo sguardo indecifrabile di Arendel con determinazione. «Ma se invece ti senti pronto per essere aiutato ascolterai ciò che sono venuta a dirti».
«Sei venuta a cercare proprio me?»
«Si». Arendel rimase colpito da quella risposta tanto secca. Glen era una combattente tanto abile quanto testarda quando sapeva di essere nel giusto. Ma ciò che la distingueva dai suoi compagni quando era nell’esercito era l’estrema indole pragmatica, la freddezza e l’intelligenza con cui risolveva tutto ciò che le creava un problema, fosse anche il modo di sconfiggere con un solo colpo tre avversari.
«Tu», Arendel trattenne la sensazione d’ira e di scompiglio che stava nascendo in lui. «stai mettendo a rischio la vita di mia figlia… la mia e anche la tua. Ti rendi conto di questo?»
«Ho visto un’arma che aveva gli stessi intagli del pugnale che porti sempre con te e non usi mai». La risposta di Glen lo spiazzò. «Inoltre quando un anno fa mi accennasti qualcosa su ciò che ti stava accadendo, mi parlasti di un uomo che ti aveva dato un nuovo lavoro…»
Arendel vagò con la mente e con lo sguardo. Un turbinio di pensieri lo avvolse. Gli occhi rimasero fissi sulla donna.
«Avevo capito subito che il famigerato assassino silente di cui si parlava in giro eri tu. Anche se alla fine non mi hai voluto raccontare nulla e sei andato via senza neppure salutarmi…» Glen non terminò la frase.
«Cosa hai scoperto su quelle decorazioni?»
La donna lo guardò un po’ impaurita. Il tono era quello dell’assassino, non dell’uomo con cui aveva condiviso parte della sua vita.
«Se te lo dico, lascerai che ti aiuti?»
«No. Tutto ciò è affar mio». Rispose seccamente Arendel.
«Se non me lo permetterai lo farò da sola»
«Perché dovresti, Glen?»
«Perché una delle tue prime vittime era mio marito». Arendel raggelò.
Gli occhi di Glen si riempirono di lacrime. Cercò di trattenere il pianto. Arendel non l’aveva mai vista piangere in tutti gli anni trascorsi insieme. Sentì la pelle bruciargli e il cuore battergli forte nel petto. Il respiro gli si bloccò per diversi istanti.
«Siamo più uguali di ciò che pensi. Ho giurato che avrei ucciso con le mie mani l’assassino di mio marito e ti assicuro che ho pensato al suicidio quando ho realizzato che la mano eri tu».
«Mi dispiace». Arendel non seppe dire altro. Rimase disarmato di fronte allo sguardo distrutto della donna.
«Ma quando ci siamo incontrati ho capito che non eri tu l’assassino, ma quell’uomo che tu avevi chiamato il mandante». Glen asciugò le lacrime con una manica, restò qualche istante in silenzio e poi concluse.
«Siamo più vicini e simili di ciò che pensi, Arendel». Glen gli accarezzò il volto fissandolo negli occhi. «Forse è per questo che siamo sempre stati così bene insieme», concluse.
Lo sguardo di Arendel si fece serio e teso. La mano corse rapida al pugnale e prima che chiunque potesse fare una mossa, la lama volò inaspettatamente in aria. E fu buio e silenzio.
***
La spinta che il pugnale diede alla porta, la fece chiudere repentinamente. Glen guardò Arendel con un filo di terrore. Arendel corse alla porta, la bloccò con il chiavistello e riprese il suo pugnale.
Silenzioso come un’ombra, l’assassino afferrò la mano della donna e la trascinò alla finestra del corridoio che conduceva alle latrine. Scostò la tenda e guardò rapidamente fuori. La aprì senza far rumore con una semplicità disarmante.
Arendel uscì per primo, poi aiutò Glen.
«Dobbiamo andare in un posto sicuro» affermò l’uomo.
«Casa tua?»
«No. Sia quella in città che la mia nuova dimora sono i peggiori posti dove potresti farti vedere». Arendel rifletté qualche istante. Glen lo fissò in silenzio, attendendo che dicesse qualcosa.
«Seguimi» disse soltanto cominciando a camminare radente alle pareti della locanda. Glen lo seguì senza obiettare.
***
«Mi dispiace» esordì l’assassino.
«Cosa?» Il bibliotecario si accarezzò la barba con le tozze dita. Arendel lo guardò in silenzio. «Cosa ti dispiace?» replicò.
«Di averti coinvolto in tutto questo».
«Ne abbiamo già parlato io…» Bazam fece un passo indietro e si ammutolì quando vide entrare nella biblioteca, dietro Arendel, una donna che riconobbe subito essere quella che gli aveva descritto pochi giorni prima. Era Glen.
«In effetti ora mi sento un po’ in pericolo» balbettò Bazam con un accenno di sorriso sulle labbra.
«Non doveva andare così, ma ci sono stati…», Arendel esitò un istante e si scambiò un’occhiata con la donna, «dei cambiamenti».
«Oh, non preoccuparti ragazzo», Bazam ritornò subito ad avere la sua espressione sempre solare e ottimista. Il nano si chinò e aprì un piccolo cassetto dal quale tirò fuori una terza tazza. Vi soffiò sopra e la strofinò con un panno che aveva sul tavolo. La poggiò vicino a quelle che usavano di solito lui e Arendel e vi versò una strana bevanda fumante di colore rosastro.
«Prego», offrì alla nuova ospite.
Glen guardò Arendel, un po’ diffidente sull’offerta, ma l’uomo la rassicurò con lo sguardo.
«Grazie», rispose.
«Abbiamo bisogno di scendere nella cantina, io e Glen dobbiamo parlare». Arendel si rivolse a Bazam mentre Glen gustava l’infuso la cui ricetta era gelosamente tenuta segreta dal nano.
«No. Nella cantina no». Bazam fu secco. Nel locale situato appena sotto la biblioteca, il nano conservava cibo e vino che tirava fuori solo in occasioni speciali ed era gelossismo di quel luogo che manuteneva con estrema cura, quasi superiore a quella usata per i libri.
«Bazam, lo dico per te. Io e lei parleremo a lungo e non è sicuro per te se rimaniamo quassù». Arendel poggiò entrambe le mani sulle spalle dell’amico.
«Va bene» disse sospirando dopo qualche attimo di silenzio.
Il bibliotecario accompagnò i due fino al fondo della sala dove, dopo qualche gradino, aprì una porta a misura di nano.
«Dovrete camminare chini per un po’» disse soltanto prima di dare due giri di chiave. «Coprirò il buco della serratura e se quando dovrete uscire lo troverete scoperto vorrà dire che non sono solo. In ogni caso, prima di uscire bussate tre volte». Bazam li rassicurò mentre apriva il passaggio.
«Grazie». Arendel si chinò e si infilò nel piccolo tunnel, seguito subito dopo da Glen. I due discesero nella cantina e dietro di loro il passaggio si chiuse.
***
«Mio marito era un brav’uomo» esordì Glen, non appena furono soli.
«Io…» Arendel abbassò lo sguardo. Desiderava scusarsi ma non trovò le parole. Sapeva che non avrebbe avuto modo di scusarsi.
«No» lo interruppe Glen. «Lasciami parlare». Le dita di Glen si poggiarono sulle labbra secche di Arendel. «Lui era considerato un rivoluzionario, uno che non accettava i soprusi politici e che lottava contro un sistema nascosto alla vista di quasi tutti». Gli occhi di Glen si fermarono fissi nel vuoto per qualche istante. «Non era nascosto a lui. E sono convinta che sia morto per questo».
«Che vuoi dire?»
«Non sono a conoscenza di tutto quello che aveva scoperto. Non mi raccontava mai delle sue ricerche né chi fossero i suoi informatori. Tutto ciò che so viene dalle mie ricerche condotte a partire da un suo piccolo diario». Glen estrasse un piccolo quaderno rilegato in pelle e lo strinse nella mano. «Sono i primi appunti che prese. Dopo un po’ di tempo smise di scrivere. Teneva tutto a mente». Glen porse il diario ad Arendel che iniziò a sfogliarlo. Già alla seconda pagina si fermò stupito.
«Tuo marito…»
«Era il comandante Kairn. Lucas Kairn, degradato e invitato a lasciare l’esercito». Glen pronunciò quelle parole con sdegno.
«Dicevano che avesse violato informazioni segrete e per evitare la pena di morte, visti i suoi grandi servigi prestati al regno, gli era stato concesso di prendere congedo». L’assassino silente parlò senza filtrare i pensieri.
«Menzogne» lo interruppe bruscamente. «Lucas aveva scoperto dei circoli corrotti all’interno dell’esercito. Cospirazioni» sentenziò. «Eravamo controllati, Arendel, dal primo all’ultimo soldato. Come burattini».
Arendel rimase in silenzio. Chinò il capo per qualche momento, poi tornò a guardare Glen negli occhi. «Non sembravi avere particolari rapporti con il comandante prima che abbandonasse. E neppure prima che tu prendessi congedo».
«Non ne avevamo infatti. Mi contatto poco tempo dopo. Ci vedemmo qualche sera. Voleva capire se poteva fidarsi di me. Mi coinvolse inizialmente nelle sue ricerche. Poi però…» la voce di Glen scemò repentinamente.
Arendel intuì subito dove Glen stesse andando a parare e la anticipò «poi però vi siete innamorati».
«Trascorrevamo tutte le notti insieme, c’era passione nei suoi occhi, energia nel suo corpo e nella sua mente, e io… è stata colpa mia…» Glen interruppe il suo sfogo scuotendo il capo come se si stesse giustificando.
«Non è stata colpa tua»
«Si, invece». Glen fu secca. «Mi ha imposto di lasciare l’esercito per il mio bene, ero troppo a rischio e troppo vicina alle informazioni che lui cercava. Mi disse che se non l’avessi fatto lui si sarebbe infiltrato nella guarnigione e avrebbe cercato da solo le prove». Arendel la lasciò finire. «Se non avessi avuto paura, sarei rimasta lì e l’avrei aiutato e magari adesso avremmo fermato questo complotto e lui sarebbe vivo».
L’assassino silente poggiò una mano sulla spalla di Glen. Non trovò parole per darle conforto, ma si rese subito conto che non era necessario.
«Da quando ho abbandonato l’esercito non ho più potuto partecipare alle ricerche di Lucas. Poi durante un torneo, l’elsa di un’arma attirò la mia attenzione. Era uguale a un disegno nei suoi appunti. Lucas era morto da poco e decisi di riprendere le ricerche, sebbene gli avessi promesso che non l’avrei fatto». Arendel rimase immobile.
«Ed era uguale a quella del pugnale che sempre porti con te» concluse.
«Mi dispiace». disse Arendel.
«Per cosa?»
«Per quello che ti è successo» aggiunse. «Da quanto eravate sposati?»
«Poco più di due anni. Ci eravamo sposati lo stesso anno in cui anche tu abbandonasti l’esercito». Glen fece una pausa, prese un respiro e poi concluse «quando tua moglie è stata uccisa». Arendel strinse i pugni per un attimo, poi li rilassò. Sollevò lo sguardo per un attimo, poi sembrò tornò serio e concentrato sull’argomento per cui erano scesi in cantina.
«Cosa hai scoperto?»
«Affari loschi con armi e forgiatori» disse Glen sottovoce, guardandosi attorno, come se temesse che anche laggiù qualcuno potesse udirli.
«Che genere di affari loschi?»
«Sono convinta che qualcuno stia tentando di arricchirsi con la guerra al fronte e con il potere e la ricchezza acquisite mediante queste azioni fatte sotto banco, prendere il controllo di qualcosa di più grosso» spiegò Glen con una certa dose di sicurezza.
«Come fai a esserne convinta?»
«Ho trovato delle carte, qualcosa che assomigliava a disposizioni per dei tornei e delle forniture d’armi che venivano descritte come “raccomandate”» Glen lasciò intendere che qualcuno stesse armeggiando con i fili di alcuni burattini messi in gioco solo come faccia di qualcosa di più grande.
«Dunque?»
«Ho portato avanti le ricerche su questo argomento, e, durante l’ultimo torneo, quello che ho perso per causa tua, ho scoperto che una certa Tanya promuoveva Darkus, l’uomo che ha vinto il torneo e che brandiva le armi di cui abbiamo parlato finora».
«Come possono delle armi essere il centro di un complotto così grande come dici? E come fai a stabilire che quello in cui io sono coinvolto sia direttamente legato a tutto ciò. L’unico legame che vedo è il pugnale con cui è stata uccisa mia moglie» obiettò Arendel con poca convinzione.
«Qualcuno sta manipolando le guerre politiche e militari con forze che forse non riusciamo neppure a immaginare. Quello che so» si interruppe per un istante. «Quello che so è che chi forgia queste armi è coinvolto in prima linea».
«I forgiatori di Krark», disse Arendel quasi come se la sua mente volesse accettare che ciò che Glen stava dicendo fosse vero.
«Esatto» esclamò Glen. «Proprio quel nome veniva menzionato nei cartigli che ho trovato. Avevo letto qualcosa che a prima vista mi sembrava assurdo, quasi una menzogna per vendere una merce falsa. Chi aveva scritto quelle lettere diceva che le armi di Krark potevano decidere le sorti di un duello, di una battaglia o di una guerra, secondo il volere del mastro forgiatore».
Arendel ripensò alle scoperte fatte da Bazam e, assumendo un’espressione riflessiva, collegò tutti quei frammenti che aveva raccolto. Nella sua mente fece un riassunto e senza che se ne accorgesse le parole uscirono dalla sua bocca senza essere filtrate dal raziocinio.
«Dunque il mandante starebbe in qualche modo usando il potere delle armi, me e chissà quali altri scagnozzi per influenzare o addirittura manipolare degli esponenti del governo di Mytel, o magari anche di qualcosa di più grosso, per ottenere ancora più potere e controllo».
Glen annuì in silenzio e Arendel si rese conto di aver parlato quasi senza volerlo. Quella sua riflessione rivelò a Glen che l’assassino silente le credeva.
I due si scambiarono un’occhiata di complicità. Arendel le disse con lo sguardo a Glen che si fidava di lei, e la donna rispose di rimando. Si intesero senza usare le parole.
«Dobbiamo andare con Bazam a Sarradun, alla grande biblioteca della gilda dei maghi». Arendel fu secco.
«Perché?»
«Perché in quella biblioteca è conservato un tomo che può dirci tutto su Krark, su una torre chiamata l’Occhio di Krark e su questi misteriosi poteri».L’uomo si lasciò scappare un sorriso. «Il nano aveva ragione. Seguire il pugnale e trovare quel tomo potrò spiegarci molte cose».
Glen annuì. Arendel la prese per mano e si avviò rapidamente verso l’uscita della cantina. «Ti spiegherò tutto più tardi» aggiunse mentre raggiungevano la porta di legno.
«Arendel». Glen bloccò l’uomo poco prima della porta. Si fece scura in viso. «C’è una cosa che devo dirti». Arendel guardò la donna con un sorriso.
«Lucas aveva fondato una specie di gruppo di ribelli».
«Avevo immaginato» affermò Arendel facendosi perplesso.
«Se qualcuno di loro arriva a te…»
L’assassino silente si fece anch’egli scuro in volto.
«C’è una taglia di cinquecento monete d’oro sulla tua testa, conservata nella vecchia cassaforte di Lucas e custodita dal consiglio di questi» esitò ancora, «ribelli».
Arendel si rilassò. «Non preoccuparti. So badare a me stesso». L’uomo si voltò nuovamente verso la porta ma Glen lo bloccò ancora. Si avvicinò e gli diede un bacio sulla guancia, abbassò lo sguardo e rimase in silenzio.
«Tutto finirà nel migliore dei modi». Le parole di Arendel, dette con quel disarmante sorriso, rassicurarono Glen, sebbene forti timori fossero nati nella mente dell’uomo.
***
«Vi assicuro e vi ripeto che non ho idea di cosa state parlando». Bazam parlava con fare apparentemente sicuro, sebbene alcuni suoi gesti non sarebbero passati inosservati a un esperto osservatore.
Arendel lo notò, guardando dal buco della serratura e ascoltando la conversazione con l’orecchio poggiato sulla porta.
«Sarà meglio per te stare fuori da certi giri loschi».
«Non sarà necessario che me lo ripetiate. Non sarà difficile non fare qualcosa che già non faccio» concluse il bibliotecario.
Il rumore di passi di due persone e della porta chiusa con vigore, chiusero quella conversazione.
Bazam guardò verso la porta. Attese qualche minuto. Si guardò attentamente attorno, si avvicinò all’uscita e si assicurò che i due si fossero allontanati, quindi tornò verso l’ingresso alla cantina e appose nuovamente il panno sulla serratura. Indietreggiò sobbalzando quando vide Arendel aprire la porta senza preavviso.
«Scusa» disse subito Arendel.
«Non fa niente. Sono solo un po’», il nano passò la mano sulla fronte asciugando un po’ di sudore, «nervoso».
«Ho sentito. Chi erano?»
«Non lo so. Non li avevo mai visti prima. Comunque non erano i loro veri volti, ne sono sicuro. Non so con che genere di trucco o magia si fossero camuffati ma non si prende facilmente in giro un nan…» si corresse immediatamente, «un bibliotecario».
Arendel sorrise un momento, ma il suo sorriso fu rotto immediatamente dalla preoccupazione. «Cosa volevano».
«Solo che la smettessi di fare ricerche al di fuori della mia biblioteca su armi o guerre antiche combattute nella Dominazione». Scosse il capo.
«Sei riuscito a convincerli che non stai facendo nulla di tutto ciò?»
«Lo spero».
Arendel rimase perplesso. Se quegli uomini erano al servizio del mandante, probabilmente erano in grado quanto lui di capire che il nano stesse mentendo.
«Dobbiamo sbrigarci ad andare a Sarradun, con qualche mezzo».
«Non abbiamo altri mezzi che la carovana con cui avevo organizzato prima». Il tono di Bazam era sconsolato.
«Allora andremo a cavallo»
«Impossibile» replicò immediatamente il bibliotecario. «A cavallo rischierai di farti scoprire» fece una pausa. «Per entrare nella capitale ti dovranno censire e allora sapranno che sei andati lì. Gli uomini del mandante, mi hai sempre detto, cercano di controllarti in qualche modo, e già a stento riesci a condurre con tranquillità le tue ricerche in questa città». Le parole del nano non lasciavano spazio a obiezioni.
«E come possiamo fare?»
Bazam abbassò lo sguardo riflessivo. Glen rimase in attesa, in silenzio con il fiato sospeso. Il nano strofinò il mento e la barba con la sua mano grassoccia e rimase zitto per qualche istante. D’improvviso i suoi occhi si illuminarono.
«Datemi sei giorni»
«Sei giorni? Per fare cosa?»
«Sei giorni e andremo tutti quanti insieme in incognito a Sarradun» affermò il nano.
«Come faremo?» domandò Arendel misto tra contento e dubbioso. Glen si limitò ad ascoltare e osservare.
«Lasciate fare a me. Ci rivedremo qui esattamente tra sei giorni, allo scoccare della mezzanotte. Non un minuto di più né uno di meno, intesi». Bazam guardò Arendel negli occhi, ricordandogli la mancanza precedente e sottolineando la nuova importanza dell’appuntamento.
«Bazam… era urgente» provò a giustificarsi Arendel con un mezzo sorriso, intuendo cosa il bibliotecario volesse dire.
«Lascia stare» gli sorrise di rimando. «Vedi di non mancare stavolta».
Arendel diede una pacca sulla spalla al nano, poi prese per mano Glen e la accompagnò verso l’uscita sul retro. «Non mancheremo».
«Non fare altre ricerche fuori dalla tua biblioteca». Arendel guardò Bazam per ricordargli che anche lui aveva delle raccomandazioni da fare.
«Non mettere il naso fuori da questa biblioteca se non per altre faccende, o ti caccerai in guai seri». Arendel si voltò e si mosse verso la porta dell’uscita secondaria sul retro della biblioteca. Bazam annuì semplicemente, poi sorrise.
Appena fuori, l’assassino si rivolse a Glen con tono più serio. «Non puoi restare né da me né da Bazam. Sarebbe troppo pericoloso per tutti». Estrasse una sacca con delle monete e una che conteneva dei trucchi e una parrucca. «Dovrai travestirti, rinchiuderti in locanda per sei giorni e non uscire dalla tua stanza. Cerca di non destare sospetti e se ti accorgi che il locandiere si incuriosisce del fatto che non ti vede, fuggi e cambia locanda».
Glen spostò la mano di Arendel che teneva il sacco di monete. «Ho del denaro a casa».
«Non puoi passare da casa, non è sicuro» la ammonì.
I due si scambiarono un ultimo sguardo di intesa, quindi si allontanarono ognuno per la sua strada. Si sarebbero incontrati sei giorni dopo per dare una svolta drastica alla loro storia.
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La lettera non aveva la solita forma. Quando “il mandante” lo chiamava, usava un tipo di lacca ben precisa e non lasciava mai sbavature quando vi apponeva il suo marchio. Il papiro era diverso.
Arendel raccolse la pergamena arrotolata dal solito tubo nascosto nel mezzo della radura poco lontana dalla città. Richiuse il contenitore con la chiave, quindi occultò nuovamente con cura il nascondiglio. Esitò un attimo, poi ruppe il sigillo e aprì la lettera. Al suo interno non v’era il luogo dell’incontro e qualche dettaglio sulla sua prossima vittima, ma qualcosa di ben peggiore.
Non sono il mandante. Io conosco il tuo segreto. Se già ti stupisce che io abbia accesso ad alcune risorse di cui soltanto egli fa uso, ti renderai conto che non sei stato contattato da uno sprovveduto. Questa lettera non l’ha scritta lui, ma io di mio pugno per invitarti a vederci, fuori dal bosco, l’ultimo giorno del mese al calar del sole. Ho una proposta che, per il bene di tua figlia, non vorrai rifiutare.
L’assassino silente arrotolò la pergamena e la ripose nella sua sacca, facendo attenzione a non lasciare traccia della lacca, neppure in mezzo ai cespugli. Mancavano solo tre giorni all’appuntamento ed egli non sarebbe mancato.
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Quei tre giorni erano trascorsi quasi senza sonno. Ora dopo ora non riusciva a cancellare dalla mente l’immagine di sua figlia, minacciata da un nuovo pericolo. Erano diverse settimane che non gli veniva commissionato un omicidio, eccezion fatta per Glen, e aveva avuto del tempo per continuare le sue ricerche segrete.
Aveva quasi iniziato a ringraziare gli dei per quel periodo di pace, ma quella tranquillità apparente era stata spezzata prima dalla commissione che lo aveva disorientato, poi dall’enigmatico messaggio.
Infine lo aveva fatto. Aveva ringraziato gli dei, ma soltanto per aver fatto giungere il giorno dell’incontro