Breve come un Respiro – Capitolo IX°

29 novembre 2009 - 7:15 by immortal_bard

I due elfi camminavano in direzione della locanda e il vento sembrava volergli correre e ringhiare contro. Eoghan si strinse nel mantello e chinò il capo per proteggere gli occhi. Saifel fece altrettanto e accelerò il passo, sentendo il freddo penetrargli fino alle ossa. Il ristoro era solo a pochi passi e i due erano affamati. Avevano lavorato fino a sera e da quando erano usciti dal palazzo di Ibraham non avevano toccato cibo.
 La luce dei lampadari sbucava dalle finestre come fosse fioca luce di candela. Il vento stava iniziando a sollevare polvere e qualche fiocco scendeva, sciogliendosi prima di posarsi sulla neve ormai divenuta compatta come ghiaccio. Il bardo andò avanti e raggiunse la porta, poi si voltò e attese che il guerriero lo raggiungesse.
 L’odore di cibo e quello dolciastro del sidro caldo poteva essere percepito già fuori dalla porta, nonostante il clima lottasse per cancellarlo. Dei rumori confusi rimbalzavano sullo spesso legno della porta. Saifel allungò la mano e tocco la maniglia, lanciò un’ultima occhiata a Eoghan, quindi aprì la porta.
 I due elfi fecero il loro ingresso in locanda. Dapprima nessuno si accorse di loro, solo qualche voce li incitò a chiudere la porta in fretta. Eoghan accompagnò la porta e rimase di spalle, come se volesse attendere la reazione delle persone in locanda alla vista di Saifel.
 Il bardo si guardò attorno. Più della metà dei cittadini di classe inferiore che erano impegnati a lavorare nelle miniere era raggruppata nella sala comune, la più grande della locanda. Poco distanti da loro, in una saletta quasi chiusa da due pareti sottili, sembrava esserci gente di rango leggermente superiore, con qualche soldo in più ma comunque non in grado di permettersi manicaretti da re. Ai due lunghi banconi, molti uomini soli erano seduti e sorseggiavano in silenzio o chiacchierando con l’uomo accanto. C’erano almeno quattro ragazzi e due ragazze a servire i tavoli, tutti troppo giovani per essere già dei lavoratori. Dietro il bancone più largo, un uomo robusto e basso riempiva boccali in continuazione, aiutato nell’altro bancone da una ragazza di circa vent’anni. Infine, non lontano dalla porta, due ragazzi strimpellavano della musica di intrattenimento con un liuto rovinato e una fisarmonica bucata. La loro musica a malapena riusciva a sovrastare gli attimi di calma della ressa che caratterizzava la locanda.
 Gli occhi di Kurt si posarono sui nuovi arrivati. Il nano aveva già intuito di chi si trattasse. I suoi uomini erano tutti al suo tavolo e le vesti indossate non lasciavano adito a dubbi. Saifel abbassò il cappuccio e continuò a guardarsi intorno in cerca del miglior posto dove sedersi. L’uomo seduto alla destra di Kurt si alzò come per andargli incontro e la sedia strisciò con violenza sul pavimento. Il nano lo fermò con il braccio e fissò gli elfi. Il silenzio si diffuse come passaparola, partendo dal tavolo di quelli dei metalli, fino ad arrivare all’ultimo uomo seduto al bancone. Alcuni rimasero con gli sguardi sui loro boccali, altri seguirono lo sguardo del nano fino a posarsi sui due elfi.
 «Benvenuti!»
 L’oste ruppe il silenzio allargando le braccia e poi riempendo a metà due boccali. «Questi primi due bicchieri di sidro sono la mia offerta per accogliervi». Era chiaro che quell’offerta era più un modo per tenersi due clienti nuovi che semplice ospitalità.
 «Non vogliamo scansafatiche qui». L’urlo arrivò dal fondo della sala. Eoghan, che nel frattempo si era girato ma non aveva abbassato il cappuccio, percepì che la frase era giunta da un tavolo diverso da quello di Kurt. Era evidente che la punizione inferta da Tod a quelli dei metalli non li aveva messi in buona luce con tutti gli altri. Nessuno voleva nella propria squadra gente che faceva dimezzare le paghe.
 Insieme al turbinio di pensieri che riempì la testa di Eoghan, anche la locanda si riempì nuovamente di voci e la musica ricominciò a essere il muto sottofondo del disordine. La maggior parte delle persone ricominciò a farsi i fatti suoi. Kurt rimase in silenzio, mentre i suoi uomini cominciarono a parlare tra loro. Lo sguardo del nano non si staccò dagli elfi. Saifel lo incrociò, come era accaduto alle paghe, ma lo sostenne e si avvicinò al bancone. Eoghan lo seguì poco dopo. Il bardo sorrise all’oste e prese il bicchiere.
 «Conto sul fatto che questi non saranno i vostri unici boccali». L’oste poggiò la sua grossa mano sopra quella dell’elfo e sussurro all’elfo, senza perdere il sorriso.
 Saifel guardò ancora verso il tavolo di Kurt, notando che il nano lo stava fissando ancora. Poi si guardò attorno e notò che in molti li stavano ignorando e chi non lo faceva non li guardava con l’aria di chi è pronto ad accogliere un amico.
 «Conto anche io sul fatto che avremo occasione di bere ancora del tuo gustoso sidro», rispose Saifel dopo qualche momento di silenzio. L’oste, rassicurato, si allontanò. Saifel guardò la cintura e fissò il sacchetto vuoto. Era certo che l’oste sapesse già che c’erano due nuovi arrivati che non avevano ricevuto la paga, ed era anche certo che non sarebbe stato difficile per nessuno in quella sala scoprire chi fossero.
 «Chiediamo asilo al tempio?» Eoghan parlò sottovoce.
 «Padre Marion non avrebbe di cosa nutrirci. Forse potrebbe darci un posto dove dormire, ma non voglio darmi per vinto così facilmente». Saifel prese posto negli sgabelli alti vicino al bancone. L’uomo più vicino era appena dietro di lui ma non si curò che potesse ascoltare la loro conversazione.
 «Che vuoi dire?»
 «Che troverò un modo per entrare nelle grazie di Kurt. In fondo è con lui e i suoi uomini che dobbiamo lavorare». La risposta di Saifel fu quasi spezzata da una sonora risata alle sue spalle. L’elfo si voltò. L’uomo che gli sedeva di fianco lo guardava con gli occhi un po’ lucidi per tutto l’alcol che aveva in corpo. Batté il boccale sul bancone.
 «Oste! Un’altra birra». L’uomo poggiò tre monete d’argento sul bancone. «E ve ne offrirò due a testa se farete sorridere Kurt dei metalli». Le parole dell’uomo suonarono beffarde.
 “Un uomo ubriaco è sempre più propenso a parlare”, improvvisamente le parole del comandante di una delle unità dell’esercito di Hanturiam balenarono alla mente di Saifel. L’uomo che li aveva sfidati non era un prigioniero da riempire di liquore affinché raccontasse delle strategie del suo esercito, tuttavia era abbastanza ubriaco da dire probabilmente quello che altri in quella locanda non avrebbero detto.
 «Mi piacerebbe sapere di più su di lui», iniziò Saifel. L’uomo rimase silenzioso con un sorriso quasi inebetito e poco dopo rispose con una domanda: «Perché?»
 «Perché se devo guadagnarmi da bere voglio sapere tutto ciò che mi può essere utile». Saifel si guardò attorno e fece una piccola pausa. «E poi vorrei capire perché è l’unico in questa locanda che ti supera nel timore che incute agli altri avventori». Il bardo assunse uno sguardo adulatorio e l’uomo si gonfiò nel petto e si guardò attorno.
 «Si… con timore… hai ragione… anche voi due dovreste… e bada a come ti rivolgi a me», tra un’esitazione e l’altra buttò giù altri due bicchierini di liquore e un sorso della birra.
 «Se sapessi qualcosa su Kurt potrei scoprire come farti diventare il più temuto qui dentro». Saifel affondò l’attacco.
 «Certo» rispose esaltato l’uomo sempre più ubriaco.
 «Raccontami… ehm…». L’elfo esitò rendendosi conto di non sapere neppure il nome dell’uomo che aveva davanti. «Che sciocco che sono. Non ti ho nemmeno detto il mio nome. Io sono Saifel». Senza usare parole l’elfo invitò l’uomo a ricambiare la presentazione. Radolf ci mise un po’ prima di capire e rispondere con il suo nome.
 «Raccontami tutto Radolf». Saifel si mise in posa di ascolto, quasi come un bambino di fronte a una favola.
 L’uomo barcollò aggiustandosi sulla sedia, fece colare in gola l’ultimo goccio di liquore dell’ultimo bicchierino e afferrò il boccale di birra. Tossì per preparare la voce. Saifel fu investito da una nube di alito che a giudicare dall’odore avrebbe preso fuoco alla prima scintilla.
 «Kurt… dei metalli». Radolf iniziò sottovoce. Saifel lo guardò incuriosito.
 «Perché mi parli sottovoce?»
 «Diamine! Il nano non vuole che si raccontino cose su di lui». Dapprima con tono alto, poi di nuovo sottovoce, Radolf apostrofò l’elfo.
 «Kurt dei metalli, viene dal profondo sud. Viene dalle oscure valli del Narkatar. Si racconta in giro che venisse da una cittadina di gente superstiziosa e dai modi un po’ barbari. In molti ce l’avevano a morte con i nani perché erano fisicamente capaci di fare il lavoro più duro e laggiù, si sa, il lavoro duro era quello che più serviva. In posti come quello chi può fare più lavoro degli altri guadagna di più e non è visto di buon occhio». Radolf sorseggiò la birra, barcollò e sembrò perdere il filo del discorso. «C’è stato un terremoto… quindici anni fa… circa, non saprei dirlo. Questa notizia è arrivata fin qui… io ci sono nato qui sai?» Saifel alzò un sopracciglio e temette per un attimo di stare perdendo tempo.
 «Cosa c’entra il terremoto?»
 «La gente disse tante cose e fece tante ipotesi. Una delle più affermate era che i nani avessero scavato la terra e le miniere dove la terra stessa aveva messo radici, facendola adirare e provocando il terremoto. In molti morirono per quel disastro. Nella sua cittadina comunque ci fu il massacro dei nani e la famiglia di Kurt emigrò. Tutti tranne lui. Quel nano testa dura rimase lì a combattere quel razzismo finché non fu pestato a sangue. Ma Kurt dei metalli non è uno che si tiene per sé certe cose. Li uccise tutti quelli che lo avevano pestato, si dice durante un secondo tentativo. Usò solo un piccone. Tutta la malvagità dei nani emerse in quell’occasione».
 «Kurt sarebbe un assassino?»
 «No. Solo uno che si difende con troppo zelo». Radolf parò quasi con sufficienza.
 «E quando è arrivato?»
 «Il vecchio nano è arrivato qui circa dieci anni fa. Resistette per non più di cinque anni dopo il terremoto e, come ti ho detto, la goccia che fece traboccare il vaso fu quell’assalto di barbari che lo pestarono. Gli tagliarono un dito del piede destro e uno della mano sinistra. Adesso è qui e si nasconde. Nella miniera qualcuno pensa che se i barbari sapessero dove si nasconde lo ucciderebbero per la strage che ha compiuto. Non vuole saperne di salire di rango. Meno sta in vista, più è contento quel vile di un nano». Dalle parole di Radolf trasparì un leggero disprezzo anche se al tempo stesso pareva esserci un grande rispetto, dovuto forse al timore nei suoi confronti. Bevve il resto della birra d’un fiato, sospirò e si preparò a concludere il suo racconto.
 «Quindi, quel nano è qui per nascondersi il più lontano possibile dal Narkatar. Ci sono tante cittadine laggiù, come qui nei regni del nord, ma per quante normali ce ne possano essere, quello rimane sempre un luogo malvagio secondo me… e anche secondo lui visto che non ci torna. Penso tu capisca perché il nano è così diffidente e burbero. Non ama chi cerca di ottenere confidenza e non sorride mai. Quel nano è morto dentro… nessuno sa quale sia lo scopo della sua vita ormai… e ti dirò di più», Radolf cercò le gocce sul fondo del bicchiere. «Nessuno vuole saperlo. Questo è tutto».
 «Come sai queste cose?»
 «Ho le mie fonti… e poi quando uno si rifugia a Raerem tra i cittadini di classe inferiore per tanti anni e lavora nelle miniere non può nascondere il suo passato». Radolf sembrò evasivo.
 «Spiegati meglio». Saifel sorrise di nuovo incuriosito. Radolf scosse la testa. L’elfo gli avvicinò il mezzo boccale di sidro che l’oste gli aveva offerto e che non aveva ancora toccato. L’uomo tentò di afferrarlo ma Saifel lo discostò di quel tanto che bastava a non farglielo raggiungere.
 «Va bene… un paio di anni fa, venne un tizio qui a Raerem… sai che questa cittadina è come un porto, un rifugio per chi fugge, sotto certi punti di vista… alcuni arrivano sotto l’ala del Magnanimo, lavorano in miniera per un po’ e poi se ne vanno. Questo tizio che passò era strano. Era esile e vestiva sempre delle tuniche strane. Lavorò in miniera e come voi iniziò dai metalli. Era l’uomo che mi faceva più paura di tutti… scarno in viso era capace di scrutare le menti. Forse fuggiva per causa di questo suo potere e del suo vizio di raccontare troppe cose a troppe persone. Raccontò più o meno i fatti di tutti quelli che lavoravano in miniera… ora di quelli che c’erano e sanno siamo rimasti in pochi… la gente va e viene e dimentica… e beve… e dimentica…» Saifel vide Radolf abbassare lo sguardo sconsolato. Capì che anche Radolf doveva avere una storia triste alle spalle. Si guardò attorno e si rese conto che ognuno, in quella locanda, aveva una storia triste nel suo passato che lo aveva condotto sin lì.
 L’elfo accostò il boccale a Radolf. L’uomo lo afferrò e bevve e gli tornò il sorriso. «Di quel tizio macabro non si seppe più nulla. Svanì come era apparso».
 «Bene. Grazie Radolf, la tua è stata una bella storia… ma tra poco toccherà a me». Saifel si alzò in piedi. Eoghan, che nel frattempo aveva finito il sidro, si voltò preoccupato. «Che fai?»
 «Ci procuro cena e letto per stanotte». Saifel sorrise a Eoghan e si diresse verso i ragazzi che stavano strimpellando il sottofondo cacofonico della locanda.
 «Sapevo che non avrei dovuto raccontargli quelle cose», Radolf parlò verso Eoghan. L’elfo attese qualche istante fissando l’uomo poi rispose. «Perché? Hai parlato troppo?»
 «No… perché ho fatto cacciare il tuo amico in un bel guaio… e forse anche io…» Radolf non finì la frase. La sua testa cadde sul bancone e tra bava e residui di noccioline, un sonoro russare fuoriuscì dalla sua bocca.
 Eoghan guardò Saifel mentre raggiungeva il palchetto. Vide il compagno prendere il piccolo liuto e fare accomodare gentilmente i ragazzi sul bordo del palco. Una leggiadra musica cominciò a spandersi lenta. Allo stesso modo il silenzio pervase la locanda. Dal primo all’ultimo in quel luogo abbassarono la voce e i boccali e si voltarono verso Saifel. Chi era stato colpito dalla musica e chi dalla curiosità, tutti si voltarono. Kurt fissò l’elfo negli occhi.
 «Non so da quanto in questa locanda non si ascolta buona musica e la storia di un buon vecchio bardo», le parole dell’elfo furono accompagnate dalle note pizzicate perfettamente su di un liuto di dubbia qualità. «Ma stasera per voi e per farmi perdonare del disturbo, voglio essere solo un menestrello, un cantore, uno che racconta una storia per allietarvi la serata, perché a differenza di quel che si può pensare ho viaggiato molto… e ho molte cose da raccontare».
 Un urlo interruppe la melodia: «Sta’ zitto maledetto elfo!»
 «Ma io voglio raccontarvi di un viaggio nel Narkatar». Le urla ricominciarono a susseguirsi come se di quello che il bardo stesse tentando di raccontare, nulla interessasse alla gente in locanda. D’improvviso un rumore cupo e vibrante riportò il silenzio. Era il pugno di Kurt che aveva fatto tremare tavolo e boccali.
 «Silenzio… io voglio ascoltare», sentenziò.
 Saifel osservò la riverenza di tutti, e udì il silenzio. Pizzicò di nuovo due corde e sorrise, ricambiando lo sguardo duro di Kurt. Avrebbe dovuto raccontare una bella storia.



Acrobazie XSL

26 novembre 2009 - 18:35 by Charlenger

Qualche volta mi capita di fronteggiare problemi simili a quelli che altri hanno affrontato ma con qualcosa in più o qualcosa di diverso. Una delle tecnologie al momento più utilizzate è sicuramente XML con XSLT. Come al solito, per chi non ne capisce nulla ma è interessato al tema, aggiungo due paragrafi introduttivi sulle tecnologie di cui sto parlando, tratti dalle definizioni di Wikipedia (it).

***

XML (acronimo di eXtensible Markup Language) è un metalinguaggio di markup, ovvero un linguaggio marcatore che definisce un meccanismo sintattico che consente di estendere o controllare il significato di altri linguaggi marcatori.

Costituisce il tentativo di produrre una versione semplificata di SGML che consenta di definire in modo semplice nuovi linguaggi di markup da usare in ambito Web. Il nome indica quindi che si tratta di un linguaggio marcatore (markup language) estensibile (eXtensible) in quanto permette di creare tag personalizzati.

e

L’XSL, acronimo di eXtensible Stylesheet Language, è il linguaggio di descrizione dei fogli di stile per i documenti in formato XML. Com’è noto, lo standard XML prevede che i contenuti di un documento siano separati dalla formattazione della pagina in cui verranno pubblicati. D’altra parte è proprio questa distinzione a costituire uno dei punti di forza dell’XML come metalinguaggio, in quanto massimizza la possibilità di associare molti e diversi linguaggi di marcatura agli elementi del documento, arricchendone le proprietà semantiche. L’XSL permette di visualizzare lo stesso file XML in formati diversi: come pagina web, come pagina stampabile oppure come traccia per un’esposizione orale.

***

Alcuni tra i problemi più ostici che ho incontrato finora sono i seguenti:

- Copiare un intero documento XML escludendo dall’output solo alcuni nodi

In questo caso, sulla copia, internet mi è subito venuta incontro con la ormai standard “identity transform”:

<xsl:template match=”@*|node()”>
<xsl:copy>
<xsl:apply-templates select=”@*|node()”/>
</xsl:copy>
</xsl:template>

Questa bellissima trasformata permette di copiare tutto quello che c’è nel documento d’origine. Tuttavia se si vuole cancellare o modificare uno specifico nodo è sufficiente aggiungere il template relativo. Per esempio se il documento XML si vuole copiare per intero a meno del nodo “node” si aggiungerà il template:

<xsl:template match=”//node”/>

E se si volesse mofidicare il nodo “another-node” si aggiungerebbe:

<xsl:template match=”//another-node”>
… XSL code …
</xsl:template>

- Utilizzare un singolo XPath per effettuare una selezione condizionale di una porzione di stringa

Sembra complicato, ma certe volte è necessario emulare la struttura IF-THEN-ELSE usando una singola espressione XPath. Di seguito faccio un esempio che purtroppo non riesce a essere del tutto generico.
Supponendo di avere un documento d’origine così costituito:

<tags>

<Node>MyValue</Node>
<Node>My::Value</Node>
<Node></Node>

<tags>

quello che voglio ottenere è una traduzione di alcuni caratteri particolari, per esempio i ”:”, e usare una stringa di default nel caso il nodo sia vuoto. L’XPath in questione è il seguente:

concat(translate(/Node,’\/():*?|’,'________’), substring-after(concat(translate(/Node,’\/():*?|’,'________’), ‘_’, string-length(/Node), ‘No_Value’), ‘_0′))

che mi darebbe come output, se applicato a ciascuno dei “Node” precedenti:

MyValue
My__Value
No_Value

- Selezionare un nodo di testo contenente entities di paragrafo e ritorni a capo e trasformare il testo usando la versione interpretata delle entities e il tag <br/> al posto dei ritorni a capo

Supponiamo di avere un documento d’origini così costituito:

<document>
<node>text text &amp; text text &lt;p&gt; asdasdas &lt;/p&gt; asdas <p>texter
asf </p>
asdas asalk <p> text </p>asdalskdnalskdnas
asdasda
sdasdasd
asdasd
<p>asdasd </p>
</node>
</document>

e vogliamo ottenere:

<document>
<node>text text &amp; text text <p> asdasdas </p> asdas <p>texter <br/>asf </p><br/>asdas asalk <p> text </p>asdalskdnalskdnas<br/>asdasda<br/>sdasdasd<br/>asdasd<br/><p>asdasd </p><br/></node>
</document>

applicheremo la trasformata:

<xsl:template match=”/”>
<document>
<xsl:apply-templates select=”//node”/>
</document>
</xsl:template>

<xsl:template match=”node”>
<xsl:apply-templates/>
</xsl:template>

<xsl:template match=”p”>
<p>
<xsl:apply-templates/>
</p>
</xsl:template>

<xsl:template match=”text()”>
<xsl:call-template name=”br_translation”/>
</xsl:template>

<xsl:template name=”br_translation”>
<xsl:param name=”text” select=”.”/>
<xsl:choose>
<xsl:when test=”contains($text, ‘&#xa;’)”>
<xsl:variable name=”ptext”>
<xsl:value-of select=”substring-before($text, ‘&#xa;’)”/>
</xsl:variable>
<xsl:call-template name=”p_translation”>
<xsl:with-param name=”nptext”>
<xsl:value-of select=”$ptext”/>
</xsl:with-param>
</xsl:call-template>
<br/>
<xsl:call-template name=”br_translation”>
<xsl:with-param name=”text” select=”substring-after($text,’&#xa;’)”/>
</xsl:call-template>
</xsl:when>
<xsl:otherwise>
<xsl:call-template name=”p_translation”>
<xsl:with-param name=”nptext”>
<xsl:value-of select=”$text”/>
</xsl:with-param>
</xsl:call-template>
</xsl:otherwise>
</xsl:choose>
</xsl:template>

<xsl:template name=”p_translation”>
<xsl:param name=”nptext”/>
<xsl:choose>
<xsl:when test=”contains($nptext,’&lt;p&gt;’)”>
<xsl:call-template name=”bp_translation”>
<xsl:with-param name=”nptext”>
<xsl:value-of select=”substring-before($nptext, ‘&lt;p&gt;’)”/>
</xsl:with-param>
</xsl:call-template>
<xsl:text disable-output-escaping=”yes”>&lt;p&gt;</xsl:text>
<xsl:call-template name=”p_translation”>
<xsl:with-param name=”nptext” select=”substring-after($nptext,’&lt;p&gt;’)”/>
</xsl:call-template>
</xsl:when>
<xsl:otherwise>
<xsl:call-template name=”bp_translation”>
<xsl:with-param name=”nptext”>
<xsl:value-of select=”$nptext”/>
</xsl:with-param>
</xsl:call-template>
</xsl:otherwise>
</xsl:choose>
</xsl:template>

<xsl:template name=”bp_translation”>
<xsl:param name=”nptext”/>
<xsl:choose>
<xsl:when test=”contains($nptext,’&lt;/p&gt;’)”>
<xsl:value-of select=”substring-before($nptext, ‘&lt;/p&gt;’)”/>
<xsl:text disable-output-escaping=”yes”>&lt;/p&gt;</xsl:text>
<xsl:call-template name=”p_translation”>
<xsl:with-param name=”nptext” select=”substring-after($nptext,’&lt;/p&gt;’)”/>
</xsl:call-template>
</xsl:when>
<xsl:otherwise>
<xsl:value-of select=”$nptext”/>
</xsl:otherwise>
</xsl:choose>
</xsl:template>

Da notare come in questo caso vengono applicate solo tre traduzioni ma lo stesso principio può essere applicato a catena infinite volte.

***

Spero che questo post possa essere utile.



Breve come un Respiro – Capitolo VIII°

21 novembre 2009 - 22:30 by immortal_bard

 Gli sguardi degli uomini della squadra dei metalli erano torvi, alcuni quasi truci. Erano sette uomini e un nano, tutti stranieri. Erano arrivati pian piano a Raerem, chi per un motivo e chi per un altro, e nessuno di loro aveva mai preteso di diventare poco più di un semplice cittadino di classe inferiore. Non avevano dato un nome alla loro squadra, semplicemente erano chiamati “quelli dei metalli”. Tra le loro mani, i loro picconi e i loro carrelli, passavano tutti coloro che arrivavano chiedendo asilo alla città di Raerem. Mentre la maggior parte dei cittadini di Raerem, di solito, cambiava rango non appena possibile, loro otto erano rimasti da sempre ciò che erano stati sin dall’inizio.
In fila davanti a Tod, ogni minatore passava, apriva un piccolo sacco che aveva tenuto legato alla cintura tutto il giorno, riceveva la paga, salutava con un cenno che era più una formalità, e se ne andava.
A ogni passo, quelli dei metalli guardavano a turno i due elfi. I loro occhi non erano carichi d’odio, ma di qualcosa di simile. Eoghan percepì le sensazioni degli uomini, ma sentì che lo sguardo più pesante che gli era addosso era quello di Kurt, il nano e anche il capo squadra. Erano occhi pesanti eppure lo fissava in maniera strana.
 «Mezza paga per pausa non autorizzata». La voce di Tod fu una sentenza. Il nano non obiettò né si lamentò. Strinse la cordicella della borsa e guardò verso gli elfi. Saifel abbassò lo sguardo, Eoghan lo sostenne per qualche attimo, poi si voltò a fissare davanti a lui seguendo la fila.
Quando tutti e sette gli uomini dei metalli ebbero ricevuto la loro mezza paga, tocco a Saifel.
 «Per stasera voi non verrete pagati. Avete infranto le regole, provocato una pausa non autorizzata e lavorato solo la metà delle ore». Saifel rimase atterrito dalla freddezza con cui Tod gli parlava senza staccare gli occhi dal suo libro paga. Scorse diversi nomi. Nessuno aveva un cognome, una stirpe o il nome di un genitore. C’erano solo singoli nomi o acronimi.
 «Vuoi che ti cacci a calci?»
 Tod alzò lo sguardo. Saifel si accorse che dietro di lui la squadra dei carrelli stava aspettando.
 «No, signore». La frase uscì timidamente dalla bocca del bardo. Eoghan lo seguì in silenzio mentre si allontanava.
 Saifel ed Eoghan si fermarono in un angolo a guardare il resto della fila che si allontanava con le loro paghe. Erano stanchi e affamati e il vento sembrava volerli congelare. Le ultime torce si spensero. Il sole era già tramontato da un pezzo.
 «Hai intenzione di restare lì a morire?»
 «No». Saifel spostò lo sguardo dagli uomini che si allontanavano sull’altro elfo che nel frattempo gli aveva poggiato una mano sulla spalla e con l’altra gli porgeva un mantello pesante che aveva preso da una pila vicino alla miniera.
 «Dove li hai presi?»
 «Penso che ci spettassero. Li hanno presi i minatori mentre andavano via e ne sono rimasti solo due. Se qualcuno si dovesse lamentare glieli restituiremo». Il sorriso di Eoghan divenne quasi disarmante. Sembrava che i ruoli si fossero invertiti rispetto alla notte nelle prigioni.
 «Andiamo in locanda. Forse riusciremo a ottenere un pasto e un letto».
 «Vuoi elemosinare?» Eoghan guardò stupito verso Saifel.
 «No»
 «Cos’hai in mente?»
 «Vedrai». Il sorriso tornò sul volto del bardo e i due si incamminarono nella direzione che poco prima aveva preso la maggior parte degli uomini usciti dalla miniera.
 Lungo la strada gli occhi di Saifel furono attratti da un colonnato fin troppo maestoso per essere una comune abitazione, che stonava con le costruzioni vicine e che, seppure non sembrasse curato e solo una fioca luce giungesse dall’unica finestra aperta, ricordava la regalità di un tempio. In effetti era proprio un tempio della Forte Fede, dedicato alla luce del signore della giustizia Kyrion.
 «Qualcosa non va?»
 Eoghan si rivolse a Saifel notando che aveva rallentato il passo.
 «Ho bisogno di rivolgere una preghiera agli Dei e laggiù c’è un tempio». Il guerriero elfo annuì e i due si avviarono in direzione del colonnato.
 Saifel fece capolino con la testa. La porta del tempio era aperta nonostante la neve fuori stesse ricoprendo il piccolissimo cortiletto esterno. La luce che aveva intravisto era quella di una grossa candela stanca, ormai quasi del tutto consumata e che la cera aveva fatto piegare, sciogliendosi, su di un lato. Accanto alla candela era imbandito l’altare, dietro il quale una serie di panche erano a disposizione dei fedeli per la preghiera. Dall’interno il tempio si dimostrava ben più piccolo di quanto potesse apparire dall’esterno. La poca illuminazione contribuiva inoltre a rendere l’ambiente ancora più piccolo alla vista. In fondo alla sala, seduti sull’ultima panca, un uomo magro e con un cerchio di capelli lunghi attorno al capo altrimenti calvo e una donna snella avvolta in un mantello e un cappuccio, parlavano a bassa voce. L’uomo vestiva la tunica di Kyrion e null’altro. Era scalzo e aveva unghia e barba lunghi tanto da poter essere notate anche a qualche metro di distanza dallo sguardo attento di un elfo. La barba era lunga ed era stata visibilmente sfoltita in modo grezzo. La donna dal canto suo aveva un aura di mistero attorno. Dal mantello si poteva intuire un corpo sinuoso e in salute, e si vedevano solo le punte delle scarpe, azzurre e lucide in contrasto con il mantello blu notte.
 Il bardo si inginocchio e giunse le mani in preghiera, chiudendo gli occhi e respirando profondamente. Eoghan rimase all’ingresso, braccia conserte. Lo scricchiolio della panca fece sollevare lo sguardo al sacerdote e alla donna.  Il sacerdote si alzò lasciando per un momento la donna sola. Con brevi passi si avvicinò a Saifel ma rimase a qualche metro di distanza.
«Benvenuti nella casa di Kyrion. Io sono padre Marion Rafale. Se avete bisogno di consiglio o solo di qualcuno che vi ascolti sono a vostra disposizione, tuttavia se cercate cura, forestieri, non posso offrire molto». Il sacerdote allargò le braccia accogliendo con un sorriso gli elfi. Saifel si alzò.
 «Grazie padre, sono qui solo per una preghiera». Saifel ritornò in ginocchio e fece un cenno col capo al sacerdote. Marion Rafale guardò Eoghan alla porta. L’elfo rimase immobile. Si strinse sulle spalle e si diresse nuovamente verso la donna.
 «Solo una domanda padre». Saifel sussurrò. «Come mai questo tempio sembra cadere in rovina e gli unici servizi che il tempio offre sono la confessione e la preghiera?»
 «Perché sono tempi duri figliuolo. La gente non ha tempo e denaro per le offerte e nessun sacerdote è rimasto qui a morire di fame. Io sono qui da quando sono nato e, per la luce degli Dei, continuerò a onorare il patto di Kyrion. La mia porta sarà sempre aperta e darò tutto quello che posso. E poi la gente ha molto bisogno di parlare e di sfogarsi, più di quanti consigli io possa dispensare». Il sacerdote incrociò lo sguardo dell’elfo.
 «Capisco. Grazie padre». Saifel congedò con un sorriso il sacerdote, quindi giunse nuovamente le mani e chiuse gli occhi ritornando in preghiera. Marion Rafale tornò dalla donna e i due continuarono a parlare solo per pochi istanti. Dopo un breve momento di silenzio, la dama si alzò in piedi, strinse la mano del sacerdote, tenendosi la veste con l’altra, gli passò un sacchetto con qualche moneta e poi si diresse verso l’uscita. Saifel aprì gli occhi poco prima che la donna passasse. Nel buio vide appena il volto della donna ma le accennò un saluto. Ella ricambiò quasi sorpresa e sorrise, inchinando aggraziatamente il capo, e proseguendo verso l’uscita. Quando giunse davanti a Eoghan, la donna sollevò lo sguardo. L’elfo rimase colpito dai suoi occhi neri e profondi. Non ebbe il riflesso di spostarsi dalla porta e sentì il bisogno di dire qualcosa.
 «In questa città è ancora l’ora di stare fuori casa per una donna?» Eoghan sorrise verso l’ospite del tempio che si apprestava a prendere congedo. Il sorriso sul volto della donna scomparve.
 «Quale sarebbe il posto per una donna? Sono solo una contadina e in questa città non c’è nulla da temere per una come me. Dovrei forse essere in casa a preparare la cena per il marito?». Il tono della donna sembrò pungente.
 Eoghan incassò in silenzio vedendo la donna allontanarsi dopo avergli dato uno schiaffo morale. «Io non…» la frase gli morì in gola. Saifel, nel frattempo, aveva terminato la preghiera, salutato con un cenno della mano e un inchino il sacerdote e avvicinato all’uscita.
 «Le contadine di Raerem sono permalose. Non volevo offenderla». Eoghan si rivolse a Saifel che lo guardò con un sorriso un po’ divertito. «Intendevo solo dire che mi sembrava strano vedere una donna a quest’ora girare da sola, tutto qui. E poi una contadina dovrebbe essere a riposare per il duro lavoro della giornata… insomma io…»
Saifel lo interruppe e lo condusse fuori dal tempio. Si guardò ancora indietro osservando il sacerdote rimettersi seduto in preghiera, poi si rivolse al compagno.
 «Ho visto come sei rimasto colpito dal suo sguardo. Anche a me è successo prima di partire per la guerra, al regno di Hanturiam. Si chiama Lilibeth, ma ti racconterò un’altra volta. In ogni caso… non è un’elfa… è una donna», Saifel lo punzecchiò. «Io non…» Eoghan scosse il capo cedendo alle provocazioni divertite del bardo. «Smettila», concluse.
 Saifel fece due passi e senza voltarsi intraprese di nuovo la via verso la locanda, concludendo la conversazione con una frase che lasciò ancora più turbato Eoghan. «E comunque non era una contadina. Era una nobile».



Internetdipendenza? Elettroshock

19 novembre 2009 - 20:02 by Charlenger

Qualche settimana fa, leggevo su PuntoInformatico di un articolo che mi ha interessato per due argomenti: primo le metodologie terapeutiche usate dai cinesi per curare delle patologie, secondo la dipendenza da internet. L’articolo (che trovate in fondo al post) racconta di oltre 400 centri di riabilitazione da dipendenza internettiana creati in Cina, i quali utilizzerebbero tecniche come l’elettroshock e altre varie punizioni corporali per eliminare questa “patologia” dai soggetti malati. Mi sembra quasi di essere tornato ai tempi di Mesmer e le sue cure “magnetiche” ma in versione più cruenta, quasi “De Sade”… Sebbene sia noto che molti popoli orientali abbiano delle culture fondamentalmente molto differenti dalla cultura occidentale, mi domando come sia possibile che esistano ancora certe convinzioni. Tuttavia una cosa in comune con l’occidente c’è anche in questo evento. Quando qualcosa di assurdo viene messo in atto, ci deve scappare il morto prima che ci si renda conto che si sta facendo una stupidata.

Ma veniamo all’altro argomento: la dipendenza da internet. Questa patologia è, a parere di molti medici e psicologi, da considerarsi alla pari di altre dipendenze, come la dipendenza dal gioco, dall’alcol o dal fumo. Al contrario di come molti credano, la dipendenza è proprio fisiologica e può creare anche danni fisici… non ci credete? In effetti il danno non è così “diretto” come quello provocato dall’alcol o dal fumo, tuttavia il fatto stesso di dover stare sempre connessi obbliga il “malato” a passare ore davanti a un monitor, probabilmente senza fare neppure un minuto di pausa dal monitor, accecandosi lentamente, stando costantemente inondato di cellulari, palmari e laptop connessi in wireless (anche se ancora non è dimostrato che danni possano fare le onde elettromagnetiche, ciò non significa che sia dimostrato che NON facciano danno). E cosa dire delle mani. Il continuo e initerrotto utilizzo della tastiera di sicuro non aiuta l’artrosi alle dita… e la postura… e la vita praticamente full time sedentaria… e… soprattutto… le relazioni sociali? Mi ha incuriosito recentemente un intervento in radio su RDS dove parlavano di uno studio fatto in america che riteneva “utile per le relazioni sociali” l’uso di internet e similari. Il giorno dopo, sulla stessa radio e sullo stesso programma, un esperto italiano sosteneva il contrario. Pare che il tema sia caldo.

In ogni caso, secondo me il primo passo per un dipendente da internet è quello di riconoscere di essere affetto dalla patologia e accettare aiuto. Come capire se si è affetti da dipendenza da internet? Forse non è semplicissimo, ma in alcuni casi basta porsi alcune domande e rispondersi in maniera sincera (o con qualcuno accanto che controlli se non si sta auto-mentendo), come per esempio: “Quante ore trascorri davanti al PC? Quante di queste sono dedicate a internet?” oppure ”Quanti amici hai? Con quanti di questi hai relazioni reali?”

Parlando di dipendenze e di domande, mi è tornato in mente un test per verificare quando invece, si è dipendenti dai giochi di ruolo :) giusto per sdrammatizzare un po’ sull’argomento:

***

GIOCHI TROPPO A D&D QUANDO:

01) Ti svegli la mattina, vai in cucina ed apostrofi tua madre con uno sgarbato “Oste della malora” e pretendi di mangiare una porzione di “cinghiale in cervogia tiepida”.
02) Entri in una chiesa e chiedi al primo prete e\o frate a quale culto appartiene quella chiesa.
03) La tua camera e’ riempita in modo spaventoso di trappole varie… ed e’ successo piu’ di una volta che tua madre e’ stata investita da una “palla che rotola” composta da vestiti sporchi oppure colpita alle spalle da un aggeggio che tu stesso hai costruito coi lego chiamato “lame rotanti”
04) Hai sempre con te i tuoi dadi da gioco…
05) I tuoi dadi da gioco vengono prima della famiglia nella scala dei valori…
06) Insulti la gente dandogli dello Gnoll
07) La tua ragazza per te e’ un elfa…
08) La prof. di matematica e’ una Banshee…
09) Il tuo diario segreto e’ cosparso di benzina ed ha un meccanismo a pietra focaia che se aperto in modo sbagliato causa l’incenerimento del diario ma anche dello sventurato lettore…
10) Ti sei esaltato guardando il film di Dungeons & Dragons
11) Se sganci una sonora puzzetta cominci a gridare arrabbiato “chi diamine ha castato suoni illusori sul mio sedere?”
12) Per risolvere un problema di qualsiasi natura, tendi sempre alla soluzione piu’ assurda, includendo magie, mostri, spade e birra…
13) Hai letto ogni pubblicazione fantasy uscita in italia e nel mondo…
14) Tendi a dare un livello di esperienza ed un bonus numerico a qualsiasi cosa animata e non… esempio: quel cane e’ guerriero di livello 10! quel vecchietto mi sa che sia un vecchietto di 85 livello (vedasi gli anni…) questo coltello da bistecca e’ un coltello +7! ecc. ecc.
15) Tutta la tua cerchia di amici ti conosce con il nome del tuo pg…
16) Sei un ottimista incallito…. tanto se ti va male qualcosa puoi sempre corrompere il master…
17) Piu’ grave e’ se sei te il master e cerchi di corromperti da solo…
18) Hai manie di grandezza che spesso ti portano ad arrivare a dire “Ora tiro un d20… se il risultato del tiro e’ tra 1 e 19 io sono il migliore, e se e’ 20 tiro di nuovo!”
20) Hai un sito internet interamente dedicato alla spada del tuo personaggio
21) Per te i carabinieri o la polizia in generale sono semplicemente Guardie Cittadine
22) Spesso ti immagini come sarebbe semplice la tua vita se potessi per davvero utilizzare le magie nel manuale del player
23) preferisci un pessimo cavallo ad una buona automobile…
24) Pratichi la scherma medievale come sport
25) Conosci almeno 25 modi teorici per tirare una spadata poderosa…
26) Conosci milioni di modi diversi per non portare a termine una missione…
27) Guidi come un folle…. tanto esistono i chierici
28) Hai un modo tutto tuo di spiegare le cose…. esempio: Amico che nn capisce una mazza di GdR :”cosa e’ un tiro salvezza?” tu: “un TS e’ un lancio effettuato con un D20, in poche parole fai un CECH sulla CD aggiungendo un BONUS al D20 dato dalla STAT interessata………… cosa c’e’ da capire? e’ una cavolata!”
29) Hai tempo da perdere scrivendo\leggendo questa cavolata…
30) Quando vai a fare la spesa paghi in monete d’oro
31) Parli fluentemente tre lingue: italiano, nanico, halfling
32) Sapete citare a memoria il manuale del giocatore ma non sapete il nome di vostro fratello
33) La percentuale di patatine e coca cola nel tuo sangue è magiore dei globuli rossi
34) Qualcuno ti chiede:”perchè ti sei tatuato quei numeri sulla mano?” e tu rispondi”non sono tatuaggi sono i segni dei dadi”
35) ti riconosci in almeno 2 punti di questa lista…

 

***

Cina: basta con la terapia d’urto

I netizen dipendenti da Internet non possono essere curati con punizioni corporali ed elettroshock. Perché il disturbo non è ancora stato definito in modo completo

Roma – La dipendenza da Internet non andrebbe assolutamente curata con le punizioni corporali né con qualsiasi misura volta a limitare la libertà personale. È quanto annunciato in un comunicato ufficiale dal ministero della Salute cinese, che sembra giunto a una conclusione: il concetto stesso di assuefazione alla Rete non è stato ancora riconosciuto dalla comunità medica locale. Al bando, dunque, ogni forma di violenza verso i giovani netizen che hanno iniziato negli ultimi anni ad affollare le cliniche del paese asiatico.
Le autorità di Pechino si sono sempre dimostrate piuttosto preoccupate per un fenomeno in continua crescita, l’ossessione per la Rete. Fonti locali hanno spiegato che 10 milioni di utenti cinesi al di sotto dei 20 anni potrebbero già essere dipendenti da Internet, con conseguenze disastrose per i risultati scolastici e i rapporti familiari delle nuove generazioni. “Genitori ed insegnanti devono analizzare la causa di tutto questo, evitando condanne e punizioni – ha spiegato la nota ministeriale – Tutti quegli interventi che vadano a limitare la libertà personale sono severamente vietati, così come quelli che ricorrano alle punizioni corporali”.

400, i centri di riabilitazione che sono stati aperti su tutto il territorio cinese, entrati presto nel vortice delle cronache locali per una serie di trattamenti poco ortodossi nei confronti di netizen giovanissimi. La storia più nera ha coinvolto nell’agosto scorso un ragazzo di 15 anni portato dai suoi genitori presso una clinica nella regione di Guangxi. Il personale di quello che è stato paragonato ad un vero e proprio campo di addestramento militare ha picchiato il giovane fino a provocare il suo decesso. Da qui, la necessità da parte del governo di regolamentare la situazione nella maniera più ferma possibile.

Il ministero della Salute ha poi condannato un’altra discussa pratica per curare la dipendenza da Internet: l’elettroshock. Su alcuni forum cinesi sono state infatti raccolte una serie di testimonianze dirette da parte di cittadini soggetti al trattamento. Una di queste ha rivelato una serie di abusi perpetrati da un ospedale nella provincia di Shangdong che avrebbe somministrato scosse elettriche fino a 30 minuti di durata, in modo da forzare il paziente a confessare le proprie colpe. “L’obiettivo del nostro intervento – ha concluso il comunicato – è quello di esortare le persone a utilizzare Internet in maniera sana. Non si tratta di uno strumento per tentare di fermare l’utilizzo della Rete in sé”.

Mauro Vecchio



Breve come un Respiro – Capitolo VII°

15 novembre 2009 - 7:31 by immortal_bard

L’allenamento più duro è quello della mezzanotte. I muscoli stremati, gli occhi umidi e rossi per lo sforzo, tutto ciò che è attorno diventa un ostacolo. I prescelti di Groomanor vivono la Notte dell’ultima Luna come un rituale di passaggio, come un momento in cui si passa all’età adulta del guerriero.

 Le dita di Eoghan si strinsero attorno all’impugnatura. Le gocce di sudore scivolavano sulla fronte e cadevano al suolo. Immobile come una statua, l’elfo vide tutto attorno a sé seguirlo in quell’eterno istante. L’ultima goccia cadde scintillando e si infranse contro una pietra. Il guerriero riuscì a sentire il suono dirompente come appartenesse a una cascata. I suoi sensi si fusero con l’ambiente e la sua percezione divenne quella della terra stessa.
 La lama piombò verso la fronte di Eoghan. La piccola salì a contrastarla, piegata leggermente di lato, facendola scivolare a filo con i suoi capelli. Quasi nello stesso istante il pugnale, roteò deviando tre colpi in rapida sequenza. In cinque attaccavano Eoghan, il più giovane a sottoporsi alla Notte dell’ultima Luna. Ogni serie di attacchi era seguita da una lunga pausa in cui le strategie più complesse prendevano vita, come in una partita di scacchi.
 Il Maestro della Luna osservava i sei elfi battersi come se fosse la guerra della vita. Nessuno dei sei smise mai di sorridere.
 Eoghan si difese e colpì per quanto possibile. Tuttavia stava combattendo contro cinque prescelti di Groomanor. Lentamente le sue difese si aprirono, e i colpi cominciarono ad arrivare. Sebbene le lame fossero foderate con robuste pelli, l’impatto e la forza impressa dai guerrieri lo stordirono.
 Eoghan deviò ancora un attacco, allungò la gamba e fece uno sgambetto inaspettato a uno dei guerrieri. Contemporaneamente alzò il Forte e abbassò la piccola, parando e colpendo allo stesso tempo. Schivò con un’agile mossa il fendente del quarto. L’elsa del quinto lo colpì alla nuca. E tutto divenne buio.

 Il dolore è un paradossale piacere quando ti conduce al premio desiderato. Il giorno del giuramento dei prescelti, al levare del sole dopo l’allenamento della mezzanotte, è il momento più anelato dagli allievi. Eravamo giunti solo in due dai boschi di Radebaran e soltanto io avevo superato la prova. Non dimenticherò mai quando, chino sulle mie ginocchia, con le braccia protese in avanti, ricevetti in dono le armi che avrebbero rappresentato il mio giuramento. Il sorriso compiaciuto del grande Maestro della Luna mi onorò forse più delle armi stesse.
 Ora il buio, la pietra, e tutti questi uomini attorno. Non dimenticherò il giuramento. Non abbandonerò la mia fede. Non dimenticherò l’odio per questa ignobile razza. Io sono un guerriero.

 Le dita di Eoghan strinsero l’impugnatura del piccone fino a far sbiancare le nocche. L’elfo era rimasto immobile più di un minuto, immerso nei pensieri e nei ricordi.
 «So a cosa stai pensando». Saifel lo riportò alla realtà.
 «Cosa?» Eoghan parve risvegliarsi da un sogno. Gli occhi rimasero per qualche istante persi nel vuoto, come in cerca delle ultime immagini della sua mente.
 «Nessuno degli uomini che sono qui può soddisfare la tua sete di vendetta. In verità nessun uomo può. Smetti di pensare all’odio e torna a essere un elfo».
 «No». Eoghan sorprese Saifel con il suo tono completamente privo di rabbia o rancore. Era serio, ma non traspariva più odio né dai suoi occhi né dalle sue labbra. «Pensavo alla Piccola».
 Saifel si fermò e guardò con leggero sorriso l’elfo. Eoghan intuì subito che il bardo aveva frainteso e si affrettò a puntualizzare. «La mia spada, quella che tu hai calciato giù dal precipizio dove poi siamo caduti».
 Il bardo tornò serio.
 «Devo recuperarla». Eoghan abbassò lo sguardo e lasciò che il piccone si appoggiasse stanco sulla pietra. «La spada è parte del mio giuramento».
 «Sarà sommersa dalla neve».
 «Tu non capisci», Eoghan alzò la voce interrompendo l’elfo. Alcuni uomini li guardarono, poi tornarono subito al loro lavoro.
 «Io capisco perfettamente, ma non puoi pensare di recuperarla adesso. Non la troveresti, forse non riusciresti neppure ad arrivare dove l’hai persa». Saifel sollevò il piccone e lo fece cadere con forza su di una pietra, spezzandola in due e rivelando pezzi di minerali da estrarre e da mettere nel carrello metallico.
 Eoghan provò a ribattere, ma si zittì subito non appena lo sguardo del compagno corse alle sue spalle. Un uomo si avvicinò ai due elfi.
 «Fare una pausa non autorizzata rischia di fare perdere la metà della paga alla nostra squadra, e qui nessuno di noi vuole perdere le monete per pagarci da bere alla locanda». L’uomo non aggiunse altro e si voltò per tornare al lavoro. Saifel sorrise, come se un’idea gli fosse balenata nella mente.
 «Torneremo subito al lavoro».
 «Sarà meglio». Un altro uomo sputò per terra, accompagnando le parole di colui che aveva appena ammonito gli elfi.
 «Dov’è la locanda?»
 «Perché? Vuoi sprecare quel poco che guadagnerai per ubriacarti?» Delle risa giunsero dal fondo del cunicolo.
 «No, è solo curiosità». Saifel sostenne lo sguardo del minatore quasi con aria di sfida. Un surreale silenzio riempì il cunicolo e l’uomo si fece serio.
 «Non è lontana. Vi ci accompagnerò di persona. Adesso a lavoro! L’orario sta per terminare e le tenebre sono già arrivate». Anche il minatore fece un sorriso quasi dipinto nel volto che aveva raccolto la sfida silente dell’elfo. All’ennesimo urlo del capo squadra, seguito dal sonoro schioccare delle mani, tutti tornarono al lavoro per portare a termine il lavoro della giornata.



Curriculum Vitae al tempo del Web 2.0

12 novembre 2009 - 19:21 by Charlenger

Di recente un paio di amici si sono laureati e mi hanno chiesto qualche suggerimento su come abbellire il proprio curriculum vitae. Questo mi ha fatto pensare ad alcune cose riguardo alle modalità di recruiting dei giorni nostri. Sebbene rimangano diffusissimi gli approcci vecchio stile, con presentazione, lettera di accompagnamento, curriculum vitae cartaceo, ritengo che oggi le cose, con il web 2.0, siano in un certo qual modo cambiate. Forse anche più radicalmente di quanto si possa immaginare.

In giro per la rete si trovano mille consigli su come impostare un curriculum, esperienze in alto e ben visibili, template già pronti come il cv europeo, suggerimenti su come scrivere una lettera di presentazione, con come, dove quando è perché nei famosissimi tre paragrafi. Tutte informazioni utilissime per le formalità da affrontare con l’ufficio del personale o con i recruiter. Si è vero a oggi, nella maggior parte dei settori di mercato, quando si cerca una risorsa o un lavoro, il processo è praticamente identico: si cerca un profilo/lavoro, si chiama/applica, si fa un colloquio, ci si accorda per la firma del contratto.

Ma allora cosa è cambiato? A mio avviso è cambiato tutto il background di screening che si fa dietro le quinte. I mezzi a disposizione dei recruiter, degli headhunter e dei candidati stessi, sono mutati radicalmente. Prima, l’unico modo che c’era, più o meno, per farsi conoscere era la presentazione di qualche amico che faceva già parte dell’azienda o “del giro”, una buona lettera di presentazione e il curriculum vitae. Oggi, esistono reti e strumenti online che permettono di sapere/mostrare molto di più e con un impatto di gran lunga superiore. Sto parlando per esempio di LinkedIn o di Xing. Si tratta di social network in cui ci si costruisce il proprio curriculum vitae online, in modalità 2.0, scegliendo chi può visualizzare quali informazioni e con che livello di dettaglio. Sullo stesso strumento passano diversi annunci ed è possibile trovare la competenze più disparate e internazionali. In varie interviste con fini statistici molti headhunter hanno dichiarato di effettuare quasi la metà delle ricerche sui social network.

Quando internet non era così 2.0, il sito personale era forse utilizzato solo dai liberi professionisti per farsi un po’ di pubblicità. Detta così sembrerebbe tutta rose e fiori, ma la mia riflessione va ai potenziali rischi. C’è gente che si è rovinata la carriera usando Facebook. Il web 2.0 infatti è tanto potente quanto pericoloso e bisogna essere accorti nell’utilizzarlo. La smania di andare online fa spesso perdere il controllo di quello che si dice “in pubblico” e la cognizione di chi sta ascoltando. Quello che cambia è il concetto stesso di pubblico o privato.

Posto che secondo me non è etico che un headhunter o un manager possa basarsi sulla vita privata di una persona per decidere se assumerlo o no, la colpa è forse più spesso delle persone stesse che non fanno caso a cosa mettono online. Per esempio, ricordo la storia di un dipendente di una grossa multinazionale che, dopo aver detto al capo di essere rimasto a casa per l’influenza e quindi avere chiesto permesso malattia, ha pubblicato in bella vista sul suo profilo le foto della festa della sera prima in cui dichiarava di essersi preso una sbronza colossale.

Detto ciò, per ritornare al paragrafo iniziale da cui era nato tutto, ai miei amici ho suggerito poche cose per il curriculum, non ho tanta esperienza da poter dire chissà cosa, ma soprattutto ho suggerito di verificare cosa c’è online che li riguarda, di costruire dei buoni profili, seri e veritieri, valutando la visibilità di tutte le informazioni, e di mettere i link di questi profili in maniera indiscutibile sui propri CV… non sia mai che qualcuno creda per caso che il profilo del Mister X che ha davanti, sia quello reale e invece è quello di un omonimo “sfasciato”… la prima impressione, anche se palesemente in contrasto con la realtà, è spesso molto difficile da modificare… provare per credere :P

Ecco quindi infine alcuni suggerimenti basati sul modello LinkedIn, ma validi in generale se si vuole creare un profilo pulito, serio e soprattutto “utile”:

- Online, per chi non ti conosce, tu SEI il tuo profilo, quindi evita di pubblicare particolari che non racconteresti di te a uno sconosciuto, limita le “stupidaggini” e concentrati sulla buona forma degli argomenti seri.

- Non giocare al gioco “io ho più contatti”. Avere tanti contatti va bene, ma solo se si tratta di persone che quanto meno si conoscono. Accettare e invitare chiunque non solo è un rischio per la sicurezza del profilo, ma spesso rischia di renderlo scomodo (se uno sconosciuto chiede una “reccomendation” in quanto tuo contatto) o poco autorevole (se nel profilo ci sono “fake” o persone evidentemente “out of network”)

- Partecipa ai gruppi, alle discussioni e rispondi alle domande pubbliche e private che riguardano aree di tuo interesse, senza impelagarti in cose che non conosci, oppure manifesta la tua curiosità senza cercare di essere più “saputello” di quello che sei… google sono bravi tutti a usarlo. Bisogna essere parte della community… insomma “be nice”. Se qualcuno ti importuna ignoralo o al massimo segnalalo in casi estremi ai moderatori.

- Attento a chi aggiungi come contatto. Non sempre può essere comodo accettare tra le proprie connessioni il proprio capo o un proprio dipendente, soprattutto se il profilo è quello personale e non quello professionale. Se proprio si deve farlo, vale la regola d’oro dei social network: attento a cosa pubblichi.

- Condividi materiale coerente con il tuo profilo e che possa essere utile alle persone che fanno parte del tuo network. Non pubblicare spazzatura. Questo renderà il tuo profilo più autorevole e permetterà alle persone che non ti conoscono di farsi una buona idea di te e delle tue competenze.

Ci sarebbero mille altre cose che si potrebbero suggerire “in generale” sull’uso dei social network, ma non è questo il post giusto per farlo. Infine voglio scrivere un paio di domande in particolare per chi si chiede cosa la gente può facilmente sapere di noi, e come è possibile sapere qualcosa di altri (per esempio del manager che ci deve incontrare per un colloquio). La risposta è: il web 2.0 può dirti tante cose… hobby, passioni, fissazioni, informazioni…

- Hai provato a cercare il tuo nome e cognome sui motori di ricerca? Cosa viene fuori (non limitare i risultati alla prima pagina)?

- Quando sei stato chiamato per un colloquio, hai cercato i profili e il nome delle persone che dovevi incontrare?

Spero che questi suggerimenti e queste domande possano essere utili ai miei amici, ma anche a tutti coloro che leggeranno questo post e sono in cerca… di un modo di rendere il proprio profilo “serio”.



Breve come un Respiro – Capitolo VI°

9 novembre 2009 - 7:30 by immortal_bard

«Alle volte mi sembra che scenda sulla terra come se volesse coprire le malefatte degli uomini». Eoghan aprì la mano e lasciò che la neve gli si posasse sul palmo. Alzò lo sguardo e inspirò profondamente, come se fosse stato anni nelle prigioni di Raerem.
 Saifel lo osservò immobile. Poco dopo, lo sguardo dell’elfo si posò sul soldato che li stava aspettando vicino a una piccola carrozza ferma sul viale da cui era stata spalata via la neve.
 «Ha ragione».
 «Cosa?» Eoghan si voltò verso Saifel, lasciando cadere la neve dalla mano e riportando lo sguardo sulla realtà.
 «Non andremmo lontano anche se tentassimo di scappare. La neve scende lenta ma inesorabilmente ha occluso i passi e i valichi attraverso le montagne. Non saremmo in grado di muoverci velocemente senza l’attrezzatura adatta e loro ci raggiungerebbero subito». Il bardo fece una pausa. «Oppure moriremmo prima di fame e di freddo».
 «Non ho intenzione di scappare», Eoghan si avvicinò all’elfo e gli mise una mano sulla spalla. «Lo dicevo solo per vedere che reazione avrebbe avuto il soldato. Non mi farà male stare per un po’ lontano dalla battaglia che nel frattempo si sarà fermata ugualmente». Saifel incrociò il sorriso del guerriero di Groomanor.
 «E poi non me ne andrei senza prima avere finito con te», concluse.
 «Sarà meglio andare», aggiunse Saifel.
 I due elfi raggiunsero con passo tranquillo la carrozza. Il soldato li fece entrare con poca cortesia e chiuse la portiera, poi salì e si accomodò al posto di guida dietro i cavalli.
 Lo sguardo dell’uomo vagava di tanto in tanto verso la piccola apertura che lo separava dai due prigionieri. Sebbene fossero disarmati erano comunque due soldati e gli ordini di Ibraham erano stati precisi: “trattateli come se fossero dei normali cittadini”, dunque niente catene né altri tipi di precauzioni. La tanto ostentata sicurezza si trasformò lentamente in un leggero nervosismo.
 Saifel ed Eoghan rimasero in silenzio a osservare la città di Raerem dai finestrini della carrozza. Era una città abbastanza piccola da far sì che gli spostamenti al suo interno fossero comodi, ma abbastanza grande affinché ogni abitante avesse i suoi spazi per lavorare e vivere. Le case non erano particolarmente appariscenti, anzi piuttosto modeste se paragonate a quelle delle città da cui il bardo e il guerriero provenivano, Hanturiam e Leerat. Per le vie c’era poca gente, per lo più ragazzini e donne. Pochi uomini erano in giro ed erano tutti indaffarati a trasportare cose, chi cibo, chi metallo e legno. Un odore acre e pungente sembrava permeare l’aria, come se in tutta la città ci fossero rovi e ferro fuso.
 La carrozza varcò una linea di mura interne, più basse e decisamente poco funzionali per difendere da un assalto. Erano più una demarcazione di un confine tra la città alta e la città bassa. Da quel momento gli elfi cominciarono a vedere più soldati e case più grandi. Poche donne e nessun uomo che lavorava come nelle piazze attraversate poco prima. Al termine della strada completamente sgombra dalla neve e ricoperta per lunghi tratti da sale grosso, si ergeva un palazzo che stonava con il resto delle costruzioni in quanto a sfarzo e dimensioni.
 Con un rumore secco, le ruote di legno del carro si fermarono, facendo sobbalzare i due passeggeri. Erano proprio davanti a uno degli ingressi del palazzo. Quando il soldato saltò giù dalla carrozza, il suo peso fece schizzare la neve da ogni parte. Legò le briglie dei cavalli a un palo, lasciando poca corda, aprì la portiera e si diresse verso una porta chiusa, ignorando i due elfi.
 Saifel uscì per primo e subito si avvicinò a uno dei cavalli. Era esausto e pativa un po’ il freddo. Lo accarezzo sul collo, poi sciolse il nodo della corda per dare più spazio ai movimenti degli animali. Il soldato lo guardò assottigliando gli occhi.
 Eoghan uscì dalla carrozza, rimanendo sospeso sul gradino e osservando dall’alto tutta la zona circostante. Poi balzò con agilità sul viale e si avviò verso il soldato che li stava aspettando. Con un cenno del capo e un leggero fischio, attirò l’attenzione del bardo che, dopo aver dato un’ultima carezza al cavallo, si diresse a sua volta verso l’ingresso del palazzo.
 Prima che i due lo raggiungessero, il soldato entrò e svanì nel corridoio. Saifel ed Eoghan si inoltrarono nel palazzo e seguirono i passi svelti dell’uomo che con sicurezza si stava dirigendo verso delle sale interne. In ogni angolo del corridoio, seppure fosse un semplice ingresso, ci sarebbe stato spazio per allestire una fiera, e arazzi, dipinti e finimenti in oro e argento ornavano tetto, mura e pavimenti. Dopo le innumerevoli svolte nel labirintico corridoio, si trovarono in un corridoio principale, ancora più sfarzoso dei precedenti. In fondo a esso, pareva aspettarli un uomo che vestiva armatura rifinita con intarsi e pietre preziose, coperto da un mantello più pregiato di quello del soldato. Nel braccio destro era appoggiato un elmo in cui era incastonato un rubino al quale erano legate due piume azzurre di una specie probabilmente rarissima di uccello. Dal fianco spiccava la lucente elsa di una spada lunga e affilata, talmente brillante da sembrare nuova, mai sfoderata.
 «Comandante Zarghen, ecco i due prigionieri».
 «Sono ospiti, non prigionieri». Zarghen corresse il soldato con tono gentile e con un sorriso. Il soldato abbassò lo sguardo più per trattenere una sottile rabbia che per umiltà. Senza degnare di uno sguardo i due elfi, il soldato si allontanò.
 Zarghen abbassò lo sguardo e vide gli stivali bagnati dei due elfi, poi alzò lo sguardo e li fissò negli occhi. Ci furono alcuni attimi di silenzio. Saifel era incuriosito, Eoghan impaziente di finire quella che riteneva essere una farsa.
 «Quando entrate, cercate di non calpestare i tappeti. Il meno costoso probabilmente vale più di quanto mai guadagnerete come soldati». L’uomo assunse un tono quasi di stizza, irrigidendo gli zigomi duri e fissando gli elfi dall’alto verso il basso.
 Il comandante della milizia di Raerem, Zarghen, era un uomo alto e robusto, dai lineamenti scolpiti come quelli di una statua. I capelli brizzolati erano sempre rasati alla perfezione come la barba. Si diceva che fosse preciso con la spada quanto lo fosse con il rasoio, eppure nessuno degli abitanti di Raerem o dei soldati aveva mai combattuto al suo fianco.
 «Faremo attenzione», disse Saifel accennando un sorriso.
 «Come avete detto di chiamarvi?»
 «Non l’abbiamo detto», si intromise Eoghan con tono duro. La risposta dell’elfo ruppe quel poco di gentilezza che era emersa nelle parole dell’uomo di Raerem.
 «Saifel, musico del regno di Hanturiam, ed Eoghan». Il guerriero sarebbe voluto intervenire, urlare “prescelto di Groomanor dei boschi di Radebaran”, ma il bardo lo intuì e si affrettò a concludere mettendo subito a tacere il compagno. «Eoghan, soldato del regno di Leerat».
 Senza aggiungere altro, Zarghen aprì le porte spingendo con entrambe le mani ed entrò nella stanza. Preparata come per una riunione tra nobili, la sala era addobbata con poltrone e tappeti. Le finestre grandi lasciavano entrare molta luce, tuttavia candele e incensi erano accesi e rendevano l’atmosfera più esotica. Al centro della sala era posizionato un trono il legno massiccio e decorato con pitture pregiate e artistiche che lo rendevano più prezioso dell’oro stesso con cui era stato pagato. Seduto sul trono un uomo non molto alto, robusto e con pochi capelli sulla testa, guardava con un largo sorriso i due elfi. Il suo volto emanava un’aura di autorevolezza nonostante non fosse il volto tipico di un re.
 «Benvenuti, vi stavo aspettando». Zarghen fece entrare i due elfi, chiuse la porta, li raggiunse e li fece fermare a qualche metro da Ibraham. Con passi cadenzati si avvicinò al sovrano e gli sussurrò i loro nomi all’orecchio, poi si discostò rimanendogli comunque poco più vicino degli altri quattro soldati che attorniavano il trono.
 Eoghan si guardò attorno. Oltre alle guardie del corpo di Ibraham c’erano altri dodici soldati sparsi vicino alle mura della stanza, armati di picche e scudo e con la spada nel fodero. Il pensiero di uccidere Ibraham, rubare un’arma a uno dei soldati e fuggire gli sfiorò la mente e lo congelò per un attimo. Saifel si rese conto che l’altro elfo era sovrappensiero e gli diede uno scossone.
 Sono un guerriero, non un assassino. Affronterò tutto a testa alta… anche se sono uomini. Eoghan lasciò che i pensieri violenti gli scivolassero addosso e svanissero nel nulla.
 «Miei cari Saifel ed Eoghan. E così appartenete ai due regni che da tempo si combattono e si contendono tante terre». Eoghan ebbe un sussulto.
 «Silenzio», intimò Zarghen. Ibraham gli mise una mano sulla spalla e fece un passo avanti scendendo dal trono. Sul pavimento sembrava ancora più basso.
 «Non trattarli male. Sono miei ospiti dopo tutto». Il Magnanimo, come si faceva chiamare, sorrise prima a Zarghen e poi di nuovo ai due elfi.
 «Si, Hanturiam e Leerat si contendono molte terre, probabilmente anche terre che non avete mai visto o sentito, ma non la mia». Ibraham si fece serio mentre pronunciava quell’ultima frase. I due elfi rimasero in silenzio.
 «Come penso che vi avranno già spiegato alcuni dei miei soldati, avete violato un patto di non belligeranza sancito diversi anni or sono tra Raerem e i vostri due regni. Penso che in questo caso le vostre leggi prevedano la pena capitale, tuttavia non sono io che dovrò giudicarvi». Il sorriso tornò sulle labbra del sovrano. «Non per niente mi chiamano il Magnanimo, colui che è sopra le parti. Sfortunatamente, o forse fortunatamente, le condizioni meteorologiche avverse non ci permetteranno di invitare qui due rappresentanti che in vece dei vostri sovrani possano decidere cosa farne di voi. L’inverno è stato puntualissimo ed è probabile che la situazione non cambi per i prossimi due o tre mesi». Ibraham cominciò a camminare avanti e indietro come se ragionasse e stesse pensando a come risolvere la situazione. Portò lo sguardo prima in basso e poi in alto, tenendo la mano sinistra appoggiata dietro la schiena e strofinandosi due dita sopra e sotto le labbra con la destra.
 Saifel inclinò il capo cercando di capire dove li avrebbe condotti quel dialogo, o meglio quel monologo. Eoghan si guardò ancora attorno impaziente di andare via.
 «Ovviamente non vi terrò prigionieri, in quanto non avete violato nessuna delle leggi che regolano questa città, e sono fiducioso che non abbiate intenzioni ostili con la gente di Raerem». Saifel guardò di sottecchi Eoghan. «Tuttavia non posso darvi sostentamento a grazia, perché sono magnanimo ma devo pensare al benessere del mio popolo». Eoghan ricambiò l’occhiata del bardo. «Dunque è deciso che sarete trattati come tutti i nuovi cittadini che per la prima volta si affacciano a questa terra. Vi sarà dato un lavoro e un rango. Sarete cittadini di classe inferiore, stranieri che vogliono stabilirsi. Così sarete considerati da tutti. Vi guadagnerete il denaro con il sudore e con il denaro vi pagherete alloggio e cibo. Se provate ad arrotondare, fate attenzione a non derubare dello spazio chi vi sta sopra come rango, non sarebbe giusto e i miei soldati non vedono di buon occhio queste cose». Ibraham allargò le braccia e inclinò il capo come a voler accogliere con un abbraccio di due elfi. «Infine, giusto per precauzione, dal momento che non sono ammesse armi per i cittadini, riavrete le vostre cose, ben poche in realtà, tranne le armi che resteranno in custodia presso il magazzino delle prigioni fino al vostro giudizio, quando esse verranno consegnate ai vostri superiori». Il sovrano di Raerem trasse un respiro come se si fosse stancato dopo una corsa, si voltò di spalle e si diresse verso il trono.
 «Questo è tutto», concluse con tono fermo.
 «Ma…» Eoghan provò a intervenire con tono fin troppo agguerrito. Due soldati si misero subito in guardia, Zarghen si frappose tra lui e Ibraham e Saifel gli mise una mano sulla spalla zittendolo.
 «Ma ci serve almeno un posto dove dormire stanotte, quando ancora non avremo guadagnato abbastanza per pagarci una stanza», aggiunse il bardo.
 «Inizierete a lavorare da subito. Fuori dal palazzo c’è già chi vi darà il lavoro e vi pagherà al termine della giornata. E poi sono sicuro che due soldati come voi sapranno cavarsela di notte anche con il freddo». Zarghen concluse con un gesto vistoso la conversazione e accompagno con decisione i due elfi fuori dalla sala. Ibraham rimase di spalle. Un leggero sorriso gli si allargò sulle labbra. Non appena le porte furono chiuse, scoppiò in una risata fragorosa e si sedette pesantemente sul trono. «Orecchie a punta e tanta determinazione. Sono proprio felice», rise verso una delle sue guardie personali.

***

 «Adesso mi dirai che dobbiamo essergli grati?»
 Eoghan gridò tra i denti verso Saifel, cercando di non farsi sentire da Zarghen ed evitando di usare la lingua degli elfi, perché sapeva che in molte città era vietato dalla legge parlare una lingua non compresa dai soldati in loro presenza.
 «No». Saifel sorrise con lo sguardo. «Ma non possiamo fare altrimenti».
 I due elfi seguivano a breve distanza il braccio destro di Ibraham che li stava guidando fuori dai corridoi principali. Dopo qualche minuto, i tre si trovarono di fronte a un portone che faceva da ingresso a un corridoio secondario. Un altro soldato di rango inferiore li stava aspettando.
 «Accompagnali fuori, soldato».
 «Si, mio signore», rispose secco senza distogliere lo sguardo davanti a sé.
 Zarghen si voltò verso i due elfi, batté i tacchi per terra e li salutò con un gesto marziale, fin troppo perfetto per essere reale. Il soldato attese che il comandante si fosse allontanato, prima di rivolgersi verso i due ospiti.
 «Capo catena Tod, vi aspetta». Affermò, come se fosse la frase più chiara e scontata che si potesse dire.
 «Chi?» Il coro degli elfi non si fece attendere.
 «Tod Rivas, il capo della catena di pietre, la cava che rifornisce di materiali edili tutta la città».
 «Lavoreremo in miniera?» Eoghan sgranò gli occhi.
 «Si».
 «Ma siete tutti impazziti», Eoghan sembrò perdere per l’ennesima volta la calma del guerriero di Groomanor. Saifel lo notò e lo calmò ancora, mettendogli una mano sulla spalla. Anche il bardo tuttavia rimase turbato.
 «Non credo che siamo idonei per questo tipo di lavoro, forse saremmo più utili in altre mansioni», provò ad aggiungere.
 «Cittadini di classe inferiore. Si inizia da lì. Si fa così per il benessere del popolo, e questa è la legge. O volete infrangerla insultando un servitore della corona?» L’ultima frase suonò quasi come minaccia.
 «Io…» Eoghan si trattene, strinse i pugni e poi li lasciò cadere lungo i fianchi. «Va bene. Non ci opporremo». Anche Saifel rimase sorpreso dalla reazione nuovamente calma del guerriero.
 Il soldato avanzò lungo il corridoio, raggiunse una porta d’uscita, la spalancò e lasciò uscire i due elfi. Alzò il braccio e indicò un piccolo carretto legato a un mulo da soma, vicino al quale attendeva a braccia conserte un uomo che teneva lo sguardo basso.
 «Andate, vi sta aspettando».
 Gli elfi si avviarono verso Tod. Era alto almeno due metri, la testa risplendeva lucida e priva di capelli, e sotto gli occhi azzurri e profondi scendeva un naso massiccio e due lunghi baffi rossicci. La pelle era segnata dagli anni, almeno cinquanta, e il suo sguardo serio lo faceva sembrare quasi carico d’ira. Le braccia conserte facevano vibrare i muscoli tesi ed erano larghe più delle spalle di Eoghan.
 «Salite sul carro». Tod non salutò neppure.
 «Salve», iniziò Saifel, ma Tod si voltò di spalle e salì al posto di guida. Il mulo non sembrava in grado di trasportare il peso di due elfi e dell’uomo. Eoghan lo osservò.
 «Basta perdere tempo, salite. Il mulo ci porterà velocemente alla miniera».
 Eoghan rimase gelato da quel commento e salì sul carro. Saifel lo imitò, anche lui pietrificato dalla freddezza del tono e dei modi di Tod.
 «Per voi da oggi sono solo Capo». Gli elfi si guardarono incapaci di rispondere. «Niente soprannomi, niente capo catena, niente nomi, niente di niente. Io sono solo il capo. Vi dico cosa fare, e voi lo fate, intesi?»
 L’orgoglio di Eoghan rimase nascosto tra le labbra dell’elfo. Il guerriero si stupì dell’energia e della durezza dell’uomo che nel frattempo aveva fatto avviare con maestria il mulo verso la zona bassa della città. Il silenzio regnò fino alla miniera.
 L’ingresso era largo e ben strutturato, dai cunicoli uscivano ed entravano in continuazione carretti. Alcuni erano addetti a spalare la neve, ogni volta che ricominciava a nevicare. Nonostante il freddo, molti minatori lavoravano con delle canotte smanicate, segno che dentro comunque non doveva arrivare il freddo. Il carretto si fermò.
 «Scendete». I due elfi eseguirono. Tod schioccò le dita e un ragazzo afferrò due picconi, dei cesti di vimini rinforzati e dei camici che, nonostante profumassero di pulito, erano già ricolmi di macchie grigie e marroni. Capo catena, afferrò l’attrezzatura, la divise in due fagotti e li diede ai due elfi.
 «Niente distinzioni di razza o sesso, niente favori e niente lamentele. Siete cittadini di classe inferiore, questa è la legge e la legge non si infrange. O così o vi guadagnerete da vivere mendicando». Ancora una volta i due elfi non seppero cosa rispondere. Lo sguardo e il tono di Tod non gliene aveva dato l’opportunità.
 «Iniziate subito. Entrate e seguite la rotaia gialla. Inizierete con i metalli».
 «Metalli?» Saifel non si rese conto di avere assunto un tono quasi d’obiezione. Tod si fermò, si voltò di scatto e giunse in un attimo faccia a faccia con l’elfo, guardandolo dall’alto in basso. Eoghan strinse il piccone ma si costrinse a non intervenire.
 «C’è qualcosa che non va forse?»
 «No», sussurrò Saifel, per la prima volta spaventato da quando era stato arrestato e portato in città. Tod lo lasciò, e con passo feroce rientrò in miniera.
 «Tutto bene?» Eoghan si avvicinò al bardo. Attorno a loro nessuno si era fermato. Nessuno pareva avere assistito alla scena.
 «Si, tutto bene», rispose Saifel. «Tod», l’elfo si corresse immediatamente. «Il capo non è cattivo. Ma ho avuto paura. Sono sicuro che è qualcosa di ben diverso». Saifel non stacco gli occhi dall’ingresso della miniera mentre pronunciava con un filo di voce quelle parole.
 «Forse è meglio se cominciamo». Eoghan fece un passo ma si fermò immediatamente per aspettare Saifel. Pochi istanti dopo i due svanirono nel buio. Una lunga giornata di lavoro li attendeva.



Open Source, questo sconosciuto

6 novembre 2009 - 23:29 by Charlenger

Cosa è l’Open Source? Forse questa è una domanda che dovrebbero porsi non solo coloro che hanno familiarità con il tema, ma anche alcuni programmatori e ingegneri del software. In molti infatti, confondono ancora il Free Software, con il Freeware e con l’Open Source. In realtà si tratta di filosofie e approcci totalmente diversi. Di seguito trovate in breve le definizioni di Wikipedia che possono già iniziare a chiarire le differenze:

OPEN SOURCE- In informatica, open source (termine inglese che significa sorgente aperto) indica un software i cui autori (più precisamente i detentori dei diritti) ne permettono, anzi ne favoriscono il libero studio e l’apporto di modifiche da parte di altri programmatori indipendenti. Questo è realizzato mediante l’applicazione di apposite licenze d’uso.

La collaborazione di più parti (in genere libera e spontanea) permette al prodotto finale di raggiungere una complessità maggiore di quanto potrebbe ottenere un singolo gruppo di lavoro. L’open source ha tratto grande beneficio da Internet, perché esso permette a programmatori geograficamente distanti di coordinarsi e lavorare allo stesso progetto.

FREE SOFTWARE – Il software libero è software pubblicato con una licenza che permette a chiunque di utilizzarlo e che ne incoraggia lo studio, le modifiche e la redistribuzione; per le sue caratteristiche, si contrappone al software proprietario ed è differente dalla concezione open source, incentrandosi sulla libertà dell’utente e non solo sull’apertura del codice sorgente, che è comunque un pre-requisito del software libero.[1]

FREEWARE – Il termine freeware indica un software che viene distribuito in modo gratuito.

Il freeware è distribuito indifferentemente con o senza codice sorgente, a totale discrezione dell’autore e senza alcun obbligo al riguardo. È sottoposto esplicitamente ad una licenza che ne permette la redistribuzione gratuita. Il software freeware viene concesso in uso senza alcun corrispettivo, ed è liberamente duplicabile e distribuibile, con pochissime eccezioni.

Di norma l’autore che decide di rilasciare il suo lavoro come freeware, esercitando appieno il suo diritto di scegliere le forme e le modalità di distribuzione che ritiene più idonee, inserisce esplicitamente delle clausole che impediscono qualsiasi tipo di pagamento per la distribuzione del suo software, fatto salvo un eventuale “piccolo” rimborso per supporti e spese di duplicazione, esattamente come avviene per lo shareware.

Come è possibile notare, il freeware è semplicemente quello che spesso tutti associano sia all’open source che al free software, ovvero il software gratuito. Il freeware è infatti un software che viene distribuito senza scopo di lucro, in maniera gratuita ma senza obblighi di sorta riguardo alle modifiche e alla redistribuzione. Il freesoftware, infatti, come conferma anche Wikipedia, potrebbe non essere distribuito con il codice sorgente, fondamentale e necessario per lo studio e la modifica del programma stesso.

Il Free Software invece, promuove la distribuzione gratuita del software, incentivando anche lo studio e il miglioramento dello stesso. Esistono varie licenze che permettono la distribuzione tutelata di questo tipo di software. Molte informazioni utili su come partecipare o avviare progetti in Free Software possono essere trovati presso il sito della Free Software Foundation (http://www.fsf.org/).

Infine, l’open source non è affatto software gratuito. Esistono versioni enterprise di Linux, sistema operativo notoriamente open source, che costano ben più di un’installazione di Microsoft Windows, per esempio. Ciò che cambia è l’approccio. Il profitto sul software open source non è basato sul prodotto stesso, quanto più sul servizio, sull’assistenza, sul supporto e sulla personalizzazione dei software. Ben diverso sia dal freeware che dal free software e ancora di più dal software proprietario.

L’open source senza scopo di lucro, come per esempio i progetti proposti in questo sito, si avvicina molto al free-software, tuttavia ne esclude alcune limitazioni. Pertanto sta al programmatore che fa uso di librerie, applicazioni e codice open-source, free software o di altro genere, scegliere come, cosa e quanto pagare. L’importante è saper scegliere quale sia la soluzione effettivamente legale e corretta per gli obiettivi da raggiungere.

Per concludere aggiungo una brevissima intervista fatta a un Ingegnere Informatico e a un Filosofo, riguardo questi tipi di approccio al software:

 - Descrivi in due righe la differenza tra OpenSource, FreeSoftware e Software proprietario

(Ing.Inf) OpenSource: software il cui codice sorgente è comunque disponibile al pubblico. A seconda del tipo di licenza con cui è distribuito è possibile incorporarlo o meno nel proprio codice sorgente. Ad esempio parte del codice di Windows è disponibile al pubblico ma è vietato riutilizzarlo in qualunque modo.
FreeSoftware: software gratuito, non è detto che sia disponibile però il codice sorgente (ad esempio la J2SE).
Software proprietario: software per cui qualcuno possiede una licenza sulla proprietà intellettuale e il cui codice sorgente è solitamente non pubblico.

(Filosofo) Un software libero è qualsiasi software rispetti le 4 libertà identificate da Stallman: libertà di eseguire il programma per qualsiasi scopo, di studiare e modificare il programma, di distribuire il programma per aiutare il prossimo, di pubblicare versioni migliorate dello stesso programma. Un software proprietario è un software che non rispetta queste libertà, in particolare le ultime tre. Un software opensource è un software che rispecchia i parametri della Opensource Initiative. Fondamentalmente è un software di cui viene distribuita la sorgente ed in genere può essere considerato “libero”. La differenza è che l’attenzione è mirata al tipo di “programmazione” che ha dietro, attraverso comunità, e non sulle libertà degli utenti. Difatto, gran parte dei programmi sedicenti Open Source usano la Gpl, la licenza “libera” per eccellenza. Inoltre per molti l’Open Source è una scelta “aziendale”, che promuove solo un sistema di programmazione più efficiente e non più etico.

- Qual è il tipo di software che pensi sia migliore per il mercato attuale? Perché?

(Ing.Inf) Dipende dal contesto. In ambienti home, small Office e negli istituti di educazione, il software libero e open source è il modo migliore per risparmiare sui costi. In ambienti strutturati, dove l’assistenza sul SW è fondamentale, è preferibile l’utilizzo di piattaforme standard e consolidate tipicamente di tipo proprietario.

(Filosofo) Non sono un esperto, né un fan del mercato. Credo però che il mondo del software sia così omogeneo da possedere una tendenza unitaria. In generale credo che un sistema operativo libero/open source sia tendenzialmente da preferire ad uno proprietario. Molti programmi altamente tecnici invece, che diventano standard proprio per la loro superiorità intrinseca rispetto alla concorrenza (credo che autocad funzioni così), seguono logiche più complesse. Ovviamente qui, più che di mercato parliamo di impresa che vende il software: all’acquirente conviene sempre poter disporre delle 4 libertà. Un’azienda che abbia su un determinato settore un programma decisamente superiore alla concorrenza, invece, penso che cercherà di tenersi stretto il codice e di vietare la distribuzione “libera”. Al contrario tutti i suoi rivali hanno nelle comunità di software libero/open source un’occasione per contrastare il software più di successo, aumentando la diffusione del loro prodotto e garantendosi migliaia di sviluppatori gratuiti. È, credo, quello che da anni fa la Sun.
Per concludere, eticamente e politicamente il software libero è la scelta migliore. Ma dato che né i soldi, né le leggi dell’economia sono costrette a seguire l’etica, si danno molti casi per cui al venditore convenga tenere “proprietaria” la licenza.

- Qual è il tipo di software che preferisci come utente? Perché?

(Ing.Inf) Dipende dal contesto, in generale il software free perchè preferisco avere un sw gratuito piuttosto che craccare un sw proprietario. L’unico SW per cui sono disposto a pagare è Windows

(Filosofo) Software libero. Ho tutti i programmi che mi servono in modo assolutamente gratuito ed in più so che quel software è stato programmato pensando anche ai miei diritti come utente. Al momento però, se mi serve una funzione che è possibile usare solo tramite software proprietario, non mi faccio eccessivi problemi a fare delle eccezioni.

- Tre pregi di ciascun approccio?

(Ing.Inf.) OpenSource: 1) puoi vedere esattamente come funziona qualcosa ed essere sicuro che non vi siano sorprese. 2) puoi integrarlo nel tuo sw (a seconda della licenza).
Free software: è gratuito.
Proprietario: 1) è affidabile. 2) riesce a coprire qualsiasi tipo di esigenza. 3) è disponibile l’assistenza

(Filosofo) Software libero: “libero”, facilmente reperibile, contribuisce alla diffusione di un’idea libertaria (nel senso europeo del termine) della vita sociale
 
Sofware OpenSource: praticamente “libero” come il precedente, immagine di sé più accattivante per l’utente, immagine di sé più accattivante per l’azienda (che non teme di avere a che fare con “cose comuniste”)

Software Proprietario: I pregi sono anche difetti, dipende dal punto di vista. Fondamentalmente, il pregio più grande, ma non “ontologico” (cioè non proprio di quest’approccio, ma dipendente dalla situazione storica), è il fatto di essere considerata la normalità dalla maggior parte delle aziende.

- Tre difetti di ciascun approccio?

(Ing.Inf.) OpenSource: 1) il mondo open source è poco user-friendly. 2) non sono disponibili applicazioni open source per coprire alcuni tipi di software particolari. 3) in caso di problemi puoi solo rivolgerti ai forum su internet.
Free software: 1) non è disponibile l’assistenza (se non a pagamento). 2) il software free non è sempre all’altezza delle controparti proprietarie.
Proprietario: 1) è costoso 2) non sai cosa gira sotto

(Filosofo) S.L.: l’approccio filosofico può non interessare a tutti; non sufficentemente diffuso come concetto; di solito più un software è “free software oriented”, rispetto a “opensource oriented”, meno è facile da usare.

O.S.: riesce a limitare i difetti tipici dell’approccio Stallmaniano, ma a scapito della: promozione di valori etico/civici; critica radicale al software proprietario; chiarezza sul proprio statuto.

S.P.: non è libero; la sua presenza predominante e aggressiva ostacola e rallenta gli altri approcci; spesso è spropositatamente caro.

- Che impatto hanno, secondo te, questi tre tipi di software sugli utenti e sulle aziende?

(Ing.Inf.) Gli utenti home, anche se potrebbero risparmiare con l’utilizzo del software open e free, tendono ad usare il sw proprietario perchè più semplice.
Le aziende, specie quelle grosse, hanno bisogno del supporto e dell’assistenza che solo le grandi aziende possono dare.

(Filosofo) L’uso di software libero/open source di solito promuove una maggiore conoscenza/consapevolezza del mondo informatico. Il software chiuso, quando non è altamente specializzato, di solito tende a realizzare sistemi che “anche un cretino potrebbe usare”, determinando difatto utenti informaticamente “cretini”. Le aziende “utenti” che decidono di investire su software aperti o liberi investono anche sulle conoscenze informatiche dei loro dipendenti. Ogni investimento però è sempre un richio: di solito abbandonare il software proprietario è conveniente solo nel medio-lungo periodo e non è strano che molte aziende non ci pensino nemmeno. Nel caso di software specialistici, laddove il mondo aperto/libero è competitivo, il suo uso di fatto permette all’azienda di risparmiare migliaia di euro in licenze, diminuendo il capitale minimo necessario per iniziare un’attività.

- Quale approccio è il futuro del software?

(Ing.Inf.) Nessuno dei tre, il futuro è il SaaS, Software as a Service.

(Filosofo) Non né ho idea. Credo che molti paesi in via di sviluppo useranno sistemi liberi o aperti, ma che in generale tutti e tre questi approcci resteranno attivi. Forse cambieranno i rapporti di forza, ma non so dire come, quando o in che modo. Inoltre, molto dipenderà dai vari processi in corso e dalle decisioni che i vari stati prenderanno in materia. Una migrazione delle pubbliche amministrazioni verso il software libero cambierebbe le carte in tavola. Il futuro è un intreccio di marketing, crisi economica, processi giudiziari, leggi e decisioni politiche. Troppe variabili per poter indicare ora una tendenza.
Inoltre in una “società dello spettacolo” come la nostra, basta soltanto una moda per spostare truppe di milioni di utenti da una piattaforma ad un’altra.

***

Si ringraziano gli intervistati che sono rispettivamente Laider (http://blutorama.splinder.com) (Ing.Inf.) e LandOfNowhere (http://landofnowhere.splinder.com) (Filosofo).



Breve come un Respiro – Capitolo V°

4 novembre 2009 - 20:27 by immortal_bard

 «Hai intenzione di restare digiuno e in silenzio fino alla morte?»
 Eoghan non accennò a rispondere né a gesti né a parole. Rimase seduto in un angolo della cella, separato dal bardo da una schiera di sbarre metalliche arrugginite. Il resto della prigione era vuota.
 «Eoghan, dobbiamo capire come funziona il patto che abbiamo violato e cosa possiamo fare per uscire da qui». Saifel spronò il guerriero.
 La notte aveva portato con sé un’aria gelida e le finestre della prigione erano fatte da sole sbarre. Delle tavole di legno giacevano sul corridoio appena fuori dalla cella del bardo e avevano ancora attaccati i cardini rovinati con i quali un tempo il legno aveva chiuso l’apertura. Eoghan allungò la mano e afferrò il piatto che il guardiano gli aveva lasciato. Era una brodaglia dal colore marrone chiaro con vegetali di qualche genere e avanzi di carne troppo cotta e di scarsa qualità.
 «Conoscevo quel patto». Eoghan ruppe il silenzio.
 Saifel si voltò verso l’altro elfo e lo guardò con curiosità.
 «Ne avevo sentito parlare al comandante Kareen poco prima di lanciarci in battaglia. Ho ignorato le sue spiegazioni attenendomi al semplice obiettivo di far vincere la battaglia. Gli uomini non conoscono neppure la vera strategia militare». Eoghan assaggiò la zuppa e deglutì.
 «E come mai un soldato ha ignorato gli ordini del suo comandante?»
 «Non è il mio comandante». Eoghan rispose con veemenza, poi si calmò e si voltò verso Saifel chiedendogli scusa con lo sguardo.
 «Ironico, non credi?»
 Saifel guardò Eoghan con un sorriso perplesso.
 «Prigioniero nella prigionia». Eoghan continuò abbassando di nuovo lo sguardo e portando alla bocca un altro po’ del cibo che galleggiava nel piatto.
 «Non credi che sia giunto il momento di raccontarmi qualcosa?»
 Eoghan alzò lo sguardo e sorrise. «Si».
 Il prescelto di Groomanor raccontò al bardo la sua storia, di come gli umani avevano preso con l’inganno il suo popolo e di come lo avessero catturato. Raccontò del giorno della sua alleanza con Kareen e di come si preparò alle battaglie che avrebbe affrontato per lui. Saifel capì da dove provenisse tutto l’odio per gli uomini che scaturiva da Eoghan e ne ebbe quasi compassione.
 «In ogni caso», Eoghan interruppe il racconto concluso, «non saranno i sovrani di Raerem a giudicarci ma i rispettivi», fece una pausa e assunse un’espressione quasi di ribrezzo, «sovrani dei nostri eserciti».
 «Dovresti sedare il tuo disprezzo per gli uomini».
 «Perché?»
 «Perché non tutti sono così malvagi come credi. Anzi, al contrario io credo che la maggior parte sia costituita da persone normali con buoni sentimenti e propositi. La loro vita breve li rende meno comprensibili ai nostri occhi». Saifel cercò di spiegare il suo punto di vista.
 «La loro breve vita li rende solo capaci di pensare ad arricchirsi e avere potere su questa terra, in maniera egoistica». Eoghan rispose con tono cupo. Saifel non seppe rispondere.
 «Gli uomini», ricominciò Eoghan, «sono accecati dalla brevità delle loro vite e sono talmente egoisti che ignorano le conseguenze che avranno le loro azioni nei confronti delle altre creature. Radono al suolo i boschi per costruirsi inutili mobili, buoni solo per vantarsi tra loro. Rinchiudono delle bestie in recinti invisibili solo per dargli la caccia per divertimento, li fanno riprodurre come fossero esseri inanimati per cibarsene, inquinano le nostre acque con gli scarichi delle loro fogne», l’elfo arrestò il suo crescendo per un attimo. «Essi uccidono per avere l’unica cosa che desiderano, cioè il potere. Gli uomini non si curano degli altri né di ciò che viene dopo di loro. Si curano solo del presente e del loro benessere». Saifel rimase congelato dalle affermazioni di Eoghan. Il bardo era cosciente che ciò che stesse dicendo molto spesso era la verità, ma sapeva anche che non era così per tutti.
 «Sbaglio forse a sognare un mondo senza uomini? Sono forse nel torto a sperare che la lungimiranza e la volontà di mantenere il mondo un luogo dove si possa vivere in equilibrio e serenità? Sbaglio forse a sognare un mondo di elfi?»
 «Si». Saifel rispose seccamente.
 Eoghan lo guardò stupito. Saifel si avvicinò alla cella e osservò con sguardo serio il guerriero.
 «Ti sbagli perché ogni creatura e ogni razza ha un ruolo su questa terra. Gli Dei stessi si sono compiaciuti delle opere degli uomini. Forse il tuo errore è pensare che gli elfi siano creature superiori in tutto agli uomini eppure stai chiudendo la tua mente esattamente come tu accusi gli uomini di fare. Ogni razza ha qualcosa in cui è superiore alle altre e se gli uomini sono riusciti a ottenere tanto prestigio di fronte agli stessi Dei degli elfi e di fronte a tutte le altre creature del mondo non è sicuramente grazie alla loro malvagità».
 L’elfo di Groomanor non accettò quelle parole e poggiando il piatto per terra si andò a sedere nuovamente nell’angolo.
 «Credi a me che sono stato più tempo di te in giro per le terre che non appartengono agli elfi. Gli uomini malvagi sono pochi. Gli uomini sono creature ingenue e buone, ma basta che uno di loro sfrutti queste caratteristiche in altri deviandone la volontà e corrompendone l’animo, che si formano gli eserciti e le guerre». Saifel si intristì in tono ed espressione.
 «Pensi che tra coloro che oggi sono morti in battaglia non ci fosse nessuno che aveva fatto qualcosa di buono e che combattesse solo perché credeva nella lealtà e nella sua patria, esattamente come i prescelti di Groomanor? Credi davvero che tutti i caduti in battaglia meritassero la morte solo perché bramavano potere? No amico mio, ti posso assicurare che tra loro ci sono molti che hanno fatto del bene e che combattevano con onore». Saifel strinse le sbarre che lo separavano dall’altro elfo.
 «I padri degli elfi non ci hanno forse insegnato che nella saggezza della nostra razza non dobbiamo giudicare nessuno in maniera avventata? Ti invito a riflettere e spero tu abbia l’occasione, come l’ho avuta io, di conoscere meglio il mondo degli uomini. Non sbagli a sognare un mondo di elfi… ma che sia uno dove essi convivono con gli uomini nel migliore dei modi».
 Ascoltando il silenzio di Eoghan, Saifel si accoccolò sulla branda e si coprì con la pesante coperta di lana che i soldati gli avevano lasciato in cella. Piccoli fiocchi di neve cominciarono ad appoggiarsi sulle sbarre della finestra. Eoghan ebbe un brivido, si coprì a sua volta e pensò per tutta la notte.

***

 Il fragore della porta delle prigioni svegliò i due elfi. Eoghan si era assopito da poco mentre Saifel aveva dormito quasi tutta la notte. Infreddoliti, i due elfi si avvicinarono alle sbarre. Un soldato entrò.
 «Non so se considerarvi fortunati oppure no».
 Saifel guardò Eoghan e poi si voltò verso l’uomo attendendo i dettagli.
 «La neve è giunta esattamente come previsto dall’oracolo e dunque i sentieri saranno impraticabili per i prossimi mesi. Forse anche la vostra guerra si placherà per un po’, ma fino a quando i nostri messaggeri non potranno raggiungere i regni di Leerat e Hanturiam, non sarà nemmeno possibile invitare qui coloro che dovranno giudicarvi».
 «E questo cosa comporta? Siamo liberi?» Eoghan si avvicinò e strinse le sbarre.
 «No. Ibraham vi concederà di essere liberi in parte e solo all’interno delle mura. Sarete trattati come cittadini di classe inferiore ma non resterete in questa prigione». Il soldato accennò un sorriso.
 «Chi è Ibraham?»
 «Il Magnanimo, sovrano di Raerem». L’uomo rispose con celerità, poi lasciò cadere un sacco dentro cui erano contenute delle vesti semplici e pulite. «Preparatevi perché tra breve lo incontrerete per parlare della vostra situazione».
 L’uomo aprì le celle e si diresse verso l’uscita senza preoccuparsi dei prigionieri. Eoghan rimase un po’ stupito.
 «Non ti preoccupi che possiamo scappare?»
 «No». Il soldato si voltò e si lasciò scappare un sorriso enigmatico. «Sono certo che non lo farete». La porta si chiuse.