Buon Natale

25 dicembre 2009 - 0:00 by Charlenger

Buon Natale!

Merry Christmas!

Feliz Navidad!

Fröhliche Weihnachten!

Joyeux Noel!



Breve come un Respiro – Capitolo XII°

23 dicembre 2009 - 13:48 by immortal_bard

I giorni trascorrevano inizialmente lenti, poi sempre più veloci. Con il passare del tempo la dimestichezza con le nuove armi migliorava e mattine, pomeriggi, sere e notti sembravano non bastare mai. Eoghan si stava preparando per il giorno del giuramento. Sarebbe trascorso un mese da quando aveva ricevuto l’iniziazione a Prescelto di Groomanor, la Notte dell’ultima Luna. Le armi che il Maestro della Luna gli aveva consegnato quella sera, lo avrebbero accompagnato fino al giorno del giuramento ai dogmi di Groomanor e per tutto il resto della sua vita.
 Eoghan strinse il piccone, rendendosi conto che in qualche modo, i giorni in miniera avevano un sapore molto simile, eppure completamente diverso. Non trascorreva giorno senza pensare all’arma persa ai piedi della montagna, probabilmente sepolta sotto cumuli di neve nella migliore delle ipotesi, e a quella riposta negli armadi delle baracche dei soldati. La Piccola e il Forte erano come sorelle, persone di cui fidarsi. Erano la sua anima. Eppure, scavando nella pietra, giorno dopo giorno, l’elfo si rese conto di provare una stanchezza fisica molto vicina a quella degli allenamenti. Mancava l’adrenalina del combattimento ma il tempo volava e il lavoro diventava, come l’allenamento, sempre più facile da affrontare.
 «Sembrano tutti alienati. Non credi?»
 Saifel riportò Eoghan alla realtà per un istante. Il guerriero si guardò attorno e si limitò ad annuire, poi tornò a cacciare via la pietra per facilitare l’estrazione dei minerali. Un pensiero gli balenò nella mente e in un istante intuì cosa Saifel volesse dire. Il lavoro gli stava distaccando la mente e lo stava rinchiudendo nei suoi pensieri.
 «C’è qualcosa di strano, vero?»
 «Si». Saifel si limitò a sussurrare la risposta e proseguì nel suo lavoro. Il bardo continuò a guardarsi attorno per qualche istante, poi si immerse anche lui nelle sue riflessioni.
 La notte in locanda era diventata anche per i due elfi il consueto momento per rilassarsi oltre che un obbligo per non dormire in mezzo a una strada. Dopo l’esibizione della prima sera, Saifel ed Eoghan erano stati accettati da quasi tutti, e chi non li vedeva ancora di buon occhio, si limitava a ignorarli. Kurt e i suoi uomini li facevano sedere sempre più spesso al loro tavolo ma le conversazioni non erano più scese nei dettagli raggiunti nell’euforia della prima sera. Ogni tanto qualcuno si apriva di più e raccontava parte della sua storia al bardo, cosicché potesse ricamarci sopra qualche racconto, ma il nano continuava a essere riservato. Quasi ogni giorno, prima di andare a bere qualcosa di caldo, Saifel faceva tappa al tempio di Kyrion, per rivolgere una preghiera o un canto agli Dei, ed Eoghan, come al solito, lo aspettava sulla soglia, non curante delle intemperie. Spesso i due elfi incontrarono la stessa donna che avevano visto la prima volta che erano entrati nel tempio. Raramente scambiarono con lei qualche parola. Allo stesso modo, padre Marion, accoglieva i due elfi ma aveva sempre ben poco da raccontare oltre quello che aveva già detto, tuttavia Saifel trovava sempre nuovi particolari interessanti sulla gente del luogo e sulla storia della città di Raerem.
 Raerem, un tempo chiamata il Regno di Raerem, era ben più di una città. Le sue mura si innalzavano almeno quanto quelle delle linee di confine di Hanturiam e le sue torri non avevano nulla da invidiare a quelle del regno vicino di Leerat. Un esercito di almeno diecimila soldati difendeva i cittadini e il re, Raem X, decimo della generazione da cui la città stessa aveva preso il nome. La storia, non più vecchia di cento anni, raccontava che Raerem fosse un regno invidiato da tutti per quanto fosse rigoglioso e bene organizzato. La sua ricchezza si basava sulla capacità dei regnanti a mantenere ottimi rapporti commerciali con le città vicine, e sulla grande forza di volontà che tutti i cittadini avevano nel collaborare al benessere di tutti. Ognuno lavorava non solo per sé, ma anche per gli altri. Raerem era diventata quasi una leggenda tra le bocche degli abitanti delle terre del nord.
 Alla morte di Raem X, un velo di sconforto coprì la famiglia reale. Egli infatti era morto senza discendenza. La moglie sterile non aveva potuto dargli figli e tutti i discendenti nella sua linea di sangue erano morti per malattie o spesso in circostanze misteriose. In molti mormoravano riguardo a cospirazioni per rovesciare il casato dal trono, ma nessuno poteva immaginare che quello fosse solo l’inizio di della fine del regno di Raerem. Non essendoci più nessuno in grado di sostenere i complessi rapporti diplomatici intessuti dai Raem, nacquero dissidi politici tra vari regni e il crescendo del malcontento coinvolse Raerem nelle delicate questioni tra i regni di Hanturiam e Leerat. La guerra si spostò sulle città e i villaggi del regno e pian piano i soldati caddero e la forza del popolò scemò.
 Agli occhi del popolo, la morte del regno fu talmente lenta che quasi neppure ci fecero caso. In cento anni il regno divenne una semplice città. Le mura e ogni costruzione superflua furono abbattute e la sua dimensione si ridusse di oltre dieci volte. In molti fuggirono dalla città e in molti vi si rifugiarono.
 La guerra stava distruggendo tutto. All’improvviso giunse dal nulla un ricco signore, divenuto proprietario di varie terre, di cui nessuno sapeva nulla. Pareva provenisse da un regno a nord, e che il suo casato fosse vagabondo. Era Jonas Gaerlem. Questi si presentò al consiglio di Raerem, cioè coloro che avevano avuto il coraggio ti tentare di prendere le redini del regno, affermando di avere il potere di far finire la guerra. E ci riuscì. Nessuno seppe come ma egli portò con sé un foglio che rappresentava un patto di non belligeranza, in cui né Hanturiam né Leerat avrebbero attaccato quella città fintanto che Raerem non avesse avuto un esercito vero e non avesse disturbato o favorito nessuna delle due. Rapidamente l’uomo che aveva portato la pace si trasformò in un idolo e ben presto divenne quasi il nuovo signore di Raerem. Fu soprannominato il Magnanimo. Jonas aveva riportato regole e ordine, ma soprattutto aveva riportato la pace. La sua politica era spesso dura ma efficace. E con il suo governo tutti parvero tacere e dimenticare il passato. Il suo tempo durò venti lunghi anni, in cui la gente di Raerem si rinchiuse all’intero nelle basse mura di quello che restava del quartiere interno del regno. Quando Jonas morì, lo scettro, il regno e anche il nome passarono al figlio: Ibraham.
 «Il Magnanimo, come lo chiamano…», Saifel si avvicinò a Eoghan dopo aver preso congedo dal sacerdote. «Non so perché ma sono convinto che nasconda qualcosa. Sono cambiate molte cose da quando è morto suo padre, eppure la gente è ancora narcotizzata dalla calma apparente che ricopre questa città».
 Eoghan rimase immobile. Fissava l’altare e le panche poco lontane da esso. Saifel lo osservò e seguì il suo sguardo. Raggiunse ciò che il guerriero stava guardando. Era ancora quella donna.
 «Subisci il suo fascino?»
 «No, io…», Eoghan si scosse sorpreso.
 «Mi stavi ascoltando?»
 «Si». Il guerriero accennò una risposta poco sicura. Saifel rimase in silenzio qualche istante, guardò indietro verso la donna che parlava con il sacerdote, poi tornò a guardare l’amico.
 «E cosa ne pensi?»
 «Scusami, hai ragione. Non ti stavo ascoltando». Eoghan divenne serio. Assunse un’espressione quasi offesa. Era come se Saifel l’avesse ferito cogliendolo in un momento di vulnerabilità. L’elfo uscì dal tempio e si appoggiò con le spalle al muro. Saifel lo seguì.
 «Dovresti parlarle qualche sera. Ho visto come la guardi e riconosco quando qualcuno, soprattutto un elfo, subisce il fascino di una donna umana. Lo so bene». Saifel parve ricordare qualcosa che gli era accaduto in passato e abbassò lo sguardo.
 «Forse dovrei ma…», Eoghan si interruppe, rendendosi conto che stava di nuovo diventando vulnerabile. «Smettila». Il tono del prescelto di Groomanor divenne più alto e aggressivo di quanto volesse. Saifel indietreggiò sorpreso.
 «Siamo qui da quasi un mese. Al massimo tra altri due la neve sarà sciolta e alla fine verremo sottoposti a giudizio dai nostri rispettivi regni. Considerati i tuoi progressi, il tempo non è moltissimo. Ma alla fine tu sei un elfo, non un umano». Il bardo lanciò quella provocazione al compagno e si diresse senza aspettare verso la locanda.
 Eoghan subì quella frase come un pugno allo stomaco. Non poteva accettare di essere coinvolto in qualche modo da una donna, umana, che neppure conosceva. Non riusciva ad accettare che c’era in lei qualcosa che lo rapiva. Non era in grado di sopportare di essere in qualche modo attratto da lei.
 Saifel era già lontano quando Eoghan fu di nuovo scosso dai suoi pensieri. «Se non ti sbrighi berrà anche le tue birre, mio signore». La donna velata di un pesante manto bianco, si rivolse a Eoghan.
 L’elfo rimase sorpreso e senza parole. Era una situazione che trovò imbarazzante per più di un motivo. Eoghan aveva visto più volte la donna, anche con il viso scoperto, ma sempre da lontano e non ne aveva colto molti particolari. In quel momento incrociò il suo sguardo che spiccava sotto il cappuccio e sopra il velo che le riparava la bocca e le narici. I suoi occhi neri e profondi, circondati dalla pelle candida, lo rapirono. Sentì quasi girargli la testa. Aprì le labbra ma non riuscì a parlare. La donna sorrise e, seppure fosse coperta dal velo, l’elfo riuscì a percepirlo. Quando trovò il coraggio per parlare, si accorse che la donna si stava già allontanando a passo celere per fuggire dalla neve.
 «Sono Eoghan, dei boschi di Radebaran…» sussurrò. Un fiocco di neve gli si posò sulle labbra ed Eoghan sentì quel caldo e gelido bacio di ghiaccio fargli battere il cuore nel petto come mai gli era successo. Scosse il capo e corse dietro all’elfo, senza più guardare indietro verso la donna.
 «Perché non entri mai nel tempio?» Saifel parve non voler più tornare sull’argomento che aveva quasi offeso il compagno elfo.
 «Io… a volte penso di non credere nell’aiuto degli Dei». Eoghan parlò liberamente, come se l’incontro ravvicinato con la donna al tempio lo avesse sconvolto al punto che non aveva più difese.
 «Perché?»
 «Perché in più occasioni gli Dei non ci hanno aiutato». Eoghan rispose con un filo di rabbia nella voce.
 «Che aiuto ti saresti aspettato?»
 «Quando ho avuto bisogno degli Dei tutti, essi non sono accorsi. Io credo solo in Groomanor, il signore che protegge gli elfi in battaglia. Solo lui mi da vera forza e mi fa vincere i combattimenti». Eoghan divenne man mano più sicuro mentre parlava del suo Dio.
 «Davvero credi che sia solo la sua volontà e non la tua fede? Davvero credi che l’aiuto degli Dei debba essere così evidente e così fuori dalle parti?», lo sguardo di Saifel si fece curioso e serio al tempo stesso.
 «Dov’erano gli Dei mentre gli uomini bramavano alle spalle del nostro pacifico bosco? Dov’erano gli Dei mentre uno assetato di potere rubava con l’inganno il consenso di alcuni elfi? Dove, quando le spade degli uomini hanno trafitto alle spalle il mio popolo?»
 Saifel percepì tutto l’odio e lo sconforto dell’elfo che in poche frasi stava ricordando i terribili momenti che lo avevano strappato alla sua vecchia vita.
 «Dov’è la loro pietà per la gente che soffre?» Eoghan si quietò, in attesa di una risposta.
 «Non lo so, ma alla mia mente non è dato di comprendere a pieno i disegni. Ciò che so è che esiste il libero arbitrio e che la mia preghiera non è una domanda, o una richiesta. La mia preghiera mi da la forza di fare ciò che è bene per me e per gli altri». Saifel si fermò un istante. «Perché vedi il male e dai la colpa agli Dei, vedi il bene e lo dai per scontato, assegnandone il merito alle azioni degli elfi o della natura stessa?»
 Eoghan titubò e lentamente cambiò espressione.
 «Il bene non esiste senza il male» finì Saifel. L’elfo si fermò un istante. Eoghan fece solo un passo in più e rimase di spalle ad attendere che il bardo lo raggiungesse.
 «E questa città? Qui sembra non esistere né il bene né il male. Eppure percepisco che questa gente avrebbe bisogno di aiuto perché priva di ciò che tanto osanni come libero arbitrio». Eoghan provocò il bardo.
 «E pensi che gli Dei non abbiano nulla in mente?»
 «Non dovrebbero forse intervenire, secondo quello che dici, e salvare questa gente dall’oblio ridandogli la libertà?»
 Saifel sorrise, ripensò a ciò che lo aveva turbato durante la giornata di lavoro e guardò verso Eoghan,  ricominciando a camminare e superando nuovamente il compagno elfo. Eoghan rimase ancora una volta colpito e scosso dalla risposta dell’elfo: «E chi ti dice che non siamo noi, ciò che gli Dei hanno pensato per Raerem?»



Il Futuro è qui – InformAmuse

18 dicembre 2009 - 7:01 by Charlenger

L’intelligenza artificiale, come mi è capitato spesso di dire, è qualcosa che nell’immaginario delle persone rappresenta l’eco di film fantascientifici in cui le macchine sono capaci di provare emozioni, in cui la parola intelligenza, associata a un robot, si fonde con etica, emozioni, sensazioni, passioni e così via. Nella realtà l’intelligenza artificiale raccoglie moltissime altre cose molto più vicine a noi e che ci rendono la vita più semplice, più bella e più vivibile. Eppure certe volte neanche ce ne accorgiamo. Di recente è nata in Sicilia, e più precisamente a Palermo, una nuova azienda che si occupa di qualcosa che molti definirebbero futuristico. Non tutti credono che investire in certe tecnologie sia fruttuoso, ma nella realtà del quotidiano è chi rischia e chi crede nell’impossibile che ci fa andare avanti, dimostrando a tutti che l’impossibile non sempre è così irraggiungibile.

L’Azienda in questione è InformAmuse (http://www.informamuse.com/). Si tratta di una piccola realtà relativa a quel mondo a cavallo tra l’accademico e il commerciale, che si occupa di intelligenza artificiale e che si lancia nel mercato come futuro delle tecnologie di interfaccia tra l’uomo e la macchina. Il primo grandissimo passo che è stato fatto è stato quello di sviluppare una guida museale in grado di far rivivere capolavori della storia in 3D, narrati da voci sintizzate e comandabile attraverso la voce. Come viene detto anche nel loro sito, siamo ormai a un passo dallo storico salto che ci portò a passare dalla sola tastiera con cursore lampeggiante su sfondo nero, a una bellissima grafica a finestre cliccabile con un mouse. La differenza è che adesso siamo pronti per il futuro. Voce e gesti possono diventare uno strumento ben più potente di quello che avevamo immaginato.

Il futuro dunque è qui, è una cosa che non smetterò mai di ripetere, perché se è ovvio che quello che immagiamo adesso come futuro, per esempio macchine volanti e non inquinanti, dispositivi comandati con la sola forza del pensiero, e così via, quello che altri, con più raziocinio hanno immaginato ieri, adesso è diventato realtà. Una realtà vera e molto promettente.

Personalmente sono molto fiducioso e contento di questo avvenimento, in quanto l’idea nasce da alcune persone validissime, e una in particolare, che per me ha significato molto ed è stata un’onesta e competente guida attraverso la mia carriera universitaria. E con grande piacere ne riporto la breve intervista virtuale:

***

Buongiorno Professore Gentile, innanzi tutto complimenti per l’impresa. Come ci si sente a intraprendere questa strada tra le tante possibilità?

Intanto è un piacere rispondere a questa intervista, seppur virtuale, anche perchè proposta da uno degli allievi più brillanti che ho avuto il piacere di guidare durante il percorso di studi in ingegneria informatica. Ci si sente  responsabili, per una scelta che richiederà enorme impegno e che presenta delle sfide non banali da superare, soprattutto per chi, come me, parte dal mondo della ricerca e della formazione universitaria. Mi accompagno con un gruppo molto affiatato di giovani ricercatori dalle competenze complementari, ai quali si uniscono due professionisti nei settori chiave della gestione e del marketing, Giovanni Barresi e Antonio Massara, rispettivamente. Abbiamo anche alle spalle un’azienda, la Mediavoice S.r.l. molto dinamica e giovane, che guidata dal suo Presidente, Fabrizio Giacomelli, crede nella nostra iniziativa e con la quale collaboriamo sin dal 2007. Speriamo che nell’immediato futuro questo gruppo si possa ampliare e diventare una realtà produttiva che fa innovazione in Sicilia.

Come è nata l’idea di costituire una società a commerciale basata su idee e tecnologie avanzate e spesso considerate prettamente accademiche?

La spinta iniziale è stato il duro percorso (nove mesi) che abbiamo affrontato con Antonella Santangelo, dottore di ricerca in Ingegneria Informatica e ora Responsabile Interfacce Speciali di Mediavoice, per pervenire alla domanda di brevetto che anima il core computazionale di InformAmuse, ovvero la possibilità di animare con dialoghi in linguaggio naturale l’interazione con una guida museale virtuale, che sia manifestata all’interno di un kiosk o annegata in un palmare o nel cellulare del visitatore. Far ri-vivere i luoghi della storia, questa la nostra missione. Ci siamo resi conto che la tecnologia  ha senso quando centrata intorno alle persone, pensata per l’utente. Il passo da  prototipo accademico a prodotto industriale non è per niente banale e richiede un notevole sforzo, e economico e tecnico, che affrontiamo con entusiasmo già da tempo. Devo anche registrare che sia l’Università di Palermo, con il suo Industrial Liaison Office, che il Dipartimento di Ingegneria Informatica hanno favorito in ogni modo la nascita di InformAmuse, oggi in “incubazione” presso l’incubatore d’impresa ARCA.

Che obiettivi vi ponete come Azienda, nel breve e nel lungo periodo?

A breve termine gli obiettivi si concentrano nell’ingranare la marcia e lanciare un’azienda in start up, avendo il serbatoio pieno di idee e di prodotti. La direzione di marcia è ovviamente fondamentale, e siamo già partiti verso destinazioni che sembrerebbero molto ambiziose ma che noi riteniamo alla portata di un breve tragitto. Il fatto è che l’interazione con le macchine attraverso la voce e i gesti da un lato libera gli occhi e allarga lo spazio, dall’altro amplia il vissuto dell’utente a comprendere lo spazio narrativo. A noi sembra una cosa magnifica, che offre l’opportunità di trasformare ogni occasione turistica in un tempo per vivere e rivivere i luoghi e la loro storia e cultura, ampliandone dettagli e narrazioni senza nulla togliere all’esperienza dal vivo. E tutto ciò con un semplice cenno di voce.

Quali ritiene che saranno i principali ostacoli? E tra questi, quanto ritiene influente il fatto di lavorare in Sicilia?

Mi concentrerei sugli aspetti positivi. Gli ostacoli li affronteremo man mano che si presentano, e cercheremo di superarli. Essere in Sicilia, la sede a Palermo, è una condizione irrinunciabile. Il territorio ha i suoi innegabili problemi, ma è anche tra i più ricchi di patrimonio artistico e paesaggistico. C’è un’attenzione crescente nei confronti del turismo, del turismo culturale e delle idee d’impresa giovani e innovative. Puntiamo su tutto questo e sul volerlo fare qui, in Sicilia, Terra difficile che fa allontanare così tanti dei suoi figli migliori (e con uno di essi sto parlando adesso). Io stesso sono tornato a Palermo dopo sette anni ad Atlanta, negli Stati Uniti, con un Ph.D. conquistato al Georgia Tech e una mezza dozzina di offerte di lavoro lasciate sul tavolo per diventare ricercatore universitario. Oggi siamo a questo punto, e non lo avrei mai pensato.

Chi la conosce probabilmente sa già la risposta, ma quanto c’è di personale e di interiore in questo bellissimo progetto?

Molto. Non potrebbe essere diversamente. Ma è anche vero che godo del supporto formidabile della mia famiglia, mia moglie in testa, e dei ragazzi che con entusiasmo mi spingono avanti. InformAmuse è il risultato di un impegno collettivo, che oggi vede insieme a me e ad Antonella anche Salvatore Sorce, Eleonora Trumello e Salvatore Andolina, tutti passati dal DINFO.

Cosa si sente di dire a chi critica la Sicilia, le imprese e che potrebbe includere in queste critiche anche le aziende come InformAmuse?

Le critiche, se costruttive, fortificano e siamo pronti ad affrontarle, nel costante tentativo di migliorare. Spero piuttosto di potere testimoniare la volontà diffusa di fare crescere, al pari del resto della Nazione, anche il Meridione d’Italia e la nostra Sicilia, magari puntando ad una migliore presentazione del patrimonio artistico, culturale, paesaggistico e ambientali che tanti turisti attrae ogni anno. La migliore pubblicità al nostro saper fare è il racconto di chi ritorna a casa sua dopo una memorabile vacanza in Sicilia.

***

Ringraziando ancora Antonio Gentile, Professore Associato del Dipartimento di Ingegneria Informatica dell’Università di Palermo, concludo sottolineando ancora ciò che è il mio motto riguardo all’intelligenza artificiale e che si rispecchia pienamente in ciò che vedo in questa azienda: “Il Futuro è qui”.



Breve come un Respiro – Capitolo XI°

15 dicembre 2009 - 8:45 by immortal_bard

 «Notizie del carico diretto ad Hanturiam?»
 «Sono arrivati. Hanno avuto qualche difficoltà nel tragitto e lo stesso è valso per il messaggero».
 «Capisco». Ibraham roteò la coppa col vino fissandone il fondo. Zarghen rimase in piedi accanto a lui, guardando la tavola imbandita e già piena di pietanze fredde.
 «E le mappe per Leerat? Sono arrivate o la neve le ha fermate? Quel carico vale molti soldi». Ibraham sollevò gli occhi verso il comandante delle guardie di Raerem e lo guardò speranzoso. Zarghen dal canto suo rimase in silenzio e fugò il volto del Magnanimo.
 «Non abbiamo notizie ancora».
 «Maledizione!» Ibraham colpì il tavolo con forza facendo tremare vassoi e candelieri. Anche la porta vibrò. Zarghen la osservò per un istante.
 «Almeno la via verso Hanturiam è praticabile? La lettera che devo spedire alla contessa deve arrivare entro il giorno stabilito». Ibraham guardò Zarghen come se potesse essere lui a decidere delle sorti del tempo atmosferico.
 «Pare che sia percorribile». Il comandante non parlò con convinzione ma Ibraham sembrò rasserenarsi.
 «Dimmi qualcosa sugli elfi. Come è andato il loro primo giorno?» Il tono del signore di Raerem si fece nuovamente calmo e pacato.
 «Hanno lavorato in miniera, poi si sono diretti alla locanda e sono passati dal tempio di Kyrion». Zarghen parlò spedito come se avesse fretta di andare via.
 «Bene. Devono ambientarsi. Appena possibile dobbiamo portare loro donne e fortuna, senza esagerare. Non voglio che i miei futuri sudditi dalla lunga vita abbiano motivo di essere troppo indipendenti o poco fedeli». Una fragorosa risata riempì la stanza. La porta vibrò ancora e si mosse. Ibraham e Zarghen si scambiarono un’occhiata. Il Magnanimo cominciò a parlare della cena e di cosa avrebbero mangiato, invitando il suddito con lo sguardo e con ampi gesti della testa ad andare ad aprire la porta.
 Zarghen si avvicinò silenziosamente, per quanto gli fosse permesso dall’armatura, alla pesante porta di legno. Afferrò la maniglia e udì rumore di tacchi poco prima di spalancarla con un rapido movimento del braccio. Una donna con il braccio proteso in avanti fece un leggero balzo indietro, spaventata dall’inaspettata apertura della porta.
 «Karina, mia signora, è da molto che sei qui?» Ibraham non nascose un certo turbamento.
 «No, sono appena arrivata, mio Signore. Stavo giusto per bussare Perché sono in ritardo?»
 «Forse un po’ in anticipo» disse Ibraham nuovamente tranquillo. «Ma va benissimo. Potremo spendere qualche minuto da soli in una piacevole conversazione» concluse.
 Zarghen fissò indietro verso il suo signore. Il suo sguardo era quasi impaurito, come se sospettasse della donna. Ibraham gli fece un cenno con la testa per tranquillizzarlo e lo invitò a congedarsi. Il comandante fece dunque passare Karina e poi uscì, chiudendo bene la porta dietro di sé. Osservò le ombre vicino alle tende. Credette di avere le allucinazioni. Un istante prima gli era parso di vedere una forma scura, e l’attimo dopo era svanita. Estrasse lentamente la spada dal fodero e con un rapido ma poco convinto movimento la fece ruotare contro le le tende. Gli anelli che tenevano il tessuto ressero il colpo. La luna illuminò per un istante la stanza. Zarghen si guardò attorno. Nessuno.
 «Dannazione». Il comandante si allontanò con gran passo dalla sala da pranzo e uscì verso le sale esterne. E qualcosa si mosse nelle ombre.
 All’interno della sala da pranzo, la conversazione si fece leggera tra Karina e Ibraham e pian piano anche gli altri invitati arrivarono e tutti insieme cominciarono a consumare il banchetto offerto dal Magnanimo. La serata andò avanti e Ibraham si comportò come sempre. Come se nulla fosse accaduto.

***

 «Cosa ti fa credere che il fatto che tu racconti belle storie ti renda il benvenuto al mio tavolo?» La frase di Kurt gelò per un istante l’elfo che si era avvicinato. Saifel rimase fermo un istante poi si rese conto che quella era la prima volta che il nano gli rivolgeva la parola, ordini in miniera a parte. Inspirò a fondo e riprese il coraggio e tornò a recitare la parte di quello sicuro di sé e dei suoi mezzi.
 «Perché sono sicuro che ridarvi la vostra metà persa della paga sarà più che sufficiente a farci perdonare l’errore di questo pomeriggio». Saifel posò il boccale traboccante di monete al centro del tavolo, facendosi spazio tra due sedie. Eoghan, che nel frattempo si stava avvicinando, osservò stupito la scena. Il bardo aveva appena dato via la loro cena e le loro stanze. Sebbene il guerriero si ripetesse che doveva fidarsi di lui, la cosa non gli riuscì molto facilmente di fronte a quel gesto.
 Kurt fissò l’elfo. Senza staccargli gli occhi di dosso afferrò lentamente il manico del boccale e lo avvicinò. Il nano prese a contare le monete tirandole fuori una a una dal boccale e cominciò a distribuirle ai sui uomini. Saifel rimase immobile e in silenzio. Eoghan guardò da poco più indietro.
 La mano del nano spartì agilmente il denaro poi il suo sguardo si alzò. C’era ancora poco meno di mezzo bicchiere pieno di monete. «Queste sono tue». Il nano spinse il boccale in avanti. «Ti sei guadagnato ben più della paga di cinque uomini in una sola serata, ma non credere che la gente qui sia sempre così generosa. Stasera è stato grazie alla sorpresa e alla novità». Il nano sentenziò e buttò giù d’un fiato quello che sembrava essere il quinto o sesto boccale da almeno una pinta di birra.
 «Magari riuscirò a raccogliere storie interessanti che coinvolgeranno la gente in locanda e continuerò a guadagnare tanto, non credi?» Il bardo sorrise e sfiorò lo schienale della sedia.
 «Sedetevi». Kurt diede il permesso ai due elfi di unirsi ai tavoli. Saifel si voltò verso Eoghan e gli sorrise. Il guerriero di Groomanor rimase impassibile, abbassò il cappuccio e si andò a sedere alla destra del compagno.
 «Non ti conviene guadagnare tanti soldi o ti toglieranno anche quel poco che ti resta mandandoti a mendicare o peggio a morire per le strade fuori della città. Ormai è un po’ che non succede più. La gente ha imparato a seguire le regole dettate dal Magnanimo». Uno degli uomini dei metalli intervenne, come se ormai Kurt li avesse accolti. Il suo tono andò rallentando e scemando sotto lo sguardo carico d’ira del nano.
 «Quali regole?» Saifel colse l’occasione e cercò di approfondire.
 «Ci sono delle regole da rispettare. Come in tutte le città». Kurt rispose secco e con tono burbero. «Diteci chi siete e da dove venite e soprattutto perché siete qui». La conversazione fu subito tramutata dal nano in una specie di interrogatorio. L’uomo che poco prima aveva tentato di iniziare la conversazione abbassò lo sguardo rendendosi conto che si era fatto affascinare dai modi dell’elfo e aveva quasi rotto il rito di iniziazioni a cui Kurt pareva voler sottoporre i due elfi.
 «Io sono Saifel, musico dell’esercito di Hanturiam e originario dei boschi di Allyfain e lui è Eoghan, guerriero dell’esercito di Leerat», il bardo si fermò attendendo che Eoghan completasse la presentazione ma il silenzio fu l’unica risposta dell’elfo. «Stavamo sfidandoci in un duello durante una delle contese tra i regni per cui combattiamo e ci siamo spinti troppo vicino alla città di Raerem, dove abbiamo scoperto di aver violato il patto di non belligeranza. Dunque siamo stati arrestati e, per il momento, accettati come cittadini di classe inferiore in attesa che passi l’inverno e gli ambasciatori dei nostri regni possano venire qui a giudicarci».
 La presentazione di Saifel sembrò rassicurare Kurt. Anche gli altri uomini al tavolo cominciarono a parlare tra di loro più tranquilli, come se quelle parole avessero rimosso qualche genere di sospetto o pregiudizio.
 «Bene. Adesso potete stare seduti al mio tavolo, ma questo non significa che mi state simpatici». Il nano accennò un sorriso ma nessuno avrebbe avuto il coraggio di farglielo notare.
 «Allora? Di quali regole si parlava prima?»
 «Sei proprio curioso, elfo». Il nano voltò lo sguardo e bevve un sorso.
 «Semplicemente non vogliamo creare di nuovo problemi come quello di questo pomeriggio, e nessuno ci ha spiegato come funzionano le cose in questa città». Il bardo rispose prima ancora che il nano finisse di bere.
 «Lascia che ti presenti i miei uomini: Mark, Rod, Alexander, Tore, Matt, Jan e Nak». Il nano indicò uno a uno i suoi sette uomini seduti al tavolo.
 «Perché continui a cambiare argomento?»
 «Perché la prima regola è proprio “non curiosare”». Il nano si protese verso l’elfo e gli puntò il dito contro. «La curiosità può essere molto pericolosa da queste parti, chiaro?» Il bardo annuì.
 «Capisco, però credo sia normale chiedersi come mai un gruppo di persone che godono di tanto rispetto», Saifel fece una pausa come a sottolineare il complimento implicito in quelle parole, «siano rimaste a fare dei lavori come cittadini di classe inferiore, avreste potuto scegliere di fare un lavoro normale». Rod, uno tra i più grossi fisicamente, accennò una risata.
 «Scegliere? Sono lavori…»

***

 «…forzati?» Ibraham sgranò gli occhi. «Mia signora, Karina, quello che dici mi turba. Perché pensi che qualcuno dovrebbe costringere gli uomini di Raerem a lavorare in miniera o nelle fucine? Hai visto fruste o catene?» L’espressione del volto gli si fece quasi incredula.
 «Non si tratta di fruste o catene. Tuttavia potrebbe essere solo una voce che circola. In fondo sono pur sempre una straniera in visita e sono qui da poco. La gente potrebbe tentare di spaventarmi».
 «I nostri rapporti con la tua città, contessa, sono quelli definiti dal patto delle guerre. Non belligeranza». Ibraham chiuse gli occhi e agitò la mano come in un rito solenne. Tutti gli invitati al banchetto convennero con le sue affermazioni.
 «Tuttavia se prendeste in moglie una donna di un altra città, e questa appartenesse a uno dei due regni con cui avete stretto il patto, il vostro schieramento sarebbe chiaro». Karina mostrò un particolare interesse per l’argomento che aveva preso la conversazione.
 «Stai forse cercando di farti sposare?» Nella sala scoppiò una risata poco discreta rispetto al tipo di persone che sedevano al tavolo. Anche Karina sorrise. Solo una battuta innocente, si disse. Tuttavia l’argomento cambiò dopo quelle parole e non tornò più né sulla guerra, né sullo stato dei cittadini, né soprattutto sui rapporti con Leerat e Hanturiam.
 Un servitore si avvicinò al magnanimo. Con un ampio cenno del capo e un gran sorriso, Ibraham si alzò e chiese scusa, quindi si avviò verso le porte della cucina. Zarghen lo attendeva.
 «Si tratta di qualcosa di urgente spero». Il volto del sovrano di Raerem mutò repentinamente.
 «Sto solo eseguendo i tuoi ordini. Avvisarti immediatamente se qualcosa non va come previsto durante le spedizioni». Zarghen si giustificò mantenendo un’espressione seria e sicura.
 «Parla»
 «Il carico partito la settimana scorsa è arrivato. Il messaggero è tornato riferendo che a causa del ritardo i compratori hanno chiesto che gli fosse fatto un prezzo più basso, ma quando hanno visto la qualità non hanno esitato a pagare il prezzo pieno». Zarghen non trattenne un accenno di sorriso.
 «Un altro buon guadagno dal commercio di…»

***

 «…armi?» Saifel rimase stupito.
 «Cos’altro? Estraiamo minerali e materie prime per lavorare metalli e altre cose simili. Gli unici in città che lavorano quanto noi e con la stessa quantità di nuove persone che arrivano come cittadini di classe inferiore sono quelli delle fucine, eppure io qui intorno non vedo molti soldati armati fino ai denti, e nessuno sembra sapere che fine facciano tutte quelle cose».
 «Basta!» Kurt batté di nuovo i pugni sul tavolo. «Devo forse ricordarvi che parlare di certe cose attira l’attenzione di persone sbagliate?» Il tono del nano fu severo.
 «Kurt, è la verità. Anche se tutto il lavoro e il movimento in città non fanno altro che stancarci al punto che non abbiamo voglia neppure di pensare, non siamo stupidi», intervenne Mark.
 «Non mi interessa quanto intelligenti vi crediate. Se non rispettate i miei ordini siete fuori dalla squadra». Il silenzio scese sul tavolo.
 «Vi offro un ultimo giro di birra e poi andrò a dormire. Si è fatto tardi e domani mattina non voglio arrivare tardi». Saifel spezzò la tensione facendo tintinnare un po’ di monete e frapponendosi tra i ringhi di Kurt e gli altri uomini dei metalli.
 Pochi minuti dopo, i due elfi passarono dall’oste, pagarono le birre e il costo di una camera dove dormire entrambi, e si recarono sul retro. Eoghan guardò Saifel e si fermò prima di entrare.
 «Mi hai sorpreso. Ma ho fatto bene a fidarmi di te», sorrise.
 Saifel citò un antico detto in lingua elfica. Siamo fratelli elfi. Se non ci fidiamo di noi stessi, di chi possiamo?
 «Giusto», rispose Eoghan, entrando nella stanza e chiudendo la porta. «Ma non dovresti usare la lingua antica fuori dai boschi».
 «Comunque è stata una serata più fruttuosa di quanto previsto». Saifel sorrise, si svestì e si gettò sul letto. Osservò Eoghan accovacciarsi tra le lenzuola ancora vestito. Il bardo rimase in silenzio, e si rese conto di essere allegro e triste nello stesso momento. Qualcosa in quella città gli ricordava alcuni momenti brutti della sua vita, ma al tempo stesso le parole che aveva assorbito lo avevano eccitato. I frutti di cui parlava non erano il denaro, ma le informazioni che aveva raccolto. Essendo un bardo raccogliere storie era la cosa che più lo gratificava, ma a Raerem, era convinto, c’era qualcosa di più.



JAVA Skin Filter

12 dicembre 2009 - 20:24 by Charlenger

Qualche giorno fa, riguardando tra i vecchi progetti, mi sono accorto di un mini progetto che era partito in silenzio per dare supporto alla A-blacklist ormai praticamente defunta. Il progetto in questione era una libreria di utilità per l’analisi automatica di immagini.

In realtà la prima (e anche unica) utilità sviluppata è “SkinFilter” ovvero una semplice classe che fornisce due metodi chiamati getSkinMask ai quali è possibile passare come argomento o un’immagine in formato BufferedImage o direttamente un File.
Il codice di questa classe si basa su un metodo empirico a soglia, quindi molto potente a livello di prestazioni, ma un po’ meno potente a livello di affidabilità al confronto con reti neurali, reti bayesiane e così via.

Ecco il codice:

package org.cahung.utils.imageprocessing;

import java.awt.Color;
import java.awt.image.BufferedImage;
import java.io.File;
import java.io.IOException;
import javax.imageio.ImageIO;

/**
 *
 * @author Carlo Alberto Hung
 */
public class SkinFilter {

    /**
     * This method is using the fast approach of fixed empiric threashold.
     *
     * Colorspace is RGB [0-255]
     *
     * Rules are:
     * – R > 95
     * – G > 40
     * – B > 20
     * – MAX(R,G,B) – MIN(R,G,B) > 15
     * – R = MAX(R,G,B)
     * – |R – G| > 15
     *
     * @param im is the input image
     * @return a binary copy of the image that contains only the skin surface
     */
    public static BufferedImage getSkinMask(BufferedImage im) {
        int skinPixels = 0;
        int width = im.getWidth();
        int height = im.getHeight();
        BufferedImage out = new BufferedImage(width, height, BufferedImage.TYPE_INT_RGB);

        for (int i = 0; i < width; i++) {
            for (int j = 0; j < height; j++) {
                Color pixel = new Color(im.getRGB(i, j));
                int r = pixel.getRed();
                int g = pixel.getGreen();
                int b = pixel.getBlue();

                int max = r > b ? r : b;
                max = max > g ? max : g;
                int min = r < b ? r : b;
                min = min < g ? min : g;

                // Processing Skin Pixel
                if ((r > 95) && (g > 40) && (b > 20)) {
                    if (max – min > 15) {
                        if ((r > g) && (r > b)) {
                            if ((r – g) > 15) {
                                out.setRGB(i, j, new Color(r, g, b).getRGB());
                                skinPixels++;
                            }
                        }
                    }
                }
            }
        }
        return out;
    }

    public static BufferedImage getSkinMask(File in) throws IOException {
        BufferedImage image = ImageIO.read(in);
        return getSkinMask(image);
    }
}

Questa classe può essere provata utilizzando una semplice classe di test come la seguente:

package org.cahung.utils.imageprocessing;

import java.awt.image.BufferedImage;
import java.io.File;
import java.io.IOException;
import javax.imageio.ImageIO;

/**
 *
 * @author Carlo Alberto Hung
 */
public class SkinFilterTest {

    public static void main(String args[]) {
        try {
            BufferedImage bi = SkinFilter.getSkinMask(new File(”D:\\input.jpg”));
            ImageIO.write(bi, “jpg”, new File(”D:\\output.jpg”));
        } catch (IOException ex) {
            ex.printStackTrace();
        }
    }
}

Sebbene sia molto semplice i risultati, in base all’obiettivo da raggiungere, sono sorprendenti soprattutto se si pensa che questo tipo di filtro applica una prima scrematura “regolabile” e che essendo molto leggero rispetto ad altri approcci può fungere da preparatore di dati per ulteriori operazioni come erosioni, binarizzazioni, maschere etc. Alcune applicazioni di questo tipo di filtro possono essere Face Detection, Skin Segmentation, Face Feature Detection, Skin Traking etc. Nelle immagini seguenti, le immagini originali sovrastano quelle filtrate da SkinFilter (in nero i pixel considerati non di pelle “NO-SKIN”):



Breve come un Respiro – Capitolo X°

7 dicembre 2009 - 7:36 by immortal_bard

E la terra vibrò. Squarci sul terreno si aprirono inghiottendo mura e pietre. Il pozzo al centro della piazza cominciò a vomitare fango che inondò le strade. La gente cominciò a correre a destra e a sinistra, ma nessuna strada o sentiero sembrava sicuro. L’ira infuocata del terremoto smembrò alberi e case. Le acute urla straziate e strazianti delle donne abbracciate ai figli come conchiglie su perle, riempirono l’aria. Un uomo con un carretto corse fuori dalle porte della città, trascinando i resti di legno ancora intatti. Sulle sue guance lacrime e terra scorrevano come fiumi, mentre il sangue delle ferite gli inondava camicia e calzoni. Non guardò indietro, nemmeno quando la terra tremò e gli tolse l’ultima cosa che gli era rimasta. La terra si aprì e la moglie cadde trascinando con sé la piccola culla di vimini. Chi osservava la città da fuori e vedeva crollare torri e palazzi, porte e mura, ringraziò il cielo di essere distante. Ma anche lontano dalla civiltà, tutto attorno, niente era sicuro. La montagna, dipinta di nero dall’ombra delle nubi cariche di acqua e fulmini, sembrava sovrastare ogni cosa e spandere la disperazione ovunque.

 «Nell’oscurità del più profondo degli Incubi, il male stava covando il rampollo del suo potere. Sebbene il bene non possa esistere senza il male, ciascuno crede di essere nel giusto e prova a prevalere sull’altro, senza rendersi conto che una totale vittoria significherebbe al tempo stesso una totale sconfitta». A poco a poco anche i più riluttanti della locanda furono catturati dal tono, dalla musicalità e del fascino emanato dalle parole di Saifel. Era da tempo che nessuno di loro ascoltava una storia.
 «Ci sono cose che la gente crede solo fantasie. Parole che non vorrebbero ascoltare, eventi che non dovrebbero essere raccontati. Ma non è questa la sera in cui noi ci piegheremo all’oblio…»

 Quando la terra si chetò, il silenzio divenne irreale. Tutto giaceva immobile in contemplazione della distruzione che caratterizzava tutto il paesaggio. C’erano molti cadaveri ma l’unico vero era quello della città stessa, morta e sepolta sotto le sue stesse macerie.
La gente cominciò a parlare. Le urla divennero richiami. Ciascuno sperava che i propri cari fossero scampati al disastro. Lacrime e stridore di denti divennero la nuova tetra melodia. Chi si era avvicinato alla città ma non era riuscito a raggiungerla rimase impietrito di fronte a ciò a cui aveva assistito.

 Saifel continuò con la sua tetra introduzione. Il bardo cercò di raggiungere l’apice dell’attenzione e dell’interesse, e lo tenne alto per diversi minuti, poi fece scemare lentamente parole, tono e musica. Ci fu una lunga pausa di silenzio. «Spero di avere stuzzicato la vostra curiosità con questa storia di una terra lontana, ma sono solo un cantastorie improvvisato al mestiere di minatore, senza un soldo e senza un futuro se non sarò bene accetto tra voi».
Saifel si alzò, poggiò il liuto sullo sgabello e fece un semplice e discreto inchino, poi andò al bancone e raggiunse Eoghan, al quale rubò il bicchiere e buttò giù d’un fiato l’ultimo sorso. Il guerriero fissò il compagno con un pizzico di stupore.
 «Sei stato davvero nel Narkatar?» Eoghan sussurrò stando bene attento a non farsi sentire da nessuno che fosse abbastanza vicino per origliare.
 Il bardo sorrise e fece cenno di no con la testa. «Però mio padre si. Non ha assistito a terremoti o tragedie ma è stato in quelle terre esotiche e di storie ne ha raccolte tante prima di tornare nei boschi. Prima o poi, spero di poter andare anche io laggiù». Eoghan guardò Saifel con stupore. Il bardo lo tranquillizzò subito.
 «Inventerò. Conosco varie leggende su quelle terre oscure». Anche Saifel fece attenzione a parlare solo quando nessuno poteva sentirlo. Poi, con un altro sorriso, afferrò di nuovo il bicchiere di Eoghan, spinse una delle monete d’argento che Radolf aveva lasciato prima di crollare, verso il locandiere per pagare la birra dell’uomo ubriaco, ne prese un’altra e la gettò dentro il bicchiere e la fece tintinnare, sorridendo a destra e a sinistra. Con passo lento e aggraziato, Saifel raggiunse il centro della sala e poggiò per terra il bicchiere. Poi afferrò di nuovo il liuto e si sedette sullo sgabello, sguardo basso come se non si curasse più di chi mettesse quante monete, e cominciò a suonare una melodia concitata ma a tratti malinconica.
 Tra gli sguardi attoniti degli altri minatori, Kurt dei metalli scese dalla sedia, si diresse verso il bicchiere, infilò una mano in tasca ed estrasse due monete d’argento e le fece cadere rumorosamente nel bicchiere.
 «Elfo, prosegui con la tua storia, voglio sapere come finisce». Il tono del nano fu stranamente calmo.
 Saifel alzò lo sguardo e guardò Kurt, accennando un sorriso, poi guardò Eoghan e lo invitò con un impercettibile gesto della testa a prendere l’ultima moneta di Radolf e metterla nel bicchiere. Era abbastanza sicuro di essersi guadagnato quelle due monete.
 «Le bocche delle genti parlano sempre quando non c’è modo di capire, quando non c’è spazio per la ragione. I primi pensieri, le prime ipotesi portano uomini, nani, elfi e qualunque creatura mortale a pensare alla prima spiegazione razionale. E questo è spesso il primo errore». Saifel ricominciò ad accompagnare le sue parole con note melodiche, ancora troppo perfette per il liuto di legno rozzo che teneva tra le mani. Gli sguardi e le orecchie tornarono protesi verso di lui.
 
 Il terremoto aveva ucciso molti di molte razze. Il disastro aveva portato non solo distruzione esteriore, ma fratture nell’animo di tutti coloro che ne erano in qualche modo rimaste vittima. Doveva essere trovato un capro espiatorio. I popoli vagabondi, più selvaggi e devoti alla caccia, furono gli unici che non si chiesero nulla e si rinchiusero nelle loro capanne, ricostruite in poco tempo. Uscivano solo per andare a caccia. Ma nelle città, soprattutto dove più razze si mescolavano insieme, il malcontento si diffuse. Durante i lavori di ricostruzione delle città, proprio i momenti in cui c’è maggior necessità di dimostrarsi solidali e uniti, ognuno tirò fuori il peggio di sé.
 Chi trovava un cadavere sotto le macerie, imprecava contro il vicino, quasi accusandolo di avergli rubato la fortuna di scavare dove non ci fossero cadaveri. La superstizione cominciò a regnare sovrana e divenne una delle principali alleate a nemiche delle persone.
 Trovare la causa di quel terremoto divenne la ragione principale di vita degli abitanti delle città del Narkatar. Alcuni cominciarono a rinnegare gli Dei, asserendo che non esistessero o che comunque non gli importasse nulla di coloro che soffrivano nel mondo che essi avevano creato. Altri lasciarono gli Dei nelle loro dimensioni celesti e accusarono i popoli dei boschi di avere incitato la terra selvaggia a divorare la civiltà da loro tanto odiata. Altri ancora accusarono le razze che avevano avuto origine dalla terra, come i nani, accusandoli di avere scavato fin troppo in profondità da rendere il terreno instabile. I più agguerriti iniziarono delle guerre personali che presto di tramutarono in guerre di razza. Ogni creatura civile ma che era giunta dai boschi o che avesse un minimo a che fare con essi, fu cacciata via dai luoghi civilizzati e ogni creatura della terra, soprattutto i nani, fu presa di mira diventando oggetto di scherno, disprezzo e violenze gratuite. Tutto assunse un odore irreale e la tensione di quei popoli si allargò a macchia d’olio permeando l’aria fino ai confini delle valli del sud.

 Saifel proseguì il suo racconto, scendendo nei dettagli ogni volta che sentiva l’attenzione del suo pubblico farsi incalzante, e descrivendo scene concitate ogni volta che l’interesse si abbassava anche solo di poco. Frappose alcune pause di sola musica che tuttavia sembravano fondersi perfettamente come colonna sonora tra una descrizione e l’altra. A ogni sguardo, Kurt dei metalli sembrava sempre più interessato. Il bardò si rese conto di essere a metà dell’opera. Ogni pausa divenne fondamentale perché gli serviva per intrecciare altri racconti e altre descrizioni alle leggende che conosceva. Ma quello in fondo era il suo mestiere e la parte più difficile era non far perdere l’attenzione mentre non parlava, suonando le note giuste al momento giusto. E fino a quel momento c’era riuscito al punto tale che Eoghan stesso, ascoltando la storia, pur sapendo che in buona parte il bardo stesse inventando, si sentì parte della storia e vide riaffiorare il suo odio per gli uomini, mentre Saifel raccontava di come essi cacciarono nani ed elfi dal Narkatar.
 Il guerriero si scosse e si staccò dai suoi pensieri quando l’elfo ritornò a parlare.
 «Quanti di voi sono stati nel Narkatar?» Saifel sorprese il suo pubblico interagendo con loro e fermando la musica repentinamente. Timidamente qualcuno alzò la mano. Kurt rimase impassibile.
 «Quanti di voi conoscono queste storie di violenza?» Il tono del bardo divenne quasi provocatorio, come se fosse stato una vittima di quelle malefatte o avesse davvero vissuto il disastro. Altri ancora fecero cenno e borbottarono qualcosa.
 «Sappiate che le genti del Narkatar non hanno mai trovato la verità che io conosco». Saifel abbassò lo sguardo e ricominciò silenziosamente a pizzicare le corde del liuto, intonando una melodia malinconica. E attese.
 Moneta dopo moneta, il boccale traboccò d’argento e tutto attorno le monete resero grigio il pavimento. Quasi tutti rinunciarono a una birra per conoscere la verità. Era un affare irrinunciabile quello che proponeva lo sconosciuto arrivato dai campi della guerra. Saifel sorrise.
 «C’è una leggenda, una storia che i sacerdoti non vogliono raccontare, qualcosa di scomodo che va al di fuori della comprensione dei mortali ma che è avvenuta e che ha cambiato il corso della storia del mondo così come lo conosciamo. Si tratta di una storia che riguarda un Dio morto, colui il quale nome non dovrebbe essere pronunciato, l’essere che fu cacciato nell’oblio divino. Questa storia riguarda Kahalan, il Signore dei morti».

 Esistono vari modi in cui una divinità può interagire con il mondo dei mortali. Le risposte alle preghiere, i piccoli miracoli quotidiani, la magia di un incantesimo o di una semplice parola. Tuttavia qualcuno aveva studiato le regole inventate all’alba dei tempi dagli stessi Dei, per poterle piegare a suo vantaggio. Kahalan lo aveva fatto per il desiderio di appropriarsi delle anime di tutti i mortali. E per questo era stato bandito dagli altri Dei. Tuttavia egli aveva acquisito già molto potere e aveva bisogno di spargere la sua discendenza. Nessuno sa raccontare come ciò sia potuto accadere ma avvenne proprio nelle terre del Narkatar.
 Il ventre oscuro del Dio morto, si contorce nell’ombra, e genera la progenie di ciò che noi chiamiamo male. Le sue braccia legate attorno al mondo che tanto ha desiderato di poter regnare, lasciano macchie indelebili. Il sangue nero che sgorga dalla sua bocca inonda i fiumi e uccide tutti i pesci. Desideroso che ogni essere lo invochi, dandogli il potere di stare al di sopra anche degli Dei creatori, Kahalan danza e si avvolge laddove è accolto.
 Non fu il terremoto a portare il male. Esso era radicato già in molte persone, in quasi tutti gli abitanti del Narkatar, sempre in collera tra di loro, sempre pronti alla guerra, vera o giornaliera, sempre in cerca di un capro espiatorio, sempre più marci nell’anima. Il Signore dei morti aveva già percepito tutto questo. Ma non era colpa degli abitanti. Era colpa della bocca degli Incubi. Il pozzo di Darashna, colui che accompagna sadicamente le anime negli incubi. Laggiù c’è il pozzo, il luogo dove demoni e umani si possono incontrare, il luogo che una mente mortale non può sopportare.
 Con le braccia protese in aria, i muscoli tesi e gli occhi iniettati di sangue, nudo e ricoperto di liquido scuro, tra i fulmini che gli illuminavano le spalle, la creatura si arrampicò e uscì all’aria aperta. Dal pozzo di Darashna, Kahalan vomitò la sua progenie, gettandola nel mondo dei mortali affinché conquistasse per lui ciò che secondo il suo giudizio gli spettava di diritto.
 Fu quella la causa del terremoto. Le vibrazioni del parto, la discesa di Kahalan nel corpo di un mortale, l’incarnazione del male, quelle furono le spinte che fecero tremare la terra che tentava di ribellarsi a quello scempio. Né creature dei boschi né nani ne altri furono la causa del male. Fu il male stesso.

 «Si è fatto tardi». Saifel concluse quella parte del racconto. «Ora sapete la verità e io vorrei sorseggiare un po’ di sidro. Ma domani sera, se sarò bene accetto dall’oste e da voi, potrei continuare». Il bardo abbassò di nuovo lo sguardo, pizzicando le ultime note, sempre più lente e sempre meno malinconiche. Da vari angoli della sala ricominciò uno strano brusio. Molti ricominciarono a parlare tra loro e lentamente il chiasso della locanda tornò a riempire l’aria. L’oste si avvicinò al boccale, raccolse le monete e ne afferrò un pugnetto mettendolo in tasca e portò il resto all’elfo.
 «Non so come si faccia dalle tue parti, ma qui i cantastorie sono bene accetti quando pagano un tributo dai loro guadagni al locandiere». Saifel osservò che il guadagno era ben superiore alle sue aspettative e sorrise all’oste, stringendo un tacito patto per le sere successive. Ma l’obiettivo dell’elfo non era solo guadagnare denaro. Si sentì un po’ sconsolato nel vedere che nessuno più lo degnava di considerazione. Ma fu l’oste stesso risollevare l’elfo.
 «Ah, dimenticavo. Li hai colpiti tutti, dal primo all’ultimo. A quest’ora non c’è più nessuno in locanda. Se non li vedi qui a farti i complimenti è solo perché sono troppo orgogliosi per dimostrare il loro interesse. Ma puoi stare certo che domani saranno di nuovo qui ad aspettare le tue storie». Il locandiere sembrava conoscere i suoi clienti dal primo all’ultimo.
 Lo sguardo di Saifel corse al tavolo di Kurt. E rimase sorpreso. Il nano stava accennando un sorriso e lentamente e silenziosamente gli stava battendo le mani. Il bardo guardò Eoghan invitandolo ad avvicinarsi. Era giunto il momento di unirsi al tavolo di quelli dei metalli.



L’Etica del Software

3 dicembre 2009 - 7:55 by Charlenger

Ormai dovrebbe essere chiaro che uno dei temi portanti di questo sito/blog è il software e le sue innumerevoli facce e questioni, tra open-source e licenze varie. Qualche giorno fa, mi sono trovato a leggere alcuni articoli scritti da un personaggio alquanto celebre che le persone legate in qualche modo all’open source e al software “etico” conosceranno abbastanza bene. Sto parlando di Richard Stallman.

Come di consueto riporto cosa dice l’enciclopedia web 2.0, Wikipedia:

Richard Matthew Stallman (New York, 16 marzo 1953) è un programmatore, hacker e attivista statunitense.

È uno dei principali esponenti del movimento del software libero. Nel settembre del 1983 diede avvio al progetto GNU con l’intento di creare un sistema operativo simile a Unix ma libero: da ciò prese vita il movimento del software libero. Nell’ottobre del 1985 fondò la Free Software Foundation (FSF). Fu il pioniere del concetto di copyleft ed è il principale autore di molte licenze copyleft compresa la GNU General Public License (GPL), la licenza per software libero più diffusa. Dalla metà degli anni novanta spende molto del suo tempo sostenendo il software libero e promuovendo campagne contro i software proprietari e ciò che a lui sembra una eccessiva estensione delle leggi su copyright. Stallman ha anche sviluppato molti software ampiamente usati: Emacs, la GNU Compiler Collection e lo GNU Debugger.

Leggendo gli articoli che riporto in coda al post, ho riflettuto su alcuni aspetti importanti del software, indipendentemente dal suo tipo, e in particolare a quella che potrebbe essere definita “etica” del software.

Sempre da Wikipedia:

L’etica (dal greco antico ἔθος (o ήθος)[1], “èthos”, comportamento, costume, consuetudine) è quella branca della filosofia che studia i fondamenti oggettivi e razionali che permettono di distinguere i comportamenti umani in buoni, giusti, o moralmente leciti, rispetto ai comportamenti ritenuti cattivi o moralmente inappropriati.

L’etica può anche essere definita come la ricerca di uno o più criteri che consentano all’individuo di gestire adeguatamente la propria libertà nel rispetto degli altri. Essa pretende inoltre una base razionale, quindi non emotiva, dell’atteggiamento assunto, non riducibile a slanci solidaristici o amorevoli di tipo irrazionale. In questo senso essa pone una cornice di riferimento, dei canoni e dei confini entro cui la libertà umana si può estendere ed esprimere. In questa accezione ristretta viene spesso considerata sinonimo di filosofia morale: in quest’ottica essa ha come oggetto i valori morali che determinano il comportamento dell’uomo.

Cosa signifca dunque etica del software? Parlando da ingegnere dell’informazione e da appassionato di software design & development, mi sono reso conto che non è affatto facile parlare di questo argomento. In primo luogo mi sono trovato a pensare dal punto di vista dell’utente. Per l’utente, che sia un’azienda o un privato, il software dovrebbe essere sicuro, potente, facile da usare e così via… e soprattutto dovrebbe costare molto poco.

In molti, sentendo parlare di “free software”, associano alla parola free il senso di gratuito, ma non è esattamente questo ciò che Stallman intendeva quando usava quel termine. Nei paesi di lingua anglosassone la differenza è ancora più sottile in quanto free significa letteralmente sia gratis che libero. In italiano la traduzione corretta è infatti “Software Libero” e non “Software Gratis”.

Vorrei sottolineare che non ho detto che per l’utente il software dovrebbe essere gratis. Quanto meno se si tratta di qualcosa di importante e soprattutto se si tratta di un’azienda. Per qualche ragione, un software “libero” e anche “gratuito” fa paura alle aziende e a chi ha bisogno di un software che vuole percettivamente chiamare “sicuro”. Free Software e Open Source infatti spesso non sono capiti e per questo motivo non adottati.

Ma analizzando il punto di vista di chi il software lo vende, o di chi guadagna su di esso, chiaramente l’idea di software è quella di un servizio da cui tirare fuori quanti più soldi possibili a prescindere dalla qualità e dalle tecniche utilizzate. Sta poi a ciascuno operare le sue scelte, fare i propri prezzi e adottare le proprie strategie di vendita e quanto tempo dedicare alla qualità del proprio prodotto.

Come è facile intuire queste due cose non vanno esattamente d’amore e d’accordo. Ritorno dunque alla domanda iniziale. Cosa significa etica del software? Per quanto mi riguarda, la risposta, forse un po’ semplificata, riguarda tutti coloro che hanno relazioni con il software.

L’utente dovrebbe scegliere il software in base alle sue esigenze, o richiedere delle caratteristiche ragionevolmente con ciò che è disposto a scegliere, e dovrebbe fidarsi di ciò che adotta come soluzione. Parlando per esempio dell’utente finale, trovo non etico utilizzare una versione pirata di Microsoft Office perché ha delle funzioni di indubbia e superiore qualità rispetto a ogni altro prodotto dello stesso tipo. La scelta etica è quella di pagare il prezzo del software e acquistarlo, oppure se non si è disposti a pagare adottare una soluzione gratuita, per esempio l’open source Open Office di Sun Microsystem. Forse non sarà il massimo delle funzioni ma offre tutto ciò che serve per svolgere gli stessi compiti di Microsoft, quanto meno per l’utente “home”.

Dal punto di vista dello sviluppatore, ritengo che etica del software significa applicare sempre il massimo delle proprie capacità quando si svolge il proprio lavoro, applicare tariffe e prezzi ragionevoli al lavoro svolto, accettare solo lavori che si sa di poter svolgere oppure avvalersi, a fronte di un guadagno inferiore, di capacità esterne che consentano di andare incontro ai bisogni del cliente. Ritengo altrettanto etico però non svendersi, non regalare le proprie competenze perché essere buoni è un conto, essere etici è un altro, ma regalare tutto il proprio lavoro è da stupidi.

Di certo all’utente piacerebbe che i programmatori lavorassero gratis e sviluppassero ogni cosa per il semplice divertimento di farlo, ma non lo ritengo per nulla né produttivo né appunto, etico. Qualcuno, come in questo sito, può dedicarsi allo sviluppo di software che è gratuito oltre che “free software” e “open source”. Ma ciò dovrebbe avvenire solo perché il guadagno arriva in altri termini, quali esperienza, visibilità, divertimento, condivisione, etc.

La questione secondo me tocca anche chi usufruisce dei software cercando di farlo in modo etico ma senza informarsi troppo. Molti puntano il dito su Microsoft. Sebbene sia vero che quest’azienda abbia un grosso strapotere sul mercato, soprattutto riguardo sistemi operativi e suite office, e abbia adottato strategie di mercato non sempre etiche ma sicuramente vincenti, tuttavia esistono molte altre aziende che hanno adottato strategie molto simili ma su cui nessuno ha puntato mai il dito contro perché offrivano software e servizi gratuiti. Un esempio è Google.

Premettendo che io non mi schiero né contro né a favore di Microsoft o Google, c’è da dire che trovo un po’ troppo eccessiva la critica a Microsoft da parte di molti “Linuxisti” che però sono giorno e notte su internet, cercano so google, magari hanno scaricato Chrome, e presto useranno anche Chrome OS e così via. Basterebbe accorgersi che alcune cose di Microsoft, alla fine sono gratuite e open source, e sufficienti per gli utenti “home” e molte cose di Google non sono affatto “Open Source”, sebbene siano “Free”.

Dal momento che parlare di etica, richiede alcune competenze che mi mancano, voglio comunque approfittare del mio amico filosofo, per riportare un parere più specialistico. E dal momento che non voglio dilungarmi troppo, concludo riassumendo il pensiero che mi si è rafforzato sempre di più leggendo gli articoli di Stallman:

Chi sceglie di usare un software dovrebbe farlo pensando che utilizzare un software pirata non significa essere furbi e risparmiare, ma significa solo invitare chi produce software proprietario a incrementare i prezzi non proporzionalmente alla qualità, ridurne i guadagni e costringerli ad adottare politiche scorrette. Al di là del fatto che grosse aziende potrebbero comunque non essere etiche non deve essere l’utente a comportarsi per primo in maniera non etica. Allo stesso modo chi sviluppa software dovrebbe attenersi alle regole etiche della professione oltre che pensare che ciò che rende buono il lavoro non è quanto ci si guadagna, sebbene sia un fattore importante come stimolo e come sopravvivenza, ma la qualità dello stesso e dunque dovrebbe essere necessario scegliere l’approccio (open-source, proprietario, free, etc) più adatto e le tecniche appropriate per implementarlo.

E per chi si dicesse “voglio essere etico ma non posso perché mi servono software che facciano ciò che mi serve”, sappia che nella maggior parte dei casi esistono soluzioni gratuite o open source per ottenere ciò che volete. Alcuni esempi?

Suite di programmi per l’ufficio: OpenOffice – se hai proprio “bisogno” di Microsoft Office probabilmente è perché ti serve per lavoro e la tua azienda te lo potrà procurare. Se lavori in proprio e ti “serve” MS Office… compralo.
Sistemi operativi: Linux Ubuntu – facile da installare permette praticamente tutte le funzioni che l’utente home usa su windows, dalla navigazione internet, alla posta, alla videoscrittura, all’instant messaging.
Sviluppo software: sviluppi microsoft…? perché hai piratato la versione “enterprise” di Visual Studio se esiste la versione Express che per il privato è ben più che sufficiente?
Database: MySql, Microsoft Sql Server Express, etc…
Creazione PDF: BullZip Printer, Ghost Script.
Fotoritocco: Paint .NET, Gimpshop

e potrei continuare all’infinito.

E come anticipato ecco una breve dissertazione di LandOfNowhere:

***

riflessioni “inconcluse” sull’etica della programmazione

Sorvoliamo sul problema filosofico di cosa sia l’etica e sul fatto che per me è una domanda tutt’altro che conclusa. Sorvoliamo pure sul fatto che etica e politica, almeno secondo il sottoscritto, vanno a braccetto e che, per politica, non si debba intendere solo uno strano insieme di giochi di palazzo.
Partiamo da premesse semplici e volutamente semplicistiche: un’azione etica promuove una società migliore, rapporti sociali migliori e un’esistenza migliore per le persone che ci circondano. A molti potrà anche piacere come definizione…. ma per me, resta semplicistica; ciò nonostante da qualche parte dobbiamo partire.
Se accettiamo queste premesse, una delle “etiche” più concludenti è sicuramente quella di Stallman. Un consiglio che posso dare è quello di acquistare questa raccolta dei suoi interventi (tutti comunque rintracciabili su internet).
Si tratta di pensare la creazione di un programma come qualcosa che facciamo all’interno di una società; e che determinate scelte influenzano, in piccolo od in grande quella stessa società. Non si tratta soltanto della licenza con cui il software viene rilasciato. Si tratta, per dirla con Kant, di non pensare l’utente come un mezzo, ma come un fine. Quello che emerge, più che un etica del programmatore è, a ben vedere, un etica del lavoro. Stallman insiste sul fatto che un programmatore di software libero non rinuncia certo al suo stipendio…, ma aggiunge anche che esso verrà ridimensionato – ed in questo emerge un lato “utopico”, che a mio parere semplicemente registra una contraddizione fra questa etica e il sistema capitalistico per come è regolato attualmente.
In altre parole, quest’etica insiste su una (appunto) contraddizione della nostra società: il lavoro deve creare una ricompensa morale nel lavoratore, oltre a permettergli di vivere; la ricompensa morale si misura nell’essere riuscito a contribuire alla comunità di cui si fa parte (e quindi nella “gloria”, nella gratitudine ricevuta, ecc. ecc). La ricompensa economica va, quindi, in secondo piano. In fondo, l’etica del lavoro come “servizio” e “dono”, oltre (e forse anche più) che ai sistemi di valore “socialisti”, rimanda molto anche etiche religiose, in primis quella di molte comunità cristiane/cattoliche (non certo calviniste).
Dicevo prima, che quest’etica spinge su una contraddizione interna della nostra società: essa è costituita dalla scissione personale che ognuno di noi vive. Siamo tutti, da un lato cittadini “solidali” e dall’altro soggetti economici. Membri di una società escludente, che elargisce elemosine agli esclusi. Come molte etiche, inclusa quella cattolica, la cultura hacker insiste sull’unità dei due “soggetti”: mentre viviamo come homini aeconomici (sperando di non aver sbagliato con il latino) non smettiamo di essere cittadini solidali. Ed è questa soggettività quella preminente. Certo, l’origine non marxista di quest’etica di solito gli impedisce di cogliere l’esatta natura di questa scissione/contraddizione e di poter porre così la questione. Ad ogni modo, non può che generare un sistema di valori per cui nell’atto di rilasciare un programma, io debba tenere in  mente di promuovere l’avanzamento della cultura, della fratellanza e della cooperazione. Quindi devo mediare fra i miei interessi economici e quelli della società. Ed allora, posto che il mio lavoro è ciò con cui vivo, ogni qual volta ledo gli interesse e le libertà degli utenti (o della comunità) per il mio profitto, sbaglio. E quindi, devo lasciare a tutti il diritto di modificare e ridistribuire le mie “creature”. Ci sono mille altri modi, che Stallman non si lesina ad elencare, con cui un programmatore può vivere, invece che estorcere soldi per ogni “copia”: ad esempio, un’azienda può pagarlo per avere quelle modifiche di cui ha bisogno per aumentare la produttività o altri metodi ancora.
Resta il fatto che quest’etica stride con i valori “consumistici” e di “profitto” vigenti nel mondo economico di oggi, che pur moralmente bistrattato, è la verità di quello “solidale” (sul perché non mi posso dilungare in questa sede). E che un modello di scambi economico fondato su base esclusivamente “morale”, difficilmente è in grado di creare una pratica davvero capace di scardinare le abitudini consolidate, soprattutto se si basano su sistemi di potere. Ma se dividiamo etica, da politica e se c’interessa sapere soltanto “qual’è il metodo corretto di creare software”, il lavoro di Stallman è una buon punto di partenza. I limiti qui elencati, stanno al di sotto del livello della critica. Infatti sono possibili solo, considerando insoddisfacente la definizione usuale di etica. Ma anche accettando tutte le mie notazioni, il punto di partenza della FSF resta gravido di intuizioni utili e geniali: cosa vuol dire cooperazione nel nostro secolo? Cosa vuol dire diritto di proprietà sui beni non materiali? Il sistema attuale è davvero il più “produttivo possibile”? Come sarebbe il mondo senza l’idolo del profitto? Come sarebbe la nostra società se fosse fondata sul collettivismo e non sull’individualismo?

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Ecco gli articoli da cui è nato questo post:

http://www.gnu.org/philosophy/free-software-for-freedom.it.html
http://www.gnu.org/philosophy/open-source-misses-the-point.it.html