«Hai trovato qualcosa?»
«Più di qualcosa». L’uomo rispose sussurrando.
«Che cosa?» il tono della donna invece si fece quasi concitato.
«Più di quello che immagini», tese la mano e allungò due pergamene che erano state accartocciate, ma che aveva accuratamente stirato e arrotolato come fossero lettere ufficiali. La donna allungò le mani per prendere le carte ma l’uomo le ritrasse e sorrise chiudendo gli occhi.
«Merito almeno un bacio sulla guancia, mia signora e mia luce».
«Ti prego Iamal, non chiamarmi così». Karina ritrasse le mani istintivamente. Iamal riaprì gli occhi e lasciò che il suo sorriso si attenuasse.
«Io ormai servo te, mia signora. Il mio lavoro per Ibraham è solo una copertura. Permettimi di chiamarti almeno “mia signora”». Iamal fece un leggero inchino e ritrovò il sorriso precedente. Karina fece due passi in avanti e lo baciò sulla guancia. L’uomo aprì gli occhi e fissò la donna per qualche istante, senza abbandonare il sorriso, poi protese di nuovo le mani e porse le pergamene alla donna, stavolta senza ritrarle. Karina le prese fissando a sua volta l’uomo negli occhi.
«Non è stato facile trovarle. Ora devo andare». Iamal si allontanò lasciando sola la donna.
***
Le dita sfiorarono la maniglia della porta. Gli occhi corsero alla finestra chiusa. Le candele erano spente e il chiarore della luna creava dei giochi di ombre che rendevano l’attesa del rintocco quasi terrificante. Il campanile suonò la mezzanotte.
Sottovoce, Iamal cominciò a contare. La mano strinse il ferro battuto e iniziò a muoversi lentamente. La porta si aprì facendo solo un lievissimo cigolio. Uscì dalla sua stanza. Con passi leggeri, l’uomo scivolò lungo i corridoi, attraversò rampe di scale e raggiunse una porta adorna di decorazioni e intarsi dorati. Era l’ingresso ai corridoi dell’ala proibita. Nessuno poteva accedere a quelle sale se non autorizzato direttamente da Ibraham, il Magnanimo in persona.
Con un sorriso soddisfatto, Iamal estrasse una chiave dalla tasca e la infilò cautamente nella serratura. Si appoggiò sulla porta per non farla tremare e cominciò ad aprirla guardandosi indietro per essere sicuro che nessuno lo avesse visto. Aprì dapprima uno spiraglio e sbirciò dall’altra parte. Pareva non esserci nessuno. Aprì la porta, la attraversò e la richiuse dietro di sé velocemente, ma sempre facendo attenzione a non fare rumore.
Camminando radente alla parete più interna del corridoio, e superando velocemente le zone illuminate dalle finestre, Iamal corse verso una meta precisa. Raggiunse una porta di faggio, robusta e diversa dalle altre. Sentì ancora una volta un brivido nel toccare la maniglia d’oro lavorato, fredda quasi quanto la notte stessa. Con decisione aprì la porta ed entrò. Un rumore sordo rimbombò nel corridoio. Sapeva che non c’era verso di non far rumore con quella porta, quindi cercò di ridurlo al minimo.
Appoggiato con le spalle sulla porta, Iamal sentì il suo sorriso diventare quasi un’espressione di vittoria, mentre il petto gli si gonfiava e sgonfiava velocemente per la tensione. Inspirò profondamente per riprendersi quindi si diresse subito verso la scrivania. Era sicuro che avrebbe trovato qualcosa di utile nella stanza di Ibraham.
Iamal cominciò ad aprire cassetti e sportelli, curandosi di rimettere tutto a posto. Guardò tra i vari cartigli ma non trovò che atti burocratici di scarso interesse per ciò che cercava. Le sue orecchie erano costamente attente a ogni rumore che proveniva dal corridoio. Aveva poco tempo e molti posti dove cercare. Guardò tra gli scaffali e sotto la poltrona. Era difficile trovare qualcosa, soprattutto perché non sapeva neppure cosa stesse cercando.
Il rintocco della prima ora del giorno lo fece sussultare. I battiti del cuore aumentarono e sentì un calore al volto che lo fece trasalire. Inspirò profondamente e si avviòm verso l’uscita. Credeva di avere fallito quando il suo sguardo si posò su dei fogli accartocciati dentro un cestino. Ne raccolse uno e cominciò a leggerlo. Rimase immerso nella lettura, sorpreso da ciò che l’inchiostro gli stava rivelando. Sul fondo della lettera era già stato apposto il sigillo con la cera lacca e nonostante il foglio fosse stato stropicciato, era ancora perfettamente visibile. Aveva trovato ben più di quello che potesse sperare.
Il rumore di passi, seguito da quello della maniglia lo riportarono alla realtà. Il giro di ronda era arrivato e lui era ancora nella stanza. Osservò rapidamente la disposizione dei mobili, si lanciò dietro il divano e pregò che il buio lo proteggesse. La porta si aprì. Iamal chiuse gli occhi come a volersi nascondere dalla luce della candela e trattenne il fiato. Rimase immobile.
Un suono cupo ma inconfondibile lasciò la stanza nel silenzio. La porta era stata chiusa. Iamal attese immobile ancora qualche istante, poi con estrema cautela si affacciò verso la stanza. Era completamente buia. Sarebbe passata un’altra ora prima che passasse il secondo giro di ronda. Aveva dunque il tempo per uscire dall’ala proibita.
Iamal attese qualche minuto dietro la porta, appoggiato con l’orecchio sul legno per essere sicuro che non ci fossero rumori di passi nel corridoio. Aprì la porta così come quando era entrato ed uscì. Si appoggiò solo per un istante su di essa, come se volesse farla smettere di vibrare, si guardò a destra e a sinistra, e cominciò a correre nelle ombre fino a raggiungere la fine del corridoio. Aprì la porta ma si accorse che la mano gli tremava. Cercò di non fare rumore ma la paura non glielo consentì. La chiave gli cadde sul pavimento, tintinnando. La raccolse velocemente, aprì la porta e la richiuse dietro di sé, dando due giri di chiave. Cominciò a correre verso le sale della servitù, raggiunse la cucina, si arrampicò sulla credenza e infilò la chiave in una brocca nascosta in alto tra le vecchie brocche per il vino.
«Che cosa stai facendo?»
Iamal cadde all’indietro, ruzzolando sul pavimento. Si voltò terrorizzato ma si tranquillizzò quasi subito quando vide che a chiamarlo era Owanda, la cuoca.
«Cercavo qualcosa da mangiare. Ho fame e non riuscivo a dormire», balbettò.
«E lo cerchi con i piedi sudici sui miei ripiani?»
«Io…» si alzò e si diede una ripulita, cercando di riprendere il controllo. Owanda si avvicinò e chiuse la dispensa che Iamal aveva aperto afferrandocisi mentre cadeva.
«Ho sempre detto che eri un tipo strano, ma non pensavo fino a questo punto». La cuoca si piegò sulle ginocchia e aprì un cassetto, tirando fuori qualche pezzo di pane e un po’ di formaggio. Poi sorrise all’uomo. «Anche io a quest’ora ho sempre fame. Conservo sempre uno spuntino qui. Vuoi farmi compagnia?»
***
«Sei sicuro che non abbia capito nulla?»
«Si». Iamal sorrise soddisfatto. «La cuoca non immagina nemmeno che il primo servitore nasconde la sua copia della chiave lassù. Credo che in pochi, pochissimi lo sappiano».
«Grazie». Karina abbracciò di nuovo Iamal, comprendendo il rischio che aveva corso per trovare qualcosa per lei, quindi prese congedo senza aggiungere altro.
***
«Mio signore». Zarghen entrò nell’ufficio di Ibraham, intento a scrivere dei documenti.
«Entra pure»
«Ho delle notizie». Il comandante delle guardie di Raerem assunse un tono duro, ed enfatizzò la sua preoccupazione come se fosse scoppiata una guerra.
«Cosa ti turba?»
«Ieri notte qualcuno dei servitori ha girovagato per l’ala proibita. Avevo dei sospetti e ho fatto di persona diversi giri di ronda». Ibraham sembrò sorpreso. «Qualcuno trama contro di te».
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Naturalmente deve trattarsi di qualcosa di estremamente importante, qualcosa che potrebbe salvare Karina e distruggere Ibraham.
Però non riesco assolutamente a immaginare di cosa possa trattarsi!
Eh si… cosa cercava Iamal?
Un altro capitolo mozzafiato! Prevedo brutti guai per il povero Iamal che ha rischiato tanto per aiutare Karina.
ma chissà cosa ha trovato, anzi, chissà cosa cercava!? Il mistero si infittisce!!