Eoghan aprì gli occhi. Era ancora un’altra mattina, come tante. Innalzò silenziosamente un inno a Groomanor, poi si alzò in piedi. Doveva andare a lavorare ma in quelle settimane qualcosa era cambiato. Il lavoro era quasi piacevole perché gli permetteva di veder fuggire la giornata come se non esistesse null’altro che quei pochi istanti la sera in cui andava al tempio con Saifel, e mentre il compagno era fermo a pregare, accompagnava Karina verso casa. Ormai aveva ammesso che era cambiato in tutto quel tempo a Raerem.
L’inverno non accennava a passare e prometteva di dilungarsi ben oltre i normali giorni freddi. Come ogni anno gli oracoli avevano indovinato le previsioni e sulle loro parole si erano basati innumerevoli piani di commercio. Il bardò guardò il guerriero mentre si vestiva.
«Ti stai innamorando di lei»
«No». Rispose secco e con imbarazzo.
«La mia non era una domanda». Saifel usava spesso quell’affermazione quando voleva mettere in imbarazzo il suo interlocutore ed era sicuro di avere ragione.
«Va bene… lo ammetto. C’è qualcosa di lei che mi attrae. Ma ciò non vuole dire che mi stia innamorando». Eoghan parlò come se volesse giustificarsi. Saifel sorrise e scosse la testa.
«Bene. Non voglio offendere la tua sensibilità, ma noto che ti sei ammorbidito molto da quando la accompagni tutte le sere. Ho ragione di pensare che magari un giorno non vorrai più andartene». Saifel proseguì a provocarlo.
«No, è soltanto una donna». Il tono di Eoghan tornò serio e rude. Saifel capì che era il momento di smetterla. «Piuttosto tu», il guerriero fece una pausa. «Ho notato che anche tu ti stai dando da fare. Con la danzatrice che non è più andata via a riunirsi con le sue amiche. C’è qualcosa anche tra voi». Eoghan fu quasi tagliente.
«C’è molto di più di quello che credi». Saifel si alzò e divenne serio.
«Ecco, lo sapevo che…»
«No». Il bardo fu brusco. «Non è quello che pensi tu. Janira e io stiamo collaborando. Penso sia giunto il momento anche di rendertene partecipe». Eoghan si fermò. «Oggi andrò a parlare con Tod Capocatena. Gli chiederò di fermare tutti i lavori e di venire con me a protestare davanti al palazzo di Ibraham».
«Cosa?» Eoghan rimase esterrefatto.
«Hai capito benissimo. Qui tutti vivono in una schiavitù invisibile… neppure tanto. Sanno ciò che Ibraham vuole che sappiano, fanno ciò che Ibraham vuole che facciano. Producono materiale e armi, producono ricchezza eppure sono tutti sempre poveri. Ci sono delle gerarchie quasi invisibili che incatenano la gente a dei ruoli da cui non possono uscire e chi se ne rende conto è costretto a negoziare con ciò che di più caro gli resta. La vita o la propria dignità. Credi che sia giusto?» Saifel urlò sottovoce, dimostrando dei sentimenti verso Raerem che fino a quel momento non erano mai usciti.
«Sapevo che… avevamo parlato… ma…» Eoghan rimase senza parole. Dentro di sé anche lui aveva notato quelle cose di Raerem, forse non a fondo come Saifel, però alle parole del compagno si sentì stringere il cuore, rendendosi conto che stava ignorando quei principi su cui si fondavano le comunità elfiche e che, seppur non condividesse appieno, secondo il volere degli Dei erano concesse anche a tutti gli altri esseri viventi. Ripensò in silenzio alle parole di Saifel. Agli uomini di Raerem era stata effettivamente creata una prigione attorno.
Non sono elfi, dannazione, non sono obbligato a lottare per loro, pensò con poca convinzione. Uno strano senso di colpa lo afflisse. Lo sguardo di Saifel sembrava penetrarlo e voler tirare fuori da lui la nobiltà delle antiche alleanze. Poi, il prescelto di Groomanor si trovò a pensare a Karina. Lei non è di Raerem, può andare via quando vuole. Ma quei pensieri lo portarono a immaginare tutti i possibili disastri che potessero coinvolgere la donna. Più volte infatti Karina aveva manifestato il suo interesse e il suo impegno verso Raerem ed Eoghan non poté non tenerlo in considerazione.
«E cosa hai intenzione di fare? Cosa c’entra questo con la donna che frequenti?»
«Janira e le sue compagne erano state inviate da Ibraham. Sono tutte prigioniere nel suo palazzo e obbligate a essere le sue danzatrici personali. Erano state inviate da noi per sedurci, legarci a questa terra e renderci schiavi longevi dell’impero di Raerem».
«Impero?»
«Ibraham e i suoi scagnozzi lo chiamano così». Saifel si avvicinò ad Eoghan e gli poggiò una mano sulla spalla. «Janira mi ha riferito delle cose… alcune delle intenzioni e dei piani di Ibraham… sono solo voci e lei non ha modo di provare nulla, però io le credo… e abbiamo l’evidenza davanti agli occhi. Il popolo è troppo cieco perché se ne accorga. Hanno bisogno di qualcosa che faccia rumore… non il grido di uno o due».
«E per questo vuoi coinvolgere tutta la miniera».
«Si». Il silenzio scese nella stanza, poi i due elfi si incamminarono. «Andiamo. Ogni minuto è prezioso».
***
«Dove vai?»
«Ho visto una persona. Ti raggiungo subito». Eoghan rallentò e lasciò che Saifel si allontanasse. Il bardo scosse il capo, guardò nella direzione in cui si stava muovendo il compagno ma non vide nulla, quindi si diresse verso la miniera con passo più lento. Eoghan sparì in un vicoletto.
«Buongiorno»
«Per gli Dei!» Karina sussultò, voltandosi di scatto. «Non… non ti avevo visto».
«Perdonami. Ti ho vista qui, ferma e ho pensato che potessi avere bisogno di aiuto». Eoghan sorrise alla donna come faceva ogni sera che l’accompagnava a casa.
«Io… in effetti». Il tono della donna era un po’ turbato.
«Mia luce, eccomi qui». Un uomo apparve da dietro la parete dove Eoghan e Karina stavano parlando. Dapprima accennò a scappare, poi sembrò riconoscere l’elfo e si fermò. Assunse uno sguardo serio, quasi irato. Distese il braccio e le porse un ferma pergamene, un anello largo che aveva incisi i blasoni di Raerem.
«Mia luce?»
«Un elfo…» i due rimasero colpiti dalla presenza l’uno dell’altro.
«Vi prego», Karina cercò di intervenire, comprendendo la situazione.
«Devo tornare a palazzo». Le parole di Iamal furono quasi velenose. Si allontanò senza dire nulla, soltanto con un gesto galante della mano e un inchino, rivolti alla donna. Eoghan e Karina rimasero soli.
«Chi era?» Il tono dell’elfo fu più duro di quanto non volesse.
«Un servitore»
«Che ti chiama “mia luce”?» La voce di Eoghan scemò quasi in un sussurro.
«Sta solo cercando di aiutarmi a scoprire cosa succede qui a Raerem». Karina fissò Eoghan che di rimase perplesso. L’elfo stava ripensando a quello che gli aveva detto Saifel e sperò che lei non stesse facendo lo stesso. Si sentì come se fosse la danzatrice di Karina, quello che Janira era per Saifel, almeno a parer suo.
«Ho delle prove… ho degli elementi, ma a palazzo da sola io non posso», le parole le morirono in gola. Lo sguardo di Eoghan fu talmente glaciale da farle capire che non aveva voglia delle sue spiegazioni.
«Eoghan ti giuro che…»
«No. Tu non sai neppure cosa sia un giuramento. Non sono un oggetto… non mi faccio usare». Eoghan fu molto brusco.
Lo sguardo di Karina si tramutò. Smise di essere implorante e si riempì di rabbia. Delle lacrime le scesero dagli occhi, ma Eoghan aveva già voltato lo sguardo. Karina, la contessa di Leerat deglutì e inspirò, sentendo i singhiozzi quasi bucarle il petto prepotentemente.
Eoghan aspettò di sentirsi pugnalare con mille parole. Sperò con tutto il suo cuore che la donna gliene dicesse qualcuna, che lo insultasse, che lo cacciasse. Si sentiva ignobile ma al tempo stesso profondamente offeso. Illuso ma al tempo stesso vile. Una frase di Karina avrebbe rotto il silenzio teso che si era venuto a formare. Sentì il coraggio mancargli per tutto quel lungo attimo di silenzio. Percepì l’amaro odore della sconfitta in battaglia, permearlo come se fosse stato in guerra. Si voltò, riprendendo coscienza dei suoi sensi, ma Karina non era più lì. La donna stava già camminando lontano da lui. Si sentì morire.
***
«Cosa vuol dire che non mi aiuterai? Tod… noi siamo solo in due e tu stesso hai riconosciuto il problema».
«I miei genitori hanno lavorato per tutta la vita a queste miniere. Mi spettavano di diritto. Ho lottato per tenerle vive, ho lottato perché queste potessero cambiare la vita ai miei figli. C’ero quasi riuscito una volta, ma è stata tutta un’illusione. Si è vero ciò che dici, questo è successo tutto con Ibraham, ma ho lottato tutta una vita senza successo e sono arrivato alla mia età senza più nessuna speranza. Pensi che adesso io mi metta a rischiare la mia vita, quella dei minatori, il nostro lavoro e le poche e ultime speranze che abbiamo per andare a urlare due insulti al sovrano che con un cenno della mano ci può distruggere tutti?»
Saifel rimase ammutolito di fronte al monologo di Capocatena.
«Te la do io la risposta. No.» Tod Rivas fu secco. «Non posso permetterlo. Non posso più guadagnare più di quello che perderei. I miei genitori sono morti in questa miniera, per la gloria della vecchia Raerem, e io non disonorerò la loro morte in uno stupido corteo». Il capo dei minatori si sedette nuovamente sulla sedia alla scrivania del piccolo ufficio appena fuori dalle miniere, e chinò lo sguardo.
«E che ne è stato del giuramento di cui parlano tutti in miniera, quello secondo cui tu avresti dato la vita per riavere la vecchia Raerem?»
«Fuori!»
Saifel sentì in quell’urlo lo stesso terrore che aveva provato la prima volta che aveva visto Tod, ai piedi del palazzo reale. Uscì di gran fretta avvolto in un senso di frustrazione. Si trovò davanti Eoghan. Anche l’altro elfo aveva uno sguardo poco sereno.
«Hai…»
«Sentito tutto», completò la frase Eoghan. Saifel abbassò lo sguardo.
«Forse mi sono illuso di potercela fare, ma qui il sistema marcio si è radicato fin troppo in profondità. La gente non solo è cieca, ma chi ha gli occhi per vedere ha paura e rifiuta di emergere dall’oscurità». Saifel guardò Eoghan mentre assumeva una strana espressione.
«Andiamo a lavorare. Stasera parleremo con una persona che potrà aiutarci». Eoghan diede una pacca sulla spalla a Saifel, poi entrò in miniera. Se vorrà ancora ascoltarmi, pensò tra sé. Karina.
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Eh eh eh già stavo iniziando a preoccuparmi. Lo sai che senza il tuo consueto commento il racconto non va avanti
E’ un capitolo molto interessante e le figure stanno acquistando sempre più sfumature e spessore, le loro personalità sono ognuna diversa dall’altra, ben riconoscibili, con proprie caratteristiche.
Eoghan e Saifel mi sembrano due amici, e forse presto lo saranno anche Karina e Janira!
Opperbacco, non pensavo che fosse passata già una settimana dall’ultima volta che sono venuta a leggerti!