Breve come un Respiro – Capitolo XXVIII°

15 maggio 2010 - 7:29 by immortal_bard

Era una scena concitata. La gente correva a destra e a sinistra e io sentivo quella storia divenire mia, ogni attimo di più, come un bardo apprendista. Mentre camminavo verso le miniere, dove sapevo che avrei trovato qualcuno che aveva fatto tanto e che ancora aveva da giocare un ruolo importante, osservavo come Karina, Janira ed Eoghan si fossero trasformati, fossero cresciuti e avessero intrapreso una strada che li avrebbe condotti, qualunque fosse stato l’esito, all’immortalità.

 «Prendete i sacchi di cemento e portateli alle mura!»
 «Raccogliete le armi, alla guarnigione, veloci…»
 «I bambini, fate raggruppare i bambini e avviatevi verso il palazzo reale»
 Le urla dell’elfo e delle due donne non erano ordini, ma la gente sembrava ascoltarli come tali. Man mano che la città si preparava all’inevitabile scontro, il terrore avvolgeva alcuni, ma il coraggio e la forza altri. Sempre di più cominciarono ad aiutare Karina e Janira nel coordinare i gruppi di persone al lavoro e tutti gli uomini capaci di sollevare pesi erano accorsi per seguire le istruzioni di Eoghan per fortificare le mura e convogliare l’attacco dei soldati di Leerat verso alcuni punti specifici.
 Alle spalle di Raerem sorgeva una protezione naturale, la coda della catena montuosa che nelle terre immortali erano soliti chiamare i Picchi del Cielo. I soldati di Leerat sarebbero arrivati da est, cavalcando sulla riva nord del fiume Rugtal. Kareen era un uomo determinato ed Eoghan sapeva bene che avrebbe preso a raccolta tutti i suoi uomini e avrebbe valicato il Nahabe, la foresta che da sempre divideva e rendeva lunga e infinita la guerra con il regno di Hanturiam.
 «Aprite le dighe, lasciate che il fiume ritorni in piena davanti alla città, sul fronte nord-ovest». Eoghan indicò la zona più debole della città e mandò tre uomini a chiudere le deviazioni che portavano l’acqua del fiume ai mulini della città. Il fiume in piena a nord li avrebbe protetti nel caso avessero tentato di aggirare la città. Uomini in armatura non avrebbero potuto attraversare velocemente e senza rischi il fiume, e anche se ci avessero provato, gli uomini di Raerem si sarebbero potuti preparare allo scontro.
 «Giocate con loro e state tranquille. In questi giorni dovete vivere come se foste stati tutti invitati al palazzo. C’è spazio per tutti. Non appena sentirete le campane della città suonare, barricatevi nelle stanze come vi abbiamo spiegato. Andrà tutto bene». Janira diede un bacio sulla fronte a un bambino dopo avere spiegato alla madre cosa fare e cosa dire a tutte le donne che stavano preparando i rifugi all’interno delle mura reali. Cibo, acqua e ogni bene necessario per la sopravvivenza veniva trasportato all’interno del palazzo.

 Sembrava una strana dicotomia. Io andavo verso l’interno della città, verso le montagne sotto le quali si trovano le miniere da cui viene estratto anche il metallo delle armi forgiate a Raerem. Graegor e Mauricius andavano verso le porte della città, allontanandosi e impugnando quelle stesse armi, affilate, robuste, perfette. Sia loro che io andavamo in realtà nella stessa direzione. Mauricius aveva da convincere dei soldati ad accorrere in soccorso di una città che in un modo o in un altro li aveva condannati alla guerra più lunga della storia del loro paese, per proteggerla da soldati senza patria. Io ero davanti alle porte delle miniere. Un nano e sette uomini con le braccia incrociate e gli sguardi truci. I picconi ancora in mano. Uomini forti che nella loro storia fuggono da qualcosa, dal passato e rinnegano qualunque futuro. Uomini che si puniscono infliggendosi la fatica del corpo e l’umiliazione delle caste. Uomini che non hanno esultato alla notizia della dipartita di Ibraham, ma non perché non lo odiassero. Quelli dei metalli erano forse i più consapevoli dello stato di schiavitù dei cittadini di Raerem ed erano gli unici a essersi sottomessi volontariamente. Detestavano il mercato nero che il Magnanimo aveva costituito, ma al tempo stesso rinunciavano a qualunque tipo di lamentela perché distruggere quella schiavitù sarebbe significato per loro perdere la loro attuale ragione di vita.

 «Vattene elfo. Noi ci fidavamo di te e tu ci hai traditi». Kurt sembrò voler chiudere subito la conversazione.
 «No. Perché credi che vi abbia tradito? Io ho solo dato fiato alle bocche del popolo. Sono stato solo lo strumento di qualcosa che Raerem aveva già preparato e attendeva da tempo di fare». Il bardo replicò senza avanzare.
 «Chi governerà questa città adesso? Hanturiam? Leerat?»
 «Che ne sarà di questa gente? Moriranno tutti? Saranno fatti schiavi di nuovo?»
 «E chi tra noi fugge da Leerat o da Hanturiam o città vicine, come faremo ad avere asilo in un posto che non è più quello di un tempo?»
 Le domande di quelli dei metalli piombarono come saette sull’elfo. Per un attimo Saifel si sentì smarrito e cercò nel vento le risposte giuste, ma l’aria parve non muoversi. Poche gocce di pioggia cominciarono a battergli sulla testa. La neve ormai era ghiaccio, il freddo si stava attenuando e quello che cadeva dal cielo era acqua e non fiocchi morbidi.
 «Raerem è la vostra città. A essa voi appartenete». Saifel assunse uno sguardo serio. Rimase in riflessione qualche istante, cercando ancora le parole giuste. «Chiunque come voi sia venuto qui a cercare asilo, è stato forgiato dal vostro piccone e da voi ha guadagnato il pane. Ogni cittadino deve a voi gran parte delle ricchezze che è riuscito ad accumulare. Tutta Raerem è in debito con voi, eppure voi avete anche un debito verso di lei. Vi ha protetto. Vi ha dato l’occasione di redimervi, di trovare il pentimento o la strada del perdono. Conosco ormai le vostre storie e so che siete tutti capaci di lasciarle indietro. Fuggire non serve più. Siete uomini nuovi adesso. Siete persone che hanno trovato qui un luogo dove scontare le pene per ciò che avete fatto o subito. Ma non solo. Raerem vi ha dato asilo, vi ha dato da mangiare e da divertirvi. Vi ha dato una nuova storia».
 Gli uomini rimasero in silenzio. Kurt borbottò qualcosa. Saifel lo fissò negli occhi e scrutò nel suo animo e nei suoi pensieri. Il nano era una testa dura e in tanti anni nessuno era mai riuscito a fargli cambiare idea.
 «Raerem ha bisogno di persone come voi per andare avanti, per essere indipendente, per sapersi governare. Ora che il tiranno, Ibraham, è stato sconfitto, Raerem ha l’occasione di scegliere chi e come deve governarla. Il popolo non è ancora pronto per governarsi da solo, ma non può finire di nuovo sotto un re, né di Hanturiam né di Leerat. Dovete essere voi che avete vissuto nella consapevolezza dello stato in cui la città si trovava, a farle da guida. Non tutti ma pochi, i migliori, che sappiano accettare il loro ruolo e le loro responsabilità, che sappiano far valere le loro capacità e che sappiano affiancare e farsi affiancare da gente dello stesso tipo, finché la città non sarà pronta per tornare a essere un vero regno, come era un tempo». Saifel terminò e guardò quelli dei metalli a uno a uno.
 «E cosa dovremmo fare?» Kurt ruppe il silenzio.
 «Combattere al nostro fianco. Lottare e dare l’esempio. Dare energia e forza. Ogni uomo della miniera colpisce le pietre con una forza tre volte superiore quando Kurt dei metalli è nei paraggi». L’elfo ricominciò a camminare e raggiunse il nano che lasciò che il piccone toccasse terra. La mano dell’elfo si poggiò sulla sua spalla. «Tu puoi salvare la città di Raerem e anche te stesso».
 Un pugno duro raggiunse l’addome dell’elfo. Kurt sorrise vedendo che l’elfo si abbassava alla sua altezza. «Mi hai convinto elfo, ma questo te lo sei meritato».
 Saifel si massaggiò l’addome e sorrise.



Breve come un Respiro – Capitolo XXVII°

9 maggio 2010 - 8:30 by immortal_bard

 Non molto lontano dalla prigione, Saifel incrociò lo sguardo di Janira. Era confusa. Vestiva abiti normali e nessuna delle sue danzatrici era vicino a lei. Tutti i servitori di Ibraham erano usciti dal suo palazzo non appena avevano avuto la notizia. L’elfo la fissò per qualche istante, poi la vide scoppiare in lacrime e correre verso di lui.
 «Pensavo che saresti morto», singhiozzò.
 Saifel la abbracciò e la strinse, rassicurandola e sussurrandole parole di conforto all’orecchio. Un misto di emozioni dipinse rese quasi variopinto il volto della donna. L’imbarazzo per aver manifestato i suoi sentimenti verso Saifel di fronte a tutti lottava contro la paura della guerra imminente e la rabbia che aveva potuto sfogare nei confronti di Ibraham pochissimo tempo prima, mentre abbandonava quella che per lei era stata una prigione.
 «Sono vivo e ora dobbiamo pensare a proteggere Raerem». Il bardo poggiò le sue mani sulle spalle di Janira e la allontanò un po’ per guardarla negli occhi. La danzatrice si asciugò gli occhi e diede una rapida occhiata a Karina ed Eoghan, poi tirò su con il naso e annuì.
 «Come faremo a proteggerla? Ci sono pochi soldati, e quelli che ci sono hanno dimenticato come si combatte». Karina ed Eoghan sentirono un brivido nell’ascoltare la domanda che nessuno dei due aveva avuto il coraggio di fare a Saifel. Eppure entrambi confidavano sul fatto che il bardo avesse la risposta. Quella che diede loro non fu la risposta assoluta, ma una risposta semplice, che li toccò tutti.
 «Il vero guerriero, soldato o comandante è colui che non combatte per la gloria, per la morte o per sopraffare il nemico, ma è colui che lotta per i suoi ideali, per la sua libertà e che lotta solo quando deve farlo per perseguire la pace. Uomini, donne e bambini di Raerem sono rimasti oppressi e bendati per troppo tempo. Loro sono i migliori soldati che ci sono e hanno solo bisogno di qualcuno che li guidi», lo sguardo di Saifel corse prima a Karina e poi a Janira, «e di qualcuno che li prepari», infine guardò Eoghan.
 Il prescelto di Groomanor sentì una strana energia corrergli nelle vene. Ogni parola che Saifel aveva detto era stata come linfa vitale. Era la stessa sensazione che aveva provato quando ascoltava il vecchio saggio maestro d’armi. Capì che poteva e doveva usare tutta la sua conoscenza militare per preparare in una settimana i cittadini di Raerem a essere dei soldati.
 «Hanno le migliori armi della regione. Il loro numero non è altissimo ma molti, tra i lavoro in miniera, le fucine e le costruzioni sono forti fisicamente. Hanno paura e coraggio insieme. Possono vincere la battaglia». Eoghan intervenne sorprendendo persino le due donne.
 «Non dobbiamo vincere la battaglia. Mentre venivamo qui mi hai detto che Hanturiam verrà qui a soccorrerci, ma impiegheranno un giorno di più. Quello che Raerem deve fare è arrivare a quel momento senza che sia morto un solo cittadino». Saifel sorrise a Eoghan che ricambiò immediatamente.
 «E noi cosa possiamo fare», Karina si avvicinò a Eoghan, manifestando apertamente che non voleva abbandonarlo.
 «Contessa, tu aiuterai Eoghan a organizzare la difesa, coordinando le persone che non potrà guidare, mentre tu Janira, dovrai fare in modo che i bambini siano al sicuro. Coinvolgete le persone della città perché sono loro il vero governo di questo regno e sono loro che possono trovare la forza di difenderlo».
 «E tu che farai?»
 «Io devo parlare con un po’ di persone. Tornerò ad aiutarvi il prima possibile». Al termine del discorso del bardo sembrava quasi che tutto fosse tranquillo, come se stessero preparando un gioco o uno spettacolo. Saifel si allontanò dal gruppo e si diresse verso le miniere, dove sapeva che molti si sarebbero rifugiati.
 Eoghan, Karina e Janira rimasero fermi per qualche istante, cercando di realizzare ciò che era accaduto e di pensare a quello che dovevano fare. La prima a muoversi fu proprio la contessa di Leerat.
 «Raerem, prima del decadimento, era una delle roccaforti più difficili da espugnare. Il lato alto è ancora protetto, è lì che dobbiamo fare rifugiare chi non potrà combattere».
 «Le mura esterne possono essere fortificate, dobbiamo lasciare solo un punto più debole dove far convogliare gli uomini di Kareen. Conta non più di duecento soldati nella sua unità e non li farà sparpagliare sapendo che ci sono io qui». Eoghan aggiunse subito il suo pensiero.
 «Iniziamo a far raccogliere i bambini. Li porteremo tutti sulla piazza del mercato e io li guiderò nella zona alta, dentro le mura del palazzo di Ibraham, dislocandoli in modo da dar loro spazio, cibo e protezione». Janira fece la sua proposta e a seguito di quella la strategia sembrò delinearsi da sola.
 «Ci sarà almeno un soldato armato per ogni gruppo di bambini, saranno lì per dare loro coraggio. Le donne dovranno essere anche loro armate e pronte al peggio, ma tranquillizzatele».
 «Bisognerà portare dentro il cibo»
 «E portare presto i sacchi di cemento e le pietre alle mura»
 «Dobbiamo raccogliere le armi e chiamare chiunque sia in grado di impugnarle»
 Man mano che la difesa prendeva forma i tre giunsero al centro della città. Una strana calma si era sparsa, ma un brusio giungeva dalle porte a sud. Corsero in quella direzione e poco dopo arrivarono dove quasi tutta la città si era raccolta. Tod Rivas teneva per il collo Ibraham, coperto di pelli pesanti e vicino a un cocchio veloce con cui stava tentando di abbandonare la città.
 «Questo è l’uomo per cui avete vissuto e lavorato finora». Karina attirò subito l’attenzione. Capocatena spinse il Magnanimo verso la portiera del cocchio, facendogli sbattere la schiena. Ibraham emise un piccolo gemito di dolore.
 «Ora che siete tutti qui riuniti, devo dirvi delle cose che riguardano tutti. Dovete diffonderle a chi si è nascosto o a chi vuole fuggire. Non è così che salveremo il regno di Raerem. Non è abbandonandolo che riavrete la libertà e farete risorgere la vostra patria. Bisogna lottare e avete i mezzi per farlo». Karina guardò Eoghan pregandolo di intervenire.
 «Io sono un soldato elfico. La mia arte è la guerra, non la parola. Chi vi sta per attaccare sono coloro con i quali ho avuto l’occasione di combattere fianco a fianco e voi non avete nulla da temere perché potete essere alla loro altezza. Quello che ha detto l’ambasciatore di Hanturiam è vero. Saranno qui in sette giorni, ma è anche vero che loro saranno qui in otto e dunque tutto ciò che dobbiamo fare e resistere un giorno. So che potete farlo e quindi vi chiedo di unirvi a noi e a prepararci a ciò che sta per accadere».
 Il silenzio scese in quel momento. Eoghan sentì il cuore battergli all’impazzata. Si sentì perso.

 Tutta questa gente. I loro sguardi carichi di terrore, odio, sgomento. So che è colpa mia se la guerra gli sta mordendo gli stivali, se la morte li saluta già da lontano ma che posso fare io. Trascinato dagli eventi, da quel destino in cui neppure credo. Come non vedere che il loro destino è già scritto.
 
 Il prescelto di Groomanor ebbe un attimo di panico. Si sentì mancare e pensò che non c’era speranza. Poi la mano calda di Karina avvolse la sua e sentì un nuovo calore. Si ricordò che le cose non sono mai quelle che sembrano e che qualcosa che egli potesse giudicare con l’occhio di un elfo, nemmeno lontanamente all’altezza di una certa situazione, invece era in grado di essere anche molto più grande, seppur per la durata di un respiro. E gli uomini di Raerem dovevano riuscire proprio in quell’impresa. Un respiro in mezzo a due giorni.

 La sua mano calda mi ricordò che una donna, che non ha la vita di un elfo, mi aveva dato tanto più di quanto non fosse mai riuscita neppure la spada. Raerem e il suo popolo potevano farcela.

 «Noi saremo con voi e vi garantisco che dimostrerete a tutti e soprattutto a voi stessi che non valete meno di nessun altro popolo». Eoghan concluse, e un leggero applauso, nato da due o tre persone, si trasformò presto in un’ovazione. In quel momento Karina abbracciò Eoghan e gli sussurrò all’orecchio un ringraziamento.
 «Sei stato bravissimo. Grazie di tutto. Ora sbrighiamoci, non c’è tempo da perdere».



Breve come un Respiro – Capitolo XXVI°

3 maggio 2010 - 8:45 by immortal_bard

Rimasi sorpreso nel vedere quanto differenti gli uomini possano essere nel corso delle loro brevi vite. Ciascuno ha il suo carattere e nessuno assomiglia ad altri. Spesso trascorrono attimi in cui non assomigliano neppure a se stessi, tanto le condizioni esterne li influenzano. Forse è per la sopravvivenza, forse solo una corsa a ottenere il massimo da quel poco che hanno. Saifel aveva ragione, sono rimasto affascinato da questa razza. Rimasi immobile nascosto dietro un palazzo a osservare la scena, pronto a proteggere la donna che mi aveva trattenuto tra quelle mura, ma tranquillo vedendo che una così fragile creatura fosse capace di mantenere il controllo della situazione. Lasciai che gli ambasciatori con i loro soldati uscissero dal palazzo. Kareen, quel farabutto, uscì dalle mura. Non gli staccai gli occhi di dosso, finché non fu lontano dalla mia vista. Udì i rappresentanti di Hanturiam annunciare al popolo la nostra vittoria. Erano scossi, forse ancora poco preparati alla libertà, e sicuramente terrorizzati all’annuncio che per la loro sicurezza dovevano raccogliere le loro cose e mandare le donne e i bambini nei rifugi sotterranei alle miniere. Anche se non lo vidi con certezza, sentì che Karina stava tremando e le lacrime erano pronte a sgorgargli dagli occhi. Non ebbi la forza di muovermi, di andarle incontro. Ero rapito da quel caos mentre nascosto dietro la parete di pietra mi sentivo io stesso un macigno.

 Con passo indeciso e lento, Eoghan uscì sul vicolo e cominciò a dirigersi verso la strada principale dove Karina, insieme a Mauricius e Graegor stavano istruendo il popolo di Raerem sul da farsi, di fronte agli sguardi confusi di Ibraham e Zarghen.

 Quella poca forza che avevo trovato per muovermi svanì subito quando vidi il dito del furibondo Magnanimo puntato contro di me. Urlava e a stento riuscivo a capire cosa stesse dicendo, ma la situazione mi fu subito chiara.

 «Tua! Tutta colpa tua e dell’altro elfo! Maledetti. Io proteggevo questa città, io davo loro da vivere, io ero il loro magnanimo difensore e voi avete rovinato tutto. Ora verranno qui e ci raderanno al suolo. Uccideranno tutti, non lasceranno respirare nessuno, non avranno pietà! Moriremo tutti»

 Nessuno dovrebbe imporre la guerra ai propri soldati. Nessuno dovrebbe coinvolgere in una guerra chi non vuole combattere ma questo era ciò che era successo a Raerem, città senza soldati, ora alla mercé di pazzi conquistatori. Ed era colpa mia.

 «Eoghan… Eoghan!» Karina scosse l’elfo.
 «Non badare a ciò che dice. Stai bene?» La donna si rese conto che l’elfo era confuso, forse stordito dalla folla in confusione. Gente a destra e a manca raccoglieva sacchi di frutta, teli e otri d’acqua e correva come se si aspettasse la tempesta più distruttiva mai udita nella storia di tutte le terre di Kalhun. I bambini piangevano sebbene non ne conoscessero la motivazione, le donne emettevano urla acute e concitate. Sembrava quasi che Raerem fosse già sotto assedio.
 «Eoghan, dobbiamo fare qualcosa. Graegor e Mauricius stanno lasciando la città e hanno dato l’annuncio ufficiale che fino al loro ritorno la città sarà governata da me. Ho bisogno del tuo aiuto e di quello di Saifel». Eoghan inspirò profondamente e posò i suoi occhi su quelli della donna.
 «Andiamo a liberare Saifel. Si trova nelle prigioni».

 Mentre ci recavamo alla cella, sentivo la sua mano stringere la mia, nella corsa più disperata che avessi mai fatto. Non avevo idea di cosa avessimo potuto fare per salvare quel popolo e il senso di colpa mi divorava il cuore. Forse per ragioni diverse entrambi, sia io che Karina, speravamo in Saifel e nel suo conforto, come se avesse sempre la soluzione pronta da tirare fuori dalla sua borsa legata alla cintura.

 La porta delle prigioni era semiaperta. I due entrarono ma Eoghan fece un cenno a Karina di aspettare. Eoghan si ricordò delle parole dell’elfo e trovando un attimo di lucidità si avvicinò all’elfo che era seduto su una panca. Saifel sorrise al compagno e si alzò in piedi.
 «Avevi pianificato tutto?»
 «No. Forse non ci crederai ma l’avevano fatto i cittadini, gli ambasciatori, Karina e i soldati. Tutti sapevano cosa andava fatto, ma gli serviva qualcuno che gli facesse credere che fosse stato qualcun altro. Poi ho solo sperato e pregato che andasse così. E finora, grazie agli Dei, tutto è andato come doveva».
 «Non ti credo». Eoghan sorrise a Saifel.
 «Invece è vero», il bardo guardò Karina per un istante. «Beh forse ho avuto qualche piccolo suggerimento che mi è giunto dal vento, ma niente che non potessimo fare anche da soli».
 Il guerriero rimase perplesso. Saifel gli lanciò uno sguardo d’intesa. «Un giorno ti racconterò delle brezze che ogni tanto puoi udire dal vento. La sua voce, Voce del Vento, sa molte cose riguardo al destino». Con quelle parole enigmatiche, Saifel anticipò Eoghan e con rapidi movimenti delle dita aprì la cella e uscì.
 «Non c’è tempo da perdere, dobbiamo preparare la città». Karina incitò gli elfi.
 «Prepararla?»
 «Abbiamo portato la libertà… ma anche la guerra. Tra sette giorni». Saifel sembrò rimanere impietrito di fronte alla rivelazione di Eoghan, ma intuì che non doveva mostrarsi tale.
 «Non è un problema. Risolveremo anche questa situazione». Il bardo sorrise e diede una pacca alla spalla di Eoghan, poi passo vicino a Karina e la abbracciò. La contessa percepì il calore del ringraziamento che l’elfo le trasmise.
 «Le prove che avevi con te erano convincenti no?»
 «Si», Karina rispose dopo qualche esitazione. Ripensò alla rosa. «Come… come avete fatto?»
 Saifel si voltò verso Eoghan che attendeva i due per uscire, poi sorrise alla donna.
 «Come dicevo prima noi abbiamo solo finto di essere la causa di ciò che il popolo già sapeva di voler fare. L’intuito di Eoghan e un po’ di inchiostro elfico hanno fatto il resto». L’elfo si avviò verso l’uscita. Eoghan sorrise a Karina che lo guardava incredula.
 «Non era la rosa…»
 Eoghan passò a fianco a Karina, la cinse con il braccio e la accompagnò fuori. «No. Non era quella rosa».



Breve come un Respiro – Capitolo XXIV°

20 aprile 2010 - 1:19 by immortal_bard

La neve scendeva lentamente, ondeggiando nell’aria. Erano trascorsi mesi dal loro arrivo a Raerem ma la neve non si era placata nemmeno con l’arrivo degli ambasciatori. I fiocchi sembravano essere delle lucciole silenziose, colpiti dai raggi della luna che appariva di tanto in tanto tra le nuvole. Gli occhi di Eoghan fuggirono per un solo istante verso di essa, poi tornarono fissi davanti a sé.
 L’elfo non fermò la sua corsa. I suoi passi risuonavano secchi nella leggera bufera immersa nel bianco e nel nero di quella notte. Sarebbe stata una lunga notte. Il respiro era rapido e a tratti affannoso, le palpebre stentavano a stare aperte e a muoversi, colpite e congelate dalla neve. In fondo al lungo viale, al centro del cortile, la piccola torre di pietra si ergeva umida e fredda.
 Il campanile del villaggio risuonò della fine del giorno. Erano gli ultimi rintocchi. Il tempo a sua disposizione stava per finire e allora sarebbe stato troppo tardi.
 Macchiato di sangue innocente, Eoghan pensava tra sé proseguendo verso il suo obiettivo. Ho ucciso tanti guerrieri, reciso tante vite, e mai mi ero posto questo problema. Ho sempre combattuto con lo spirito degli elfi ma ora è diverso. Tra i fiocchi di neve e le gocce gelate, si confuse una lacrima che gli solcò il viso. L’inconveniente del guardiano ai cancelli lo aveva trattenuto, più nella successiva riflessione che nell’atto stesso di superare l’ostacolo. Infine era giunta la neve che aveva reso più difficile il suo cammino.
 La corsa forsennata di Eoghan non si fermò neppure davanti alle pietre gelate. Sebbene gli stivali lo proteggessero dall’acqua, non erano adatti a camminare sul ghiaccio. L’elfo scivolò. Sentì un dolore fortissimo alla spalla quando raggiunse il suolo. Aveva tenuto il braccio aderente al fianco in modo da non schiacciare la sacca che aveva alla cintura. I fiocchi gelati lo ricoprirono per un istante. Si alzò in piedi. Aprì la sacca e guardò dentro. Il contenuto era salvo. Riprese a correre più cautamente.
 Eoghan giunse vicino alla torre. Davanti al portone due uomini vigilavano sulla porta, avvolti in pesanti mantelli impermeabili. L’elfo si nascose tra gli alberi del viale. Aggirò la torre lentamente cercando di non farsi sentire. Raggiunse il retro. Guardò i mattoni. Se non fossero stati ghiacciati e non ci fosse stata la neve sarebbe stata una scalata più agevole, ma doveva tentare e soprattutto doveva farlo presto. Controllò ancora una volta che il sacco fosse saldamente legato al suo fianco, quindi con pochi balzi, scattando, superò il viale e appoggiò le spalle contro la parete della torre. Si voltò immediatamente e infilò le dita dove trovava appiglio. Puntò i piedi e cominciò a salire.
 Devo riuscirci, l’elfo strinse i denti sentendo il dolore che il freddo e la pietra provocavano alle sue dita. Guardò giù per un istante e per poco quella distrazione non gli fu fatale. Era già giunto a metà della scalata e la mano gli scivolò. Rimase appeso con una sola mano e tentò di appoggiarsi coi piedi alle prime sporgenze che riuscì a trovare. Quando riuscì a ristabilirsi, controllò la cintura. Il sacco era ancora al suo posto ma dal fodero mancava il pugnale. Osservò nuovamente giù. Vide la sua piccola arma poggiata sulla neve. Non c’è tempo, pensò. «Dannazione».
 «Eccolo! Lassù, sulla torre». L’urlo di uno degli inseguitori echeggiò nel silenzio della notte. Repentinamente, come dal nulla, gli schiamazzi e il rumore dei passi di quattro uomini svegliò chi abitava nei paraggi della torre. Varie candele si accesero e alcune finestre si spalancarono lasciando spazio ai curiosi.
 Eoghan accelerò la sua scalata, cominciò a pensare che non ce l’avrebbe fatta. Due uomini tirarono fuori degli archi da caccia. La neve rendeva loro difficile prendere la mira e inoltre non erano abilissimi arcieri. Le frecce scoccate dal basso passarono relativamente lontane da Eoghan che non arrestò la sua fuga. Mancavano meno di due metri alla finestra. Le frecce dei due uomini si avvicinavano sempre di più. Una si piantò sul fondo della sacca. Eoghan si fermò un istante, allungò il braccio destro e portò la sacca vicino al petto. Guardò in basso e vide che due uomini erano andati a fare il giro per salire dalle scale, mentre gli altri due stavano estraendo le altre faretre dagli zaini. Addentò la sacca e ricominciò la scalata. Le frecce ricominciarono a minacciarlo. Arrivò alla finestra.
 Sbarre? Eoghan rimase atterrito nel vedere che in un giorno era cambiato un particolare importantissimo. Non poteva più entrare dalla finestra e si trovava a dieci metri di altezza e senza alcun attrezzo per poterla scassinare.
 Guardò verso la stanza in cerca di una soluzione. Sentì il cuore battergli forte nel petto, sia per la paura ma anche per la vista del letto della donna che il cuore glielo aveva rubato. Deglutì. Aiutandosi con la bocca, infilò la mano nella sacca e tirò fuori una rosa grande e dai petali neri. La afferrò delicatamente dal gambo, introdusse il braccio nella stanza e con precisione la lanciò verso il cuscino. Le sue spine si piantarono tra le lenzuola. Qualche petalo ondeggiò, come la neve, sul pavimento. Eoghan sorrise fissando per un istante il letto con la rosa sopra. Il sorriso fu spezzato dal dolore. Una freccia lo aveva ferito alla gamba. Non era grave ma la punta gelida di metallo lo riportò alla realtà. La porta della stanza si aprì. I due uomini armati di randello si guardarono attorno per un attimo, poi rivolsero gli occhi alla finestra e incrociarono il volto dell’elfo.
 Eoghan guardò prima gli uomini dentro la stanza, poi quelli ai piedi della torre. Si udirono i rintocchi del primo quarto d’ora della nuova giornata. «E giunta l’ora» disse l’elfo, quindi si lasciò cadere nel vuoto.



Breve come un Respiro – Capitolo XXIII°

13 aprile 2010 - 1:16 by immortal_bard

 Non è me che devi salvare. Le parole del bardo avevano lasciato più che un segno nella mente di Eoghan. Si chiedeva cosa il bardo gli avesse voluto dire perché sapeva che ogni parola che pronunciava aveva sempre un senso o uno scopo. A mente fredda ripensò a tutto ciò che era successo. Era seduto sotto delle travi poste vicino alla miniera, nascosto dalla vista di chiunque e al riparo, per quanto fosse possibile, dalla neve. Una parte di lui gli diceva che era stupido e inutile restare lì. Doveva fuggire perché non c’era niente da fare e non c’era il tempo di convincere l’altro elfo a fare lo stesso. L’altra parte gli ricordava che fuggire sarebbe quasi stato come venire meno al giuramento di Groomanor, ma non era quello il peso peggiore. Abbandonare un amico, e soprattutto abbandonare Karina erano qualcosa che lo stava spingendo a resistere alle intemperie e a prepararsi per il compito che Saifel gli aveva assegnato, sebbene non sapesse neppure di preciso cosa dovesse fare. Ai fianchi aveva di nuovo la sua cintura alla quale aveva legato il suo pugnale, il Forte, e il flauto e la spada di Saifel. Nel pugno stringeva il sacchetto che era legato alla cintura del bardo, chiuso come gli aveva detto. Il contenuto era occultato da panno morbido che lo avvolgeva e non permetteva di capire cosa ci fosse all’interno. Nel buio della notte, più Eoghan cercava di capire cosa dovesse fare, meno riusciva a raccapezzarsi. Sarebbe dovuto andare a recuperare la piccola, seppellita chissà dove sotto una coltre di neve. Se era fortunato forse l’avrebbe ritrovata, ma più probabilmente, pensò, qualcuno sarebbe passato di lì e l’avrebbe presa e portata via, magari venduta a qualche mercato. E poi cos’era tutto ciò che ti serve. Eoghan rimase inquieto fino al levar del sole. Avrebbe dovuto nascondersi per qualche giorno e allo stesso tempo avrebbe dovuto contattare Karina.
 La notte seguente, Eoghan giunse di nascosto al tempio. Si assicurò che non ci fosse nessuno, poi sperò di incontrare la donna. C’era solo padre Marion. L’elfo entrò circospetto, mantenendo il cappuccio fino alla fine. Il sacerdote lo riconobbe quasi subito.
 «Ragazzo, Karina sperava che ti facessi vivo. Ho un messaggio per te», esordì il chierico.
 «Anche io ne devo lasciare uno a Karina, pensa di poterlo consegnare?»
 Padre Marion annuì lentamente. Eoghan non si era mai fidato degli uomini di religione, tranne di coloro che seguivano alla lettera i dogmi degli elfi e in particolare di Groomanor, tuttavia quel vecchio dalla barba bianca gli infondeva sicurezza.
 «Dimmi pure figliolo»
 «Deve riferirle che Saifel le raccomanda di stare tranquilla e di prepararsi», Eoghan parlò senza indugi.
 «Prepararsi per cosa?»
 «Non lo so». Eoghan abbassò lo sguardo e padre Marion gli sollevò il capo toccandogli il mento.
 «Quella donna ti ama». Eoghan si illuminò ma cercò di nasconderlo immediatamente.
 «Ha detto questo?»
 «No, ma non è difficile intuirlo. E noto anche che il sentimento è ricambiato». Padre Rafale assunse uno sguardo paterno e, seppure un uomo potesse vivere neppure un decimo della vita di un uomo, in quel momento Eoghan credette di vedere il più saggio tra gli elfi.
 «Non potremo mai essere felici insieme», disse l’elfo quasi sfogandosi.
 «La felicità è vivere l’eterno in pochi istanti, e fare di quegli istanti il miglior uso che ci è concesso dagli Dei. Non è il tempo, la razza o il mondo che ti renderanno felice, ma sarai tu e lei e niente di più». Il sorriso sulle labbra del sacerdote si fece sincero. Eoghan rimase in silenzio.
 «Karina mi ha lasciato un messaggio per te. Mi ha detto di andare via perché con certezza assoluta verrete condannati a morte. Quella donna ci tiene a te e preferisce perderti ma salvarti piuttosto che vederti morire». Padre Marion Rafale si lasciò sfuggire un sospiro di preoccupazione.
 «Non è fuggendo che mi salverò», Eoghan sembrò ripensare alle parole del bardo, rivedendole sotto una luce diversa, e si diresse di corsa verso l’uscita. «Le riferisca il messaggio, è importante».

***

 Il giorno prima del giudizio era arrivato. Eoghan era riuscito a nascondersi agli occhi dei soldati che non avevano mai smesso di cercarlo ovunque. Erano tutti convinti che non sarebbe andato lontano, alcuni, tra cui Zarghen, sosteneva che l’elfo non sarebbe andato via senza il suo compagno. Le condizioni del tempo non avevano permesso molte ronde al di fuori della città, ma allo stesso modo avevano rassicurato Ibraham sul fatto che, anche volendo, il fuggitivo non era andato più in là di dove lo avrebbero trovato morto all’avvento della primavera.
 L’elfo non aveva più visto né parlato con Saifel o con Karina per limitare le possibilità di essere scoperto. Aveva approfittato del cibo avanzato in locanda e gettato fuori nella spazzatura per non essere debole nel momento del bisogno e aveva bevuto le scorte d’acqua raccolte furtivamente al pozzo la notte.
 Eoghan studiò il percorso. Saifel gli aveva raccomandato di non fare deviazioni, per cui doveva valutare ogni possibile ostacolo. Arrivata la sera sarebbe dovuto uscire e la via più breve erano i cancelli, ormai sempre chiusi. Erano l’unica via che si dirigeva verso il luogo dove lui e Saifel erano caduti prima di arrivare a Raerem e dove aveva perso la spada, ed era anche il cancello che legava l’esterno della città con il palazzo di Ibraham e proprio con la torre dove si trovava la stanza Karina. Osservò la finestra e inspirò profondamente. Sentì la tensione crescergli dentro e sentì un senso di paura che non aveva mai provato. Era il timore di fallire.
 Il sole cominciò a nascondersi tra le montagne. Eoghan aveva calcolato il momento in cui sarebbe dovuto partire cercando di ricordare quanto tempo era trascorso quando erano stati catturati. Sarebbe partito appena avesse avuto il favore del buio completo.
 Le stelle in cielo brillavano ma delle nuvole minacciose si avvicinavano rapidamente. L’elfo si avvicinò ai cancelli chiusi cercando di non destare sospetti. Si nascose e attese che rimanesse un solo soldato mentre gli altri due si allontanavano per avere il cambio. Fortunatamente per lui a Raerem c’erano pochi soldati e poco addestrati. Secondo Karina era opera di Ibraham per rendere militarmente inoffensiva la città. Quando si rese conto che era il momento giusto, scattò verso il cancello e colpì alla nuca il soldato che perse conoscenza. Scavalcò l’inferriata e uscì dall’altra parte. Un brivido gli corse lungo la schiena quando appena fuori dalle mura vide un altro soldato che incrociò atterrito il suo sguardo.
 «L’elfo» urlò istintivamente l’uomo, rendendosi conto di essere solo. Non ebbe neppure il tempo di estrarre la spada che Eoghan tirò fuori il suo pugnale, rotolò verso di lui e con un calcio gli fece volare l’arma, mentre con il pugnale gli aprì uno squarcio sulla gamba.
 Il soldato cadde a terra ed Eoghan, nella foga dello scontro si era già lanciato per finire il nemico. Ebbe un momento di esitazione e si fermò con il pugnale proteso verso la gola dell’inerme uomo.
 «Ho moglie e due figlie, ti prego» lo implorò mentre il sangue gli sgorgava copioso dalla gamba.
 Che sto facendo? Eoghan sentì un senso di colpa crescergli dentro e delle lacrime sgorgargli quasi senza controllo. Si alzò in piedi e cominciò ad allontanarsi. Dapprima piano, poi con passo sempre più veloce. Le urla di dolore del soldato divennero più acute di qualsiasi campana di allarme. L’elfo si rese conto di avere appena avuto la prima deviazione.
 La corsa del guerriero era lenta. Non riusciva a non pensare a ciò che aveva fatto. La ferita alla gamba avrebbe fatto morire quel soldato lentamente se non fosse stato soccorso. Quel pensiero lo tormentò finché non raggiunse il luogo dove doveva cercare la spada. Una confusione di pensieri, tra ciò che gli aveva detto Saifel, il timore che succedesse qualcosa a Karina, l’uomo che aveva abbandonato moribondo davanti al cancello, assalì Eoghan che proseguì meccanicamente nel suo compito.
 Scavò nella neve con le mani e improvvisamente sentì un dolore al polso. Scostò la neve e si rese conto di essersi punto con le spine di un arbusto i cui fiori sfidavano l’inverno e anticipavano la vera primavera. In quello stesso istante la sua mano destra afferrò l’elsa della spada. Sentì come realizzarsi le parole dell’elfo, sebbene non ne comprendesse completamente il motivo. Decise di aprire il sacchetto di Saifel e osservò dentro. Rimase spiazzato per un istante, poi alzò lo sguardo e sembrò illuminarsi. Aveva finalmente capito di avere tutto ciò che gli serviva tranne una cosa: il tempo.



Breve come un Respiro – Capitolo XXII°

6 aprile 2010 - 7:13 by immortal_bard

 Eoghan si nascose tra i vicoli, temendo che lo arrestassero come complice. Non era codardia, era strategia. In quella situazione avrebbe potuto fare poco altro e se avessero arrestato anche lui non avrebbero avuto altre possibilità. Sentì l’adrenalina salirgli in corpo come se fosse in mezzo alla battaglia. Attese allerta. Udì le guardie farsi largo tra il pubblico, le donne di Janira urlare in preda al panico e la gente mormorare. Si affacciò leggermente e vide Saifel, ancora immobile, quasi incredulo, che attendeva senza opporre resistenza che i soldati lo mettessero in catene. Il guerriero di Groomanor tornò a nascondersi e attese che il fracasso finisse.
 Era scesa la sera ed Eoghan camminava nascosto all’ombra del cappuccio tra i pochi fiocchi di neve che avevano ripreso a coprire lievemente la strada. La sua attenzione fu attirata da un messaggero del palazzo reale che stava già affiggendo gli annunci che rivelavano ciò che già si aspettava. Anche lui era ricercato per essere complice del bardo nella sovversione del popolo e congiura contro il signore di Raerem. C’era indicata anche la data del giudizio dell’elfo che corrispondeva con l’ultimo giorno in cui gli ambasciatori sarebbero stati a Raerem e con la firma del rinnovo del patto di non belligeranza.
 L’elfo si voltò e riprese a camminare in direzione delle prigioni. Si fermò a una distanza sufficiente da non essere notato dalle guardie e studiò la situazione. Normalmente non c’era particolare attenzione e le celle erano vuote, ma quella sera la porta era sorvegliata da tre soldati. Eoghan intuì che sarebbe stato necessario un diversivo per poter parlare con Saifel. Con passo sempre più veloce, ma mai troppo da destare sospetti, Eoghan corse in locanda. Janira e le sue donne erano state ritenute innocenti e sperava di trovarne almeno una. La fortuna lo accompagnò. Eoghan si avvicinò all’oste e chiese delle ragazze ed egli rispose che Janira era nella solita stanza. L’elfo si fiondò alla porta e bussò energicamente.
 «Janira», la voce fu un sussurro in confronto ai colpi di pugno. La donna arrivò alla porta e la aprì mantenendo legata alla parete la piccola catena che bloccava la porta. Aveva gli occhi sporchi di trucco ed evidenti segni di pianto. Era spaventata e al tempo stesso preoccupata.
 «Eoghan… il Magnanimo ti sta facendo cercare per tutta la città… dovresti scappare non restare qui». La donna rispose sorpresa, slacciò la catena e lo fece entrare, poi richiuse la porta dietro di sé.
 «Come sta Saifel? Hai notizie? Non lo uccideranno vero?»
 L’elfo cercò di calmare la donna ma con scarsi risultati. Le poggiò le mani sulle spalle e non le disse nulla. La donna scoppiò in lacrime e singhiozzò sul petto del guerriero. Eoghan rimase anche un po’ imbarazzato nel volerla interrompere e spiegarle che aveva bisogno del suo aiuto. La scosse e la allontanò leggermente da lui.
 «Ho bisogno che tu faccia qualcosa…»

***

 Eoghan si affacciò dal vicolo osservando le segrete. I soldati avevano ricevuto il cambio. Rimase ad attendere per un po’, incrociando le dita e sperando che il piano funzionasse. Non appena udì passi veloci avvicinarsi si nascose e protese l’orecchio. Uno dei soldati che aveva finito il turno era tornato di corsa dalla locanda dove erano soliti passare e lasciava echeggiare delle risate eccitate. Un leggero sorriso si allargò sulle labbra di Eoghan, uomini, pensò con leggero ma innegabile disprezzo. Quando si affacciò non c’era più nessuno di guardia davanti alla porta delle prigioni. Sapeva che nessuno di loro avrebbe rinunciato a vedere uno spogliarello di una donna bella e avvenente come Janira.
 Il prescelto di Groomanor si avvicinò furtivamente alla porta. I suoi passi sembrarono scivolare sulla neve come un serpente nel sottobosco. Si assicurò che nessuno lo osservasse, quindi entrò nelle prigioni e richiuse la porta dietro di lui. Corse alla cella di Saifel e abbassò il cappuccio.
 «Devo farti uscire di qui, abbiamo poco tempo». Eoghan spronò Saifel che rimase seduto in silenzio. «Forza sbrigati», insistette.
 «Se volessi uscire di qui non avrei bisogno del tuo aiuto. Questa cella non è nemmeno lontanamente paragonabile a quelle dove sono abituato a stare». La voce di Saifel sembrò tranquilla.
 Eoghan rallentò repentinamente i suoi movimenti e guardò attonito verso l’altro elfo.
 «Che cosa fai? Sei forse impazzito? Dobbiamo andare via da qui, è finita. La neve ormai non fermerà il nostro passo, possiamo scappare e nessuno ci troverà. Torneremo alle terre degli elfi», Eoghan riprese a scuotere le sbarre.
 «Non esiste terra degli elfi dove saremmo liberi dal fardello di cui ci siamo fatti carico. E se uscissi da qui tutto quello che ho fatto finora sarebbe vano. Invece tu devi portare a termine ciò che abbiamo cominciato, ma senza di me». Eoghan rimase immobile e in silenzio.
 «Devi fare in modo che Karina porti le prove, che sia anche dopo la mia morte, perché per le leggi a cui Ibraham si appellerà sarà quella la mia sentenza». Saifel si avvicinò alle sbarre. «Devi fare esattamente ciò che ti dico».
 «Dimmi almeno cosa hai in mente». Alla fine il guerriero cedette alle parole del bardo.
 «No»
 «Perché? Forse non ti fidi? Devi fidarti se vuoi che ti salvi». Eoghan lo incitò, ma Saifel rimase impassibile.
 «Non è me che devi salvare».
 Seguirono alcuni istanti di silenzio. Eoghan sapeva che lo spettacolo non sarebbe durato in eterno e che il tempo stava per finire, quindi si limitò ad annuire all’altro elfo e lo invitò a parlare.
 «Proteggi Karina, dille di stare tranquilla e di prepararsi, la notte prima della mia condanna corri a recuperare la tua arma e porta con te la mia sacca, quella che ci hanno tolto quando siamo stati arrestati la prima volta ed aprila solo quando avrai ripreso la tua lama. Non fare deviazioni. Quando avrai tutto ciò che ti serve corri alla torre di Karina e al primo quarto d’ora del nuovo giorno, abbi fede e lasciati cadere». Saifel parlò spedito, come se sapesse che il tempo a loro disposzione stesse finendo, quindi indicò un baule in fondo al corridoio. «Aprilo. Dentro troverai quello che ci è stato tolto. Prendi tutto e sbrigati a uscire da qui».
 Eoghan, incredulo, fece come gli aveva detto il bardo e uscì dalle prigioni, correndo dietro il vicolo e sentendo le voci soddisfatte dei soldati ritornare dalla locanda. Uno di loro sbeffeggiava apertamente Ibraham, lamentandosi allo stesso tempo di essere costretto a fare la guardia sotto la neve. Un altro diede una rapida occhiata e confermò agli altri soldati che dentro la prigione era tutto al suo posto. Il guerriero si domandò come avesse fatto il bardo a progettare tutto così dettagliatamente. Che abbia previsto che Karina non ce l’avrebbe fatta? Ma come poteva sapere dei soldati che stavano per arrivare? Non è possibile ma…
 Ogni tanto abbiamo degli aiuti che, nella nostra inconsapevolezza, ci indicano a via giusta e ci danno qualche suggerimento
, pensò Saifel come se avesse carpito la domanda del guerriero. L’elfo si avvicinò alla finestra della cella e guardò il cielo stellato e attese nuovamente il crepuscolo, e tornò ad ascoltare il vento che gli aveva portato la conoscenza.



Breve come un Respiro – Capitolo XXI°

22 marzo 2010 - 8:07 by immortal_bard

 Vi racconterò la storia di un popolo di grande gloria, caduto poi in rovina, costretto in povertà e rinchiuso in una prigionia cieca, piena di oppio e fiori di carta. Vi racconterò la loro riscossa, la loro vittoria, e come il sovrano del loro regno ebbe il coraggio di prendersi ciò che era suo.

 Tra le note pizzicate sul liuto, Saifel iniziò lo spettacolo. Janira e le sue compagne cominciarono con passi lenti a inscenare una danza che accompagnava con fascino le parole del bardo. Non di Ibraham stava parlando, ma del vero sovrano di Raerem: il popolo stesso.
 L’elfo sorrise mentre citava la vittoria, quella che sentiva che avrebbe raggiunto con tutto il suo pubblico al termine dello spettacolo. Fece una pausa, fissò in fondo alla strada, da dove sarebbe arrivata Karina, poi lasciò che i suoi occhi ammirassero come quasi tutto il popolo si fosse riunito per le vie e le grandi feste che venivano organizzate ogni volta in occasione delle visite degli ambasciatori dei due regni vicini, Hanturiam e Leerat. Sembrava che quel patto fosse l’unica ragione di vita per tutti gli abitanti di Raerem.
 A sovrastare la folla era stata montata un’impalcatura che ospitava le lussuose poltrone su cui sedevano Ibraham, gli ambasciatori e i loro generali. Saifel scambiò un’occhiata con il Magnanimo, sorridendogli come se volesse ottenere la sua approvazione, e così fu. L’elfo rimase un po’ perplesso nel vedere che tra le guardie del corpo di Ibraham non ci fosse il suo braccio destro, Zarghen.
 Il bardo abbassò dunque lo sguardo, prolungando la pausa e creando una silenziosa attesa, quindi d’improvviso intonò un’incalzante melodia, rappresentazione di un tetro scontro, una tempesta e una caotica lotta. Le danzatrici sembrarono fluttuare turbate su tutto il palco, mescolando movimenti aggraziati a rotti e repentini singhiozzi. La musica si spanse su tutta la piazza e permeò i vicoli, tanto che chi non si era ancora avvicinato al palco si voltò incuriosito. D’improvviso tutto si quietò, come se la furia fosse finita. Una dolce e fievole melodia cominciò ad accompagnare movimenti lenti e visi disperati delle donne. Janira si accasciò ai piedi dell’elfo.

 La vita di un popolo è come un fiore, nasce da una pianta e ha un colore, o forse mille, ha un profumo, forte o debole, ma si spande e si mostra al mondo in tutto il suo splendore, cercando il suo raggio di sole. Alcuni fiori hanno più vita di altri, alcuni invece vengono troncati. Ma il fiore è solo una manifestazione di una vera e solida realtà, che è la pianta stessa. Così questo popolo è rimasto, seppur il suo splendore sia stato abusato, distrutto e cancellato dalla brama e dal potere di un oppressore.

 Ibraham sembrava voler sentire ciò che più desiderava, un tributo alla sua salita al trono. Ogni anno di fronte agli ambasciatori c’era qualcuno che gli rendeva immeritatamente gloria e, a suo parere, quest’anno non avrebbe fatto eccezione, anzi, lo spettacolo sarebbe stato la migliore adulazione di tutti gli anni.

 La rosa, forse il più bello dei fiori, a volte assume colori e significati strani. Perché tanti fiori nelle mie parole, vi starete chiedendo. Non per vanità, ma perché la via parallela del popolo in rovina è come una rosa coperta di nera fuliggine. Crede di sovrastare la bellezza degli altri popoli e di vivere tranquilla sulla cima del rovo, quando invece è solo il diletto di un tiranno.

 Qualcuno tra il pubblico, sebbene fosse solo l’inizio dello spettacolo, cominciò a mormorare. Tra gli spettatori c’era uno il cui sorriso si iniziò ad allargare all’ultima metafora del bardo. Era Kurt dei metalli, che di nascosto aveva raggiunto il palco e si era messo ad ascoltare. E non era l’unico a fare qualcosa di nascosto.

***

 Con la mano bianca si sfiorava il viso, distendendo quel velo di cipria che avrebbe addolcito il rossore dovuto alle irritazioni provocate dal freddo. I suoi occhi neri sembravano invadere lo specchio. Karina era vestita a festa, come se dovesse incontrare l’imperatore degli imperatori. Le labbra le tremavano, e sussurrava in continuazione ciò che avrebbe detto. Agganciò la chiusura degli orecchini, quindi inspirò profondamente, aprì un cassetto e vi guardò al suo interno. Era vuoto. Infilò la mano e tastò il suo interno, come se volesse verificare qualcosa. Un leggero sorriso di sollievo le si allargò sulle guance, quando toccò ciò che cercava.
 La contessa si avvicinò alla finestra. Osservò la torre dell’orologio. Era ancora molto presto. Si chiese come stesse andando lo spettacolo. Sarebbe stata molto curiosa di vederlo, ma non poteva stare lì tutto quel tempo, sarebbe stato troppo pericoloso. Qualcuno si sarebbe insospettito nel vedere un servo abbandonare il palazzo, oppure la donna andare via prima che lo spettacolo fosse finito. Non dovevano esserci inconvenienti e Saifel e Karina avevano cercato di prevedere tutto.

***

 Le parole del bardo volarono come frecce verso il pubblico. Persino Makrausen e Graegor cominciarono a capire che c’era qualcosa di molto strano in nel racconto, tuttavia la musica e le danze lo rendevano particolarmente affascinante. Sembrava quasi che dei messaggi fossero come diretti a delle menti dormienti in attesa di essere risvegliate. Ibraham era l’unico che si stava beatamente godendo lo spettacolo, leggendo nelle parole dell’elfo solo quello che desiderava sentire.
 Tra i popolani, alcuni più svegli erano già ammutoliti in riflessione. Osservavano le loro mani, la terra dove avevano lavorato e vissuto e da cui avevano avuto così poco. Altri di tanto in tanto si voltavano verso Ibraham con sguardo non più di sottomissione ma di sfida, a volte di odio.
 Saifel non stava istigando né aizzando, stava solo risvegliando sentimenti, emozioni e conoscenze che la gente aveva lasciato dormire o aveva represso perché il suo animo potesse pensare, almeno in superficie, che tutto andava bene. In fondo, il Magnanimo dice che va tutto bene, non c’è guerra e io ho di che mangiare, era il pensiero di molti prima della festa del patto di non belligeranza.
 «E le sue parole colpirono come il martello sull’incudine: “non c’è peggior schiavo di chi crede di essere libero quando non lo è”. Le parole dello straniero scossero il popolo». Saifel proseguì. Aveva raccontato ogni dettaglio della storia di Raerem a lui conosciuti, opportunamente mascherato da popolo di una terra leggendaria. Aveva delineato tutti i personaggi e i ruoli. Tutto era pronto. Era quasi giunto il momento di terminare lo spettacolo per cui iniziò il suo monologo in crescendo.
 «So bene che tutti voi vi aspettate un finale. Glorioso, in cui il popolo si alza in piedi e vince con le sue forze. Ma io non ve lo racconterò. Non dirò una sola parola su ciò che accadde dopo, perché se quello che vi ho detto finora è storia, il finale è invece tutto da scrivere. Ed è il destino di tutti voi… il mio e quello di chiunque si trovi in questa piazza». Quando Saifel fermò danze e musica e cominciò a parlare direttamente al popolo, anche Ibraham sembrò svegliarsi dal suo sogno. Cominciò a capire che non era una semplice storia. Un rossore gli riempì il volto e sentì il calore del sangue riempirgli le vene. Cominciò a tremare, sia per rabbia che per paura. Rimase con gli occhi fissi sull’elfo, immobile senza essere capace di reagire. I due ambasciatori e i generali rimasero impietriti, anche loro incapaci di reagire, chi per un motivo, chi per altro.
 «Voi siete schiavi e oggi, esattamente in questo giorno, potete decidere di essere liberi. Credete di lavorare per voi ma in realtà non siete altro che formiche che mettono da parte il loro cibo non per se stesse, ma per un sovrano che ne approfitta per alimentare la guerra, la distruzione a solo vantaggio delle sue ricchezze. Un tiranno che si sta preparando ad abbandonarvi in mano a qualcuno che vi porterà a una rovina ancora più grande. Vi venderà al migliore offerente in cambio di più ricchezza e più potere. Vi offrirà come schiavi, perché è questo ciò che siete per lui. Perché la vostra schiavitù è dettata dalle ingannevoli parole e lusinghe di colui che chiamate il Magnanimo».
 Alle ultime parole dell’elfo il pubblicò scoppiò in un turbinio di voci. Ibraham gridò per zittirli ma soltanto alcuni si quietarono. Saifel sorrise e finalmente alzò lo sguardo verso Ibraham. Si voltò verso l’orologio e capì che era ora. Il bardo si rivolse ancora al popolo e concluse il suo spettacolo.
 «Non sarò io a chiudere questo spettacolo, ma davanti agli ambasciatori di Hanturiam e Leerat, i nostri due regni nemici tra loro, ma alleati a noi, vi darò le prove di ciò che dico». Saifel si voltò verso la scala e attese che tutto si concludesse come pianificato.

***

 Era giunta l’ora. Karina si avviò verso la porta. Iamal sarebbe dovuto arrivare a momenti con la rosa nera. Era in ritardo. La donna pregò gli Dei che non fosse accaduto nulla. Il destino di Saifel e di tutta Raerem erano nelle sue mani. Si avvicinò alla porta. Il tempo scorreva e la tensione saliva.
 Due colpi alla porta. La donna sobbalzò, il cuore cominciò a batterle all’impazzata ma sospirò di sollievo. Anche se con un attimo di ritardo sarebbe potuta arrivare allo spettacolo esattamente quando era necessario. Aprì la porta di fretta come se volesse far nascondere Iamal, ma nessuno entrò.
 «Entra», lo incitò.
 «Buongiorno, mia signora».
 Karina rimase impietrita. La voce non era quella di Iamal. La porta si aprì lentamente spinta da Zarghen che si ergeva in piedi di fronte a lei, tremante. Dietro Zarghen, Iamal aveva lo sguardo basso, misto tra dispiacere e odio. Un accenno di lacrima gli scendeva sulla guancia e con le mani stringeva il cappello quasi a strapparlo in due pezzi. Il generale delle guardie di Raerem fece un passo dentro la stanza.
 «Credo che tu abbia qualcosa da spiegarmi, contessa di Leerat». Zarghen sorrise e si fermò davanti a lei. «Posso accomodarmi?»
 Karina rimase immobile e guardò Iamal. Il servo non ebbe il coraggio di incrociare il suo sguardo. «Ho dovuto, l’ho fatto per te», disse soltanto prima di fuggire via lungo i corridoi. Il generale chiuse la porta e accompagnò Karina verso la poltrona, spingendola dal braccio, poi si sedette ai piedi del letto di fronte a lei, quindi assunse un tono serio.
 «Adesso parliamo».

***

 Il sorriso di Saifel scemò piano, tramutandosi in un’espressione attonita e stupita. Karina non c’era e senza di lei nessuna prova. Uno spettacolo preparato alla perfezione si era trasformato in un sol colpo in un’accusa mossa da uno straniero arrivato da pochi mesi.
 Ibraham guardò prima Makrausen, poi Graegor, infine il popolo che comunque, prove o non prove, era in subbuglio. Si spostò sul ciglio del suo piano rialzato e alzò la voce.
 «Sono solo menzogne! Io vi do tutto ciò di cui avete bisogno, e di fronte agli ambasciatori giuro che farò come ho sempre fatto, sempre e solo il vostro bene. L’elfo è solo un pazzo che muove accuse infondate». Nel popolo alcuni rimasero ad ascoltare il Magnanimo, più di quanti Saifel si immaginasse, altri invece continuarono a mormorare.
 «Arrestatelo per oltraggio al reame».
 Ibraham si voltò facendo roteare il mantello, quindi si avvicinò verso Graegor e gli parlò con un tono di chi vuole scusarsi ma rimanere autorevole.
 «Non solo il tuo suddito ha violato il patto di non belligeranza portando la guerra nelle mie terre, ma si è anche permesso di oltraggiare me, il mio regno e il mio popolo, chiamandoli schiavi. Esigo che il tuo giudizio sia quello che venga giustiziato, qui ma con la sentenza del regno di Hanturiam».
 Graegor rimase con lo sguardo fisso sull’elfo, poi si voltò verso Ibraham e gli sorrise.
 «Vedremo di risolvere la questione».



Breve come un Respiro – Capitolo XX°

16 marzo 2010 - 0:28 by immortal_bard

 La quantità di neve si era ormai ridotta al punto da permettere a carri e carrozze di passare sui sentieri. Il paesaggio restava comunque tutto bianco. Il cielo inoltre sembrava voler minacciare di rendere ancora una volta le strade impraticabili. Tuttavia durante il mattino solo poche gocce di pioggia colpirono il tetto della carrozza.
 «Pensi che arriveremo in orario?»
 «Credo di si, ambasciatore Makrausen»
 «Kareen, ci conosciamo da molto tempo, puoi anche smetterla di chiamarmi così». L’ambasciatore del regno di Leerat accennò una risata e assunse uno sguardo amichevole, distaccandolo dal finestrino attraverso cui guardava il paesaggio scorrergli accanto.
 «Cerco solo di calarmi nella parte. Non è bene che di fronte agli ambasciatori del nemico si perda l’aria marziale della carica che ricopro. La tregua durerà fino alla fine di questa visita, forse poco più, e non voglio che al mio ritorno il nemico mi tema di meno». Il generale Kareen assecondò il sorriso amichevole di Makrausen.
 «Sono più che sicuro che la gente ti tema anche al solo guardarti. Non hai bisogno di fare l’attore per ottenere la riverenza che tanto ti fa sentire fiero e glorioso». Un pizzico di ironia sfiorò la lingua dell’ambasciatore mentre con due dita assottigliava i baffi grigi.
 «Non sono la riverenza e il timore che mi faranno fiero e glorioso»
 «Che vuoi dire?»
 «Solo che penso che dopo questo incontro avremo più di quanto speriamo». Kareen volse lo sguardo verso l’esterno e divenne pensieroso.
 «C’è qualcosa che devo sapere?»
 «No»
 «E allora perché tanto mistero?»
 «Sono solo sensazioni. Nessun mistero. In questi giorni faremo tutto ciò che siamo venuti a fare. Rinnoveremo il patto con Raerem, saluteremo lord Ibraham e i suoi servitori, banchetteremo allo stesso tavolo con il nemico, contratteremo per le armi e le informazioni sulle rotte dei rifornimenti del nemico e torneremo a casa. Come sempre». Kareen elencò i particolari con una naturalezza disarmante. Makrausen non amava parlare delle contrattazioni fatte alle spalle del patto di non belligeranza, e addirittura si sentiva anche abbastanza meschino a essere colui che doveva portarle avanti. In quel momento di disagio non notò il sorriso che si era allargato sulle labbra del generale dell’esercito di Leerat.

***

 Il percorso che legava Hanturiam a Raerem non era comodo neppure durante l’estate, tuttavia la visita dell’ambasciatore era un obbligo che consentiva al suo regno di non cedere un posto strategico al nemico nella lunga guerra con il regno di Leerat.
 «Sei preoccupato?»
 «Solo un po’ in ansia. Mi piacerebbe che questa dannata guerra finisse». Graegor, l’ambasciatore del regno di Hanturiam, sospirò e appoggiò la schiena sul cuscino, lasciando che l’ondeggiare della carrozza lo trascinasse.
 «E da quando hai questi pensieri pacifisti?»
 «Da quando ogni anno mi tocca andare a Raerem. Tu non hai neppure idea di quanti anni di vita io abbia perso per affrontare questa storia». L’ambasciatore sbottò improvvisamente.
 «Calma». Mauricius cercò di tranquillizzare Graegor. «Credi che a me invece piaccia mandare a morire centinaia o migliaia di soldati in una guerra senza fine?»
 «Hai ragione, forse sono un po’…» l’ambasciatore fece una pausa e cercò la parola adatta.
 «Egoista?» Il generale dell’esercito di Hanturiam provò a suggerirgli la risposta.
 «Si. Egoista», l’uomo abbassò lo sguardo.
 «Suvvia, sono sicuro che prima o poi tutto questo finirà». Mauricius credeva poco alla sua stessa affermazione.
 La carrozza rallentò fino a fermarsi. Graegor guardò fuori preoccupato. Il generale aprì la portiera e si affacciò. Il palazzo di Ibraham spiccava anche a distanza tra le abitazioni dei cittadini e le basse mura di cinta.
 «Siamo giunti». Il generale avvisò l’ambasciatore. «Dobbiamo scendere e proseguire a piedi fino alle porte della città. Il passo è bloccato dalla neve».
 Graegor uscì dalla carrozza e sentì l’aria gelida penetrargli fin dentro le ossa. Scosse il cappello largo di lana per fargli riprendere la sua forma e coprì i capelli ricci e biondi, quindi si diresse a fianco del generale verso la città.
 «Mi sono sempre chiesto perché non posso semplicemente uccidervi qui e piegare a mio vantaggio il nostro confronto». Una voce giunse alle spalle di Graegor. Mauricius si voltò di scatto e avvicinò istintivamente la mano all’elsa. A pochi metri di distanza, il generale Kareen seguito dall’ambasciatore del regno di Leerat stava raggiungendo lo stesso portone.
 «In effetti l’onore non è mai stata la tua più grande dote», replicò Mauricius.
 «A che cosa serve l’onore se poi perdi la guerra?»
 «Sai quanti regni manderebbero i loro eserciti a distruggerti se ci fosse un così grave tradimento dell’onore e delle regole della guerra?»
 I due ambasciatori si guardarono intimoriti. Entrambi erano convinti che i due generali stessero per affrontarsi. A nessuno dei due sarebbe convenuto uccidere l’altro in quelle condizioni, e quelle frasi provocatorie erano solo un modo per cercare di far insinuare il timore nell’altro, ma sia Graegor che Makrausen temettero il peggio.
 «E se oggi la mia fosse solo una questione personale?»
 «Allora potremmo risolverla al di fuori di ogni contesto, e sarei ben felice di fartene pentire». La situazione sembrò volgere al peggio. I due generali si avvicinarono con aria di sfida carica d’odio. I palmi strinsero l’elsa della spada e i denti si snudarono in ringhi feroci.
 «Per favore, conservate il vostro ardore per le battaglie più significative e importanti». Zarghen apparì come dal nulla, camminando al riparo delle mura che sovrastavano il portone. Al suo segnale le porte si aprirono.
 «Siete arrivati in perfetto orario, esattamente quando attesi, e con un sincronismo degno dei migliori spettacoli circensi, senza offesa naturalmente». Mauricius e Kareen si avvicinarono ai rispettivi ambasciatori senza mai staccarsi lo sguardo di dosso. Zarghen discese le scale e raggiunse gli ospiti.
 «E a proposito di spettacoli, vi anticipo che dopo la cena di stasera, che sarà già un’esotica sorpresa, domani vi allieteremo con qualcosa di nuovo, in modo che la vostra visita sia diversa e più piacevole». Zarghen guardò prima uno e poi l’altro ambasciatore. «Posso soltanto dirvi che una contessa di Leerat, in visita qui a Raerem da diversi mesi, si è talmente innamorata di questo posto che ha voluto provvedere lei ai preparativi».
 Makrausen guardò Zarghen senza nascondere l’orgoglio che quelle parole gli avevano suscitato. Dal canto suo, Graegor rimase impassibile e sicuro che la cosa non fosse legata a favoritismi di sorta. In fondo i patti erano patti e dovevano essere rispettati da tutti.
 «Non so ancora di cosa parlerà lo spettacolo, ma data la fiducia che Karina ha ottenuto dal Magnanimo, sono sicuro che sarà uno spettacolo memorabile». Zarghen concluse la sua frase, senza neppure sapere quanto, nel bene e nel male, avesse ragione.



Breve come un Respiro – Capitolo XIX°

10 marzo 2010 - 7:37 by immortal_bard

 Il lavoro in miniera sembrava diventare sempre più leggero, man mano che Saifel rendeva più concreti i dettagli dello spettacolo che stava preparando segretamente al tempio insieme a Janira. Già pochi giorni dopo il suo incontro con il bardo, Karina aveva portato buone notizie. Ibraham era sembrato entusiasta della sua proposta di organizzare uno spettacolo pubblico in piazza, e ancora di più quando la contessa aveva detto che di aver già trovato anche la compagnia teatrale in grado di prepararlo. Mancavano meno di dieci giorni alla visita degli ambasciatori e per quella data era previsto che la neve si sciogliesse almeno in parte e che comunque i sentieri fossero praticabili. Ogni sera, tra i sorrisi silenziosi di Padre Marion, Saifel, Janira e alcune compagne della danzatrice, provavano passi e battute, interrotti solo per qualche momento dalle conversazioni tra il bardo e la contessa.
 «Altre buone notizie? Sei riuscita a ottenere la rosa nera?»
 «Non ancora, ma ho un piano. Ho parlato con il mio fidato amico e abbiamo convenuto che il momento migliore per prenderla sarà proprio mentre Ibraham, i suoi scagnozzi e gli ambasciatori sono fuori, impegnati e di sicuro non gireranno per i corridoi del palazzo». Karina si mostrò molto sicura. Saifel annuì.
 «Lo spettacolo è quasi pronto. Le scene che mostrano i soprusi e l’abuso di potere da parte di un sovrano che usa ogni mezzo per offuscare la mente delle persone e che gli pone davanti agli occhi una finta felicità e sicurezza che in realtà è inesistente sono perfette. Devo solo preparare il gran finale». Il bardo non nascose la sua eccitazione che andava evidentemente anche al di fuori di ciò che voleva mostrare al popolo. Sembrava quasi che estro artistico, nobiltà d’animo e senso di libertà si fossero fusi insieme per la stessa causa.
 «Cosa hai in mente?»
 «Un finale esplicito. Farò un monologo in cui spiegherò tutto ciò che è stato espresso poco prima in scene metaforiche. Infine accuserò direttamente Ibraham e asserirò di avere le prove». Un sorriso si allargò sulle labbra di Saifel mentre proseguiva e guardava fissa negli occhi Karina. «E sarà in quel momento che arriverai tu con lettere, sigilli e rosa nera». Sia la donna che Saifel sorrisero soddisfatti e convinti.
 Tutto era quasi pronto e nessun ostacolo in particolare si frapponeva tra loro e il successo, ma entrambi erano coscienti che avrebbero avuto il responso solo dopo la fine dello spettacolo. Tra le ultime prove, mentre Eoghan accompagnava Karina a casa, anche quel giorno finì.

***

 «Sei così bella quando la determinazione ti si dipinge in volto». Eoghan si pentì subito di quello che aveva detto, anche se da un lato era contento di esserci riuscito.
 «Cosa?»
 «No, niente perdonami, non volevo…» l’elfo provò subito a giustificarsi.
 «Non volevi dirmi che sono bella?»
 «No. Cioè si, volevo dire che sei bella, anzi bellissima…»
 «Solo quando mi mostro determinata?» Karina lo stuzzicò.
 «No. Sempre».
 I passi della donna si fermarono e di rimando anche quelli dell’elfo. La torre era vicina, ma non troppo da permettere a chi facesse la ronda di scorgerli. Karina abbassò il cappuccio e lasciò che i fiocchi di neve, ormai caldi  rispetto all’inverno, si posassero e si sciogliessero immediatamente sul suo volto. Eoghan la guardò abbagliato dai suoi occhi. Rimasero immobili, entrambi tesi come corde di violino. Si avvicinarono lentamente.
 Karina sapeva cosa stava per succedere. Sentì un terremoto sul petto. Le guance le bruciavano a dispetto dell’aria gelida che la colpiva. Le labbra erano secche e gli occhi le tremavano, cercando di fuggire dallo sguardo dell’elfo, e di trovare riparo sul bianco della ormai sottile neve ai loro piedi.
 Eoghan sentì una sensazione che mai aveva provato prima. Era più intensa di qualunque altra. Neppure il senso di vittoria in battaglia, o l’emozione del giuramento di Groomanor era considerabile tale. Non sapeva spiegarsi il perché ma non riusciva a fuggire dagli occhi di Karina, e una forza a lui superiore lo spingeva verso di lei.
 Le loro labbra si incontrarono e finalmente gli occhi trovarono riposo, chiudendosi e raccogliendosi nel calore dell’abbraccio che li legò.
 Lentamente i due si staccarono, sfiorandosi sulle mani e aprendo gli occhi. Nessuno sorrise. Sembrava che i loro pensieri si fossero intrecciati e avessero incontrato degli ostacoli che non sapevano ancora se fossero superabili oppure no. Eoghan aprì bocca ma non disse nulla. Karina fece lo stesso.
 «Io… io sono un elfo», iniziò Eoghan.
 «Lo so». Karina abbassò lo sguardo. «E arriveranno gli ambasciatori, e comunque andrà a finire qui a Raerem, io tornerò alla mia contea e tu alle tue guerre. Tu vivrai anni… molti anni e io invece morirò, invecchiando velocemente». La voce della donna sembrò rotta a tratti da singhiozzi trattenuti.
 «Aspetta», Eoghan ebbe un sussulto, ma appena Karina lo guardò con un mezzo sorriso, si sentì morire, pensò di non poterle promettere nulla ed esitò. La donna percepì quel disagio come una conferma di ciò che stava dicendo.
 «Quello che stiamo facendo è sbagliato», ricominciò Karina. «Ciò che accade tra noi è solo il frutto di alcuni giorni passati meravigliosamente insieme, che però resteranno giorni e hanno un destino breve. Non saranno l’eternità». Il suo sguardo rimase basso.
 Eoghan sentì il cuore stringersi e al tempo stesso capì che cosa provava per quella donna e trovò le parole da dirle, sperando che in esse risiedesse la verità.
 «Cos’è un giorno di fronte a un anno, o un anno di fronte a cento? Se soltanto gli uomini non fossero occupati a fuggire dalla morte, potrebbero ritrovare in un bacio, una carezza o un abbraccio, quelle sensazioni che invece danno per scontate. Basterebbe un istante. Tu hai sconvolto la mia vita…»
 L’elfo si avvicinò alla donna. La sua mano le carezzò la guancia, scostandole leggermente i capelli e scoprendole gli occhi timidamente rivolti verso il basso.
 «Tu hai dato un senso ai miei giorni. Tu mi hai mostrato l’intensità di un bacio umano. Tu mi hai mostrato qual è il motivo per cui vale la pena di vivere. Respirerò forse ancora per secoli, se la battaglia non esigerà il mio sangue, ma a te è bastato così poco tempo…»
 «No». Karina ebbe i brividi e desiderò ardentemente lasciarsi sprofondare nella tenerezza di quel momento, sul petto dell’elfo, avvolta dai suoi baci, ma alzò lo sguardo in lacrime. «Domani c’è lo spettacolo, non dobbiamo perdere la concentrazione». La donna si asciugò le lacrime con le dita e tirò su con il naso.
 Eoghan rimase immobile. Karina lo fissò in silenzio per un attimo, sollevò la mano e gli accarezzò la guancia, poi si allontanò verso la torre.
 L’elfo fissò la donna mentre si allontanava e non appena fu abbastanza distante da non udirlo, sussurrò «è amore, il mio per te».
 Quel pensiero sembrò volare e raggiungere Karina che per un istante rallentò il passo e senza fermarsi si voltò sussurrando a sua volta «è tuo il mio cuore».
 La donna svanì dietro il portone di ingresso della torre, ed Eoghan tornò indietro al tempio.