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Il Blog di JOProject
30 maggio 2010 - 13:17 by immortal_bard
Il rumore dei passi dei soldati faceva tremare più il cuore che la terra. Gli uomini di Raerem sentivano la tensione crescergli dentro e attorno. Ovunque guardassero, vedevano solo minacce. Ogni ombra sembrava un soldato nemico pronto a uccidere. Le parole di Eoghan gli avevano dato vigore e coraggio tuttavia tra loro pochi erano veramente soldati e nessuno era mai stato in guerra.
«Si allontanano dal fiume». Eoghan parlò verso Saifel con un velo di soddisfazione.
«Ti vedo particolarmente eccitato. Mi sbaglio?»
«Mi sto solo preparando alla battaglia». Il guerriero non smosse lo sguardo dall’armata che si muoveva in lontananza e compatta si dirigeva verso la zona che aveva preparato per lo scontro.
«Credo che non capirò mai i dogmi di Groomanor fino in fondo, anche se sono un elfo». Saifel diede una pacca sulla spalla a Eoghan, quindi si allontanò verso una bassa torre che faceva da angolo sulle mura.
Eoghan abbassò lo sguardo e intonò la preghiera che da tempo, ormai anni, non invocava. La lingua antica degli elfi sembrò nel suo sussurro pervadere le mura, il cortile e il fiume. Molti soldati sentirono una strana forza entrare in loro. Eoghan prego Groomanor con le parole dei prescelti. Ripeteva il giuramento nella lingua sacra e poi nella lingua comune. Il cielo tuonò.
Non c’era più neve intorno, se non qualche leggero cumulo sopravvissuto al disgelo. Tuttavia delle nuvole nere sembravano essere pronte per lavare il sangue da quello che sarebbe stato uno scontro impari. Mille veri soldati contro poco meno della metà, uomini e apprendisti guerrieri.
«Arcieri!»
L’urlo di Eoghan raggiunse ogni angolo di Raerem. Le frecce fecero vibrare le corde tese degli archi. Gli uomini sopra le mura erano pronti. Saifel li osservò. Stringevano in pugno archi di ottima fattura ma forse solo uno o due di loro sapeva usare al meglio quelle armi.
«Mettiamogli paura». Eoghan sussurrò a un soldato che impugnava arco e freccia. Il dardo partì dalle mura e andò in direzione dell’armata di Kareen. L’involucro avvolto sulla punta si sgretolò in aria e ne fuoriuscì un liquido che a contatto con l’aria scintillò in una fiamma che divampò in un fuoco quando raggiunse delle sterpaglie appositamente preparate sul fianco est della vallata. A Raerem di certo non mancavano le armi più sofisticate. I magazzini segrete di Ibraham ne erano pieni.
Kareen vide divampare il fuoco sul fianco sinistro della sua armata. Alzò il pugno e li fece fermare. I soldati si spostarono più sul sentiero, allontanandosi dalle fiamme che intanto stavano allargandosi secondo un percorso prestabilito da Eoghan.
«Quel maledetto elfo ha preparato tutto. Dobbiamo fare attenzione». Jaarg tolse l’elmo scoprendo la testa calva e il segno della cicatrice dello squarcio che dalla spalla arrivava alla base del collo. «Quando sarà il momento voglio affrontarlo. Sono anni che mi preparo per questo».
«Va bene, ma dovrai lasciarlo in vita. Voglio che veda bruciare Raerem e infine sarò io a giustiziarlo». Kareen rimase impassibile fissando le mura. Dalla sua posizione non si vedevano soldati e la città, dopo l’ultimo urlo, si era chiusa in un silenzio quasi raccapricciante.
Gocce di pioggia cominciarono a bagnare le armature dei soldati ma il fuoco che divampava non sembrava accennare a spegnersi. «Era il nostro prossimo carico», commentò Kareen sputando verso il fuoco.
«Hanno abbattuto le dighe. Se vogliamo prendere la città dal fiume dovremo attraversarlo». Un ricognitore tornò con informazioni sul campo di battaglia.
«No, è quello che vorrebbero. L’elfo è un vero guerriero. Conosce la strategia bellica meglio di tutti voi messi insieme». Kareen continuò a fissare la città e non guardò il messaggero.
«Avanti», Kareen cominciò a dirigersi verso le mura più basse ma appena la sua unità iniziò a seguirlo altre due frecce incendiarono un altro pezzo della vallata.
«Vuole rallentarci». Il generale guardò verso le sue truppe. «Prepararsi alla carica». Alcuni si guardarono stupiti. Erano ancora lontani dalla città e in un normale assalto quello sarebbe stato un suicidio. Ma non si trattava di un normale assalto.
«Sono solo dei contadini. O forse temete di battervi tutti quanti contro un solo elfo?»
Jaarg urlò verso gli altri soldati, poi cominciò a battere la sua enorme alabarda contro l’armatura sul petto. Il rumore ritmato cominciò dalle prime file a diffondersi fino alle ultime e la tetra melodia di guerra invase Raerem.
Una strana musica di flauto li contrastò da dietro le mura di Raerem. Alcuni stupiti smisero di ritmare i colpi. Erano note epiche che sembravano cantare gesta eroiche di veri soldati. Ognuno di loro sentiva che il nemico era rinvigorito da quel suono e al tempo stesso loro si sentivano meno capaci di affrontare il nemico.
«Non cedete ai loro sortilegi! C’è anche il musico di Hanturiam con loro. Ricordate chi siete e ricordate perché siamo qui». Kareen urlò e i colpi di spade e scudi tornarono a essere l’unico rumore di battaglia.
«Qualunque cosa succeda, assaltate le mura, voi invece, con me al portone». Kareen si voltò per la prima volta verso i suoi soldati. Quasi gli ruggì contro, poi con un urlo sovrumano chiamò la carica e si mise a correre verso Raerem.
Il suono ritmato si trasformò in un rombo di passi che correvano verso la città. La macchia grigia di armature che prima da lontano pareva immobile, iniziò a muoversi rapidamente verso le mura.
«Incediate!»
Una fila di frecce raggiunse il terreno poco avanti ai soldati, incendiando altre sterpaglie. I soldati di Kareen titubarono ma il generale fu il primo a calpestare le sterpaglie e a correre oltre. Bagnati dalla pioggia e galvanizzati dalla carica, i soldati a poco a poco oltrepassarono la barriera di fiamme. Alcuni caddero a terra, cercando di spegnere le fiamme che avevano addosso, altri inciamparono nei rami secchi, ma la maggior parte proseguì al sua corsa.
«Maledizione». Eoghan inspirò. Aveva sperato di poter guadagnare più tempo ma non c’erano molte sterpaglie secche in quel periodo dell’anno. «Scoccare!»
Insieme alle gocce d’acqua, una pioggia di frecce si innalzò verso la carica nemica. Gli arcieri avevano tirato a caso, cercando di mirare come gli aveva spiegato Saifel. Ma la nube di dardi si disperse per buona parte in direzioni inutili.
«Scoccate ancora! Ancora!»
La carica dei soldati nemici non si arrestò. Qualcuno cadde colpito dalle frecce, mentre gli altri proseguirono parandosi dall’alto con gli scudi.
«Arcieri proteggete le mura! Fanteria, proteggete il portone». Eoghan continuò a tenere saldi i nervi dei suoi compagni di battaglia, mentre Saifel alternava a parole di conforto, musiche epiche di battaglia che davano carica e coraggio.
La colonna di soldati si divise. Una metà proseguì verso il portone, l’altra si allargò andando verso le mura dove gli arcieri continuavano a scoccare frecce a caso in direzione dei soldati.
«Assaltate le mura! Voi, abbattete il portone». Una corazza di scudi si formò sotto il portone. Le frecce non riuscivano a penetrare. Saifel si avvicinò leggermente, estrasse l’arco e incoccò una freccia, mirò e scoccò. Il dardo raggiunse l’unica fessura tra gli scudi e si piantò sul ginocchio di un soldato.
«Proteggete le mura», in contrasto agli ordini di Kareen, le parole di Saifel incitarono gli arcieri di Raerem ad evitare che i soldati nemici potessero avvicinarsi troppo.
Asce e martelli cominciarono a creare fessure sul legno del portone. Il terribile bussare delle armi all’ingresso della città lasciava intendere che i soldati sarebbero entrati presto. La fanteria era poco distante dal portone ma nessuno di loro aveva lo sguardo di chi è pronto ad affrontare la battaglia. Saifel raggiunse Eoghan.
«Sono troppi, più di quanto avessimo previsto. Prenderanno presto le mura».
«Lo so». Eoghan non nascose la sua preoccupazione.
Gli squarci sulla porta divennero abbastanza grandi da far passare un uomo. Alcuni arcieri discesi nel cortile spararono frecce, colpendo la porta e qualche volta centrando il bersaglio. I soldati di Kareen piazzarono scudi anche lì e continuarono a colpire il legno in modo da allargare a breccia. Ormai l’ingresso stava cedendo.
«Ripiegare! Arcieri, dentro le mura interne, veloci! Fanteria, copriamo la ritirata».
Eoghan urlò e tutti gli arcieri che fino all’ultimo avevano scagliato frecce corsero giù dalle mura e si diressero verso la parte alta della città, all’interno delle mura dove donne e bambini si erano rifugiati. Eoghan e Saifel raggiunsero gli uomini di Raerem sul cortile. La prima fila impugnò gli archi e li puntò verso la porta. Come un’esplosione le schegge di legno volarono da ogni parte e i soldati di Kareen iniziarono a entrare. Eoghan abbassò la spada e le frecce colpirono fatali.
«Spade!»
Il prescelto di Groomanor sentì la forza degli elfi scorrergli nelle vene. La battaglia corpo a corpo stava per iniziare e aveva un compito da svolgere. Proteggere Raerem.
I soldati nemici potevano entrare solo pochi per volta ed Eoghan voleva sfruttare quel vantaggio. Partì in contro carica. Inizialmente indecisi, poi con coraggio, i cento uomini che erano con lui sollevarono lance e spade e corsero dietro all’elfo.
Rumore metallico, scintille e odore di sangue e fango iniziarono a pervadere il cortile dove fino a pochi giorni prima i negozi del mercato spandevano profumo di cibo e spezie.
«Serrate i ranghi! Proteggete i fianchi e non fatevi accerchiare». Saifel continuava a dare istruzioni, mentre con una mano agitava la sua spada leggera e si difendeva dagli attacchi dei soldati nemici.
Tanto la paura di morire terrorizzava gli uomini di Raerem, quanto allo stesso modo, i soldati di Kareen perdevano il loro coraggio vedendo come Eoghan da solo ne uccideva anche tre per volta.
«Non siate codardi! Caricate», Jaarg urlò ai suoi compagni di battaglia mentre Kareen finiva di abbattere con i suoi uomini la porta di ingresso.
Eoghan schivava i fendenti e rispondeva con affondi micidiali. Era concentratissimo nell’affrontare quanti più avversari possibile. Attirava i loro colpi verso di sé e cercava di ridurre il numero di soldati che scagliavano contro i cittadini di Raerem. Si voltò un attimo e sorrise nel vedere che la grinta e la voglia di difendere la propria libertà aveva fatto di semplici uomini dei veri guerrieri. Ma la distrazione quasi gli fu fatale. Jaarg era corso in carica alle spalle dell’elfo, che nessuno stava coprendo. La sua alabarda calò impietosa ed Eoghan ebbe appena il tempo di lanciarsi di lato facendosi colpire solo di striscio. Un leggero ma doloroso fiotto di sangue si aprì sul suo braccio destro. Rotolò nel fango incalzato dall’enorme guerriero e da tre soldati. La Piccola era caduta a poca distanza da lui.
Un urlo provenne rabbioso dal fianco sinistro. Kurt agitò un piccone con uno slancio possente trafisse con due colpi due dei soldati, diede una spallata al terzo e si lanciò alla cintura di Jaarg, placcandolo e facendolo finire per terra. L’uomo si alzò immediatamente e calò la punta inferiore dell’alabarda sul nano aprendogli una profonda ferita nel ventre. Eoghan urlò come se il dolore fosse suo.
Il pugno dell’elfo strinse nuovamente la lama e le sue gambe tornarono ferme e pronte sul terreno. La sua espressione perse il sorriso e divenne impassibile e priva di ogni emozione. Jaarg ebbe inizialmente un tremito poi lasciò che la sete di vendetta lo pervadesse.
«Sono anni che aspetto questo momento». L’uomo minacciò l’elfo, facendo segno all’altro soldato di farsi da parte. Eoghan lo fronteggiò. Le lame erano basse e per un qualunque soldato quella guardia significava morte certa. Ma l’elfo era un prescelto di Groomanor, non un soldato qualunque.
«Mi hai lasciato un segno sulla spalla e uno più profondo nell’anima. Bastardo di un elfo. Ti ripagherò con la stessa moneta e vedrai questa città e tutto quanto proteggi bruciare e morire sotto i tuoi impotenti occhi». Jaarg rise e si lanciò alla carica, con l’alabarda protesa in avanti.
Eoghan rimase immobile fino all’ultimo istante. Sembrava quasi che volesse lasciarsi colpire dalla lama nemica che impietosa calava su di lui. Jaarg credette per un attimo che l’elfo si fosse arreso ma l’attimo dopo non lo vide più dove la sua arma stava per colpire. Si era spostato impercettibilmente, tanto da lasciarsi sfiorare dalla lama senza subirne danno. Nello stesso istante aveva invertito l’impugnatura della piccola e la lama correva lungo il gomito. Come l’acqua scorre sul letto di un fiume, la lama dell’alabarda scivolò lungo il filo della Piccola, proiettando la carica di Jaarg in avanti senza controllo. L’armatura dell’uomo era spessa ma non abbastanza da resistere a un pugnale elfico. Il Forte trafisse Jaarg restituendogli la stessa foga con cui si era lanciato verso l’elfo. L’uomo cadde a terra, immerso per metà nel fango. Tossì e sputò sangue. Eoghan lo guardò negli occhi.
«Io non sono come te. Non voglio vendetta e non ti lascerò qui a soffrire. Io sono un guerriero». Con un colpo netto, Eoghan pose fine alla vita del suo avversario.
L’elfo alzò lo sguardo. Gli arcieri, durante la ritirata, avevano ridotto al minimo il flusso di soldati che tentavano di entrare dalla breccia sul portone. Il guerriero corse verso Kurt, gli scosse il capo e lo svegliò.
«Forza Kurt, le tue miniere ti stanno aspettando. Alzati in piedi», cercò di spronarlo, ma il nano gorgogliò qualche parola e si accasciò. L’elfo lo prese e iniziò a unirsi alla ritirata. Ormai gli uomini di Raerem erano quasi tutti al portone delle mura interne. Era più resistente del primo ma era l’ultima difesa prima che i soldati di Kareen raggiungessero il cuore della città, il palazzo dove si nascondevano donne e bambini.
Gli ultimi arcieri entrarono dentro la cinta muraria. I guerrieri della fanteria iniziarono a entrare e allo stesso modo i soldati di Kareen tornarono a fluire nel cortile. Eoghan chiamò tre della squadra dei metalli.
«Portatelo dentro, cercate qualcuno che possa curargli le ferite».
I tre uomini si guardarono terrorizzati. Il loro capo e riferimento era moribondo. Non era solo la prima perdita di Raerem ma era un duro colpo per il loro morale. Alcuni uomini si lasciarono prendere dal panico e rallentarono la ritirata.
«Ora! Sono a tiro d’arco!»
Kareen chiamò i balestrieri che finalmente potevano tirare sui soldati avversari senza rischiare di colpire i propri compagni. Prima uno, poi un altro, alcuni uomini di Raerem caddero davanti ai portoni. Eoghan li incitò ancora, poi si lanciò incontro ai soldati nemici.
«Che fai?»
Saifel urlò verso il compagno mentre guidava gli ultimi uomini nella ritirata. Ma Eoghan non lo ascoltò. Deviò una freccia con la spada, ne scansò altre, con una capriola passò vicino a uno dei soldati morti, raccolse la spada e la lanciò con mira precisa. La lama decapitò di netto uno dei soldati. Quella scena immobilizzò gli altri balestrieri.
«Chi vuole essere il prossimo?»
L’urlo minaccioso dell’elfo fece indietreggiare più di venti uomini. Il guerriero si guardò alle spalle e vide che tutti erano rientrati, quindi corse indietro e chiuse il portone dietro di sé. Immediatamente dopo una nuova pioggia di frecce lanciate da dietro le mura interne, cadde sui soldati di Kareen.
«Idioti che fate? Scudi! Proteggete l’ingresso. Codardi, non siete venuti qui a morire ma a distruggere e conquistare Raerem». Kareen spronò i suoi soldati e li fece serrare in difesa della posizione che avevano guadagnato, riconoscendo che avevano subito molte perdite e che avevano una nuova breccia da aprire. Dovevano riorganizzare e concedere un po’ di tregua al nemico.
***
«Sei pazzo»
«Forse. Ora dovranno concederci almeno qualche ora di tregua. Le nostre frecce non si devono fermare. Il loro ingresso nel cortile non sarà facile né veloce e indolore». Eoghan diede una pacca sulla spalla di Saifel e gemette per una fitta.
«Sei ferito. Devi farti curare». Il bardo lo scosse.
«Che si pensi prima agli uomini di Raerem. Bisogna curare la loro ferita più grande prima che sia troppo tardi. Hanno visto morire molti di loro durante la ritirata». Eoghan si diresse verso il palazzo reale e svestì l’armatura che gli premeva sui lividi.
«Dove vai?»
«A salutare Karina». Eoghan non si voltò. Saifel intuì che il compagno era pronto e consapevole che quella battaglia sarebbe potuta essere l’ultima e lo osservò mentre sotto la pioggia si avvicinava alla porta di una piccola casa annessa al palazzo, dove la donna lo avrebbe atteso, ne sfiorava la maniglia, rimanendo immobile, e infine tornava indietro.
La prima battaglia era finita. Eoghan avrebbe potuto fare come Karina aveva pregato. Sarebbero potuti andare via, fuggire e amarsi. Forse la loro presenza non avrebbe cambiato il corso degli eventi. Lo vidi avvicinarsi verso di me, raccogliere nuovamente la sua armatura e guardarmi negli occhi. Il suo sguardo mi raccontò più di quanto lui non volesse. Fu in quel preciso istante che capì che si era veramente innamorato di quella donna. Che non era entrato perché sapeva di averla ferita, più di una volta e peggio che con una spada. Eoghan andava incontro alla morte perché aveva capito finalmente quanto intense potessero essere le emozioni degli umani. Era tornato indietro perché si era sentiti piccolo di fronte a qualcosa che un elfo stenta a capire. Era chiaro che non volesse macchiare il ricordo degli ultimi istanti di felicità che lo avevano reso umano. Preferiva colmare la distanza che c’era tra lui e una donna, morendo in una delle sue infinite battaglia, forse difendendo ciò che li aveva fatti conoscere. E in quello stesso istante promisi che se fossi sopravvissuto all’assalto di Kareen, se avessi superato il momento in cui le porte delle mura interne avrebbero ceduto, la mia prima missione sarebbe stata quella di renderli immortali, come solo la storia, la memoria e il tempo sanno fare. Ma come non accadeva da tempo, di fronte al suo volto sconfitto, tremai e mi resi conto di avere molta paura.
***
Quasi quattro ore erano trascorse e gli arcieri avevano finito le frecce. Molti altri soldati di Kareen erano morti tuttavia erano ancora moltissimi ed erano ormai entrati tutti all’interno della prima cinta di mura. I loro urli e i loro colpi sugli scudi erano tornati a fare tremare le mura della città.
«Moriremo tutti! Non abbiamo più frecce e loro sono ancora più di cinquecento, fuggiamo attraverso le miniere o dalle fogne, fuggiamo!»
Eoghan afferrò l’uomo che nel panico si era messo a urlare e lo fece tacere. Lo spinse contro il muro e lo guardò con disappunto.
«Cosa dici? Li abbiamo decimati. Possiamo farcela e dobbiamo restare qui a difendere Raerem».
«A difendere che? Delle mura cadenti e quei pochi che sopravviveranno al massacro?»
Eoghan alò lo sguardo verso gli altri uomini e vide che in molti avevano i volti turbati. Alcuni avevano già lasciato le armi per terra e con passi lenti si erano diretti verso il palazzo.
«Fermi dove andate? Possiamo farcela». L’elfo li spronò ancora.
«Se non tornate qui sarò io a uccidervi a uno a uno». Kurt dei metalli si avvicinò con una vistosa fasciatura al ventre, macchiata di sangue. «Ci vuole molto per uccidere un nano e ancora di più se è un cittadino di Raerem».
Dietro di lui, Capocatena e tutta la squadra dei metalli si raccolse con sguardi truci.
«Difenderemo Raerem fino alla fine e chi non lo farà sarà punito da me in persona». Le parole di Tod Rivas non erano una vera minaccia quanto un modo per riportare il coraggio che sembrava essere fuggito. Eoghan li guardò e pregò Groomanor che desse loro ancora la forza di combattere. Gli uomini tornarono alle armi e gli elfi sospirarono di sollievo. Tuttavia il turbamento non aveva abbandonato le facce degli uomini.
Un rumore cupo echeggiò dentro le mura. Era una martellata sul portone. L’assalto era ricominciato. Eoghan corse sulle scale che portavano in cima alle mura e gridò verso i suoi compagni.
«Ognuno al suo posto. Tutti pronti per respingere la carica. Prendete lance e scudi e tenete vicine le spade. Nessuno di loro passerà questa linea!»
Saifel accompagnò Eoghan fin sopra le mura.
«Non ce la faranno. Ormai sono spaventati. Neppure la musica degli elfi può renderli combattivi al punto da contrastare Kareen». Il bardo guardò in basso cercando di trovare un modo per vincere la battaglia.
«C’è solo un modo». Eoghan guardò negli occhi Saifel. «Per una volta sarò io a darti la soluzione. Se il generale nemico muore, con le tue parole potrai fargli capire che quei soldati non avranno guida, si disperderanno e li potranno battere facilmente».
«E come pensi che possa morire Kareen? Sarà protetto da tutti i suoi soldati».
«Fidati di me per una volta. Va giù e preparati a parlare agli uomini». Eoghan sorrise a Saifel, ma il bardo si rese conto che non era un sorriso di sicurezza, quando più di rassegnazione.
«Ti sfido!»
Kareen urlò e i suoi soldati si fermarono. Gli scudi si allargarono leggermente e il generale emerse dal grigio delle armature. Tolse l’elmo e guardò verso Eoghan.
«Tu sfidi me? Mi sembra un’assurdità».
«Invece è così. Sono stanco di vedere sangue, sia dalla tua che dalla mia parte».
«E questo cosa significa? Vi arrendete?»
«Sono morti più di venti uomini del tuo esercito per ognuno del mio. Credi che questa gente sia disposta ad arrendersi così facilmente. Forse non ti sei reso conto che siamo noi che stiamo vincendo. O hai dimenticato le lezioni di strategia militare che facevi ai tuoi stessi soldati?»
«Ti ascolto». Kareen appoggiò le mani sui fianchi e sorrise ironicamente all’elfo.
«Faremo un duello. Io contro di te. L’esercito del perdente si arrenderà e non ci saranno ulteriori spargimenti di sangue». Eoghan alzò il pugno in segno di giuramento.
«E chi ti assicura che quando sarai quaggiù i miei uomini non ti massacreranno?»
«Il fatto che i tuoi uomini sanno bene chi c’è da questo lato delle mura e che uccidermi così significherebbe condannarsi a dover combattere ancora e probabilmente a morire».
Kareen rimase qualche istante pensoso, poi alzò lo sguardo e annuì. «Accetto».
***
«Ho guadagnato tempo e una possibilità. Conosco quegli uomini e non manterranno nessun patto. Sono qui per non lasciare prigionieri né schiavi. E non non saremo di meno. Qualunque cosa accada, anche se io dovessi morire, i cittadini di Raerem dovranno continuare a combattere. Hai capito? Parla loro. Dagli forza e coraggio. So che puoi farlo». Eoghan guardò Saifel che era senza parole. Il compagno stava per uscire da solo in mezzo a un esercito che l’avrebbe ucciso comunque fossero andate le cose. Una lacrima gli solcò il viso ma la asciugò subito e iniziò a parlare agli uomini di Raerem.
Eoghan ritornò in alto sulle mura e calò una corda. I soldati di Kareen si erano fatti indietro lasciando lo spazio affinché il loro generale si potesse muovere. “Non fate prigionieri e qualunque cosa accada, Raerem deve bruciare”, così aveva detto il generale delle truppe giunte da Leerat. L’elfo non aveva udito quelle parole ma era sicuro che le avesse dette.
L’elfo recitò ancora una volta il giuramento dei prescelti di Groomanor. Sentì le ferite e i lividi premergli sulle ossa e la pioggia tagliente rendergli i movimenti pesanti. Kareen era un uomo spregevole, ma Eoghan aveva dovuto ammettere che era un guerriero abile e determinato quasi quanto un elfo.
I due si trovarono a pochi metri di distanza, al centro della piazza. Dietro l’elfo, c’erano le mura e poco più di duecento uomini impauriti ma spronati da Saifel, dietro il generale degli invasori circa cinquecento soldati pronti a radere al suolo la città.
Kareen si mosse per primo. Il suo grido risuonò fino a dietro le mura. La sua spada calò pesante verso la testa di Eoghan che parò il colpo con il pugnale e la spada incrociati e indietreggiò. L’uomo era più fresco, non aveva ancora sostenuto nessun combattimento mentre l’elfo era già provato da lotte e ferite. Una pioggia di colpi scaturì dalle braccia dell’uomo ed Eoghan a stento riuscì a parare o evitare tutti i colpi. Le urla alle spalle di Kareen facevano vibrare la terra. La lama del generale tornò a minacciare l’elfo. La pioggia gli annebbiava la vista e i suoi riflessi andavano diventando sempre più lenti a causa della stanchezza.
Il braccio di Kareen si alzò e discese immediatamente verso la spalla dell’elfo che parò con difficoltà. Subito dopo l’uomo roteò con il torace portando un attacco sul fianco e poi sull’altro. Eoghan indietreggiò, ma nell’ultimo passo Kareen affondò verso l’addome, facendo piegare l’avversario che per evitare il colpo allargò le braccia, e colpì la mano sinistra dell’elfo, disarmandolo del pugnale.
Eoghan strinse il polso ferito. Ancora un urlo giunse dalle spalle del nemico. Dietro le mura di Raerem un silenzio tombale. Poi, come nascesse dalle gocce d’acqua, il flauto di Saifel tornò a suonare. Eoghan ripensò alla battaglia da cui era iniziato tutto. Si ricordò che doveva sconfiggere la sua presunzione di non avere nulla da imparare in guerra da chi non fosse un prescelto di Groomanor e ricordò la sua prima sconfitta.
«Hai perso». Eoghan rise guardando il suo pugnale.
«Sei forse impazzito elfo?»
«No. Dico sul serio. Ti sei sconfitto da solo. Tu e la tua sete di potere e vendetta». Eoghan indietreggiò guadagnando tempo e spostandosi più vicino al Forte.
«Tu vaneggi in preda alle ferite». Kareen sorrise mentre il petto si gonfiava freneticamente per la stanchezza. «Ti ho tolto un’arma e con essa anche il senno». L’uomo si lanciò in avanti con un fendente preciso che allontanò Eoghan dal pugnale. «Non cadrò nei tuoi tranelli».
«Ma il mio non è un tranello. Quanto pensi che resisterai al trono? Quanto tempo pensi che passerà prima che uno dei tuoi uomini voglia prendere il tuo posto? Poco e lo sai bene». Eoghan guardò verso i soldati che erano stati suoi compagni.
«Sono stato loro compagno di viaggio. Tu sei il loro generale e li conosci bene. Sai che tra loro almeno la metà venderebbe sua madre pur di avere un briciolo di potere in più. Allora dimmi, non hai forse perso comunque?»
«Menzogne!»
Kareen si scagliò ancora contro l’elfo ma la rabbia rese i suoi attacchi avventati e meno precisi.
«Invece è la verità. Rischi la vita e uccidi tante persone per avere pochi giorni di un regno che sarà morto con te prima che tu possa essere un vero regnante». Eoghan continuò a indietreggiare e a pare i colpi scomposti del suo avversario.
«Vedo già laggiù, quel soldato che non urla per te, ma per me, perché ansioso di prendere il tuo posto» Eoghan indicò verso l’esercito con la spada, lasciando il braccio ferito a pendergli sul fianco. Si era offerto come un bersaglio facile ma Kareen fissò la spada e si voltò solo per un istante.
Eoghan approfittò di quel momento. Raccolse tutte le ultime forze che aveva e saltò in avanti. Con un calcio disarmò Kareen dello scudo e con la spada gli allargò il braccio, colpendolo allo stesso tempo con una gomitata sulla guancia. L’uomo cadde a terra nel fango. Tentò di alzarsi e tossì. Allungò la mano per afferrare nuovamente la spada ma Eoghan gli bloccò il braccio con il piede e gli puntò la spada alla gola. Le urla dietro proseguirono. Kareen le sentì penetrargli nel cervello, quasi come se stessero incitando Eoghan a ucciderlo. Pensò quasi che l’elfo avesse ragione.
«E ora gli dirai di arrendersi». Eoghan avvicinò la punta della spada al collo di Kareen.
Da sopra le mura Saifel deglutì. Karina, che era salita su una torre non appena aveva saputo del duello, strinse i pugni fino a farsi sbiancare le nocche. Vedeva Eoghan vittorioso ma solo in mezzo a un esercito. Le lacrime di nervosismo non la abbandonarono neppure per un istante.
«Quei bastardi ti uccideranno e moriranno con te. Se vogliono il potere che se lo guadagnino con il loro stesso sangue». Kareen afferrò con uno scatto la spada dell’elfo facendosi tagliare le mani e urlò verso il suo esercito.
«Attaccate! Uccideteli tutti!»
Saifel tremò. Vide i cinquecento uomini partire verso il compagno elfo e verso le mura. Karina chiuse gli occhi e si appoggiò disperata in lacrime sulle mura della stanza.
Eoghan affondò la spada sul braccio di Kareen e balzò indietro per afferrare, seppur con molta difficoltà, il suo pugnale. Si mise in guardia e attese con il sorriso che solo i prescelti di Groomanor riescono ad avere durante l’ultima battaglia.
Io sono un guerriero. Morire in battaglia è un onore per me. Quei pensieri sembrarono giungere sia a Saifel che a Karina. Ormai la fine di tutto era giunta.
***
Il tremore del terreno provocato dal galoppo dei cavalli e lo squillare delle trombe immobilizzò la vallata e tutta Raerem. Eoghan vide davanti a sé i soldati che correvano come tori in carica, fermarsi lentamente e guardarsi indietro. Molti da dietro gettavano le armi e arrestavano il passo.
Mauricius e i soldati di Hanturiam erano giunti alle spalle dell’unità di Kareen. Saifel urlò di gioia e dietro di lui man mano che la notizia si diffondeva, tutti i cittadini di Raerem esultarono. Karina sentì le urla e si affacciò di nuovo. Vide Eoghan in mezzo al cortile. I soldati di Leerat si erano fermati pochi metri prima di raggiungerlo. Sorrise ma non smise di piangere ma le lacrime si stavano trasformando in uno sfogo di gioia. Discese dalla torre, si fece largo in mezzo a tutti i cittadini di Raerem, quindi raggiunse il portone. Fece togliere i puntelli e corse incontro a Eoghan.
L’unità di Hanturiam accerchiò gli ultimi soldati di Leerat rimasti, e le braccia della donna si strinsero attorno al corpo ferito di Eoghan.
«Non farlo mai più». La donna lo baciò sulle guance e sulle labbra.
«Sai bene che lo rifarò». Eoghan le rispose sorridendo. Karina dopo un attimo di esitazione ricambiò il sorriso e tornò ad abbracciare l’elfo. Mentre gli avversari si arrendevano e i cittadini di Raerem iniziavano a festeggiare, Eoghan e Karina rientrarono al palazzo.
* Epilogo *
«Da quel giorno Hanturiam e Leerat sono in pace. Non so per quanto ancora durerà visto che la sete di guerra e di potere dilaga tra gli uomini che hanno perso il senso della vita.
Eoghan abbandonò le terre del nord insieme a Karina. Si rese conto che per quanto la vita di una donna sia breve come un respiro in quella di un elfo, anche ogni singola brezza di fiato è fondamentale perché senza di essa non ci sarebbe nessun dopo. Non seppi più nulla di lui dopo che ci salutammo. Avevamo destini diversi e io ero ancora legato al regno di Hanturiam che dai tempi dell’invasione mi era sovrano.
Tod Rivas, il capo delle miniere, divenne il primo dei nuovi regnanti e Kurt, il nano, e i suoi uomini divennero il primo consiglio della città.
Provai una grande gioia a vedere i festeggiamenti e la liberazione di Raerem. Non nego che vedere Ibraham che veniva esiliato mi diede molta soddisfazione». Saifel si alzò e si avvicinò alla finestra della cella in cui si trovava.
«E perché sei tornato qui?»
«Principessa Lilibeth, penso che voi non possiate capire la mia risposta, tuttavia vi accontenterò». Il bardo si voltò verso la donna che era andata a trovarlo nella sua cella fredda e che aveva ascoltato la sua storia.
«Domani ci sarà un grande spettacolo qui e forse era destino che io tornassi qui perché il mio ruolo in questo regno non è ancora terminato».
Lilibeth sorrise e guardò l’elfo negli occhi. Lo abbracciò e lo baciò sulla guancia.
«Credo invece che il tuo compito sia finito. Domani toccherà a me». La donna salutò calorosamente Saifel e lasciò la cella.
Provai un immenso calore quella notte. Non ero cosciente di cosa mi fosse accaduto o di cosa mi stesse per accadere, tuttavia ancora una volta, in un istante, una donna mi aveva insegnato tanto e dato molto, ma io l’avrei scoperto solo il giorno dopo.
* Fine *
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15 maggio 2010 - 7:29 by immortal_bard
Era una scena concitata. La gente correva a destra e a sinistra e io sentivo quella storia divenire mia, ogni attimo di più, come un bardo apprendista. Mentre camminavo verso le miniere, dove sapevo che avrei trovato qualcuno che aveva fatto tanto e che ancora aveva da giocare un ruolo importante, osservavo come Karina, Janira ed Eoghan si fossero trasformati, fossero cresciuti e avessero intrapreso una strada che li avrebbe condotti, qualunque fosse stato l’esito, all’immortalità.
«Prendete i sacchi di cemento e portateli alle mura!»
«Raccogliete le armi, alla guarnigione, veloci…»
«I bambini, fate raggruppare i bambini e avviatevi verso il palazzo reale»
Le urla dell’elfo e delle due donne non erano ordini, ma la gente sembrava ascoltarli come tali. Man mano che la città si preparava all’inevitabile scontro, il terrore avvolgeva alcuni, ma il coraggio e la forza altri. Sempre di più cominciarono ad aiutare Karina e Janira nel coordinare i gruppi di persone al lavoro e tutti gli uomini capaci di sollevare pesi erano accorsi per seguire le istruzioni di Eoghan per fortificare le mura e convogliare l’attacco dei soldati di Leerat verso alcuni punti specifici.
Alle spalle di Raerem sorgeva una protezione naturale, la coda della catena montuosa che nelle terre immortali erano soliti chiamare i Picchi del Cielo. I soldati di Leerat sarebbero arrivati da est, cavalcando sulla riva nord del fiume Rugtal. Kareen era un uomo determinato ed Eoghan sapeva bene che avrebbe preso a raccolta tutti i suoi uomini e avrebbe valicato il Nahabe, la foresta che da sempre divideva e rendeva lunga e infinita la guerra con il regno di Hanturiam.
«Aprite le dighe, lasciate che il fiume ritorni in piena davanti alla città, sul fronte nord-ovest». Eoghan indicò la zona più debole della città e mandò tre uomini a chiudere le deviazioni che portavano l’acqua del fiume ai mulini della città. Il fiume in piena a nord li avrebbe protetti nel caso avessero tentato di aggirare la città. Uomini in armatura non avrebbero potuto attraversare velocemente e senza rischi il fiume, e anche se ci avessero provato, gli uomini di Raerem si sarebbero potuti preparare allo scontro.
«Giocate con loro e state tranquille. In questi giorni dovete vivere come se foste stati tutti invitati al palazzo. C’è spazio per tutti. Non appena sentirete le campane della città suonare, barricatevi nelle stanze come vi abbiamo spiegato. Andrà tutto bene». Janira diede un bacio sulla fronte a un bambino dopo avere spiegato alla madre cosa fare e cosa dire a tutte le donne che stavano preparando i rifugi all’interno delle mura reali. Cibo, acqua e ogni bene necessario per la sopravvivenza veniva trasportato all’interno del palazzo.
Sembrava una strana dicotomia. Io andavo verso l’interno della città, verso le montagne sotto le quali si trovano le miniere da cui viene estratto anche il metallo delle armi forgiate a Raerem. Graegor e Mauricius andavano verso le porte della città, allontanandosi e impugnando quelle stesse armi, affilate, robuste, perfette. Sia loro che io andavamo in realtà nella stessa direzione. Mauricius aveva da convincere dei soldati ad accorrere in soccorso di una città che in un modo o in un altro li aveva condannati alla guerra più lunga della storia del loro paese, per proteggerla da soldati senza patria. Io ero davanti alle porte delle miniere. Un nano e sette uomini con le braccia incrociate e gli sguardi truci. I picconi ancora in mano. Uomini forti che nella loro storia fuggono da qualcosa, dal passato e rinnegano qualunque futuro. Uomini che si puniscono infliggendosi la fatica del corpo e l’umiliazione delle caste. Uomini che non hanno esultato alla notizia della dipartita di Ibraham, ma non perché non lo odiassero. Quelli dei metalli erano forse i più consapevoli dello stato di schiavitù dei cittadini di Raerem ed erano gli unici a essersi sottomessi volontariamente. Detestavano il mercato nero che il Magnanimo aveva costituito, ma al tempo stesso rinunciavano a qualunque tipo di lamentela perché distruggere quella schiavitù sarebbe significato per loro perdere la loro attuale ragione di vita.
«Vattene elfo. Noi ci fidavamo di te e tu ci hai traditi». Kurt sembrò voler chiudere subito la conversazione.
«No. Perché credi che vi abbia tradito? Io ho solo dato fiato alle bocche del popolo. Sono stato solo lo strumento di qualcosa che Raerem aveva già preparato e attendeva da tempo di fare». Il bardo replicò senza avanzare.
«Chi governerà questa città adesso? Hanturiam? Leerat?»
«Che ne sarà di questa gente? Moriranno tutti? Saranno fatti schiavi di nuovo?»
«E chi tra noi fugge da Leerat o da Hanturiam o città vicine, come faremo ad avere asilo in un posto che non è più quello di un tempo?»
Le domande di quelli dei metalli piombarono come saette sull’elfo. Per un attimo Saifel si sentì smarrito e cercò nel vento le risposte giuste, ma l’aria parve non muoversi. Poche gocce di pioggia cominciarono a battergli sulla testa. La neve ormai era ghiaccio, il freddo si stava attenuando e quello che cadeva dal cielo era acqua e non fiocchi morbidi.
«Raerem è la vostra città. A essa voi appartenete». Saifel assunse uno sguardo serio. Rimase in riflessione qualche istante, cercando ancora le parole giuste. «Chiunque come voi sia venuto qui a cercare asilo, è stato forgiato dal vostro piccone e da voi ha guadagnato il pane. Ogni cittadino deve a voi gran parte delle ricchezze che è riuscito ad accumulare. Tutta Raerem è in debito con voi, eppure voi avete anche un debito verso di lei. Vi ha protetto. Vi ha dato l’occasione di redimervi, di trovare il pentimento o la strada del perdono. Conosco ormai le vostre storie e so che siete tutti capaci di lasciarle indietro. Fuggire non serve più. Siete uomini nuovi adesso. Siete persone che hanno trovato qui un luogo dove scontare le pene per ciò che avete fatto o subito. Ma non solo. Raerem vi ha dato asilo, vi ha dato da mangiare e da divertirvi. Vi ha dato una nuova storia».
Gli uomini rimasero in silenzio. Kurt borbottò qualcosa. Saifel lo fissò negli occhi e scrutò nel suo animo e nei suoi pensieri. Il nano era una testa dura e in tanti anni nessuno era mai riuscito a fargli cambiare idea.
«Raerem ha bisogno di persone come voi per andare avanti, per essere indipendente, per sapersi governare. Ora che il tiranno, Ibraham, è stato sconfitto, Raerem ha l’occasione di scegliere chi e come deve governarla. Il popolo non è ancora pronto per governarsi da solo, ma non può finire di nuovo sotto un re, né di Hanturiam né di Leerat. Dovete essere voi che avete vissuto nella consapevolezza dello stato in cui la città si trovava, a farle da guida. Non tutti ma pochi, i migliori, che sappiano accettare il loro ruolo e le loro responsabilità, che sappiano far valere le loro capacità e che sappiano affiancare e farsi affiancare da gente dello stesso tipo, finché la città non sarà pronta per tornare a essere un vero regno, come era un tempo». Saifel terminò e guardò quelli dei metalli a uno a uno.
«E cosa dovremmo fare?» Kurt ruppe il silenzio.
«Combattere al nostro fianco. Lottare e dare l’esempio. Dare energia e forza. Ogni uomo della miniera colpisce le pietre con una forza tre volte superiore quando Kurt dei metalli è nei paraggi». L’elfo ricominciò a camminare e raggiunse il nano che lasciò che il piccone toccasse terra. La mano dell’elfo si poggiò sulla sua spalla. «Tu puoi salvare la città di Raerem e anche te stesso».
Un pugno duro raggiunse l’addome dell’elfo. Kurt sorrise vedendo che l’elfo si abbassava alla sua altezza. «Mi hai convinto elfo, ma questo te lo sei meritato».
Saifel si massaggiò l’addome e sorrise.
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9 maggio 2010 - 8:30 by immortal_bard
Non molto lontano dalla prigione, Saifel incrociò lo sguardo di Janira. Era confusa. Vestiva abiti normali e nessuna delle sue danzatrici era vicino a lei. Tutti i servitori di Ibraham erano usciti dal suo palazzo non appena avevano avuto la notizia. L’elfo la fissò per qualche istante, poi la vide scoppiare in lacrime e correre verso di lui.
«Pensavo che saresti morto», singhiozzò.
Saifel la abbracciò e la strinse, rassicurandola e sussurrandole parole di conforto all’orecchio. Un misto di emozioni dipinse rese quasi variopinto il volto della donna. L’imbarazzo per aver manifestato i suoi sentimenti verso Saifel di fronte a tutti lottava contro la paura della guerra imminente e la rabbia che aveva potuto sfogare nei confronti di Ibraham pochissimo tempo prima, mentre abbandonava quella che per lei era stata una prigione.
«Sono vivo e ora dobbiamo pensare a proteggere Raerem». Il bardo poggiò le sue mani sulle spalle di Janira e la allontanò un po’ per guardarla negli occhi. La danzatrice si asciugò gli occhi e diede una rapida occhiata a Karina ed Eoghan, poi tirò su con il naso e annuì.
«Come faremo a proteggerla? Ci sono pochi soldati, e quelli che ci sono hanno dimenticato come si combatte». Karina ed Eoghan sentirono un brivido nell’ascoltare la domanda che nessuno dei due aveva avuto il coraggio di fare a Saifel. Eppure entrambi confidavano sul fatto che il bardo avesse la risposta. Quella che diede loro non fu la risposta assoluta, ma una risposta semplice, che li toccò tutti.
«Il vero guerriero, soldato o comandante è colui che non combatte per la gloria, per la morte o per sopraffare il nemico, ma è colui che lotta per i suoi ideali, per la sua libertà e che lotta solo quando deve farlo per perseguire la pace. Uomini, donne e bambini di Raerem sono rimasti oppressi e bendati per troppo tempo. Loro sono i migliori soldati che ci sono e hanno solo bisogno di qualcuno che li guidi», lo sguardo di Saifel corse prima a Karina e poi a Janira, «e di qualcuno che li prepari», infine guardò Eoghan.
Il prescelto di Groomanor sentì una strana energia corrergli nelle vene. Ogni parola che Saifel aveva detto era stata come linfa vitale. Era la stessa sensazione che aveva provato quando ascoltava il vecchio saggio maestro d’armi. Capì che poteva e doveva usare tutta la sua conoscenza militare per preparare in una settimana i cittadini di Raerem a essere dei soldati.
«Hanno le migliori armi della regione. Il loro numero non è altissimo ma molti, tra i lavoro in miniera, le fucine e le costruzioni sono forti fisicamente. Hanno paura e coraggio insieme. Possono vincere la battaglia». Eoghan intervenne sorprendendo persino le due donne.
«Non dobbiamo vincere la battaglia. Mentre venivamo qui mi hai detto che Hanturiam verrà qui a soccorrerci, ma impiegheranno un giorno di più. Quello che Raerem deve fare è arrivare a quel momento senza che sia morto un solo cittadino». Saifel sorrise a Eoghan che ricambiò immediatamente.
«E noi cosa possiamo fare», Karina si avvicinò a Eoghan, manifestando apertamente che non voleva abbandonarlo.
«Contessa, tu aiuterai Eoghan a organizzare la difesa, coordinando le persone che non potrà guidare, mentre tu Janira, dovrai fare in modo che i bambini siano al sicuro. Coinvolgete le persone della città perché sono loro il vero governo di questo regno e sono loro che possono trovare la forza di difenderlo».
«E tu che farai?»
«Io devo parlare con un po’ di persone. Tornerò ad aiutarvi il prima possibile». Al termine del discorso del bardo sembrava quasi che tutto fosse tranquillo, come se stessero preparando un gioco o uno spettacolo. Saifel si allontanò dal gruppo e si diresse verso le miniere, dove sapeva che molti si sarebbero rifugiati.
Eoghan, Karina e Janira rimasero fermi per qualche istante, cercando di realizzare ciò che era accaduto e di pensare a quello che dovevano fare. La prima a muoversi fu proprio la contessa di Leerat.
«Raerem, prima del decadimento, era una delle roccaforti più difficili da espugnare. Il lato alto è ancora protetto, è lì che dobbiamo fare rifugiare chi non potrà combattere».
«Le mura esterne possono essere fortificate, dobbiamo lasciare solo un punto più debole dove far convogliare gli uomini di Kareen. Conta non più di duecento soldati nella sua unità e non li farà sparpagliare sapendo che ci sono io qui». Eoghan aggiunse subito il suo pensiero.
«Iniziamo a far raccogliere i bambini. Li porteremo tutti sulla piazza del mercato e io li guiderò nella zona alta, dentro le mura del palazzo di Ibraham, dislocandoli in modo da dar loro spazio, cibo e protezione». Janira fece la sua proposta e a seguito di quella la strategia sembrò delinearsi da sola.
«Ci sarà almeno un soldato armato per ogni gruppo di bambini, saranno lì per dare loro coraggio. Le donne dovranno essere anche loro armate e pronte al peggio, ma tranquillizzatele».
«Bisognerà portare dentro il cibo»
«E portare presto i sacchi di cemento e le pietre alle mura»
«Dobbiamo raccogliere le armi e chiamare chiunque sia in grado di impugnarle»
Man mano che la difesa prendeva forma i tre giunsero al centro della città. Una strana calma si era sparsa, ma un brusio giungeva dalle porte a sud. Corsero in quella direzione e poco dopo arrivarono dove quasi tutta la città si era raccolta. Tod Rivas teneva per il collo Ibraham, coperto di pelli pesanti e vicino a un cocchio veloce con cui stava tentando di abbandonare la città.
«Questo è l’uomo per cui avete vissuto e lavorato finora». Karina attirò subito l’attenzione. Capocatena spinse il Magnanimo verso la portiera del cocchio, facendogli sbattere la schiena. Ibraham emise un piccolo gemito di dolore.
«Ora che siete tutti qui riuniti, devo dirvi delle cose che riguardano tutti. Dovete diffonderle a chi si è nascosto o a chi vuole fuggire. Non è così che salveremo il regno di Raerem. Non è abbandonandolo che riavrete la libertà e farete risorgere la vostra patria. Bisogna lottare e avete i mezzi per farlo». Karina guardò Eoghan pregandolo di intervenire.
«Io sono un soldato elfico. La mia arte è la guerra, non la parola. Chi vi sta per attaccare sono coloro con i quali ho avuto l’occasione di combattere fianco a fianco e voi non avete nulla da temere perché potete essere alla loro altezza. Quello che ha detto l’ambasciatore di Hanturiam è vero. Saranno qui in sette giorni, ma è anche vero che loro saranno qui in otto e dunque tutto ciò che dobbiamo fare e resistere un giorno. So che potete farlo e quindi vi chiedo di unirvi a noi e a prepararci a ciò che sta per accadere».
Il silenzio scese in quel momento. Eoghan sentì il cuore battergli all’impazzata. Si sentì perso.
Tutta questa gente. I loro sguardi carichi di terrore, odio, sgomento. So che è colpa mia se la guerra gli sta mordendo gli stivali, se la morte li saluta già da lontano ma che posso fare io. Trascinato dagli eventi, da quel destino in cui neppure credo. Come non vedere che il loro destino è già scritto.
Il prescelto di Groomanor ebbe un attimo di panico. Si sentì mancare e pensò che non c’era speranza. Poi la mano calda di Karina avvolse la sua e sentì un nuovo calore. Si ricordò che le cose non sono mai quelle che sembrano e che qualcosa che egli potesse giudicare con l’occhio di un elfo, nemmeno lontanamente all’altezza di una certa situazione, invece era in grado di essere anche molto più grande, seppur per la durata di un respiro. E gli uomini di Raerem dovevano riuscire proprio in quell’impresa. Un respiro in mezzo a due giorni.
La sua mano calda mi ricordò che una donna, che non ha la vita di un elfo, mi aveva dato tanto più di quanto non fosse mai riuscita neppure la spada. Raerem e il suo popolo potevano farcela.
«Noi saremo con voi e vi garantisco che dimostrerete a tutti e soprattutto a voi stessi che non valete meno di nessun altro popolo». Eoghan concluse, e un leggero applauso, nato da due o tre persone, si trasformò presto in un’ovazione. In quel momento Karina abbracciò Eoghan e gli sussurrò all’orecchio un ringraziamento.
«Sei stato bravissimo. Grazie di tutto. Ora sbrighiamoci, non c’è tempo da perdere».
Tags: capocatena, discorso, elfo, Eoghan, fuga, guerra, ibraham, janira, karina, racconto, Raerem, romanzo, Saifel, tod rivas Pubblicato in Breve come un Respiro, Racconti | 3 Commenti »
3 maggio 2010 - 8:45 by immortal_bard
Rimasi sorpreso nel vedere quanto differenti gli uomini possano essere nel corso delle loro brevi vite. Ciascuno ha il suo carattere e nessuno assomiglia ad altri. Spesso trascorrono attimi in cui non assomigliano neppure a se stessi, tanto le condizioni esterne li influenzano. Forse è per la sopravvivenza, forse solo una corsa a ottenere il massimo da quel poco che hanno. Saifel aveva ragione, sono rimasto affascinato da questa razza. Rimasi immobile nascosto dietro un palazzo a osservare la scena, pronto a proteggere la donna che mi aveva trattenuto tra quelle mura, ma tranquillo vedendo che una così fragile creatura fosse capace di mantenere il controllo della situazione. Lasciai che gli ambasciatori con i loro soldati uscissero dal palazzo. Kareen, quel farabutto, uscì dalle mura. Non gli staccai gli occhi di dosso, finché non fu lontano dalla mia vista. Udì i rappresentanti di Hanturiam annunciare al popolo la nostra vittoria. Erano scossi, forse ancora poco preparati alla libertà, e sicuramente terrorizzati all’annuncio che per la loro sicurezza dovevano raccogliere le loro cose e mandare le donne e i bambini nei rifugi sotterranei alle miniere. Anche se non lo vidi con certezza, sentì che Karina stava tremando e le lacrime erano pronte a sgorgargli dagli occhi. Non ebbi la forza di muovermi, di andarle incontro. Ero rapito da quel caos mentre nascosto dietro la parete di pietra mi sentivo io stesso un macigno.
Con passo indeciso e lento, Eoghan uscì sul vicolo e cominciò a dirigersi verso la strada principale dove Karina, insieme a Mauricius e Graegor stavano istruendo il popolo di Raerem sul da farsi, di fronte agli sguardi confusi di Ibraham e Zarghen.
Quella poca forza che avevo trovato per muovermi svanì subito quando vidi il dito del furibondo Magnanimo puntato contro di me. Urlava e a stento riuscivo a capire cosa stesse dicendo, ma la situazione mi fu subito chiara.
«Tua! Tutta colpa tua e dell’altro elfo! Maledetti. Io proteggevo questa città, io davo loro da vivere, io ero il loro magnanimo difensore e voi avete rovinato tutto. Ora verranno qui e ci raderanno al suolo. Uccideranno tutti, non lasceranno respirare nessuno, non avranno pietà! Moriremo tutti»
Nessuno dovrebbe imporre la guerra ai propri soldati. Nessuno dovrebbe coinvolgere in una guerra chi non vuole combattere ma questo era ciò che era successo a Raerem, città senza soldati, ora alla mercé di pazzi conquistatori. Ed era colpa mia.
«Eoghan… Eoghan!» Karina scosse l’elfo.
«Non badare a ciò che dice. Stai bene?» La donna si rese conto che l’elfo era confuso, forse stordito dalla folla in confusione. Gente a destra e a manca raccoglieva sacchi di frutta, teli e otri d’acqua e correva come se si aspettasse la tempesta più distruttiva mai udita nella storia di tutte le terre di Kalhun. I bambini piangevano sebbene non ne conoscessero la motivazione, le donne emettevano urla acute e concitate. Sembrava quasi che Raerem fosse già sotto assedio.
«Eoghan, dobbiamo fare qualcosa. Graegor e Mauricius stanno lasciando la città e hanno dato l’annuncio ufficiale che fino al loro ritorno la città sarà governata da me. Ho bisogno del tuo aiuto e di quello di Saifel». Eoghan inspirò profondamente e posò i suoi occhi su quelli della donna.
«Andiamo a liberare Saifel. Si trova nelle prigioni».
Mentre ci recavamo alla cella, sentivo la sua mano stringere la mia, nella corsa più disperata che avessi mai fatto. Non avevo idea di cosa avessimo potuto fare per salvare quel popolo e il senso di colpa mi divorava il cuore. Forse per ragioni diverse entrambi, sia io che Karina, speravamo in Saifel e nel suo conforto, come se avesse sempre la soluzione pronta da tirare fuori dalla sua borsa legata alla cintura.
La porta delle prigioni era semiaperta. I due entrarono ma Eoghan fece un cenno a Karina di aspettare. Eoghan si ricordò delle parole dell’elfo e trovando un attimo di lucidità si avvicinò all’elfo che era seduto su una panca. Saifel sorrise al compagno e si alzò in piedi.
«Avevi pianificato tutto?»
«No. Forse non ci crederai ma l’avevano fatto i cittadini, gli ambasciatori, Karina e i soldati. Tutti sapevano cosa andava fatto, ma gli serviva qualcuno che gli facesse credere che fosse stato qualcun altro. Poi ho solo sperato e pregato che andasse così. E finora, grazie agli Dei, tutto è andato come doveva».
«Non ti credo». Eoghan sorrise a Saifel.
«Invece è vero», il bardo guardò Karina per un istante. «Beh forse ho avuto qualche piccolo suggerimento che mi è giunto dal vento, ma niente che non potessimo fare anche da soli».
Il guerriero rimase perplesso. Saifel gli lanciò uno sguardo d’intesa. «Un giorno ti racconterò delle brezze che ogni tanto puoi udire dal vento. La sua voce, Voce del Vento, sa molte cose riguardo al destino». Con quelle parole enigmatiche, Saifel anticipò Eoghan e con rapidi movimenti delle dita aprì la cella e uscì.
«Non c’è tempo da perdere, dobbiamo preparare la città». Karina incitò gli elfi.
«Prepararla?»
«Abbiamo portato la libertà… ma anche la guerra. Tra sette giorni». Saifel sembrò rimanere impietrito di fronte alla rivelazione di Eoghan, ma intuì che non doveva mostrarsi tale.
«Non è un problema. Risolveremo anche questa situazione». Il bardo sorrise e diede una pacca alla spalla di Eoghan, poi passo vicino a Karina e la abbracciò. La contessa percepì il calore del ringraziamento che l’elfo le trasmise.
«Le prove che avevi con te erano convincenti no?»
«Si», Karina rispose dopo qualche esitazione. Ripensò alla rosa. «Come… come avete fatto?»
Saifel si voltò verso Eoghan che attendeva i due per uscire, poi sorrise alla donna.
«Come dicevo prima noi abbiamo solo finto di essere la causa di ciò che il popolo già sapeva di voler fare. L’intuito di Eoghan e un po’ di inchiostro elfico hanno fatto il resto». L’elfo si avviò verso l’uscita. Eoghan sorrise a Karina che lo guardava incredula.
«Non era la rosa…»
Eoghan passò a fianco a Karina, la cinse con il braccio e la accompagnò fuori. «No. Non era quella rosa».
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20 aprile 2010 - 1:19 by immortal_bard
La neve scendeva lentamente, ondeggiando nell’aria. Erano trascorsi mesi dal loro arrivo a Raerem ma la neve non si era placata nemmeno con l’arrivo degli ambasciatori. I fiocchi sembravano essere delle lucciole silenziose, colpiti dai raggi della luna che appariva di tanto in tanto tra le nuvole. Gli occhi di Eoghan fuggirono per un solo istante verso di essa, poi tornarono fissi davanti a sé.
L’elfo non fermò la sua corsa. I suoi passi risuonavano secchi nella leggera bufera immersa nel bianco e nel nero di quella notte. Sarebbe stata una lunga notte. Il respiro era rapido e a tratti affannoso, le palpebre stentavano a stare aperte e a muoversi, colpite e congelate dalla neve. In fondo al lungo viale, al centro del cortile, la piccola torre di pietra si ergeva umida e fredda.
Il campanile del villaggio risuonò della fine del giorno. Erano gli ultimi rintocchi. Il tempo a sua disposizione stava per finire e allora sarebbe stato troppo tardi.
Macchiato di sangue innocente, Eoghan pensava tra sé proseguendo verso il suo obiettivo. Ho ucciso tanti guerrieri, reciso tante vite, e mai mi ero posto questo problema. Ho sempre combattuto con lo spirito degli elfi ma ora è diverso. Tra i fiocchi di neve e le gocce gelate, si confuse una lacrima che gli solcò il viso. L’inconveniente del guardiano ai cancelli lo aveva trattenuto, più nella successiva riflessione che nell’atto stesso di superare l’ostacolo. Infine era giunta la neve che aveva reso più difficile il suo cammino.
La corsa forsennata di Eoghan non si fermò neppure davanti alle pietre gelate. Sebbene gli stivali lo proteggessero dall’acqua, non erano adatti a camminare sul ghiaccio. L’elfo scivolò. Sentì un dolore fortissimo alla spalla quando raggiunse il suolo. Aveva tenuto il braccio aderente al fianco in modo da non schiacciare la sacca che aveva alla cintura. I fiocchi gelati lo ricoprirono per un istante. Si alzò in piedi. Aprì la sacca e guardò dentro. Il contenuto era salvo. Riprese a correre più cautamente.
Eoghan giunse vicino alla torre. Davanti al portone due uomini vigilavano sulla porta, avvolti in pesanti mantelli impermeabili. L’elfo si nascose tra gli alberi del viale. Aggirò la torre lentamente cercando di non farsi sentire. Raggiunse il retro. Guardò i mattoni. Se non fossero stati ghiacciati e non ci fosse stata la neve sarebbe stata una scalata più agevole, ma doveva tentare e soprattutto doveva farlo presto. Controllò ancora una volta che il sacco fosse saldamente legato al suo fianco, quindi con pochi balzi, scattando, superò il viale e appoggiò le spalle contro la parete della torre. Si voltò immediatamente e infilò le dita dove trovava appiglio. Puntò i piedi e cominciò a salire.
Devo riuscirci, l’elfo strinse i denti sentendo il dolore che il freddo e la pietra provocavano alle sue dita. Guardò giù per un istante e per poco quella distrazione non gli fu fatale. Era già giunto a metà della scalata e la mano gli scivolò. Rimase appeso con una sola mano e tentò di appoggiarsi coi piedi alle prime sporgenze che riuscì a trovare. Quando riuscì a ristabilirsi, controllò la cintura. Il sacco era ancora al suo posto ma dal fodero mancava il pugnale. Osservò nuovamente giù. Vide la sua piccola arma poggiata sulla neve. Non c’è tempo, pensò. «Dannazione».
«Eccolo! Lassù, sulla torre». L’urlo di uno degli inseguitori echeggiò nel silenzio della notte. Repentinamente, come dal nulla, gli schiamazzi e il rumore dei passi di quattro uomini svegliò chi abitava nei paraggi della torre. Varie candele si accesero e alcune finestre si spalancarono lasciando spazio ai curiosi.
Eoghan accelerò la sua scalata, cominciò a pensare che non ce l’avrebbe fatta. Due uomini tirarono fuori degli archi da caccia. La neve rendeva loro difficile prendere la mira e inoltre non erano abilissimi arcieri. Le frecce scoccate dal basso passarono relativamente lontane da Eoghan che non arrestò la sua fuga. Mancavano meno di due metri alla finestra. Le frecce dei due uomini si avvicinavano sempre di più. Una si piantò sul fondo della sacca. Eoghan si fermò un istante, allungò il braccio destro e portò la sacca vicino al petto. Guardò in basso e vide che due uomini erano andati a fare il giro per salire dalle scale, mentre gli altri due stavano estraendo le altre faretre dagli zaini. Addentò la sacca e ricominciò la scalata. Le frecce ricominciarono a minacciarlo. Arrivò alla finestra.
Sbarre? Eoghan rimase atterrito nel vedere che in un giorno era cambiato un particolare importantissimo. Non poteva più entrare dalla finestra e si trovava a dieci metri di altezza e senza alcun attrezzo per poterla scassinare.
Guardò verso la stanza in cerca di una soluzione. Sentì il cuore battergli forte nel petto, sia per la paura ma anche per la vista del letto della donna che il cuore glielo aveva rubato. Deglutì. Aiutandosi con la bocca, infilò la mano nella sacca e tirò fuori una rosa grande e dai petali neri. La afferrò delicatamente dal gambo, introdusse il braccio nella stanza e con precisione la lanciò verso il cuscino. Le sue spine si piantarono tra le lenzuola. Qualche petalo ondeggiò, come la neve, sul pavimento. Eoghan sorrise fissando per un istante il letto con la rosa sopra. Il sorriso fu spezzato dal dolore. Una freccia lo aveva ferito alla gamba. Non era grave ma la punta gelida di metallo lo riportò alla realtà. La porta della stanza si aprì. I due uomini armati di randello si guardarono attorno per un attimo, poi rivolsero gli occhi alla finestra e incrociarono il volto dell’elfo.
Eoghan guardò prima gli uomini dentro la stanza, poi quelli ai piedi della torre. Si udirono i rintocchi del primo quarto d’ora della nuova giornata. «E giunta l’ora» disse l’elfo, quindi si lasciò cadere nel vuoto.
Tags: elfo, Eoghan, fuga, karina, neve, racconto, romanzo, Saifel, soldati Pubblicato in Breve come un Respiro, Racconti | 3 Commenti »
13 aprile 2010 - 1:16 by immortal_bard
Non è me che devi salvare. Le parole del bardo avevano lasciato più che un segno nella mente di Eoghan. Si chiedeva cosa il bardo gli avesse voluto dire perché sapeva che ogni parola che pronunciava aveva sempre un senso o uno scopo. A mente fredda ripensò a tutto ciò che era successo. Era seduto sotto delle travi poste vicino alla miniera, nascosto dalla vista di chiunque e al riparo, per quanto fosse possibile, dalla neve. Una parte di lui gli diceva che era stupido e inutile restare lì. Doveva fuggire perché non c’era niente da fare e non c’era il tempo di convincere l’altro elfo a fare lo stesso. L’altra parte gli ricordava che fuggire sarebbe quasi stato come venire meno al giuramento di Groomanor, ma non era quello il peso peggiore. Abbandonare un amico, e soprattutto abbandonare Karina erano qualcosa che lo stava spingendo a resistere alle intemperie e a prepararsi per il compito che Saifel gli aveva assegnato, sebbene non sapesse neppure di preciso cosa dovesse fare. Ai fianchi aveva di nuovo la sua cintura alla quale aveva legato il suo pugnale, il Forte, e il flauto e la spada di Saifel. Nel pugno stringeva il sacchetto che era legato alla cintura del bardo, chiuso come gli aveva detto. Il contenuto era occultato da panno morbido che lo avvolgeva e non permetteva di capire cosa ci fosse all’interno. Nel buio della notte, più Eoghan cercava di capire cosa dovesse fare, meno riusciva a raccapezzarsi. Sarebbe dovuto andare a recuperare la piccola, seppellita chissà dove sotto una coltre di neve. Se era fortunato forse l’avrebbe ritrovata, ma più probabilmente, pensò, qualcuno sarebbe passato di lì e l’avrebbe presa e portata via, magari venduta a qualche mercato. E poi cos’era tutto ciò che ti serve. Eoghan rimase inquieto fino al levar del sole. Avrebbe dovuto nascondersi per qualche giorno e allo stesso tempo avrebbe dovuto contattare Karina.
La notte seguente, Eoghan giunse di nascosto al tempio. Si assicurò che non ci fosse nessuno, poi sperò di incontrare la donna. C’era solo padre Marion. L’elfo entrò circospetto, mantenendo il cappuccio fino alla fine. Il sacerdote lo riconobbe quasi subito.
«Ragazzo, Karina sperava che ti facessi vivo. Ho un messaggio per te», esordì il chierico.
«Anche io ne devo lasciare uno a Karina, pensa di poterlo consegnare?»
Padre Marion annuì lentamente. Eoghan non si era mai fidato degli uomini di religione, tranne di coloro che seguivano alla lettera i dogmi degli elfi e in particolare di Groomanor, tuttavia quel vecchio dalla barba bianca gli infondeva sicurezza.
«Dimmi pure figliolo»
«Deve riferirle che Saifel le raccomanda di stare tranquilla e di prepararsi», Eoghan parlò senza indugi.
«Prepararsi per cosa?»
«Non lo so». Eoghan abbassò lo sguardo e padre Marion gli sollevò il capo toccandogli il mento.
«Quella donna ti ama». Eoghan si illuminò ma cercò di nasconderlo immediatamente.
«Ha detto questo?»
«No, ma non è difficile intuirlo. E noto anche che il sentimento è ricambiato». Padre Rafale assunse uno sguardo paterno e, seppure un uomo potesse vivere neppure un decimo della vita di un uomo, in quel momento Eoghan credette di vedere il più saggio tra gli elfi.
«Non potremo mai essere felici insieme», disse l’elfo quasi sfogandosi.
«La felicità è vivere l’eterno in pochi istanti, e fare di quegli istanti il miglior uso che ci è concesso dagli Dei. Non è il tempo, la razza o il mondo che ti renderanno felice, ma sarai tu e lei e niente di più». Il sorriso sulle labbra del sacerdote si fece sincero. Eoghan rimase in silenzio.
«Karina mi ha lasciato un messaggio per te. Mi ha detto di andare via perché con certezza assoluta verrete condannati a morte. Quella donna ci tiene a te e preferisce perderti ma salvarti piuttosto che vederti morire». Padre Marion Rafale si lasciò sfuggire un sospiro di preoccupazione.
«Non è fuggendo che mi salverò», Eoghan sembrò ripensare alle parole del bardo, rivedendole sotto una luce diversa, e si diresse di corsa verso l’uscita. «Le riferisca il messaggio, è importante».
***
Il giorno prima del giudizio era arrivato. Eoghan era riuscito a nascondersi agli occhi dei soldati che non avevano mai smesso di cercarlo ovunque. Erano tutti convinti che non sarebbe andato lontano, alcuni, tra cui Zarghen, sosteneva che l’elfo non sarebbe andato via senza il suo compagno. Le condizioni del tempo non avevano permesso molte ronde al di fuori della città, ma allo stesso modo avevano rassicurato Ibraham sul fatto che, anche volendo, il fuggitivo non era andato più in là di dove lo avrebbero trovato morto all’avvento della primavera.
L’elfo non aveva più visto né parlato con Saifel o con Karina per limitare le possibilità di essere scoperto. Aveva approfittato del cibo avanzato in locanda e gettato fuori nella spazzatura per non essere debole nel momento del bisogno e aveva bevuto le scorte d’acqua raccolte furtivamente al pozzo la notte.
Eoghan studiò il percorso. Saifel gli aveva raccomandato di non fare deviazioni, per cui doveva valutare ogni possibile ostacolo. Arrivata la sera sarebbe dovuto uscire e la via più breve erano i cancelli, ormai sempre chiusi. Erano l’unica via che si dirigeva verso il luogo dove lui e Saifel erano caduti prima di arrivare a Raerem e dove aveva perso la spada, ed era anche il cancello che legava l’esterno della città con il palazzo di Ibraham e proprio con la torre dove si trovava la stanza Karina. Osservò la finestra e inspirò profondamente. Sentì la tensione crescergli dentro e sentì un senso di paura che non aveva mai provato. Era il timore di fallire.
Il sole cominciò a nascondersi tra le montagne. Eoghan aveva calcolato il momento in cui sarebbe dovuto partire cercando di ricordare quanto tempo era trascorso quando erano stati catturati. Sarebbe partito appena avesse avuto il favore del buio completo.
Le stelle in cielo brillavano ma delle nuvole minacciose si avvicinavano rapidamente. L’elfo si avvicinò ai cancelli chiusi cercando di non destare sospetti. Si nascose e attese che rimanesse un solo soldato mentre gli altri due si allontanavano per avere il cambio. Fortunatamente per lui a Raerem c’erano pochi soldati e poco addestrati. Secondo Karina era opera di Ibraham per rendere militarmente inoffensiva la città. Quando si rese conto che era il momento giusto, scattò verso il cancello e colpì alla nuca il soldato che perse conoscenza. Scavalcò l’inferriata e uscì dall’altra parte. Un brivido gli corse lungo la schiena quando appena fuori dalle mura vide un altro soldato che incrociò atterrito il suo sguardo.
«L’elfo» urlò istintivamente l’uomo, rendendosi conto di essere solo. Non ebbe neppure il tempo di estrarre la spada che Eoghan tirò fuori il suo pugnale, rotolò verso di lui e con un calcio gli fece volare l’arma, mentre con il pugnale gli aprì uno squarcio sulla gamba.
Il soldato cadde a terra ed Eoghan, nella foga dello scontro si era già lanciato per finire il nemico. Ebbe un momento di esitazione e si fermò con il pugnale proteso verso la gola dell’inerme uomo.
«Ho moglie e due figlie, ti prego» lo implorò mentre il sangue gli sgorgava copioso dalla gamba.
Che sto facendo? Eoghan sentì un senso di colpa crescergli dentro e delle lacrime sgorgargli quasi senza controllo. Si alzò in piedi e cominciò ad allontanarsi. Dapprima piano, poi con passo sempre più veloce. Le urla di dolore del soldato divennero più acute di qualsiasi campana di allarme. L’elfo si rese conto di avere appena avuto la prima deviazione.
La corsa del guerriero era lenta. Non riusciva a non pensare a ciò che aveva fatto. La ferita alla gamba avrebbe fatto morire quel soldato lentamente se non fosse stato soccorso. Quel pensiero lo tormentò finché non raggiunse il luogo dove doveva cercare la spada. Una confusione di pensieri, tra ciò che gli aveva detto Saifel, il timore che succedesse qualcosa a Karina, l’uomo che aveva abbandonato moribondo davanti al cancello, assalì Eoghan che proseguì meccanicamente nel suo compito.
Scavò nella neve con le mani e improvvisamente sentì un dolore al polso. Scostò la neve e si rese conto di essersi punto con le spine di un arbusto i cui fiori sfidavano l’inverno e anticipavano la vera primavera. In quello stesso istante la sua mano destra afferrò l’elsa della spada. Sentì come realizzarsi le parole dell’elfo, sebbene non ne comprendesse completamente il motivo. Decise di aprire il sacchetto di Saifel e osservò dentro. Rimase spiazzato per un istante, poi alzò lo sguardo e sembrò illuminarsi. Aveva finalmente capito di avere tutto ciò che gli serviva tranne una cosa: il tempo.
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6 aprile 2010 - 7:13 by immortal_bard
Eoghan si nascose tra i vicoli, temendo che lo arrestassero come complice. Non era codardia, era strategia. In quella situazione avrebbe potuto fare poco altro e se avessero arrestato anche lui non avrebbero avuto altre possibilità. Sentì l’adrenalina salirgli in corpo come se fosse in mezzo alla battaglia. Attese allerta. Udì le guardie farsi largo tra il pubblico, le donne di Janira urlare in preda al panico e la gente mormorare. Si affacciò leggermente e vide Saifel, ancora immobile, quasi incredulo, che attendeva senza opporre resistenza che i soldati lo mettessero in catene. Il guerriero di Groomanor tornò a nascondersi e attese che il fracasso finisse.
Era scesa la sera ed Eoghan camminava nascosto all’ombra del cappuccio tra i pochi fiocchi di neve che avevano ripreso a coprire lievemente la strada. La sua attenzione fu attirata da un messaggero del palazzo reale che stava già affiggendo gli annunci che rivelavano ciò che già si aspettava. Anche lui era ricercato per essere complice del bardo nella sovversione del popolo e congiura contro il signore di Raerem. C’era indicata anche la data del giudizio dell’elfo che corrispondeva con l’ultimo giorno in cui gli ambasciatori sarebbero stati a Raerem e con la firma del rinnovo del patto di non belligeranza.
L’elfo si voltò e riprese a camminare in direzione delle prigioni. Si fermò a una distanza sufficiente da non essere notato dalle guardie e studiò la situazione. Normalmente non c’era particolare attenzione e le celle erano vuote, ma quella sera la porta era sorvegliata da tre soldati. Eoghan intuì che sarebbe stato necessario un diversivo per poter parlare con Saifel. Con passo sempre più veloce, ma mai troppo da destare sospetti, Eoghan corse in locanda. Janira e le sue donne erano state ritenute innocenti e sperava di trovarne almeno una. La fortuna lo accompagnò. Eoghan si avvicinò all’oste e chiese delle ragazze ed egli rispose che Janira era nella solita stanza. L’elfo si fiondò alla porta e bussò energicamente.
«Janira», la voce fu un sussurro in confronto ai colpi di pugno. La donna arrivò alla porta e la aprì mantenendo legata alla parete la piccola catena che bloccava la porta. Aveva gli occhi sporchi di trucco ed evidenti segni di pianto. Era spaventata e al tempo stesso preoccupata.
«Eoghan… il Magnanimo ti sta facendo cercare per tutta la città… dovresti scappare non restare qui». La donna rispose sorpresa, slacciò la catena e lo fece entrare, poi richiuse la porta dietro di sé.
«Come sta Saifel? Hai notizie? Non lo uccideranno vero?»
L’elfo cercò di calmare la donna ma con scarsi risultati. Le poggiò le mani sulle spalle e non le disse nulla. La donna scoppiò in lacrime e singhiozzò sul petto del guerriero. Eoghan rimase anche un po’ imbarazzato nel volerla interrompere e spiegarle che aveva bisogno del suo aiuto. La scosse e la allontanò leggermente da lui.
«Ho bisogno che tu faccia qualcosa…»
***
Eoghan si affacciò dal vicolo osservando le segrete. I soldati avevano ricevuto il cambio. Rimase ad attendere per un po’, incrociando le dita e sperando che il piano funzionasse. Non appena udì passi veloci avvicinarsi si nascose e protese l’orecchio. Uno dei soldati che aveva finito il turno era tornato di corsa dalla locanda dove erano soliti passare e lasciava echeggiare delle risate eccitate. Un leggero sorriso si allargò sulle labbra di Eoghan, uomini, pensò con leggero ma innegabile disprezzo. Quando si affacciò non c’era più nessuno di guardia davanti alla porta delle prigioni. Sapeva che nessuno di loro avrebbe rinunciato a vedere uno spogliarello di una donna bella e avvenente come Janira.
Il prescelto di Groomanor si avvicinò furtivamente alla porta. I suoi passi sembrarono scivolare sulla neve come un serpente nel sottobosco. Si assicurò che nessuno lo osservasse, quindi entrò nelle prigioni e richiuse la porta dietro di lui. Corse alla cella di Saifel e abbassò il cappuccio.
«Devo farti uscire di qui, abbiamo poco tempo». Eoghan spronò Saifel che rimase seduto in silenzio. «Forza sbrigati», insistette.
«Se volessi uscire di qui non avrei bisogno del tuo aiuto. Questa cella non è nemmeno lontanamente paragonabile a quelle dove sono abituato a stare». La voce di Saifel sembrò tranquilla.
Eoghan rallentò repentinamente i suoi movimenti e guardò attonito verso l’altro elfo.
«Che cosa fai? Sei forse impazzito? Dobbiamo andare via da qui, è finita. La neve ormai non fermerà il nostro passo, possiamo scappare e nessuno ci troverà. Torneremo alle terre degli elfi», Eoghan riprese a scuotere le sbarre.
«Non esiste terra degli elfi dove saremmo liberi dal fardello di cui ci siamo fatti carico. E se uscissi da qui tutto quello che ho fatto finora sarebbe vano. Invece tu devi portare a termine ciò che abbiamo cominciato, ma senza di me». Eoghan rimase immobile e in silenzio.
«Devi fare in modo che Karina porti le prove, che sia anche dopo la mia morte, perché per le leggi a cui Ibraham si appellerà sarà quella la mia sentenza». Saifel si avvicinò alle sbarre. «Devi fare esattamente ciò che ti dico».
«Dimmi almeno cosa hai in mente». Alla fine il guerriero cedette alle parole del bardo.
«No»
«Perché? Forse non ti fidi? Devi fidarti se vuoi che ti salvi». Eoghan lo incitò, ma Saifel rimase impassibile.
«Non è me che devi salvare».
Seguirono alcuni istanti di silenzio. Eoghan sapeva che lo spettacolo non sarebbe durato in eterno e che il tempo stava per finire, quindi si limitò ad annuire all’altro elfo e lo invitò a parlare.
«Proteggi Karina, dille di stare tranquilla e di prepararsi, la notte prima della mia condanna corri a recuperare la tua arma e porta con te la mia sacca, quella che ci hanno tolto quando siamo stati arrestati la prima volta ed aprila solo quando avrai ripreso la tua lama. Non fare deviazioni. Quando avrai tutto ciò che ti serve corri alla torre di Karina e al primo quarto d’ora del nuovo giorno, abbi fede e lasciati cadere». Saifel parlò spedito, come se sapesse che il tempo a loro disposzione stesse finendo, quindi indicò un baule in fondo al corridoio. «Aprilo. Dentro troverai quello che ci è stato tolto. Prendi tutto e sbrigati a uscire da qui».
Eoghan, incredulo, fece come gli aveva detto il bardo e uscì dalle prigioni, correndo dietro il vicolo e sentendo le voci soddisfatte dei soldati ritornare dalla locanda. Uno di loro sbeffeggiava apertamente Ibraham, lamentandosi allo stesso tempo di essere costretto a fare la guardia sotto la neve. Un altro diede una rapida occhiata e confermò agli altri soldati che dentro la prigione era tutto al suo posto. Il guerriero si domandò come avesse fatto il bardo a progettare tutto così dettagliatamente. Che abbia previsto che Karina non ce l’avrebbe fatta? Ma come poteva sapere dei soldati che stavano per arrivare? Non è possibile ma…
Ogni tanto abbiamo degli aiuti che, nella nostra inconsapevolezza, ci indicano a via giusta e ci danno qualche suggerimento, pensò Saifel come se avesse carpito la domanda del guerriero. L’elfo si avvicinò alla finestra della cella e guardò il cielo stellato e attese nuovamente il crepuscolo, e tornò ad ascoltare il vento che gli aveva portato la conoscenza.
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22 marzo 2010 - 8:07 by immortal_bard
Vi racconterò la storia di un popolo di grande gloria, caduto poi in rovina, costretto in povertà e rinchiuso in una prigionia cieca, piena di oppio e fiori di carta. Vi racconterò la loro riscossa, la loro vittoria, e come il sovrano del loro regno ebbe il coraggio di prendersi ciò che era suo.
Tra le note pizzicate sul liuto, Saifel iniziò lo spettacolo. Janira e le sue compagne cominciarono con passi lenti a inscenare una danza che accompagnava con fascino le parole del bardo. Non di Ibraham stava parlando, ma del vero sovrano di Raerem: il popolo stesso.
L’elfo sorrise mentre citava la vittoria, quella che sentiva che avrebbe raggiunto con tutto il suo pubblico al termine dello spettacolo. Fece una pausa, fissò in fondo alla strada, da dove sarebbe arrivata Karina, poi lasciò che i suoi occhi ammirassero come quasi tutto il popolo si fosse riunito per le vie e le grandi feste che venivano organizzate ogni volta in occasione delle visite degli ambasciatori dei due regni vicini, Hanturiam e Leerat. Sembrava che quel patto fosse l’unica ragione di vita per tutti gli abitanti di Raerem.
A sovrastare la folla era stata montata un’impalcatura che ospitava le lussuose poltrone su cui sedevano Ibraham, gli ambasciatori e i loro generali. Saifel scambiò un’occhiata con il Magnanimo, sorridendogli come se volesse ottenere la sua approvazione, e così fu. L’elfo rimase un po’ perplesso nel vedere che tra le guardie del corpo di Ibraham non ci fosse il suo braccio destro, Zarghen.
Il bardo abbassò dunque lo sguardo, prolungando la pausa e creando una silenziosa attesa, quindi d’improvviso intonò un’incalzante melodia, rappresentazione di un tetro scontro, una tempesta e una caotica lotta. Le danzatrici sembrarono fluttuare turbate su tutto il palco, mescolando movimenti aggraziati a rotti e repentini singhiozzi. La musica si spanse su tutta la piazza e permeò i vicoli, tanto che chi non si era ancora avvicinato al palco si voltò incuriosito. D’improvviso tutto si quietò, come se la furia fosse finita. Una dolce e fievole melodia cominciò ad accompagnare movimenti lenti e visi disperati delle donne. Janira si accasciò ai piedi dell’elfo.
La vita di un popolo è come un fiore, nasce da una pianta e ha un colore, o forse mille, ha un profumo, forte o debole, ma si spande e si mostra al mondo in tutto il suo splendore, cercando il suo raggio di sole. Alcuni fiori hanno più vita di altri, alcuni invece vengono troncati. Ma il fiore è solo una manifestazione di una vera e solida realtà, che è la pianta stessa. Così questo popolo è rimasto, seppur il suo splendore sia stato abusato, distrutto e cancellato dalla brama e dal potere di un oppressore.
Ibraham sembrava voler sentire ciò che più desiderava, un tributo alla sua salita al trono. Ogni anno di fronte agli ambasciatori c’era qualcuno che gli rendeva immeritatamente gloria e, a suo parere, quest’anno non avrebbe fatto eccezione, anzi, lo spettacolo sarebbe stato la migliore adulazione di tutti gli anni.
La rosa, forse il più bello dei fiori, a volte assume colori e significati strani. Perché tanti fiori nelle mie parole, vi starete chiedendo. Non per vanità, ma perché la via parallela del popolo in rovina è come una rosa coperta di nera fuliggine. Crede di sovrastare la bellezza degli altri popoli e di vivere tranquilla sulla cima del rovo, quando invece è solo il diletto di un tiranno.
Qualcuno tra il pubblico, sebbene fosse solo l’inizio dello spettacolo, cominciò a mormorare. Tra gli spettatori c’era uno il cui sorriso si iniziò ad allargare all’ultima metafora del bardo. Era Kurt dei metalli, che di nascosto aveva raggiunto il palco e si era messo ad ascoltare. E non era l’unico a fare qualcosa di nascosto.
***
Con la mano bianca si sfiorava il viso, distendendo quel velo di cipria che avrebbe addolcito il rossore dovuto alle irritazioni provocate dal freddo. I suoi occhi neri sembravano invadere lo specchio. Karina era vestita a festa, come se dovesse incontrare l’imperatore degli imperatori. Le labbra le tremavano, e sussurrava in continuazione ciò che avrebbe detto. Agganciò la chiusura degli orecchini, quindi inspirò profondamente, aprì un cassetto e vi guardò al suo interno. Era vuoto. Infilò la mano e tastò il suo interno, come se volesse verificare qualcosa. Un leggero sorriso di sollievo le si allargò sulle guance, quando toccò ciò che cercava.
La contessa si avvicinò alla finestra. Osservò la torre dell’orologio. Era ancora molto presto. Si chiese come stesse andando lo spettacolo. Sarebbe stata molto curiosa di vederlo, ma non poteva stare lì tutto quel tempo, sarebbe stato troppo pericoloso. Qualcuno si sarebbe insospettito nel vedere un servo abbandonare il palazzo, oppure la donna andare via prima che lo spettacolo fosse finito. Non dovevano esserci inconvenienti e Saifel e Karina avevano cercato di prevedere tutto.
***
Le parole del bardo volarono come frecce verso il pubblico. Persino Makrausen e Graegor cominciarono a capire che c’era qualcosa di molto strano in nel racconto, tuttavia la musica e le danze lo rendevano particolarmente affascinante. Sembrava quasi che dei messaggi fossero come diretti a delle menti dormienti in attesa di essere risvegliate. Ibraham era l’unico che si stava beatamente godendo lo spettacolo, leggendo nelle parole dell’elfo solo quello che desiderava sentire.
Tra i popolani, alcuni più svegli erano già ammutoliti in riflessione. Osservavano le loro mani, la terra dove avevano lavorato e vissuto e da cui avevano avuto così poco. Altri di tanto in tanto si voltavano verso Ibraham con sguardo non più di sottomissione ma di sfida, a volte di odio.
Saifel non stava istigando né aizzando, stava solo risvegliando sentimenti, emozioni e conoscenze che la gente aveva lasciato dormire o aveva represso perché il suo animo potesse pensare, almeno in superficie, che tutto andava bene. In fondo, il Magnanimo dice che va tutto bene, non c’è guerra e io ho di che mangiare, era il pensiero di molti prima della festa del patto di non belligeranza.
«E le sue parole colpirono come il martello sull’incudine: “non c’è peggior schiavo di chi crede di essere libero quando non lo è”. Le parole dello straniero scossero il popolo». Saifel proseguì. Aveva raccontato ogni dettaglio della storia di Raerem a lui conosciuti, opportunamente mascherato da popolo di una terra leggendaria. Aveva delineato tutti i personaggi e i ruoli. Tutto era pronto. Era quasi giunto il momento di terminare lo spettacolo per cui iniziò il suo monologo in crescendo.
«So bene che tutti voi vi aspettate un finale. Glorioso, in cui il popolo si alza in piedi e vince con le sue forze. Ma io non ve lo racconterò. Non dirò una sola parola su ciò che accadde dopo, perché se quello che vi ho detto finora è storia, il finale è invece tutto da scrivere. Ed è il destino di tutti voi… il mio e quello di chiunque si trovi in questa piazza». Quando Saifel fermò danze e musica e cominciò a parlare direttamente al popolo, anche Ibraham sembrò svegliarsi dal suo sogno. Cominciò a capire che non era una semplice storia. Un rossore gli riempì il volto e sentì il calore del sangue riempirgli le vene. Cominciò a tremare, sia per rabbia che per paura. Rimase con gli occhi fissi sull’elfo, immobile senza essere capace di reagire. I due ambasciatori e i generali rimasero impietriti, anche loro incapaci di reagire, chi per un motivo, chi per altro.
«Voi siete schiavi e oggi, esattamente in questo giorno, potete decidere di essere liberi. Credete di lavorare per voi ma in realtà non siete altro che formiche che mettono da parte il loro cibo non per se stesse, ma per un sovrano che ne approfitta per alimentare la guerra, la distruzione a solo vantaggio delle sue ricchezze. Un tiranno che si sta preparando ad abbandonarvi in mano a qualcuno che vi porterà a una rovina ancora più grande. Vi venderà al migliore offerente in cambio di più ricchezza e più potere. Vi offrirà come schiavi, perché è questo ciò che siete per lui. Perché la vostra schiavitù è dettata dalle ingannevoli parole e lusinghe di colui che chiamate il Magnanimo».
Alle ultime parole dell’elfo il pubblicò scoppiò in un turbinio di voci. Ibraham gridò per zittirli ma soltanto alcuni si quietarono. Saifel sorrise e finalmente alzò lo sguardo verso Ibraham. Si voltò verso l’orologio e capì che era ora. Il bardo si rivolse ancora al popolo e concluse il suo spettacolo.
«Non sarò io a chiudere questo spettacolo, ma davanti agli ambasciatori di Hanturiam e Leerat, i nostri due regni nemici tra loro, ma alleati a noi, vi darò le prove di ciò che dico». Saifel si voltò verso la scala e attese che tutto si concludesse come pianificato.
***
Era giunta l’ora. Karina si avviò verso la porta. Iamal sarebbe dovuto arrivare a momenti con la rosa nera. Era in ritardo. La donna pregò gli Dei che non fosse accaduto nulla. Il destino di Saifel e di tutta Raerem erano nelle sue mani. Si avvicinò alla porta. Il tempo scorreva e la tensione saliva.
Due colpi alla porta. La donna sobbalzò, il cuore cominciò a batterle all’impazzata ma sospirò di sollievo. Anche se con un attimo di ritardo sarebbe potuta arrivare allo spettacolo esattamente quando era necessario. Aprì la porta di fretta come se volesse far nascondere Iamal, ma nessuno entrò.
«Entra», lo incitò.
«Buongiorno, mia signora».
Karina rimase impietrita. La voce non era quella di Iamal. La porta si aprì lentamente spinta da Zarghen che si ergeva in piedi di fronte a lei, tremante. Dietro Zarghen, Iamal aveva lo sguardo basso, misto tra dispiacere e odio. Un accenno di lacrima gli scendeva sulla guancia e con le mani stringeva il cappello quasi a strapparlo in due pezzi. Il generale delle guardie di Raerem fece un passo dentro la stanza.
«Credo che tu abbia qualcosa da spiegarmi, contessa di Leerat». Zarghen sorrise e si fermò davanti a lei. «Posso accomodarmi?»
Karina rimase immobile e guardò Iamal. Il servo non ebbe il coraggio di incrociare il suo sguardo. «Ho dovuto, l’ho fatto per te», disse soltanto prima di fuggire via lungo i corridoi. Il generale chiuse la porta e accompagnò Karina verso la poltrona, spingendola dal braccio, poi si sedette ai piedi del letto di fronte a lei, quindi assunse un tono serio.
«Adesso parliamo».
***
Il sorriso di Saifel scemò piano, tramutandosi in un’espressione attonita e stupita. Karina non c’era e senza di lei nessuna prova. Uno spettacolo preparato alla perfezione si era trasformato in un sol colpo in un’accusa mossa da uno straniero arrivato da pochi mesi.
Ibraham guardò prima Makrausen, poi Graegor, infine il popolo che comunque, prove o non prove, era in subbuglio. Si spostò sul ciglio del suo piano rialzato e alzò la voce.
«Sono solo menzogne! Io vi do tutto ciò di cui avete bisogno, e di fronte agli ambasciatori giuro che farò come ho sempre fatto, sempre e solo il vostro bene. L’elfo è solo un pazzo che muove accuse infondate». Nel popolo alcuni rimasero ad ascoltare il Magnanimo, più di quanti Saifel si immaginasse, altri invece continuarono a mormorare.
«Arrestatelo per oltraggio al reame».
Ibraham si voltò facendo roteare il mantello, quindi si avvicinò verso Graegor e gli parlò con un tono di chi vuole scusarsi ma rimanere autorevole.
«Non solo il tuo suddito ha violato il patto di non belligeranza portando la guerra nelle mie terre, ma si è anche permesso di oltraggiare me, il mio regno e il mio popolo, chiamandoli schiavi. Esigo che il tuo giudizio sia quello che venga giustiziato, qui ma con la sentenza del regno di Hanturiam».
Graegor rimase con lo sguardo fisso sull’elfo, poi si voltò verso Ibraham e gli sorrise.
«Vedremo di risolvere la questione».
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16 marzo 2010 - 0:28 by immortal_bard
La quantità di neve si era ormai ridotta al punto da permettere a carri e carrozze di passare sui sentieri. Il paesaggio restava comunque tutto bianco. Il cielo inoltre sembrava voler minacciare di rendere ancora una volta le strade impraticabili. Tuttavia durante il mattino solo poche gocce di pioggia colpirono il tetto della carrozza.
«Pensi che arriveremo in orario?»
«Credo di si, ambasciatore Makrausen»
«Kareen, ci conosciamo da molto tempo, puoi anche smetterla di chiamarmi così». L’ambasciatore del regno di Leerat accennò una risata e assunse uno sguardo amichevole, distaccandolo dal finestrino attraverso cui guardava il paesaggio scorrergli accanto.
«Cerco solo di calarmi nella parte. Non è bene che di fronte agli ambasciatori del nemico si perda l’aria marziale della carica che ricopro. La tregua durerà fino alla fine di questa visita, forse poco più, e non voglio che al mio ritorno il nemico mi tema di meno». Il generale Kareen assecondò il sorriso amichevole di Makrausen.
«Sono più che sicuro che la gente ti tema anche al solo guardarti. Non hai bisogno di fare l’attore per ottenere la riverenza che tanto ti fa sentire fiero e glorioso». Un pizzico di ironia sfiorò la lingua dell’ambasciatore mentre con due dita assottigliava i baffi grigi.
«Non sono la riverenza e il timore che mi faranno fiero e glorioso»
«Che vuoi dire?»
«Solo che penso che dopo questo incontro avremo più di quanto speriamo». Kareen volse lo sguardo verso l’esterno e divenne pensieroso.
«C’è qualcosa che devo sapere?»
«No»
«E allora perché tanto mistero?»
«Sono solo sensazioni. Nessun mistero. In questi giorni faremo tutto ciò che siamo venuti a fare. Rinnoveremo il patto con Raerem, saluteremo lord Ibraham e i suoi servitori, banchetteremo allo stesso tavolo con il nemico, contratteremo per le armi e le informazioni sulle rotte dei rifornimenti del nemico e torneremo a casa. Come sempre». Kareen elencò i particolari con una naturalezza disarmante. Makrausen non amava parlare delle contrattazioni fatte alle spalle del patto di non belligeranza, e addirittura si sentiva anche abbastanza meschino a essere colui che doveva portarle avanti. In quel momento di disagio non notò il sorriso che si era allargato sulle labbra del generale dell’esercito di Leerat.
***
Il percorso che legava Hanturiam a Raerem non era comodo neppure durante l’estate, tuttavia la visita dell’ambasciatore era un obbligo che consentiva al suo regno di non cedere un posto strategico al nemico nella lunga guerra con il regno di Leerat.
«Sei preoccupato?»
«Solo un po’ in ansia. Mi piacerebbe che questa dannata guerra finisse». Graegor, l’ambasciatore del regno di Hanturiam, sospirò e appoggiò la schiena sul cuscino, lasciando che l’ondeggiare della carrozza lo trascinasse.
«E da quando hai questi pensieri pacifisti?»
«Da quando ogni anno mi tocca andare a Raerem. Tu non hai neppure idea di quanti anni di vita io abbia perso per affrontare questa storia». L’ambasciatore sbottò improvvisamente.
«Calma». Mauricius cercò di tranquillizzare Graegor. «Credi che a me invece piaccia mandare a morire centinaia o migliaia di soldati in una guerra senza fine?»
«Hai ragione, forse sono un po’…» l’ambasciatore fece una pausa e cercò la parola adatta.
«Egoista?» Il generale dell’esercito di Hanturiam provò a suggerirgli la risposta.
«Si. Egoista», l’uomo abbassò lo sguardo.
«Suvvia, sono sicuro che prima o poi tutto questo finirà». Mauricius credeva poco alla sua stessa affermazione.
La carrozza rallentò fino a fermarsi. Graegor guardò fuori preoccupato. Il generale aprì la portiera e si affacciò. Il palazzo di Ibraham spiccava anche a distanza tra le abitazioni dei cittadini e le basse mura di cinta.
«Siamo giunti». Il generale avvisò l’ambasciatore. «Dobbiamo scendere e proseguire a piedi fino alle porte della città. Il passo è bloccato dalla neve».
Graegor uscì dalla carrozza e sentì l’aria gelida penetrargli fin dentro le ossa. Scosse il cappello largo di lana per fargli riprendere la sua forma e coprì i capelli ricci e biondi, quindi si diresse a fianco del generale verso la città.
«Mi sono sempre chiesto perché non posso semplicemente uccidervi qui e piegare a mio vantaggio il nostro confronto». Una voce giunse alle spalle di Graegor. Mauricius si voltò di scatto e avvicinò istintivamente la mano all’elsa. A pochi metri di distanza, il generale Kareen seguito dall’ambasciatore del regno di Leerat stava raggiungendo lo stesso portone.
«In effetti l’onore non è mai stata la tua più grande dote», replicò Mauricius.
«A che cosa serve l’onore se poi perdi la guerra?»
«Sai quanti regni manderebbero i loro eserciti a distruggerti se ci fosse un così grave tradimento dell’onore e delle regole della guerra?»
I due ambasciatori si guardarono intimoriti. Entrambi erano convinti che i due generali stessero per affrontarsi. A nessuno dei due sarebbe convenuto uccidere l’altro in quelle condizioni, e quelle frasi provocatorie erano solo un modo per cercare di far insinuare il timore nell’altro, ma sia Graegor che Makrausen temettero il peggio.
«E se oggi la mia fosse solo una questione personale?»
«Allora potremmo risolverla al di fuori di ogni contesto, e sarei ben felice di fartene pentire». La situazione sembrò volgere al peggio. I due generali si avvicinarono con aria di sfida carica d’odio. I palmi strinsero l’elsa della spada e i denti si snudarono in ringhi feroci.
«Per favore, conservate il vostro ardore per le battaglie più significative e importanti». Zarghen apparì come dal nulla, camminando al riparo delle mura che sovrastavano il portone. Al suo segnale le porte si aprirono.
«Siete arrivati in perfetto orario, esattamente quando attesi, e con un sincronismo degno dei migliori spettacoli circensi, senza offesa naturalmente». Mauricius e Kareen si avvicinarono ai rispettivi ambasciatori senza mai staccarsi lo sguardo di dosso. Zarghen discese le scale e raggiunse gli ospiti.
«E a proposito di spettacoli, vi anticipo che dopo la cena di stasera, che sarà già un’esotica sorpresa, domani vi allieteremo con qualcosa di nuovo, in modo che la vostra visita sia diversa e più piacevole». Zarghen guardò prima uno e poi l’altro ambasciatore. «Posso soltanto dirvi che una contessa di Leerat, in visita qui a Raerem da diversi mesi, si è talmente innamorata di questo posto che ha voluto provvedere lei ai preparativi».
Makrausen guardò Zarghen senza nascondere l’orgoglio che quelle parole gli avevano suscitato. Dal canto suo, Graegor rimase impassibile e sicuro che la cosa non fosse legata a favoritismi di sorta. In fondo i patti erano patti e dovevano essere rispettati da tutti.
«Non so ancora di cosa parlerà lo spettacolo, ma data la fiducia che Karina ha ottenuto dal Magnanimo, sono sicuro che sarà uno spettacolo memorabile». Zarghen concluse la sua frase, senza neppure sapere quanto, nel bene e nel male, avesse ragione.
Tags: ambasciatore, belligeranza, elfo, Eoghan, kareen, makrausen, mauricius, patto, Saifel, zarghen Pubblicato in Breve come un Respiro, Racconti | 3 Commenti »
10 marzo 2010 - 7:37 by immortal_bard
Il lavoro in miniera sembrava diventare sempre più leggero, man mano che Saifel rendeva più concreti i dettagli dello spettacolo che stava preparando segretamente al tempio insieme a Janira. Già pochi giorni dopo il suo incontro con il bardo, Karina aveva portato buone notizie. Ibraham era sembrato entusiasta della sua proposta di organizzare uno spettacolo pubblico in piazza, e ancora di più quando la contessa aveva detto che di aver già trovato anche la compagnia teatrale in grado di prepararlo. Mancavano meno di dieci giorni alla visita degli ambasciatori e per quella data era previsto che la neve si sciogliesse almeno in parte e che comunque i sentieri fossero praticabili. Ogni sera, tra i sorrisi silenziosi di Padre Marion, Saifel, Janira e alcune compagne della danzatrice, provavano passi e battute, interrotti solo per qualche momento dalle conversazioni tra il bardo e la contessa.
«Altre buone notizie? Sei riuscita a ottenere la rosa nera?»
«Non ancora, ma ho un piano. Ho parlato con il mio fidato amico e abbiamo convenuto che il momento migliore per prenderla sarà proprio mentre Ibraham, i suoi scagnozzi e gli ambasciatori sono fuori, impegnati e di sicuro non gireranno per i corridoi del palazzo». Karina si mostrò molto sicura. Saifel annuì.
«Lo spettacolo è quasi pronto. Le scene che mostrano i soprusi e l’abuso di potere da parte di un sovrano che usa ogni mezzo per offuscare la mente delle persone e che gli pone davanti agli occhi una finta felicità e sicurezza che in realtà è inesistente sono perfette. Devo solo preparare il gran finale». Il bardo non nascose la sua eccitazione che andava evidentemente anche al di fuori di ciò che voleva mostrare al popolo. Sembrava quasi che estro artistico, nobiltà d’animo e senso di libertà si fossero fusi insieme per la stessa causa.
«Cosa hai in mente?»
«Un finale esplicito. Farò un monologo in cui spiegherò tutto ciò che è stato espresso poco prima in scene metaforiche. Infine accuserò direttamente Ibraham e asserirò di avere le prove». Un sorriso si allargò sulle labbra di Saifel mentre proseguiva e guardava fissa negli occhi Karina. «E sarà in quel momento che arriverai tu con lettere, sigilli e rosa nera». Sia la donna che Saifel sorrisero soddisfatti e convinti.
Tutto era quasi pronto e nessun ostacolo in particolare si frapponeva tra loro e il successo, ma entrambi erano coscienti che avrebbero avuto il responso solo dopo la fine dello spettacolo. Tra le ultime prove, mentre Eoghan accompagnava Karina a casa, anche quel giorno finì.
***
«Sei così bella quando la determinazione ti si dipinge in volto». Eoghan si pentì subito di quello che aveva detto, anche se da un lato era contento di esserci riuscito.
«Cosa?»
«No, niente perdonami, non volevo…» l’elfo provò subito a giustificarsi.
«Non volevi dirmi che sono bella?»
«No. Cioè si, volevo dire che sei bella, anzi bellissima…»
«Solo quando mi mostro determinata?» Karina lo stuzzicò.
«No. Sempre».
I passi della donna si fermarono e di rimando anche quelli dell’elfo. La torre era vicina, ma non troppo da permettere a chi facesse la ronda di scorgerli. Karina abbassò il cappuccio e lasciò che i fiocchi di neve, ormai caldi rispetto all’inverno, si posassero e si sciogliessero immediatamente sul suo volto. Eoghan la guardò abbagliato dai suoi occhi. Rimasero immobili, entrambi tesi come corde di violino. Si avvicinarono lentamente.
Karina sapeva cosa stava per succedere. Sentì un terremoto sul petto. Le guance le bruciavano a dispetto dell’aria gelida che la colpiva. Le labbra erano secche e gli occhi le tremavano, cercando di fuggire dallo sguardo dell’elfo, e di trovare riparo sul bianco della ormai sottile neve ai loro piedi.
Eoghan sentì una sensazione che mai aveva provato prima. Era più intensa di qualunque altra. Neppure il senso di vittoria in battaglia, o l’emozione del giuramento di Groomanor era considerabile tale. Non sapeva spiegarsi il perché ma non riusciva a fuggire dagli occhi di Karina, e una forza a lui superiore lo spingeva verso di lei.
Le loro labbra si incontrarono e finalmente gli occhi trovarono riposo, chiudendosi e raccogliendosi nel calore dell’abbraccio che li legò.
Lentamente i due si staccarono, sfiorandosi sulle mani e aprendo gli occhi. Nessuno sorrise. Sembrava che i loro pensieri si fossero intrecciati e avessero incontrato degli ostacoli che non sapevano ancora se fossero superabili oppure no. Eoghan aprì bocca ma non disse nulla. Karina fece lo stesso.
«Io… io sono un elfo», iniziò Eoghan.
«Lo so». Karina abbassò lo sguardo. «E arriveranno gli ambasciatori, e comunque andrà a finire qui a Raerem, io tornerò alla mia contea e tu alle tue guerre. Tu vivrai anni… molti anni e io invece morirò, invecchiando velocemente». La voce della donna sembrò rotta a tratti da singhiozzi trattenuti.
«Aspetta», Eoghan ebbe un sussulto, ma appena Karina lo guardò con un mezzo sorriso, si sentì morire, pensò di non poterle promettere nulla ed esitò. La donna percepì quel disagio come una conferma di ciò che stava dicendo.
«Quello che stiamo facendo è sbagliato», ricominciò Karina. «Ciò che accade tra noi è solo il frutto di alcuni giorni passati meravigliosamente insieme, che però resteranno giorni e hanno un destino breve. Non saranno l’eternità». Il suo sguardo rimase basso.
Eoghan sentì il cuore stringersi e al tempo stesso capì che cosa provava per quella donna e trovò le parole da dirle, sperando che in esse risiedesse la verità.
«Cos’è un giorno di fronte a un anno, o un anno di fronte a cento? Se soltanto gli uomini non fossero occupati a fuggire dalla morte, potrebbero ritrovare in un bacio, una carezza o un abbraccio, quelle sensazioni che invece danno per scontate. Basterebbe un istante. Tu hai sconvolto la mia vita…»
L’elfo si avvicinò alla donna. La sua mano le carezzò la guancia, scostandole leggermente i capelli e scoprendole gli occhi timidamente rivolti verso il basso.
«Tu hai dato un senso ai miei giorni. Tu mi hai mostrato l’intensità di un bacio umano. Tu mi hai mostrato qual è il motivo per cui vale la pena di vivere. Respirerò forse ancora per secoli, se la battaglia non esigerà il mio sangue, ma a te è bastato così poco tempo…»
«No». Karina ebbe i brividi e desiderò ardentemente lasciarsi sprofondare nella tenerezza di quel momento, sul petto dell’elfo, avvolta dai suoi baci, ma alzò lo sguardo in lacrime. «Domani c’è lo spettacolo, non dobbiamo perdere la concentrazione». La donna si asciugò le lacrime con le dita e tirò su con il naso.
Eoghan rimase immobile. Karina lo fissò in silenzio per un attimo, sollevò la mano e gli accarezzò la guancia, poi si allontanò verso la torre.
L’elfo fissò la donna mentre si allontanava e non appena fu abbastanza distante da non udirlo, sussurrò «è amore, il mio per te».
Quel pensiero sembrò volare e raggiungere Karina che per un istante rallentò il passo e senza fermarsi si voltò sussurrando a sua volta «è tuo il mio cuore».
La donna svanì dietro il portone di ingresso della torre, ed Eoghan tornò indietro al tempio.
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