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Il Blog di JOProject
22 marzo 2010 - 8:07 by immortal_bard
Vi racconterò la storia di un popolo di grande gloria, caduto poi in rovina, costretto in povertà e rinchiuso in una prigionia cieca, piena di oppio e fiori di carta. Vi racconterò la loro riscossa, la loro vittoria, e come il sovrano del loro regno ebbe il coraggio di prendersi ciò che era suo.
Tra le note pizzicate sul liuto, Saifel iniziò lo spettacolo. Janira e le sue compagne cominciarono con passi lenti a inscenare una danza che accompagnava con fascino le parole del bardo. Non di Ibraham stava parlando, ma del vero sovrano di Raerem: il popolo stesso.
L’elfo sorrise mentre citava la vittoria, quella che sentiva che avrebbe raggiunto con tutto il suo pubblico al termine dello spettacolo. Fece una pausa, fissò in fondo alla strada, da dove sarebbe arrivata Karina, poi lasciò che i suoi occhi ammirassero come quasi tutto il popolo si fosse riunito per le vie e le grandi feste che venivano organizzate ogni volta in occasione delle visite degli ambasciatori dei due regni vicini, Hanturiam e Leerat. Sembrava che quel patto fosse l’unica ragione di vita per tutti gli abitanti di Raerem.
A sovrastare la folla era stata montata un’impalcatura che ospitava le lussuose poltrone su cui sedevano Ibraham, gli ambasciatori e i loro generali. Saifel scambiò un’occhiata con il Magnanimo, sorridendogli come se volesse ottenere la sua approvazione, e così fu. L’elfo rimase un po’ perplesso nel vedere che tra le guardie del corpo di Ibraham non ci fosse il suo braccio destro, Zarghen.
Il bardo abbassò dunque lo sguardo, prolungando la pausa e creando una silenziosa attesa, quindi d’improvviso intonò un’incalzante melodia, rappresentazione di un tetro scontro, una tempesta e una caotica lotta. Le danzatrici sembrarono fluttuare turbate su tutto il palco, mescolando movimenti aggraziati a rotti e repentini singhiozzi. La musica si spanse su tutta la piazza e permeò i vicoli, tanto che chi non si era ancora avvicinato al palco si voltò incuriosito. D’improvviso tutto si quietò, come se la furia fosse finita. Una dolce e fievole melodia cominciò ad accompagnare movimenti lenti e visi disperati delle donne. Janira si accasciò ai piedi dell’elfo.
La vita di un popolo è come un fiore, nasce da una pianta e ha un colore, o forse mille, ha un profumo, forte o debole, ma si spande e si mostra al mondo in tutto il suo splendore, cercando il suo raggio di sole. Alcuni fiori hanno più vita di altri, alcuni invece vengono troncati. Ma il fiore è solo una manifestazione di una vera e solida realtà, che è la pianta stessa. Così questo popolo è rimasto, seppur il suo splendore sia stato abusato, distrutto e cancellato dalla brama e dal potere di un oppressore.
Ibraham sembrava voler sentire ciò che più desiderava, un tributo alla sua salita al trono. Ogni anno di fronte agli ambasciatori c’era qualcuno che gli rendeva immeritatamente gloria e, a suo parere, quest’anno non avrebbe fatto eccezione, anzi, lo spettacolo sarebbe stato la migliore adulazione di tutti gli anni.
La rosa, forse il più bello dei fiori, a volte assume colori e significati strani. Perché tanti fiori nelle mie parole, vi starete chiedendo. Non per vanità, ma perché la via parallela del popolo in rovina è come una rosa coperta di nera fuliggine. Crede di sovrastare la bellezza degli altri popoli e di vivere tranquilla sulla cima del rovo, quando invece è solo il diletto di un tiranno.
Qualcuno tra il pubblico, sebbene fosse solo l’inizio dello spettacolo, cominciò a mormorare. Tra gli spettatori c’era uno il cui sorriso si iniziò ad allargare all’ultima metafora del bardo. Era Kurt dei metalli, che di nascosto aveva raggiunto il palco e si era messo ad ascoltare. E non era l’unico a fare qualcosa di nascosto.
***
Con la mano bianca si sfiorava il viso, distendendo quel velo di cipria che avrebbe addolcito il rossore dovuto alle irritazioni provocate dal freddo. I suoi occhi neri sembravano invadere lo specchio. Karina era vestita a festa, come se dovesse incontrare l’imperatore degli imperatori. Le labbra le tremavano, e sussurrava in continuazione ciò che avrebbe detto. Agganciò la chiusura degli orecchini, quindi inspirò profondamente, aprì un cassetto e vi guardò al suo interno. Era vuoto. Infilò la mano e tastò il suo interno, come se volesse verificare qualcosa. Un leggero sorriso di sollievo le si allargò sulle guance, quando toccò ciò che cercava.
La contessa si avvicinò alla finestra. Osservò la torre dell’orologio. Era ancora molto presto. Si chiese come stesse andando lo spettacolo. Sarebbe stata molto curiosa di vederlo, ma non poteva stare lì tutto quel tempo, sarebbe stato troppo pericoloso. Qualcuno si sarebbe insospettito nel vedere un servo abbandonare il palazzo, oppure la donna andare via prima che lo spettacolo fosse finito. Non dovevano esserci inconvenienti e Saifel e Karina avevano cercato di prevedere tutto.
***
Le parole del bardo volarono come frecce verso il pubblico. Persino Makrausen e Graegor cominciarono a capire che c’era qualcosa di molto strano in nel racconto, tuttavia la musica e le danze lo rendevano particolarmente affascinante. Sembrava quasi che dei messaggi fossero come diretti a delle menti dormienti in attesa di essere risvegliate. Ibraham era l’unico che si stava beatamente godendo lo spettacolo, leggendo nelle parole dell’elfo solo quello che desiderava sentire.
Tra i popolani, alcuni più svegli erano già ammutoliti in riflessione. Osservavano le loro mani, la terra dove avevano lavorato e vissuto e da cui avevano avuto così poco. Altri di tanto in tanto si voltavano verso Ibraham con sguardo non più di sottomissione ma di sfida, a volte di odio.
Saifel non stava istigando né aizzando, stava solo risvegliando sentimenti, emozioni e conoscenze che la gente aveva lasciato dormire o aveva represso perché il suo animo potesse pensare, almeno in superficie, che tutto andava bene. In fondo, il Magnanimo dice che va tutto bene, non c’è guerra e io ho di che mangiare, era il pensiero di molti prima della festa del patto di non belligeranza.
«E le sue parole colpirono come il martello sull’incudine: “non c’è peggior schiavo di chi crede di essere libero quando non lo è”. Le parole dello straniero scossero il popolo». Saifel proseguì. Aveva raccontato ogni dettaglio della storia di Raerem a lui conosciuti, opportunamente mascherato da popolo di una terra leggendaria. Aveva delineato tutti i personaggi e i ruoli. Tutto era pronto. Era quasi giunto il momento di terminare lo spettacolo per cui iniziò il suo monologo in crescendo.
«So bene che tutti voi vi aspettate un finale. Glorioso, in cui il popolo si alza in piedi e vince con le sue forze. Ma io non ve lo racconterò. Non dirò una sola parola su ciò che accadde dopo, perché se quello che vi ho detto finora è storia, il finale è invece tutto da scrivere. Ed è il destino di tutti voi… il mio e quello di chiunque si trovi in questa piazza». Quando Saifel fermò danze e musica e cominciò a parlare direttamente al popolo, anche Ibraham sembrò svegliarsi dal suo sogno. Cominciò a capire che non era una semplice storia. Un rossore gli riempì il volto e sentì il calore del sangue riempirgli le vene. Cominciò a tremare, sia per rabbia che per paura. Rimase con gli occhi fissi sull’elfo, immobile senza essere capace di reagire. I due ambasciatori e i generali rimasero impietriti, anche loro incapaci di reagire, chi per un motivo, chi per altro.
«Voi siete schiavi e oggi, esattamente in questo giorno, potete decidere di essere liberi. Credete di lavorare per voi ma in realtà non siete altro che formiche che mettono da parte il loro cibo non per se stesse, ma per un sovrano che ne approfitta per alimentare la guerra, la distruzione a solo vantaggio delle sue ricchezze. Un tiranno che si sta preparando ad abbandonarvi in mano a qualcuno che vi porterà a una rovina ancora più grande. Vi venderà al migliore offerente in cambio di più ricchezza e più potere. Vi offrirà come schiavi, perché è questo ciò che siete per lui. Perché la vostra schiavitù è dettata dalle ingannevoli parole e lusinghe di colui che chiamate il Magnanimo».
Alle ultime parole dell’elfo il pubblicò scoppiò in un turbinio di voci. Ibraham gridò per zittirli ma soltanto alcuni si quietarono. Saifel sorrise e finalmente alzò lo sguardo verso Ibraham. Si voltò verso l’orologio e capì che era ora. Il bardo si rivolse ancora al popolo e concluse il suo spettacolo.
«Non sarò io a chiudere questo spettacolo, ma davanti agli ambasciatori di Hanturiam e Leerat, i nostri due regni nemici tra loro, ma alleati a noi, vi darò le prove di ciò che dico». Saifel si voltò verso la scala e attese che tutto si concludesse come pianificato.
***
Era giunta l’ora. Karina si avviò verso la porta. Iamal sarebbe dovuto arrivare a momenti con la rosa nera. Era in ritardo. La donna pregò gli Dei che non fosse accaduto nulla. Il destino di Saifel e di tutta Raerem erano nelle sue mani. Si avvicinò alla porta. Il tempo scorreva e la tensione saliva.
Due colpi alla porta. La donna sobbalzò, il cuore cominciò a batterle all’impazzata ma sospirò di sollievo. Anche se con un attimo di ritardo sarebbe potuta arrivare allo spettacolo esattamente quando era necessario. Aprì la porta di fretta come se volesse far nascondere Iamal, ma nessuno entrò.
«Entra», lo incitò.
«Buongiorno, mia signora».
Karina rimase impietrita. La voce non era quella di Iamal. La porta si aprì lentamente spinta da Zarghen che si ergeva in piedi di fronte a lei, tremante. Dietro Zarghen, Iamal aveva lo sguardo basso, misto tra dispiacere e odio. Un accenno di lacrima gli scendeva sulla guancia e con le mani stringeva il cappello quasi a strapparlo in due pezzi. Il generale delle guardie di Raerem fece un passo dentro la stanza.
«Credo che tu abbia qualcosa da spiegarmi, contessa di Leerat». Zarghen sorrise e si fermò davanti a lei. «Posso accomodarmi?»
Karina rimase immobile e guardò Iamal. Il servo non ebbe il coraggio di incrociare il suo sguardo. «Ho dovuto, l’ho fatto per te», disse soltanto prima di fuggire via lungo i corridoi. Il generale chiuse la porta e accompagnò Karina verso la poltrona, spingendola dal braccio, poi si sedette ai piedi del letto di fronte a lei, quindi assunse un tono serio.
«Adesso parliamo».
***
Il sorriso di Saifel scemò piano, tramutandosi in un’espressione attonita e stupita. Karina non c’era e senza di lei nessuna prova. Uno spettacolo preparato alla perfezione si era trasformato in un sol colpo in un’accusa mossa da uno straniero arrivato da pochi mesi.
Ibraham guardò prima Makrausen, poi Graegor, infine il popolo che comunque, prove o non prove, era in subbuglio. Si spostò sul ciglio del suo piano rialzato e alzò la voce.
«Sono solo menzogne! Io vi do tutto ciò di cui avete bisogno, e di fronte agli ambasciatori giuro che farò come ho sempre fatto, sempre e solo il vostro bene. L’elfo è solo un pazzo che muove accuse infondate». Nel popolo alcuni rimasero ad ascoltare il Magnanimo, più di quanti Saifel si immaginasse, altri invece continuarono a mormorare.
«Arrestatelo per oltraggio al reame».
Ibraham si voltò facendo roteare il mantello, quindi si avvicinò verso Graegor e gli parlò con un tono di chi vuole scusarsi ma rimanere autorevole.
«Non solo il tuo suddito ha violato il patto di non belligeranza portando la guerra nelle mie terre, ma si è anche permesso di oltraggiare me, il mio regno e il mio popolo, chiamandoli schiavi. Esigo che il tuo giudizio sia quello che venga giustiziato, qui ma con la sentenza del regno di Hanturiam».
Graegor rimase con lo sguardo fisso sull’elfo, poi si voltò verso Ibraham e gli sorrise.
«Vedremo di risolvere la questione».
Tags: elfo, Eoghan, fantasy, graegor, iamal, ibraham, karina, makrausen, racconto, romanzo, Saifel, spettacolo, tradimento, zarghen Pubblicato in Breve come un Respiro, Racconti | 1 Commento »
5 febbraio 2010 - 7:14 by immortal_bard
Eoghan aprì gli occhi. Era ancora un’altra mattina, come tante. Innalzò silenziosamente un inno a Groomanor, poi si alzò in piedi. Doveva andare a lavorare ma in quelle settimane qualcosa era cambiato. Il lavoro era quasi piacevole perché gli permetteva di veder fuggire la giornata come se non esistesse null’altro che quei pochi istanti la sera in cui andava al tempio con Saifel, e mentre il compagno era fermo a pregare, accompagnava Karina verso casa. Ormai aveva ammesso che era cambiato in tutto quel tempo a Raerem.
L’inverno non accennava a passare e prometteva di dilungarsi ben oltre i normali giorni freddi. Come ogni anno gli oracoli avevano indovinato le previsioni e sulle loro parole si erano basati innumerevoli piani di commercio. Il bardò guardò il guerriero mentre si vestiva.
«Ti stai innamorando di lei»
«No». Rispose secco e con imbarazzo.
«La mia non era una domanda». Saifel usava spesso quell’affermazione quando voleva mettere in imbarazzo il suo interlocutore ed era sicuro di avere ragione.
«Va bene… lo ammetto. C’è qualcosa di lei che mi attrae. Ma ciò non vuole dire che mi stia innamorando». Eoghan parlò come se volesse giustificarsi. Saifel sorrise e scosse la testa.
«Bene. Non voglio offendere la tua sensibilità, ma noto che ti sei ammorbidito molto da quando la accompagni tutte le sere. Ho ragione di pensare che magari un giorno non vorrai più andartene». Saifel proseguì a provocarlo.
«No, è soltanto una donna». Il tono di Eoghan tornò serio e rude. Saifel capì che era il momento di smetterla. «Piuttosto tu», il guerriero fece una pausa. «Ho notato che anche tu ti stai dando da fare. Con la danzatrice che non è più andata via a riunirsi con le sue amiche. C’è qualcosa anche tra voi». Eoghan fu quasi tagliente.
«C’è molto di più di quello che credi». Saifel si alzò e divenne serio.
«Ecco, lo sapevo che…»
«No». Il bardo fu brusco. «Non è quello che pensi tu. Janira e io stiamo collaborando. Penso sia giunto il momento anche di rendertene partecipe». Eoghan si fermò. «Oggi andrò a parlare con Tod Capocatena. Gli chiederò di fermare tutti i lavori e di venire con me a protestare davanti al palazzo di Ibraham».
«Cosa?» Eoghan rimase esterrefatto.
«Hai capito benissimo. Qui tutti vivono in una schiavitù invisibile… neppure tanto. Sanno ciò che Ibraham vuole che sappiano, fanno ciò che Ibraham vuole che facciano. Producono materiale e armi, producono ricchezza eppure sono tutti sempre poveri. Ci sono delle gerarchie quasi invisibili che incatenano la gente a dei ruoli da cui non possono uscire e chi se ne rende conto è costretto a negoziare con ciò che di più caro gli resta. La vita o la propria dignità. Credi che sia giusto?» Saifel urlò sottovoce, dimostrando dei sentimenti verso Raerem che fino a quel momento non erano mai usciti.
«Sapevo che… avevamo parlato… ma…» Eoghan rimase senza parole. Dentro di sé anche lui aveva notato quelle cose di Raerem, forse non a fondo come Saifel, però alle parole del compagno si sentì stringere il cuore, rendendosi conto che stava ignorando quei principi su cui si fondavano le comunità elfiche e che, seppur non condividesse appieno, secondo il volere degli Dei erano concesse anche a tutti gli altri esseri viventi. Ripensò in silenzio alle parole di Saifel. Agli uomini di Raerem era stata effettivamente creata una prigione attorno.
Non sono elfi, dannazione, non sono obbligato a lottare per loro, pensò con poca convinzione. Uno strano senso di colpa lo afflisse. Lo sguardo di Saifel sembrava penetrarlo e voler tirare fuori da lui la nobiltà delle antiche alleanze. Poi, il prescelto di Groomanor si trovò a pensare a Karina. Lei non è di Raerem, può andare via quando vuole. Ma quei pensieri lo portarono a immaginare tutti i possibili disastri che potessero coinvolgere la donna. Più volte infatti Karina aveva manifestato il suo interesse e il suo impegno verso Raerem ed Eoghan non poté non tenerlo in considerazione.
«E cosa hai intenzione di fare? Cosa c’entra questo con la donna che frequenti?»
«Janira e le sue compagne erano state inviate da Ibraham. Sono tutte prigioniere nel suo palazzo e obbligate a essere le sue danzatrici personali. Erano state inviate da noi per sedurci, legarci a questa terra e renderci schiavi longevi dell’impero di Raerem».
«Impero?»
«Ibraham e i suoi scagnozzi lo chiamano così». Saifel si avvicinò ad Eoghan e gli poggiò una mano sulla spalla. «Janira mi ha riferito delle cose… alcune delle intenzioni e dei piani di Ibraham… sono solo voci e lei non ha modo di provare nulla, però io le credo… e abbiamo l’evidenza davanti agli occhi. Il popolo è troppo cieco perché se ne accorga. Hanno bisogno di qualcosa che faccia rumore… non il grido di uno o due».
«E per questo vuoi coinvolgere tutta la miniera».
«Si». Il silenzio scese nella stanza, poi i due elfi si incamminarono. «Andiamo. Ogni minuto è prezioso».
***
«Dove vai?»
«Ho visto una persona. Ti raggiungo subito». Eoghan rallentò e lasciò che Saifel si allontanasse. Il bardo scosse il capo, guardò nella direzione in cui si stava muovendo il compagno ma non vide nulla, quindi si diresse verso la miniera con passo più lento. Eoghan sparì in un vicoletto.
«Buongiorno»
«Per gli Dei!» Karina sussultò, voltandosi di scatto. «Non… non ti avevo visto».
«Perdonami. Ti ho vista qui, ferma e ho pensato che potessi avere bisogno di aiuto». Eoghan sorrise alla donna come faceva ogni sera che l’accompagnava a casa.
«Io… in effetti». Il tono della donna era un po’ turbato.
«Mia luce, eccomi qui». Un uomo apparve da dietro la parete dove Eoghan e Karina stavano parlando. Dapprima accennò a scappare, poi sembrò riconoscere l’elfo e si fermò. Assunse uno sguardo serio, quasi irato. Distese il braccio e le porse un ferma pergamene, un anello largo che aveva incisi i blasoni di Raerem.
«Mia luce?»
«Un elfo…» i due rimasero colpiti dalla presenza l’uno dell’altro.
«Vi prego», Karina cercò di intervenire, comprendendo la situazione.
«Devo tornare a palazzo». Le parole di Iamal furono quasi velenose. Si allontanò senza dire nulla, soltanto con un gesto galante della mano e un inchino, rivolti alla donna. Eoghan e Karina rimasero soli.
«Chi era?» Il tono dell’elfo fu più duro di quanto non volesse.
«Un servitore»
«Che ti chiama “mia luce”?» La voce di Eoghan scemò quasi in un sussurro.
«Sta solo cercando di aiutarmi a scoprire cosa succede qui a Raerem». Karina fissò Eoghan che di rimase perplesso. L’elfo stava ripensando a quello che gli aveva detto Saifel e sperò che lei non stesse facendo lo stesso. Si sentì come se fosse la danzatrice di Karina, quello che Janira era per Saifel, almeno a parer suo.
«Ho delle prove… ho degli elementi, ma a palazzo da sola io non posso», le parole le morirono in gola. Lo sguardo di Eoghan fu talmente glaciale da farle capire che non aveva voglia delle sue spiegazioni.
«Eoghan ti giuro che…»
«No. Tu non sai neppure cosa sia un giuramento. Non sono un oggetto… non mi faccio usare». Eoghan fu molto brusco.
Lo sguardo di Karina si tramutò. Smise di essere implorante e si riempì di rabbia. Delle lacrime le scesero dagli occhi, ma Eoghan aveva già voltato lo sguardo. Karina, la contessa di Leerat deglutì e inspirò, sentendo i singhiozzi quasi bucarle il petto prepotentemente.
Eoghan aspettò di sentirsi pugnalare con mille parole. Sperò con tutto il suo cuore che la donna gliene dicesse qualcuna, che lo insultasse, che lo cacciasse. Si sentiva ignobile ma al tempo stesso profondamente offeso. Illuso ma al tempo stesso vile. Una frase di Karina avrebbe rotto il silenzio teso che si era venuto a formare. Sentì il coraggio mancargli per tutto quel lungo attimo di silenzio. Percepì l’amaro odore della sconfitta in battaglia, permearlo come se fosse stato in guerra. Si voltò, riprendendo coscienza dei suoi sensi, ma Karina non era più lì. La donna stava già camminando lontano da lui. Si sentì morire.
***
«Cosa vuol dire che non mi aiuterai? Tod… noi siamo solo in due e tu stesso hai riconosciuto il problema».
«I miei genitori hanno lavorato per tutta la vita a queste miniere. Mi spettavano di diritto. Ho lottato per tenerle vive, ho lottato perché queste potessero cambiare la vita ai miei figli. C’ero quasi riuscito una volta, ma è stata tutta un’illusione. Si è vero ciò che dici, questo è successo tutto con Ibraham, ma ho lottato tutta una vita senza successo e sono arrivato alla mia età senza più nessuna speranza. Pensi che adesso io mi metta a rischiare la mia vita, quella dei minatori, il nostro lavoro e le poche e ultime speranze che abbiamo per andare a urlare due insulti al sovrano che con un cenno della mano ci può distruggere tutti?»
Saifel rimase ammutolito di fronte al monologo di Capocatena.
«Te la do io la risposta. No.» Tod Rivas fu secco. «Non posso permetterlo. Non posso più guadagnare più di quello che perderei. I miei genitori sono morti in questa miniera, per la gloria della vecchia Raerem, e io non disonorerò la loro morte in uno stupido corteo». Il capo dei minatori si sedette nuovamente sulla sedia alla scrivania del piccolo ufficio appena fuori dalle miniere, e chinò lo sguardo.
«E che ne è stato del giuramento di cui parlano tutti in miniera, quello secondo cui tu avresti dato la vita per riavere la vecchia Raerem?»
«Fuori!»
Saifel sentì in quell’urlo lo stesso terrore che aveva provato la prima volta che aveva visto Tod, ai piedi del palazzo reale. Uscì di gran fretta avvolto in un senso di frustrazione. Si trovò davanti Eoghan. Anche l’altro elfo aveva uno sguardo poco sereno.
«Hai…»
«Sentito tutto», completò la frase Eoghan. Saifel abbassò lo sguardo.
«Forse mi sono illuso di potercela fare, ma qui il sistema marcio si è radicato fin troppo in profondità. La gente non solo è cieca, ma chi ha gli occhi per vedere ha paura e rifiuta di emergere dall’oscurità». Saifel guardò Eoghan mentre assumeva una strana espressione.
«Andiamo a lavorare. Stasera parleremo con una persona che potrà aiutarci». Eoghan diede una pacca sulla spalla a Saifel, poi entrò in miniera. Se vorrà ancora ascoltarmi, pensò tra sé. Karina.
Tags: capocatena, elfo, Eoghan, fantasy, iamal, kalhun, karina, litigio, miniera, racconto, Raerem, romanzo, Saifel Pubblicato in Breve come un Respiro, Racconti | 3 Commenti »
26 gennaio 2010 - 7:21 by immortal_bard
«Hai trovato qualcosa?»
«Più di qualcosa». L’uomo rispose sussurrando.
«Che cosa?» il tono della donna invece si fece quasi concitato.
«Più di quello che immagini», tese la mano e allungò due pergamene che erano state accartocciate, ma che aveva accuratamente stirato e arrotolato come fossero lettere ufficiali. La donna allungò le mani per prendere le carte ma l’uomo le ritrasse e sorrise chiudendo gli occhi.
«Merito almeno un bacio sulla guancia, mia signora e mia luce».
«Ti prego Iamal, non chiamarmi così». Karina ritrasse le mani istintivamente. Iamal riaprì gli occhi e lasciò che il suo sorriso si attenuasse.
«Io ormai servo te, mia signora. Il mio lavoro per Ibraham è solo una copertura. Permettimi di chiamarti almeno “mia signora”». Iamal fece un leggero inchino e ritrovò il sorriso precedente. Karina fece due passi in avanti e lo baciò sulla guancia. L’uomo aprì gli occhi e fissò la donna per qualche istante, senza abbandonare il sorriso, poi protese di nuovo le mani e porse le pergamene alla donna, stavolta senza ritrarle. Karina le prese fissando a sua volta l’uomo negli occhi.
«Non è stato facile trovarle. Ora devo andare». Iamal si allontanò lasciando sola la donna.
***
Le dita sfiorarono la maniglia della porta. Gli occhi corsero alla finestra chiusa. Le candele erano spente e il chiarore della luna creava dei giochi di ombre che rendevano l’attesa del rintocco quasi terrificante. Il campanile suonò la mezzanotte.
Sottovoce, Iamal cominciò a contare. La mano strinse il ferro battuto e iniziò a muoversi lentamente. La porta si aprì facendo solo un lievissimo cigolio. Uscì dalla sua stanza. Con passi leggeri, l’uomo scivolò lungo i corridoi, attraversò rampe di scale e raggiunse una porta adorna di decorazioni e intarsi dorati. Era l’ingresso ai corridoi dell’ala proibita. Nessuno poteva accedere a quelle sale se non autorizzato direttamente da Ibraham, il Magnanimo in persona.
Con un sorriso soddisfatto, Iamal estrasse una chiave dalla tasca e la infilò cautamente nella serratura. Si appoggiò sulla porta per non farla tremare e cominciò ad aprirla guardandosi indietro per essere sicuro che nessuno lo avesse visto. Aprì dapprima uno spiraglio e sbirciò dall’altra parte. Pareva non esserci nessuno. Aprì la porta, la attraversò e la richiuse dietro di sé velocemente, ma sempre facendo attenzione a non fare rumore.
Camminando radente alla parete più interna del corridoio, e superando velocemente le zone illuminate dalle finestre, Iamal corse verso una meta precisa. Raggiunse una porta di faggio, robusta e diversa dalle altre. Sentì ancora una volta un brivido nel toccare la maniglia d’oro lavorato, fredda quasi quanto la notte stessa. Con decisione aprì la porta ed entrò. Un rumore sordo rimbombò nel corridoio. Sapeva che non c’era verso di non far rumore con quella porta, quindi cercò di ridurlo al minimo.
Appoggiato con le spalle sulla porta, Iamal sentì il suo sorriso diventare quasi un’espressione di vittoria, mentre il petto gli si gonfiava e sgonfiava velocemente per la tensione. Inspirò profondamente per riprendersi quindi si diresse subito verso la scrivania. Era sicuro che avrebbe trovato qualcosa di utile nella stanza di Ibraham.
Iamal cominciò ad aprire cassetti e sportelli, curandosi di rimettere tutto a posto. Guardò tra i vari cartigli ma non trovò che atti burocratici di scarso interesse per ciò che cercava. Le sue orecchie erano costamente attente a ogni rumore che proveniva dal corridoio. Aveva poco tempo e molti posti dove cercare. Guardò tra gli scaffali e sotto la poltrona. Era difficile trovare qualcosa, soprattutto perché non sapeva neppure cosa stesse cercando.
Il rintocco della prima ora del giorno lo fece sussultare. I battiti del cuore aumentarono e sentì un calore al volto che lo fece trasalire. Inspirò profondamente e si avviòm verso l’uscita. Credeva di avere fallito quando il suo sguardo si posò su dei fogli accartocciati dentro un cestino. Ne raccolse uno e cominciò a leggerlo. Rimase immerso nella lettura, sorpreso da ciò che l’inchiostro gli stava rivelando. Sul fondo della lettera era già stato apposto il sigillo con la cera lacca e nonostante il foglio fosse stato stropicciato, era ancora perfettamente visibile. Aveva trovato ben più di quello che potesse sperare.
Il rumore di passi, seguito da quello della maniglia lo riportarono alla realtà. Il giro di ronda era arrivato e lui era ancora nella stanza. Osservò rapidamente la disposizione dei mobili, si lanciò dietro il divano e pregò che il buio lo proteggesse. La porta si aprì. Iamal chiuse gli occhi come a volersi nascondere dalla luce della candela e trattenne il fiato. Rimase immobile.
Un suono cupo ma inconfondibile lasciò la stanza nel silenzio. La porta era stata chiusa. Iamal attese immobile ancora qualche istante, poi con estrema cautela si affacciò verso la stanza. Era completamente buia. Sarebbe passata un’altra ora prima che passasse il secondo giro di ronda. Aveva dunque il tempo per uscire dall’ala proibita.
Iamal attese qualche minuto dietro la porta, appoggiato con l’orecchio sul legno per essere sicuro che non ci fossero rumori di passi nel corridoio. Aprì la porta così come quando era entrato ed uscì. Si appoggiò solo per un istante su di essa, come se volesse farla smettere di vibrare, si guardò a destra e a sinistra, e cominciò a correre nelle ombre fino a raggiungere la fine del corridoio. Aprì la porta ma si accorse che la mano gli tremava. Cercò di non fare rumore ma la paura non glielo consentì. La chiave gli cadde sul pavimento, tintinnando. La raccolse velocemente, aprì la porta e la richiuse dietro di sé, dando due giri di chiave. Cominciò a correre verso le sale della servitù, raggiunse la cucina, si arrampicò sulla credenza e infilò la chiave in una brocca nascosta in alto tra le vecchie brocche per il vino.
«Che cosa stai facendo?»
Iamal cadde all’indietro, ruzzolando sul pavimento. Si voltò terrorizzato ma si tranquillizzò quasi subito quando vide che a chiamarlo era Owanda, la cuoca.
«Cercavo qualcosa da mangiare. Ho fame e non riuscivo a dormire», balbettò.
«E lo cerchi con i piedi sudici sui miei ripiani?»
«Io…» si alzò e si diede una ripulita, cercando di riprendere il controllo. Owanda si avvicinò e chiuse la dispensa che Iamal aveva aperto afferrandocisi mentre cadeva.
«Ho sempre detto che eri un tipo strano, ma non pensavo fino a questo punto». La cuoca si piegò sulle ginocchia e aprì un cassetto, tirando fuori qualche pezzo di pane e un po’ di formaggio. Poi sorrise all’uomo. «Anche io a quest’ora ho sempre fame. Conservo sempre uno spuntino qui. Vuoi farmi compagnia?»
***
«Sei sicuro che non abbia capito nulla?»
«Si». Iamal sorrise soddisfatto. «La cuoca non immagina nemmeno che il primo servitore nasconde la sua copia della chiave lassù. Credo che in pochi, pochissimi lo sappiano».
«Grazie». Karina abbracciò di nuovo Iamal, comprendendo il rischio che aveva corso per trovare qualcosa per lei, quindi prese congedo senza aggiungere altro.
***
«Mio signore». Zarghen entrò nell’ufficio di Ibraham, intento a scrivere dei documenti.
«Entra pure»
«Ho delle notizie». Il comandante delle guardie di Raerem assunse un tono duro, ed enfatizzò la sua preoccupazione come se fosse scoppiata una guerra.
«Cosa ti turba?»
«Ieri notte qualcuno dei servitori ha girovagato per l’ala proibita. Avevo dei sospetti e ho fatto di persona diversi giri di ronda». Ibraham sembrò sorpreso. «Qualcuno trama contro di te».
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