Breve come un Respiro – Capitolo XXVII°

9 maggio 2010 - 8:30 by immortal_bard

 Non molto lontano dalla prigione, Saifel incrociò lo sguardo di Janira. Era confusa. Vestiva abiti normali e nessuna delle sue danzatrici era vicino a lei. Tutti i servitori di Ibraham erano usciti dal suo palazzo non appena avevano avuto la notizia. L’elfo la fissò per qualche istante, poi la vide scoppiare in lacrime e correre verso di lui.
 «Pensavo che saresti morto», singhiozzò.
 Saifel la abbracciò e la strinse, rassicurandola e sussurrandole parole di conforto all’orecchio. Un misto di emozioni dipinse rese quasi variopinto il volto della donna. L’imbarazzo per aver manifestato i suoi sentimenti verso Saifel di fronte a tutti lottava contro la paura della guerra imminente e la rabbia che aveva potuto sfogare nei confronti di Ibraham pochissimo tempo prima, mentre abbandonava quella che per lei era stata una prigione.
 «Sono vivo e ora dobbiamo pensare a proteggere Raerem». Il bardo poggiò le sue mani sulle spalle di Janira e la allontanò un po’ per guardarla negli occhi. La danzatrice si asciugò gli occhi e diede una rapida occhiata a Karina ed Eoghan, poi tirò su con il naso e annuì.
 «Come faremo a proteggerla? Ci sono pochi soldati, e quelli che ci sono hanno dimenticato come si combatte». Karina ed Eoghan sentirono un brivido nell’ascoltare la domanda che nessuno dei due aveva avuto il coraggio di fare a Saifel. Eppure entrambi confidavano sul fatto che il bardo avesse la risposta. Quella che diede loro non fu la risposta assoluta, ma una risposta semplice, che li toccò tutti.
 «Il vero guerriero, soldato o comandante è colui che non combatte per la gloria, per la morte o per sopraffare il nemico, ma è colui che lotta per i suoi ideali, per la sua libertà e che lotta solo quando deve farlo per perseguire la pace. Uomini, donne e bambini di Raerem sono rimasti oppressi e bendati per troppo tempo. Loro sono i migliori soldati che ci sono e hanno solo bisogno di qualcuno che li guidi», lo sguardo di Saifel corse prima a Karina e poi a Janira, «e di qualcuno che li prepari», infine guardò Eoghan.
 Il prescelto di Groomanor sentì una strana energia corrergli nelle vene. Ogni parola che Saifel aveva detto era stata come linfa vitale. Era la stessa sensazione che aveva provato quando ascoltava il vecchio saggio maestro d’armi. Capì che poteva e doveva usare tutta la sua conoscenza militare per preparare in una settimana i cittadini di Raerem a essere dei soldati.
 «Hanno le migliori armi della regione. Il loro numero non è altissimo ma molti, tra i lavoro in miniera, le fucine e le costruzioni sono forti fisicamente. Hanno paura e coraggio insieme. Possono vincere la battaglia». Eoghan intervenne sorprendendo persino le due donne.
 «Non dobbiamo vincere la battaglia. Mentre venivamo qui mi hai detto che Hanturiam verrà qui a soccorrerci, ma impiegheranno un giorno di più. Quello che Raerem deve fare è arrivare a quel momento senza che sia morto un solo cittadino». Saifel sorrise a Eoghan che ricambiò immediatamente.
 «E noi cosa possiamo fare», Karina si avvicinò a Eoghan, manifestando apertamente che non voleva abbandonarlo.
 «Contessa, tu aiuterai Eoghan a organizzare la difesa, coordinando le persone che non potrà guidare, mentre tu Janira, dovrai fare in modo che i bambini siano al sicuro. Coinvolgete le persone della città perché sono loro il vero governo di questo regno e sono loro che possono trovare la forza di difenderlo».
 «E tu che farai?»
 «Io devo parlare con un po’ di persone. Tornerò ad aiutarvi il prima possibile». Al termine del discorso del bardo sembrava quasi che tutto fosse tranquillo, come se stessero preparando un gioco o uno spettacolo. Saifel si allontanò dal gruppo e si diresse verso le miniere, dove sapeva che molti si sarebbero rifugiati.
 Eoghan, Karina e Janira rimasero fermi per qualche istante, cercando di realizzare ciò che era accaduto e di pensare a quello che dovevano fare. La prima a muoversi fu proprio la contessa di Leerat.
 «Raerem, prima del decadimento, era una delle roccaforti più difficili da espugnare. Il lato alto è ancora protetto, è lì che dobbiamo fare rifugiare chi non potrà combattere».
 «Le mura esterne possono essere fortificate, dobbiamo lasciare solo un punto più debole dove far convogliare gli uomini di Kareen. Conta non più di duecento soldati nella sua unità e non li farà sparpagliare sapendo che ci sono io qui». Eoghan aggiunse subito il suo pensiero.
 «Iniziamo a far raccogliere i bambini. Li porteremo tutti sulla piazza del mercato e io li guiderò nella zona alta, dentro le mura del palazzo di Ibraham, dislocandoli in modo da dar loro spazio, cibo e protezione». Janira fece la sua proposta e a seguito di quella la strategia sembrò delinearsi da sola.
 «Ci sarà almeno un soldato armato per ogni gruppo di bambini, saranno lì per dare loro coraggio. Le donne dovranno essere anche loro armate e pronte al peggio, ma tranquillizzatele».
 «Bisognerà portare dentro il cibo»
 «E portare presto i sacchi di cemento e le pietre alle mura»
 «Dobbiamo raccogliere le armi e chiamare chiunque sia in grado di impugnarle»
 Man mano che la difesa prendeva forma i tre giunsero al centro della città. Una strana calma si era sparsa, ma un brusio giungeva dalle porte a sud. Corsero in quella direzione e poco dopo arrivarono dove quasi tutta la città si era raccolta. Tod Rivas teneva per il collo Ibraham, coperto di pelli pesanti e vicino a un cocchio veloce con cui stava tentando di abbandonare la città.
 «Questo è l’uomo per cui avete vissuto e lavorato finora». Karina attirò subito l’attenzione. Capocatena spinse il Magnanimo verso la portiera del cocchio, facendogli sbattere la schiena. Ibraham emise un piccolo gemito di dolore.
 «Ora che siete tutti qui riuniti, devo dirvi delle cose che riguardano tutti. Dovete diffonderle a chi si è nascosto o a chi vuole fuggire. Non è così che salveremo il regno di Raerem. Non è abbandonandolo che riavrete la libertà e farete risorgere la vostra patria. Bisogna lottare e avete i mezzi per farlo». Karina guardò Eoghan pregandolo di intervenire.
 «Io sono un soldato elfico. La mia arte è la guerra, non la parola. Chi vi sta per attaccare sono coloro con i quali ho avuto l’occasione di combattere fianco a fianco e voi non avete nulla da temere perché potete essere alla loro altezza. Quello che ha detto l’ambasciatore di Hanturiam è vero. Saranno qui in sette giorni, ma è anche vero che loro saranno qui in otto e dunque tutto ciò che dobbiamo fare e resistere un giorno. So che potete farlo e quindi vi chiedo di unirvi a noi e a prepararci a ciò che sta per accadere».
 Il silenzio scese in quel momento. Eoghan sentì il cuore battergli all’impazzata. Si sentì perso.

 Tutta questa gente. I loro sguardi carichi di terrore, odio, sgomento. So che è colpa mia se la guerra gli sta mordendo gli stivali, se la morte li saluta già da lontano ma che posso fare io. Trascinato dagli eventi, da quel destino in cui neppure credo. Come non vedere che il loro destino è già scritto.
 
 Il prescelto di Groomanor ebbe un attimo di panico. Si sentì mancare e pensò che non c’era speranza. Poi la mano calda di Karina avvolse la sua e sentì un nuovo calore. Si ricordò che le cose non sono mai quelle che sembrano e che qualcosa che egli potesse giudicare con l’occhio di un elfo, nemmeno lontanamente all’altezza di una certa situazione, invece era in grado di essere anche molto più grande, seppur per la durata di un respiro. E gli uomini di Raerem dovevano riuscire proprio in quell’impresa. Un respiro in mezzo a due giorni.

 La sua mano calda mi ricordò che una donna, che non ha la vita di un elfo, mi aveva dato tanto più di quanto non fosse mai riuscita neppure la spada. Raerem e il suo popolo potevano farcela.

 «Noi saremo con voi e vi garantisco che dimostrerete a tutti e soprattutto a voi stessi che non valete meno di nessun altro popolo». Eoghan concluse, e un leggero applauso, nato da due o tre persone, si trasformò presto in un’ovazione. In quel momento Karina abbracciò Eoghan e gli sussurrò all’orecchio un ringraziamento.
 «Sei stato bravissimo. Grazie di tutto. Ora sbrighiamoci, non c’è tempo da perdere».



Breve come un Respiro – Capitolo XXII°

6 aprile 2010 - 7:13 by immortal_bard

 Eoghan si nascose tra i vicoli, temendo che lo arrestassero come complice. Non era codardia, era strategia. In quella situazione avrebbe potuto fare poco altro e se avessero arrestato anche lui non avrebbero avuto altre possibilità. Sentì l’adrenalina salirgli in corpo come se fosse in mezzo alla battaglia. Attese allerta. Udì le guardie farsi largo tra il pubblico, le donne di Janira urlare in preda al panico e la gente mormorare. Si affacciò leggermente e vide Saifel, ancora immobile, quasi incredulo, che attendeva senza opporre resistenza che i soldati lo mettessero in catene. Il guerriero di Groomanor tornò a nascondersi e attese che il fracasso finisse.
 Era scesa la sera ed Eoghan camminava nascosto all’ombra del cappuccio tra i pochi fiocchi di neve che avevano ripreso a coprire lievemente la strada. La sua attenzione fu attirata da un messaggero del palazzo reale che stava già affiggendo gli annunci che rivelavano ciò che già si aspettava. Anche lui era ricercato per essere complice del bardo nella sovversione del popolo e congiura contro il signore di Raerem. C’era indicata anche la data del giudizio dell’elfo che corrispondeva con l’ultimo giorno in cui gli ambasciatori sarebbero stati a Raerem e con la firma del rinnovo del patto di non belligeranza.
 L’elfo si voltò e riprese a camminare in direzione delle prigioni. Si fermò a una distanza sufficiente da non essere notato dalle guardie e studiò la situazione. Normalmente non c’era particolare attenzione e le celle erano vuote, ma quella sera la porta era sorvegliata da tre soldati. Eoghan intuì che sarebbe stato necessario un diversivo per poter parlare con Saifel. Con passo sempre più veloce, ma mai troppo da destare sospetti, Eoghan corse in locanda. Janira e le sue donne erano state ritenute innocenti e sperava di trovarne almeno una. La fortuna lo accompagnò. Eoghan si avvicinò all’oste e chiese delle ragazze ed egli rispose che Janira era nella solita stanza. L’elfo si fiondò alla porta e bussò energicamente.
 «Janira», la voce fu un sussurro in confronto ai colpi di pugno. La donna arrivò alla porta e la aprì mantenendo legata alla parete la piccola catena che bloccava la porta. Aveva gli occhi sporchi di trucco ed evidenti segni di pianto. Era spaventata e al tempo stesso preoccupata.
 «Eoghan… il Magnanimo ti sta facendo cercare per tutta la città… dovresti scappare non restare qui». La donna rispose sorpresa, slacciò la catena e lo fece entrare, poi richiuse la porta dietro di sé.
 «Come sta Saifel? Hai notizie? Non lo uccideranno vero?»
 L’elfo cercò di calmare la donna ma con scarsi risultati. Le poggiò le mani sulle spalle e non le disse nulla. La donna scoppiò in lacrime e singhiozzò sul petto del guerriero. Eoghan rimase anche un po’ imbarazzato nel volerla interrompere e spiegarle che aveva bisogno del suo aiuto. La scosse e la allontanò leggermente da lui.
 «Ho bisogno che tu faccia qualcosa…»

***

 Eoghan si affacciò dal vicolo osservando le segrete. I soldati avevano ricevuto il cambio. Rimase ad attendere per un po’, incrociando le dita e sperando che il piano funzionasse. Non appena udì passi veloci avvicinarsi si nascose e protese l’orecchio. Uno dei soldati che aveva finito il turno era tornato di corsa dalla locanda dove erano soliti passare e lasciava echeggiare delle risate eccitate. Un leggero sorriso si allargò sulle labbra di Eoghan, uomini, pensò con leggero ma innegabile disprezzo. Quando si affacciò non c’era più nessuno di guardia davanti alla porta delle prigioni. Sapeva che nessuno di loro avrebbe rinunciato a vedere uno spogliarello di una donna bella e avvenente come Janira.
 Il prescelto di Groomanor si avvicinò furtivamente alla porta. I suoi passi sembrarono scivolare sulla neve come un serpente nel sottobosco. Si assicurò che nessuno lo osservasse, quindi entrò nelle prigioni e richiuse la porta dietro di lui. Corse alla cella di Saifel e abbassò il cappuccio.
 «Devo farti uscire di qui, abbiamo poco tempo». Eoghan spronò Saifel che rimase seduto in silenzio. «Forza sbrigati», insistette.
 «Se volessi uscire di qui non avrei bisogno del tuo aiuto. Questa cella non è nemmeno lontanamente paragonabile a quelle dove sono abituato a stare». La voce di Saifel sembrò tranquilla.
 Eoghan rallentò repentinamente i suoi movimenti e guardò attonito verso l’altro elfo.
 «Che cosa fai? Sei forse impazzito? Dobbiamo andare via da qui, è finita. La neve ormai non fermerà il nostro passo, possiamo scappare e nessuno ci troverà. Torneremo alle terre degli elfi», Eoghan riprese a scuotere le sbarre.
 «Non esiste terra degli elfi dove saremmo liberi dal fardello di cui ci siamo fatti carico. E se uscissi da qui tutto quello che ho fatto finora sarebbe vano. Invece tu devi portare a termine ciò che abbiamo cominciato, ma senza di me». Eoghan rimase immobile e in silenzio.
 «Devi fare in modo che Karina porti le prove, che sia anche dopo la mia morte, perché per le leggi a cui Ibraham si appellerà sarà quella la mia sentenza». Saifel si avvicinò alle sbarre. «Devi fare esattamente ciò che ti dico».
 «Dimmi almeno cosa hai in mente». Alla fine il guerriero cedette alle parole del bardo.
 «No»
 «Perché? Forse non ti fidi? Devi fidarti se vuoi che ti salvi». Eoghan lo incitò, ma Saifel rimase impassibile.
 «Non è me che devi salvare».
 Seguirono alcuni istanti di silenzio. Eoghan sapeva che lo spettacolo non sarebbe durato in eterno e che il tempo stava per finire, quindi si limitò ad annuire all’altro elfo e lo invitò a parlare.
 «Proteggi Karina, dille di stare tranquilla e di prepararsi, la notte prima della mia condanna corri a recuperare la tua arma e porta con te la mia sacca, quella che ci hanno tolto quando siamo stati arrestati la prima volta ed aprila solo quando avrai ripreso la tua lama. Non fare deviazioni. Quando avrai tutto ciò che ti serve corri alla torre di Karina e al primo quarto d’ora del nuovo giorno, abbi fede e lasciati cadere». Saifel parlò spedito, come se sapesse che il tempo a loro disposzione stesse finendo, quindi indicò un baule in fondo al corridoio. «Aprilo. Dentro troverai quello che ci è stato tolto. Prendi tutto e sbrigati a uscire da qui».
 Eoghan, incredulo, fece come gli aveva detto il bardo e uscì dalle prigioni, correndo dietro il vicolo e sentendo le voci soddisfatte dei soldati ritornare dalla locanda. Uno di loro sbeffeggiava apertamente Ibraham, lamentandosi allo stesso tempo di essere costretto a fare la guardia sotto la neve. Un altro diede una rapida occhiata e confermò agli altri soldati che dentro la prigione era tutto al suo posto. Il guerriero si domandò come avesse fatto il bardo a progettare tutto così dettagliatamente. Che abbia previsto che Karina non ce l’avrebbe fatta? Ma come poteva sapere dei soldati che stavano per arrivare? Non è possibile ma…
 Ogni tanto abbiamo degli aiuti che, nella nostra inconsapevolezza, ci indicano a via giusta e ci danno qualche suggerimento
, pensò Saifel come se avesse carpito la domanda del guerriero. L’elfo si avvicinò alla finestra della cella e guardò il cielo stellato e attese nuovamente il crepuscolo, e tornò ad ascoltare il vento che gli aveva portato la conoscenza.



Breve come un Respiro – Capitolo XXI°

22 marzo 2010 - 8:07 by immortal_bard

 Vi racconterò la storia di un popolo di grande gloria, caduto poi in rovina, costretto in povertà e rinchiuso in una prigionia cieca, piena di oppio e fiori di carta. Vi racconterò la loro riscossa, la loro vittoria, e come il sovrano del loro regno ebbe il coraggio di prendersi ciò che era suo.

 Tra le note pizzicate sul liuto, Saifel iniziò lo spettacolo. Janira e le sue compagne cominciarono con passi lenti a inscenare una danza che accompagnava con fascino le parole del bardo. Non di Ibraham stava parlando, ma del vero sovrano di Raerem: il popolo stesso.
 L’elfo sorrise mentre citava la vittoria, quella che sentiva che avrebbe raggiunto con tutto il suo pubblico al termine dello spettacolo. Fece una pausa, fissò in fondo alla strada, da dove sarebbe arrivata Karina, poi lasciò che i suoi occhi ammirassero come quasi tutto il popolo si fosse riunito per le vie e le grandi feste che venivano organizzate ogni volta in occasione delle visite degli ambasciatori dei due regni vicini, Hanturiam e Leerat. Sembrava che quel patto fosse l’unica ragione di vita per tutti gli abitanti di Raerem.
 A sovrastare la folla era stata montata un’impalcatura che ospitava le lussuose poltrone su cui sedevano Ibraham, gli ambasciatori e i loro generali. Saifel scambiò un’occhiata con il Magnanimo, sorridendogli come se volesse ottenere la sua approvazione, e così fu. L’elfo rimase un po’ perplesso nel vedere che tra le guardie del corpo di Ibraham non ci fosse il suo braccio destro, Zarghen.
 Il bardo abbassò dunque lo sguardo, prolungando la pausa e creando una silenziosa attesa, quindi d’improvviso intonò un’incalzante melodia, rappresentazione di un tetro scontro, una tempesta e una caotica lotta. Le danzatrici sembrarono fluttuare turbate su tutto il palco, mescolando movimenti aggraziati a rotti e repentini singhiozzi. La musica si spanse su tutta la piazza e permeò i vicoli, tanto che chi non si era ancora avvicinato al palco si voltò incuriosito. D’improvviso tutto si quietò, come se la furia fosse finita. Una dolce e fievole melodia cominciò ad accompagnare movimenti lenti e visi disperati delle donne. Janira si accasciò ai piedi dell’elfo.

 La vita di un popolo è come un fiore, nasce da una pianta e ha un colore, o forse mille, ha un profumo, forte o debole, ma si spande e si mostra al mondo in tutto il suo splendore, cercando il suo raggio di sole. Alcuni fiori hanno più vita di altri, alcuni invece vengono troncati. Ma il fiore è solo una manifestazione di una vera e solida realtà, che è la pianta stessa. Così questo popolo è rimasto, seppur il suo splendore sia stato abusato, distrutto e cancellato dalla brama e dal potere di un oppressore.

 Ibraham sembrava voler sentire ciò che più desiderava, un tributo alla sua salita al trono. Ogni anno di fronte agli ambasciatori c’era qualcuno che gli rendeva immeritatamente gloria e, a suo parere, quest’anno non avrebbe fatto eccezione, anzi, lo spettacolo sarebbe stato la migliore adulazione di tutti gli anni.

 La rosa, forse il più bello dei fiori, a volte assume colori e significati strani. Perché tanti fiori nelle mie parole, vi starete chiedendo. Non per vanità, ma perché la via parallela del popolo in rovina è come una rosa coperta di nera fuliggine. Crede di sovrastare la bellezza degli altri popoli e di vivere tranquilla sulla cima del rovo, quando invece è solo il diletto di un tiranno.

 Qualcuno tra il pubblico, sebbene fosse solo l’inizio dello spettacolo, cominciò a mormorare. Tra gli spettatori c’era uno il cui sorriso si iniziò ad allargare all’ultima metafora del bardo. Era Kurt dei metalli, che di nascosto aveva raggiunto il palco e si era messo ad ascoltare. E non era l’unico a fare qualcosa di nascosto.

***

 Con la mano bianca si sfiorava il viso, distendendo quel velo di cipria che avrebbe addolcito il rossore dovuto alle irritazioni provocate dal freddo. I suoi occhi neri sembravano invadere lo specchio. Karina era vestita a festa, come se dovesse incontrare l’imperatore degli imperatori. Le labbra le tremavano, e sussurrava in continuazione ciò che avrebbe detto. Agganciò la chiusura degli orecchini, quindi inspirò profondamente, aprì un cassetto e vi guardò al suo interno. Era vuoto. Infilò la mano e tastò il suo interno, come se volesse verificare qualcosa. Un leggero sorriso di sollievo le si allargò sulle guance, quando toccò ciò che cercava.
 La contessa si avvicinò alla finestra. Osservò la torre dell’orologio. Era ancora molto presto. Si chiese come stesse andando lo spettacolo. Sarebbe stata molto curiosa di vederlo, ma non poteva stare lì tutto quel tempo, sarebbe stato troppo pericoloso. Qualcuno si sarebbe insospettito nel vedere un servo abbandonare il palazzo, oppure la donna andare via prima che lo spettacolo fosse finito. Non dovevano esserci inconvenienti e Saifel e Karina avevano cercato di prevedere tutto.

***

 Le parole del bardo volarono come frecce verso il pubblico. Persino Makrausen e Graegor cominciarono a capire che c’era qualcosa di molto strano in nel racconto, tuttavia la musica e le danze lo rendevano particolarmente affascinante. Sembrava quasi che dei messaggi fossero come diretti a delle menti dormienti in attesa di essere risvegliate. Ibraham era l’unico che si stava beatamente godendo lo spettacolo, leggendo nelle parole dell’elfo solo quello che desiderava sentire.
 Tra i popolani, alcuni più svegli erano già ammutoliti in riflessione. Osservavano le loro mani, la terra dove avevano lavorato e vissuto e da cui avevano avuto così poco. Altri di tanto in tanto si voltavano verso Ibraham con sguardo non più di sottomissione ma di sfida, a volte di odio.
 Saifel non stava istigando né aizzando, stava solo risvegliando sentimenti, emozioni e conoscenze che la gente aveva lasciato dormire o aveva represso perché il suo animo potesse pensare, almeno in superficie, che tutto andava bene. In fondo, il Magnanimo dice che va tutto bene, non c’è guerra e io ho di che mangiare, era il pensiero di molti prima della festa del patto di non belligeranza.
 «E le sue parole colpirono come il martello sull’incudine: “non c’è peggior schiavo di chi crede di essere libero quando non lo è”. Le parole dello straniero scossero il popolo». Saifel proseguì. Aveva raccontato ogni dettaglio della storia di Raerem a lui conosciuti, opportunamente mascherato da popolo di una terra leggendaria. Aveva delineato tutti i personaggi e i ruoli. Tutto era pronto. Era quasi giunto il momento di terminare lo spettacolo per cui iniziò il suo monologo in crescendo.
 «So bene che tutti voi vi aspettate un finale. Glorioso, in cui il popolo si alza in piedi e vince con le sue forze. Ma io non ve lo racconterò. Non dirò una sola parola su ciò che accadde dopo, perché se quello che vi ho detto finora è storia, il finale è invece tutto da scrivere. Ed è il destino di tutti voi… il mio e quello di chiunque si trovi in questa piazza». Quando Saifel fermò danze e musica e cominciò a parlare direttamente al popolo, anche Ibraham sembrò svegliarsi dal suo sogno. Cominciò a capire che non era una semplice storia. Un rossore gli riempì il volto e sentì il calore del sangue riempirgli le vene. Cominciò a tremare, sia per rabbia che per paura. Rimase con gli occhi fissi sull’elfo, immobile senza essere capace di reagire. I due ambasciatori e i generali rimasero impietriti, anche loro incapaci di reagire, chi per un motivo, chi per altro.
 «Voi siete schiavi e oggi, esattamente in questo giorno, potete decidere di essere liberi. Credete di lavorare per voi ma in realtà non siete altro che formiche che mettono da parte il loro cibo non per se stesse, ma per un sovrano che ne approfitta per alimentare la guerra, la distruzione a solo vantaggio delle sue ricchezze. Un tiranno che si sta preparando ad abbandonarvi in mano a qualcuno che vi porterà a una rovina ancora più grande. Vi venderà al migliore offerente in cambio di più ricchezza e più potere. Vi offrirà come schiavi, perché è questo ciò che siete per lui. Perché la vostra schiavitù è dettata dalle ingannevoli parole e lusinghe di colui che chiamate il Magnanimo».
 Alle ultime parole dell’elfo il pubblicò scoppiò in un turbinio di voci. Ibraham gridò per zittirli ma soltanto alcuni si quietarono. Saifel sorrise e finalmente alzò lo sguardo verso Ibraham. Si voltò verso l’orologio e capì che era ora. Il bardo si rivolse ancora al popolo e concluse il suo spettacolo.
 «Non sarò io a chiudere questo spettacolo, ma davanti agli ambasciatori di Hanturiam e Leerat, i nostri due regni nemici tra loro, ma alleati a noi, vi darò le prove di ciò che dico». Saifel si voltò verso la scala e attese che tutto si concludesse come pianificato.

***

 Era giunta l’ora. Karina si avviò verso la porta. Iamal sarebbe dovuto arrivare a momenti con la rosa nera. Era in ritardo. La donna pregò gli Dei che non fosse accaduto nulla. Il destino di Saifel e di tutta Raerem erano nelle sue mani. Si avvicinò alla porta. Il tempo scorreva e la tensione saliva.
 Due colpi alla porta. La donna sobbalzò, il cuore cominciò a batterle all’impazzata ma sospirò di sollievo. Anche se con un attimo di ritardo sarebbe potuta arrivare allo spettacolo esattamente quando era necessario. Aprì la porta di fretta come se volesse far nascondere Iamal, ma nessuno entrò.
 «Entra», lo incitò.
 «Buongiorno, mia signora».
 Karina rimase impietrita. La voce non era quella di Iamal. La porta si aprì lentamente spinta da Zarghen che si ergeva in piedi di fronte a lei, tremante. Dietro Zarghen, Iamal aveva lo sguardo basso, misto tra dispiacere e odio. Un accenno di lacrima gli scendeva sulla guancia e con le mani stringeva il cappello quasi a strapparlo in due pezzi. Il generale delle guardie di Raerem fece un passo dentro la stanza.
 «Credo che tu abbia qualcosa da spiegarmi, contessa di Leerat». Zarghen sorrise e si fermò davanti a lei. «Posso accomodarmi?»
 Karina rimase immobile e guardò Iamal. Il servo non ebbe il coraggio di incrociare il suo sguardo. «Ho dovuto, l’ho fatto per te», disse soltanto prima di fuggire via lungo i corridoi. Il generale chiuse la porta e accompagnò Karina verso la poltrona, spingendola dal braccio, poi si sedette ai piedi del letto di fronte a lei, quindi assunse un tono serio.
 «Adesso parliamo».

***

 Il sorriso di Saifel scemò piano, tramutandosi in un’espressione attonita e stupita. Karina non c’era e senza di lei nessuna prova. Uno spettacolo preparato alla perfezione si era trasformato in un sol colpo in un’accusa mossa da uno straniero arrivato da pochi mesi.
 Ibraham guardò prima Makrausen, poi Graegor, infine il popolo che comunque, prove o non prove, era in subbuglio. Si spostò sul ciglio del suo piano rialzato e alzò la voce.
 «Sono solo menzogne! Io vi do tutto ciò di cui avete bisogno, e di fronte agli ambasciatori giuro che farò come ho sempre fatto, sempre e solo il vostro bene. L’elfo è solo un pazzo che muove accuse infondate». Nel popolo alcuni rimasero ad ascoltare il Magnanimo, più di quanti Saifel si immaginasse, altri invece continuarono a mormorare.
 «Arrestatelo per oltraggio al reame».
 Ibraham si voltò facendo roteare il mantello, quindi si avvicinò verso Graegor e gli parlò con un tono di chi vuole scusarsi ma rimanere autorevole.
 «Non solo il tuo suddito ha violato il patto di non belligeranza portando la guerra nelle mie terre, ma si è anche permesso di oltraggiare me, il mio regno e il mio popolo, chiamandoli schiavi. Esigo che il tuo giudizio sia quello che venga giustiziato, qui ma con la sentenza del regno di Hanturiam».
 Graegor rimase con lo sguardo fisso sull’elfo, poi si voltò verso Ibraham e gli sorrise.
 «Vedremo di risolvere la questione».



Breve come un Respiro – Capitolo XVIII°

28 febbraio 2010 - 7:52 by immortal_bard

Eoghan fremeva ma anche Saifel era nervoso. Entrambi aspettavano la fine del giorno per andare al tempio. Il bardo non sapeva ancora nulla di cosa avesse in mente Eoghan, sia perché non avevano avuto molto tempo per parlarne sia perché il guerriero continuava a ripetergli che non avrebbe potuto dirgli nulla di più di ciò che aveva già spiegato e che tutto il resto lo avrebbe saputo da Karina.
 In fila alle paghe Eoghan si mise davanti a Saifel. Ricevuta la paga sentì qualcuno afferrargli il braccio. Era proprio il compagno elfo.
 «Non correrei via stavolta». Saifel fissò Eoghan. Tod attirò nervosamente l’attenzione dell’elfo con un colpo di tosse. Il bardo si voltò e chiedendo scusa riscosse la sua paga.
 I due elfi si avviarono verso il tempio con passo spedito. Eoghan ebbe un brivido quando poggiò il suo piede sulla soglia, temendo di non vedere Karina. I suoi occhi corsero rapidi attraverso le panche e videro vicino all’altare Padre Marion che con un sorriso divertito stava parlando con Karina. Sospirò.
 «Karina», Eoghan si avvicinò cautamente. La donna si voltò e sorrise. Il sacerdote si allontanò accennando un gesto di cortese congedo.
 «Quando sono entrato ho temuto che…»
 «No», la donna fermò immediatamente Eoghan.
 «Voi due dovete parlare», Eoghan sorrise alla donna e si fece da parte, avvicinandosi al sacerdote. Sia Saifel che Karina sentirono un po’ di imbarazzo. Si erano visti spesso ma non si erano mai parlati se non per salutarsi rapidamente mentre si incrociavano al tempio.
 «Eoghan…» entrambi iniziarono a parlare. Saifel sorrise e le fece un cenno.
 «Eoghan mi ha detto che può aiutarmi a fare una cosa molto importante. Suppongo che sia tu a poterci aiutare, giusto?»
 «Credo che la cosa sia reciproca, a quanto mi ha spiegato». Saifel replicò con tono basso, quasi non si volesse far sentire neppure da padre Marion. L’imbarazzo tornò a dominare la situazione quando l’uno rimase in attesa che l’altra iniziasse a spiegare e viceversa.
 «Eoghan mi ha detto che tu stai cercando di rovesciare Ibraham dal suo trono e dall’illecito potere che ha acquisito». Il bardo decise di rompere il ghiaccio. Karina sembrò subito più tranquilla.
 «Si, e a me ha detto che mi avrebbe aiutato», abbassò lo sguardo. «Da sola non potrei farcela».
 «Io lavoro ormai in miniera da diverso tempo e ho potuto vedere come vive la gente di Raerem. So che hanno bisogno di qualcuno che gli apra gli occhi e che li convinca a protestare contro Ibraham e il suo potere, ma non c’è nessuno che accetti la situazione o voglia unirsi a me in questa causa. Sembra che abbiano delle bende davanti agli occhi e non si rendano conto della gravità della situazione».
 «Questo è vero, anche io l’ho notato». Karina annuì. «Tuttavia io ho prove del fatto che Ibraham non solo ha reso tutti questi cittadini dei fedeli sudditi che lavorano solo per lui, ma vuole anche approfittare del suo potere per ottenerne ancora di più al termine della guerra, sposandosi al vincitore e guadagnando quanto più possibile dalla guerra stessa». Karina iniziò a spiegare.
 «Contrabbando di armi?»
 «Si, come lo sai?»
 «In miniera non tutti stanno in un angolo a lavorare senza farsi domande». Saifel accennò un sorriso.
 «Ibraham vende armi a entrambi gli schieramenti, rifornendo le legioni maggiormente in difficoltà con i mezzi migliori e i prezzi più bassi. Non si può dire che controlli la guerra ma ha un’influenza notevole su di essa. Tutto il denaro di questo commercio nero ovviamente entra nelle sue tasche. Sono in pochi a palazzo a sapere questo, ma con i giusti modi e i giusti agganci sono riuscita a venirne a conoscenza». La contessa di Leerat fece una pausa, ma quando vide che Saifel attendeva ancora altri dettagli continuò.
 «C’è di più. Ho le prove che Ibraham voglia chiedere in sposa una contessa sia di Hanturiam che di Leerat, e allo stesso modo abbia promesso il regno di Raerem al comandante dell’esercito che vincerà. Insomma vuole assicurarsi un futuro in ricchezza e ancora maggior potere al termine della guerra».
 «Ignobile», Saifel non trovò altre parole. Immaginava che ci fossero degli affari marci a Raerem ma non poteva neppure sognarsi quello che gli stava raccontando la donna.
 «E cosa possiamo fare insieme?»
 «Io non posso andare più avanti di così. Se anche soltanto mi permettessi di accusare Ibraham, pur avendo prove tangibili ma senza un adeguato supporto, potrei essere bandita dal mio regno, arrestata e non so cos’altro».
 «E io ho bisogno che la gente apra gli occhi». Un profondo silenzio di riflessione scese tra i due e lasciò che la voce di padre Marion invadesse il tempio.
 «Ho un’idea». Saifel si illuminò. «Hai detto di avere delle prove di quello che è successo e di avere bisogno di supporto. Quello del popolo sarebbe sufficiente?»
 «Immagino di si», Karina rispose titubante.
 «Organizzeremo uno spettacolo in piazza, posso contare sull’appoggio di un’artista e della sua compagnia. Racconteremo tutta la verità attraverso poesie e recite e quando l’attenzione di tutti sarà al massimo porteremo alla vista le prove e tu potrai essere testimone e muovere ufficialmente le tue accuse contro Ibraham». Il bardo cominciava già a immaginarsi lo spettacolo mentre proponeva l’idea.
 Karina rimase perplessa un attimo, poi anche lei si illuminò. «Farlo adesso sarebbe da stolti e potremmo perdere il supporto del popolo prima che si renda utile». Il bardo perse per un attimo il sorriso.
 «Parlerò io con Ibraham e lo organizzeremo la prossima decade, quando gli ambasciatori di Hanturiam e Leerat arriveranno qui per il rinnovo di primavera del patto di non belligeranza». Al termine della frase della donna Saifel sentì l’eccitazione risalirgli lungo la schiena.
 «Gli ambasciatori?» Il bardo sembrò preoccupato. «Questo significa che…» si interruppe. Karina lo guardò cercando di capire cosa lo turbasse. Saifel guardò indietro verso Eoghan, ancora intento a parlare con il sacerdote.
 «Non avremo altro tempo dopo la visita degli ambasciatori. La neve che occlude i passaggi è ormai quasi sciolta e le vie sono praticabili. Quando arriveranno noi verremo giudicati e al loro ritorno gli ambasciatori manderanno qualcuno dei nostri regni a prenderci». Saifel abbassò lo sguardo, ma solo per un attimo. «Non dobbiamo perdere tempo. Ti prego, mostrami le prove di cui parlavi».
 Karina estrasse da una tasca dei fogli di carta. «Li terrò io. Li porterò allo spettacolo».
 Saifel rimase allibito. Erano due lettere, una indirizzata a una contessa di Hanturiam, con tanto di proposta di matrimonio e di quanto le avrebbe portato in dono, l’altra era identica ma indirizzata alla stessa Karina. Entrambe le lettere erano accartocciate ma soltanto quella diretta ad Hanturiam aveva il sigillo di Ibraham. L’ultimo pezzo di carta era invece una lettera di ringraziamento del comandante di una delle unità del regno di Hanturiam, per le ottime armi arrivate con anticipo e a un ottimo prezzo. Karina arrotolò immediatamente le lettere dopo averle fatte leggere a Saifel, e le conservò.
 «Come le hai avute?»
 «Un amico me le ha procurate direttamente dalle stanze di Ibraham».
 «Ma la lettera rivolta a te non ha prove, come farai a dimostrare tutto?»
 «Il regno di Leerat ha un simbolo. Una rosa nera che non muore mai. Ibraham dovrà donarla solo alla donna che intenderà sposare affinché ella la dia al primogenito come segno di passaggio del regno». Karina parlò con tono grave. «Non sarà facile ma confido nella persona che conosce i corridoi del palazzo meglio di chiunque altro».
 «Dunque durante la visita degli ambasciatori, dopo la firma del rinnovo del patto, faremo lo spettacolo e tutto il possibile per alimentare la sommossa, tu testimonierai e accuserai pubblicamente Ibraham e gli ambasciatori sapranno la verità». Saifel concluse.
 «E il popolo di Raerem sarà ancora protetto dalla guerra ma libero di scegliersi un governo che gli dia la libertà e la dignità di una vita normale». Karina completò a sua volta le parole del bardo.
 «Sono molto contento che Eoghan ci abbia fatto incontrare. Confesso che non me lo sarei mai aspettato». Saifel sorrise guardando indietro verso Eoghan.
 «Neppure io», Karina sembrò allontanare un pizzico di tristezza, come se avesse pensato a un momento particolarmente poco piacevole.
 «Bene, non perdiamo altro tempo. Mi metterò subito a lavoro non appena arrivo in locanda». Saifel smorzò il disagio della donna e la incitò a pensare a ciò che dovevano preparare. «Ci vedremo di nuovo qui, domani e ancora dopo domani per organizzare tutto, va bene?»
 «Si», annuì con sicurezza e con il sorriso. Saifel si fece da parte. Ormai la conversazione era finita e aveva intuito che la donna volesse salutare Eoghan e il sacerdote.
 Karina si avvicinò al guerriero e gli poggiò una mano sulla spalla. Eoghan smise di parlare con il sacerdote e la guardò incapace di dire nulla. Il suo sguardo era incomprensibile. Si alzò sulle punte e lo baciò sulla guancia.
 «Grazie. A domani, qui al tempio». La donna prese congedo.
 Eoghan rimase immobile a fissarla mentre usciva dal tempio. Dopo qualche istante volse il suo sguardo verso Saifel, che nel frattempo si era avvicinato, e non disse nulla ma si limitò a notare il sorriso soddisfatto del bardo.
 «Ora inizia lo spettacolo».



Breve come un Respiro – Capitolo XV°

26 gennaio 2010 - 7:21 by immortal_bard

 «Hai trovato qualcosa?»
 «Più di qualcosa». L’uomo rispose sussurrando.
 «Che cosa?» il tono della donna invece si fece quasi concitato.
 «Più di quello che immagini», tese la mano e allungò due pergamene che erano state accartocciate, ma che aveva accuratamente stirato e arrotolato come fossero lettere ufficiali. La donna allungò le mani per prendere le carte ma l’uomo le ritrasse e sorrise chiudendo gli occhi.
 «Merito almeno un bacio sulla guancia, mia signora e mia luce».
 «Ti prego Iamal, non chiamarmi così». Karina ritrasse le mani istintivamente. Iamal riaprì gli occhi e lasciò che il suo sorriso si attenuasse.
 «Io ormai servo te, mia signora. Il mio lavoro per Ibraham è solo una copertura. Permettimi di chiamarti almeno “mia signora”». Iamal fece un leggero inchino e ritrovò il sorriso precedente. Karina fece due passi in avanti e lo baciò sulla guancia. L’uomo aprì gli occhi e fissò la donna per qualche istante, senza abbandonare il sorriso, poi protese di nuovo le mani e porse le pergamene alla donna, stavolta senza ritrarle. Karina le prese fissando a sua volta l’uomo negli occhi.
 «Non è stato facile trovarle. Ora devo andare». Iamal si allontanò lasciando sola la donna.

***

 Le dita sfiorarono la maniglia della porta. Gli occhi corsero alla finestra chiusa. Le candele erano spente e il chiarore della luna creava dei giochi di ombre che rendevano l’attesa del rintocco quasi terrificante. Il campanile suonò la mezzanotte.
 Sottovoce, Iamal cominciò a contare. La mano strinse il ferro battuto e iniziò a muoversi lentamente. La porta si aprì facendo solo un lievissimo cigolio. Uscì dalla sua stanza. Con passi leggeri, l’uomo scivolò lungo i corridoi, attraversò rampe di scale e raggiunse una porta adorna di decorazioni e intarsi dorati. Era l’ingresso ai corridoi dell’ala proibita. Nessuno poteva accedere a quelle sale se non autorizzato direttamente da Ibraham, il Magnanimo in persona.
 Con un sorriso soddisfatto, Iamal estrasse una chiave dalla tasca e la infilò cautamente nella serratura. Si appoggiò sulla porta per non farla tremare e cominciò ad aprirla guardandosi indietro per essere sicuro che nessuno lo avesse visto. Aprì dapprima uno spiraglio e sbirciò dall’altra parte. Pareva non esserci nessuno. Aprì la porta, la attraversò e la richiuse dietro di sé velocemente, ma sempre facendo attenzione a non fare rumore.
 Camminando radente alla parete più interna del corridoio, e superando velocemente le zone illuminate dalle finestre, Iamal corse verso una meta precisa. Raggiunse una porta di faggio, robusta e diversa dalle altre. Sentì ancora una volta un brivido nel toccare la maniglia d’oro lavorato, fredda quasi quanto la notte stessa. Con decisione aprì la porta ed entrò. Un rumore sordo rimbombò nel corridoio. Sapeva che non c’era verso di non far rumore con quella porta, quindi cercò di ridurlo al minimo.
 Appoggiato con le spalle sulla porta, Iamal sentì il suo sorriso diventare quasi un’espressione di vittoria, mentre il petto gli si gonfiava e sgonfiava velocemente per la tensione. Inspirò profondamente per riprendersi quindi si diresse subito verso la scrivania. Era sicuro che avrebbe trovato qualcosa di utile nella stanza di Ibraham.
 Iamal cominciò ad aprire cassetti e sportelli, curandosi di rimettere tutto a posto. Guardò tra i vari cartigli ma non trovò che atti burocratici di scarso interesse per ciò che cercava. Le sue orecchie erano costamente attente a ogni rumore che proveniva dal corridoio. Aveva poco tempo e molti posti dove cercare. Guardò tra gli scaffali e sotto la poltrona. Era difficile trovare qualcosa, soprattutto perché non sapeva neppure cosa stesse cercando.
 Il rintocco della prima ora del giorno lo fece sussultare. I battiti del cuore aumentarono e sentì un calore al volto che lo fece trasalire. Inspirò profondamente e si avviòm verso l’uscita. Credeva di avere fallito quando il suo sguardo si posò su dei fogli accartocciati dentro un cestino. Ne raccolse uno e cominciò a leggerlo. Rimase immerso nella lettura, sorpreso da ciò che l’inchiostro gli stava rivelando. Sul fondo della lettera era già stato apposto il sigillo con la cera lacca e nonostante il foglio fosse stato stropicciato, era ancora perfettamente visibile. Aveva trovato ben più di quello che potesse sperare.
 Il rumore di passi, seguito da quello della maniglia lo riportarono alla realtà. Il giro di ronda era arrivato e lui era ancora nella stanza. Osservò rapidamente la disposizione dei mobili, si lanciò dietro il divano e pregò che il buio lo proteggesse. La porta si aprì. Iamal chiuse gli occhi come a volersi nascondere dalla luce della candela e trattenne il fiato. Rimase immobile.
 Un suono cupo ma inconfondibile lasciò la stanza nel silenzio. La porta era stata chiusa. Iamal attese immobile ancora qualche istante, poi con estrema cautela si affacciò verso la stanza. Era completamente buia. Sarebbe passata un’altra ora prima che passasse il secondo giro di ronda. Aveva dunque il tempo per uscire dall’ala proibita.
 Iamal attese qualche minuto dietro la porta, appoggiato con l’orecchio sul legno per essere sicuro che non ci fossero rumori di passi nel corridoio. Aprì la porta così come quando era entrato ed uscì. Si appoggiò solo per un istante su di essa, come se volesse farla smettere di vibrare, si guardò a destra e a sinistra, e cominciò a correre nelle ombre fino a raggiungere la fine del corridoio. Aprì la porta ma si accorse che la mano gli tremava. Cercò di non fare rumore ma la paura non glielo consentì. La chiave gli cadde sul pavimento, tintinnando. La raccolse velocemente, aprì la porta e la richiuse dietro di sé, dando due giri di chiave. Cominciò a correre verso le sale della servitù, raggiunse la cucina, si arrampicò sulla credenza e infilò la chiave in una brocca nascosta in alto tra le vecchie brocche per il vino.
 «Che cosa stai facendo?»
 Iamal cadde all’indietro, ruzzolando sul pavimento. Si voltò terrorizzato ma si tranquillizzò quasi subito quando vide che a chiamarlo era Owanda, la cuoca.
 «Cercavo qualcosa da mangiare. Ho fame e non riuscivo a dormire», balbettò.
 «E lo cerchi con i piedi sudici sui miei ripiani?»
 «Io…» si alzò e si diede una ripulita, cercando di riprendere il controllo. Owanda si avvicinò e chiuse la dispensa che Iamal aveva aperto afferrandocisi mentre cadeva.
 «Ho sempre detto che eri un tipo strano, ma non pensavo fino a questo punto». La cuoca si piegò sulle ginocchia e aprì un cassetto, tirando fuori qualche pezzo di pane e un po’ di formaggio. Poi sorrise all’uomo. «Anche io a quest’ora ho sempre fame. Conservo sempre uno spuntino qui. Vuoi farmi compagnia?»

***

 «Sei sicuro che non abbia capito nulla?»
 «Si». Iamal sorrise soddisfatto. «La cuoca non immagina nemmeno che il primo servitore nasconde la sua copia della chiave lassù. Credo che in pochi, pochissimi lo sappiano».
 «Grazie». Karina abbracciò di nuovo Iamal, comprendendo il rischio che aveva corso per trovare qualcosa per lei, quindi prese congedo senza aggiungere altro.

***

 «Mio signore». Zarghen entrò nell’ufficio di Ibraham, intento a scrivere dei documenti.
 «Entra pure»
 «Ho delle notizie». Il comandante delle guardie di Raerem assunse un tono duro, ed enfatizzò la sua preoccupazione come se fosse scoppiata una guerra.
 «Cosa ti turba?»
 «Ieri notte qualcuno dei servitori ha girovagato per l’ala proibita. Avevo dei sospetti e ho fatto di persona diversi giri di ronda». Ibraham sembrò sorpreso. «Qualcuno trama contro di te».



Breve come un Respiro – Capitolo XIII°

7 gennaio 2010 - 7:12 by immortal_bard

Quando la porta della locanda si aprì, Eoghan e Saifel videro una scena che li lasciò stupiti. Quattro donne molto avvenenti erano in locanda, sedute al bancone e a mala pena riuscivano a respingere le attenzioni degli avventori. Un urlo spinse i due elfi a entrare e a chiudere la porta dalla quale il gelo stava iniziando a diffondersi nella sala comune.
 Saifel si avvicinò al bancone, e come ogni sera si apprestò a prendere il liuto che era stato del ragazzo che poco tempo prima era stato improvvisato cantastorie dal locandiere. Immediatamente una delle ragazze lo guardò e gli sorrise. Un elfo non passava facilmente inosservato, specie in luoghi come quello.
 «Cosa ci fa un elfo in un luogo come questo?»
 La ragazza scese dallo sgabello e si avvicinò. Aveva i capelli rossi e le labbra umettate con un velo di rossetto quasi impercettibile. Le sue guance erano ben curate e i suoi abiti stonavano con il clima della locanda. Lo fissò con i suoi occhi azzurri.
 «Sono qui come cantastorie, e in realtà alloggio nelle stanze al piano di sopra, mia signora» rispose cordialmente l’elfo. «Il mio nome è Saifel e penso di poterti rivolgere la stessa domanda».
 «Io sono Janira» rispose la ragazza.
 «Intendevo dire che potrei chiederti perché una donna come te si trova in un luogo simile». L’elfo sorrise gentilmente e con la coda dell’occhio scrutò la donna.
 Eoghan intanto si sedette al suo solito posto all’angolo del bancone. Tra lui e le altre tre donne c’erano una manciata di uomini già mezzi ubriachi.
 «Oh, sono qui», la ragazza si portò una mano davanti alla bocca e cominciò a ridere garbatamente, si guardò intorno e poi continuò. «Sono qui con il mio gruppo di danzatrici. Eravamo in viaggio verso Hanturiam ma abbiamo avuto qualche problema e così ci siamo dovute dirigere verso la città più vicina», le parole le uscirono di bocca veloci e particolarmente allegre, «Raerem per l’appunto». Saifel intuì che c’era qualcosa di strano.
 Dalle scale della locanda scesero altre ragazze, tutte quante vestite con gonne lunghe e larghe, corpetti attillati e truccate come se dovessero esibirsi. Il locandiere le vide scendere e corse dall’elfo.
 «Suonerai qualcosa per noi? Hanno promesso di danzare per i miei clienti. Se lo farai stasera tutto il ricavato del palco è tuo». L’oste sorrise e scosse la testa come se stesse proponendo a Saifel l’affare dell’anno.
 Saifel era particolarmente stanco e preso dai pensieri che gli erano maturati in testa negli ultimi giorni. Anche Eoghan sembrò disturbato dal fracasso che si era generato in locanda a seguito della presenza delle donne. Al tavolo dei metalli l’unico disinteressato e concentrato sulla sua birra era Kurt.
 «D’accordo», disse sospirando l’elfo. La donna di fronte a lui balzò immediatamente giù dal piano rialzato e corse sul palco, seguita dalle altre ragazze. Il rumore della locanda si placò solo per un istante in seguito alla sorpresa. Non appena Saifel pizzicò le corde del liuto, voci, canti e battere di mani si mischiarono in una cacofonica melodia che fece comunque danzare le donne.
 Al primo ballo parteciparono tutte, dal secondo in poi le ragazze cominciarono a fare a turno, andando di tanto in tanto al bancone o ai tavoli a riscuotere monete, complimenti e qualche pacca sul sedere.
 Una ragazza, una tra le più carine, si avvicinò a Eoghan e gli porse un calice di vino, poi si sedette sullo sgabello vicino al suo e gli sorrise. Eoghan la ignorò.
 «Il tuo amico è bravo a suonare. Tu cosa sai fare di bello?»
 L’elfo alzò lo sguardo per un attimo e rimase torvo. Era palesemente infastidito dal trambusto e non sfiorò neppure il bicchiere che la donna gli aveva offerto.
 «Sei un solitario vero? Ma sei anche molto bello». L’elfo alzò nuovamente lo sguardo, stavolta un po’ a disagio. La donna si alzò in piedi e gli girò dietro le spalle, appoggiandogli i palmi sulla schiena e accennando un massaggio.
 «Sei veramente teso e nervoso. Mi piacerebbe poter fare qualcosa per scioglierti».
 «Lasciami stare». Il tono dell’elfo fu brusco ma pacato. La donna rimase inizialmente gelata, poi si scosse e riprese a massaggiarlo più vigorosamente.
 «Dovresti essere più rilassato. Tutta questa tensione ti farà crepare». La donna scoppiò in una risata fragorosa ma non volgare. Un’altra ragazza si unì a lei.
 «Cosa fate di bello? State preparando la serata? Posso partecipare?». La nuova arrivata fu ancora più esplicita ed esuberante rispetto all’altra. Anche lei era molto carina, ed Eoghan si trovò ad ammettere che c’era un filo di tentazione in quella surreale situazione.
 «Suvvia, tra poco il locandiere chiuderà la sala comune e noi non ci siamo ancora divertite abbastanza», la prima divenne più provocante. La seconda si appoggiò con la schiena sul bancone e si sistemò il seno prosperoso davanti a Eoghan, agitando i capelli da sinistra a destra con un movimento ampio ma aggraziato della testa.
 «Lasciatemi in pace», disse di nuovo con tono cupo. Eoghan prese due monete e le lasciò sul bancone per pagare l’idromele che aveva a mala pena sorseggiato e si diresse fuori dalla locanda. Sapeva che fuori il gelo sarebbe stato tagliente, ma era anche sicuro che le donne ormai mezze nude e accalorate dall’ambiente della sala comune non lo avrebbero seguito.
 L’elfo chiuse la porte dietro di sé. Sospirò e si strinse nel mantello. La bufera del pomeriggio si era placata, ma la neve continuava a scendere ininterrotta, seppur leggera e poco fastidiosa. Ogni tanto qualche gelida brezza lo faceva drizzare sulla schiena. All’improvviso un rumore attirò la sua attenzione. Socchiuse gli occhi e guardò nella direzione del tempio, distante circa trecento passi dalla locanda. Vide l’inconfondibile manto bianco della donna che incontrava spesso sotto il porticato di Kyrion.
 «Stavolta è davvero troppo tardi», sussurrò sospettoso. Con passo rapido raggiunse la strada. Vide la donna e attirò la sua attenzione con un cenno della mano. Sentì l’imbarazzo crescergli. Ma cosa mi è saltato in mente, pensò tra sé cercando delle parole intelligenti da dire.
 «Salve». La donna accennò un saluto e si guardò attorno preoccupata. Una mano le corse sotto il mantello vicino alla cintura. Eoghan lo notò.
 «Salve a te, mia signora. Perdonami ma io», deglutì. «Ecco ho notato che forse vi sarebbe potuto essere utile un mantello in più data la bufera». L’elfo si pentì immediatamente di quello che aveva detto, ma per cercare di essere coerente, si tolse il mantello e lo porse verso la donna. Sentì il gelo entrargli nelle ossa.
 «Oh… no grazie, non è necessario», la donna cercò subito di dissuadere l’elfo. Il suo tono era meno preoccupato di prima, ma sembrava ancora spaventata, come se fosse stata colta di sorpresa.
 «Io sono Eoghan dei boschi di Radebaran, a Raerem per errore e accettato come cittadino di classe inferiore». Ancora una volta il guerriero si pentì subito di quello che aveva detto, ma non riusciva a essere lucido, sia per l’emozione mai provata, sia per il freddo che gli stava facendo scendere delle lacrime simili a gocce di ghiaccio.
 «Ti prego rimettiti il mantello», disse la donna quasi implorante. Eoghan eseguì.
 «Non ti sto seguendo… è che ti ho vista spesso al tempio e io, ecco…». Eoghan cercò di trovare un argomento convincente ma si rese conto di non sapere neppure il perché l’avesse fermata. Divenne rosso per l’imbarazzo ma anche per la rabbia verso se stesso. Si rese conto che Saifel aveva ragione.
 «Certo», annuì la ragazza. «Hai detto che sei uno straniero?»
 «Si», rispose subito Eoghan. Un fiocco di neve gli si poggiò sulle labbra e provò di nuovo la sensazione che aveva provato davanti al tempio.
 «Io sto andando a dormire, penso che passerò davanti alla locanda. Tu sei diretto lì?»
 Eoghan intuì che la ragazza non era a suo agio e che stava tentando di allontanarsi da quel posto. Forse non voleva essere scoperta, forse nasconde qualcosa, pensò. «Si, posso accompagnarti? Lì è anche più riparato dal freddo». Ancora una volta l’elfo ringraziò il buio che insieme al cappuccio nascondeva il rossore delle sue guance. Cosa mi salta in mente? Devo offrire a una nobile una birra in una taverna puzzolente? Eoghan si sperò che la donna non pensasse che volesse trattenerla.
 «No, grazie, ma non posso fermarmi in locanda». Le parole della donna lo fecero raggelare più della neve.
 I due arrivarono davanti alla locanda. Il tetto spiovente creava una piccola nicchia che riparava dal vento e il tepore del camino sembrava fuoriuscire dalle pareti.
 «Così proseguirai da sola a quest’ora della sera. Non è pericoloso? Non sono qui da molto ma non penso che esistano città che siano così sicure la sera nei vicoli bui, per quanto una donna o un uomo sappia badare a se stesso».
 «Forse lo è, ma», la donna esitò un istante, «devo».
 «Sarei lieto di accompagnarti, se me lo consenti». Eoghan assunse un tono gentile. Cercò di vincere la sensazione di essere solo un minatore il cui cuore chiedeva asilo tra le braccia di un’aristocratica. La donna esitò. I suoi occhi neri lo rapirono di nuovo. Poi la porta della locanda si aprì.
 «La sala comune è chiusa. Stanno andando tutti via. Su dai, io e le mie due amiche siamo pronte. Vieni? Ti aspettiamo nella tua stanza». La ragazza che gli aveva offerto il calice di vino si affacciò mezza nuda dalla porta della locanda. Eoghan rimase spiazzato e ammutolito. Si voltò verso la donna cercando di giustificarsi con lo sguardo.
 «Devo andare». La donna fece un leggero inchino e si allontanò di gran passo senza aspettare la risposta dell’elfo. Eoghan rimase inebetito, guardandola mentre si allontanava.
 «Allora? Entri?»
 Eoghan si voltò con sguardo spento. Rientrò in locanda. Due ragazze gli tolsero il mantello e cominciarono a riscaldarlo massaggiandogli il petto e la schiena. Gli avventori della locanda si stavano allontanando, e il locandiere era intento a contare il denaro guadagnato con lo spettacolo delle donne. Saifel era seduto al bancone e stava parlando con quella che sembrava essere la prima ballerina del gruppo. Altre due stavano riempiendo il compagno elfo delle stesse attenzioni con cui il guerriero era stato accolto.
 Con passo sicuro, Eoghan afferrò il mantello togliendolo dalle mani della ballerina e salì rapidamente al piano di sopra. Le ragazze lo seguirono, convinte di essere riuscite nel loro intento, ma rimasero di pietra quando l’elfo chiuse a chiave la porta della stanza dietro di sé.
 Saifel spostò impercettibilmente lo sguardo verso le scale quando vide ridiscendere le due ragazze. Janira lo stava adulando e non si rese neppure conto che l’elfo non era pienamente immerso nelle sue parole come pensava.
 «Bevi un altro calice».
 «Non mi piace bere troppo», rispose l’elfo.
 «Ma stasera dobbiamo festeggiare la grande serata», giustificò la donna.
 «Bevo solo se anche tu bevi con me».
 La donna esitò, poi afferrò la bottiglia e versò due calici pieni di vino.
 L’oste non si curò che i due stessero finendo la bottiglia che neppure avevano pagato. Era troppo occupato a contare le monete. Ormai nella sala comune c’erano solo lui, le ragazze stanche e sudate, Saifel e Janira.
 L’elfo e la donna tracannarono il vino d’un fiato in maniera poco aggraziata per entrambi. La donna si asciugò la bocca con il dorso della mano e scoppiò a ridere, poi portò le braccia attorno all’elfo e lo baciò sulla guancia. Poi si avvicinò all’orecchio e gli sussurrò con tono sensuale.
 Saifel non capì neanche una parola di quello che aveva detto ma ne intuì le intenzioni. Appoggiò il liuto dietro il bancone al solito posto, fece un passo su per le scale e con un sorriso malizioso fece un cenno a Janira. Subito altre due ragazze la seguirono ma il bardo le fermò con un gesto.
 «Solo una per volta». L’elfo sorrise ancora più malizioso. I due giunsero davanti alla stanza ma la porta era chiusa a chiave. Eoghan si era rintanato lì.
 «Andiamo nella mia stanza». Janira sussurrò ancora a Saifel, gli prese la mano e lo trascinò più avanti nel corridoio. Giunsero davanti a una porta più piccola ma quando la aprirono la stanza si rivelò molto più pulita e ordinata di quella che l’oste aveva dato ai due elfi.
 «Chiudi la porta».
 Saifel chiuse la porta e diede un giro di chiave, facendo sparire come in un gioco di prestigio la chiave.
 «Vuoi giocare con me? Non vuoi che fugga?» Janira sorrise e cominciò a spogliarsi. Saifel sorrise e infilò una mano in tasca. Estrasse due sacchettini di stoffa pieni di erbe dal profumo che gli risultò inconfondibile. Alla vista delle piccole borsette, Janira si tastò le tasche e si rese conto che erano vuote.
 «Se sono nelle mie mani, evidentemente non sono più nelle tue tasche». Saifel perse il sorriso. «Cosa sono?»
 «Sono delle medicine che prendo la mattina». La risposta di Janira fu palesemente improvvisata. Saifel aprì un sacchetto e odorò il contenuto. Poi fece lo stesso con l’altro, sotto lo sguardo immobile della donna.
 «Erba del Paradiso ed Essenza del Sole». L’elfo mostrò molta sicurezza. «Tra gli elfi le chiamiamo anche Sonno della mente e Fertilità». La donna indietreggiò di un passo. «Volevi drogarmi e usarmi per avere un figlio?». La domanda dell’elfo non fu posta con aggressività, ma la ragazza sentì un leggero terrore salirle lungo la spina dorsale.
 «No, io…», Janira singhiozzò cercando una spiegazione che negasse l’evidenza. Saifel la incalzò.
 «Dunque?»
 «Non è come pensi. Posso spiegarti tutto». La donna indietreggiò trovandosi spalle al muro. Saifel infilò una mano sotto il mantello, come se volesse prendere qualcosa. Janira emise un gemito terrorizzato e le parole le fuoriuscirono di bocca come un fiume in piena.
 «Il comandante delle guardie, Zarghen, ci ha assoldate perché svolgessimo un compito per conto del Magnanimo. Ci ha promesso la libertà e una vita normale in cambio. E denaro anche». Saifel si fermò capì che non era più necessario fingere di essere minaccioso.
 «Che compito?»
 «Dovevamo sedurvi, rendervi deboli mentalmente e farci dare dei figli da voi, così sarebbero stati mezzi uomini e mezzi elfi. Voleva che foste legati a lui e a Raerem. Non so altro. Ti prego non farmi del male».
 Saifel poggiò una mano sulla spalla di Janira. Sentì che tremava. La abbracciò e le carezzò la nuca. «Non ti farò del male». Nonostante la tenesse vicina a sé, l’elfo era all’erta e pronto a reagire, e teneva sotto controllo ogni movimento della ragazza. Janira però scoppiò in un pianto singhiozzante e si lasciò avvolgere.
 «Siete servitrici che non erano mai uscite dal suo palazzo, non è così?»
 Janira annuì asciugandosi le lacrime sulle mani.
 «Questa città non è poi così tranquilla e serena come sembra, vero?»
 Ancora una volta Janira confermò i sospetti di Saifel. L’elfo accompagnò la donna sul letto e la fece accomodare, poi si avvicinò alla finestra e rimase a riflettere per qualche istante.
 «Che cosa farò adesso?»
 La voce di Janira era rotta dal pianto. L’elfo si avvicinò alla donna. Le sollevò il mento con una mano e le sorrise. «Farai esattamente quello che ti ha ordinato il tuo signore».
 «Cosa?»
 «Vuoi tornare libera?» Saifel la guardò trasmettendole speranza.
 «Più di ogni altra cosa».
 «Rimarremo chiusi in questa stanza. Riferirai al Magnanimo che io mi sto innamorando di te. Gli dirai che non hai avuto bisogno di droghe e che sei riuscita fare ben più di quello che lui si aspettava. Gli dirai che gli elfi non sono delle creature che si possono sedurre come gli uomini ma che hai trovato il nostro punto debole, e che anche l’altro elfo, Eoghan, cadrà nella tua rete». Janira ascoltò e annuì a ogni parola dell’elfo. Poi calò un attimo di silenzio.
 «E dopo cosa faremo?»
 «Non lo so ancora ma dobbiamo guadagnare tempo, e io ho bisogno di capire meglio cosa sta succedendo in questa città. Tu puoi aiutarmi e puoi aiutare tutta la gente di Raerem, Janira». Saifel sfiorò la mano della donna che ebbe un fremito. Gli guardò le dita lunghe e affusolate, un po’ rovinate dal lavoro in miniera ma ancora morbide come quelle di un artista. Poi alzò gli occhi e annuì ancora, come se avesse intuito i pensieri dell’elfo.
 «Anche le tue compagne dovranno credere che sta riuscendo il piano, ma dovrai fare in modo che soltanto tu e al massimo un’altra continuino a ronzarci intorno. Inizieremo con il fargli credere che noi elfi ci stiamo legando a qualcuno della città e che non vorremo andare via». Saifel tornò alla finestra e continuò a pensare. Poco dopo si voltò e vide che Janira lo stava guardando con un misto di ammirazione e speranza. Il suo sorriso traspariva dagli occhi. Era chiaro che la donna vedesse una via d’uscita nelle parole dell’elfo.
 «Adesso dormi, ne hai più bisogno di me». Saifel si avvicinò di nuovo alla donna e la accompagnò sul cuscino. Janira si rese conto allora di essere quasi nuda ed ebbe un sussulto di vergogna. La parte che stava recitando era finita e con essa anche la spregiudicatezza che si era inventata. Si nascose nelle coperte e rimase immobile e in silenzio. Saifel spense la candela e si sedette vicino alla finestra. Guardare la luna gli portava sempre consiglio e saggezza. E sapeva che a breve ne avrebbe avuto molto bisogno.



Breve come un Respiro – Capitolo XI°

15 dicembre 2009 - 8:45 by immortal_bard

 «Notizie del carico diretto ad Hanturiam?»
 «Sono arrivati. Hanno avuto qualche difficoltà nel tragitto e lo stesso è valso per il messaggero».
 «Capisco». Ibraham roteò la coppa col vino fissandone il fondo. Zarghen rimase in piedi accanto a lui, guardando la tavola imbandita e già piena di pietanze fredde.
 «E le mappe per Leerat? Sono arrivate o la neve le ha fermate? Quel carico vale molti soldi». Ibraham sollevò gli occhi verso il comandante delle guardie di Raerem e lo guardò speranzoso. Zarghen dal canto suo rimase in silenzio e fugò il volto del Magnanimo.
 «Non abbiamo notizie ancora».
 «Maledizione!» Ibraham colpì il tavolo con forza facendo tremare vassoi e candelieri. Anche la porta vibrò. Zarghen la osservò per un istante.
 «Almeno la via verso Hanturiam è praticabile? La lettera che devo spedire alla contessa deve arrivare entro il giorno stabilito». Ibraham guardò Zarghen come se potesse essere lui a decidere delle sorti del tempo atmosferico.
 «Pare che sia percorribile». Il comandante non parlò con convinzione ma Ibraham sembrò rasserenarsi.
 «Dimmi qualcosa sugli elfi. Come è andato il loro primo giorno?» Il tono del signore di Raerem si fece nuovamente calmo e pacato.
 «Hanno lavorato in miniera, poi si sono diretti alla locanda e sono passati dal tempio di Kyrion». Zarghen parlò spedito come se avesse fretta di andare via.
 «Bene. Devono ambientarsi. Appena possibile dobbiamo portare loro donne e fortuna, senza esagerare. Non voglio che i miei futuri sudditi dalla lunga vita abbiano motivo di essere troppo indipendenti o poco fedeli». Una fragorosa risata riempì la stanza. La porta vibrò ancora e si mosse. Ibraham e Zarghen si scambiarono un’occhiata. Il Magnanimo cominciò a parlare della cena e di cosa avrebbero mangiato, invitando il suddito con lo sguardo e con ampi gesti della testa ad andare ad aprire la porta.
 Zarghen si avvicinò silenziosamente, per quanto gli fosse permesso dall’armatura, alla pesante porta di legno. Afferrò la maniglia e udì rumore di tacchi poco prima di spalancarla con un rapido movimento del braccio. Una donna con il braccio proteso in avanti fece un leggero balzo indietro, spaventata dall’inaspettata apertura della porta.
 «Karina, mia signora, è da molto che sei qui?» Ibraham non nascose un certo turbamento.
 «No, sono appena arrivata, mio Signore. Stavo giusto per bussare Perché sono in ritardo?»
 «Forse un po’ in anticipo» disse Ibraham nuovamente tranquillo. «Ma va benissimo. Potremo spendere qualche minuto da soli in una piacevole conversazione» concluse.
 Zarghen fissò indietro verso il suo signore. Il suo sguardo era quasi impaurito, come se sospettasse della donna. Ibraham gli fece un cenno con la testa per tranquillizzarlo e lo invitò a congedarsi. Il comandante fece dunque passare Karina e poi uscì, chiudendo bene la porta dietro di sé. Osservò le ombre vicino alle tende. Credette di avere le allucinazioni. Un istante prima gli era parso di vedere una forma scura, e l’attimo dopo era svanita. Estrasse lentamente la spada dal fodero e con un rapido ma poco convinto movimento la fece ruotare contro le le tende. Gli anelli che tenevano il tessuto ressero il colpo. La luna illuminò per un istante la stanza. Zarghen si guardò attorno. Nessuno.
 «Dannazione». Il comandante si allontanò con gran passo dalla sala da pranzo e uscì verso le sale esterne. E qualcosa si mosse nelle ombre.
 All’interno della sala da pranzo, la conversazione si fece leggera tra Karina e Ibraham e pian piano anche gli altri invitati arrivarono e tutti insieme cominciarono a consumare il banchetto offerto dal Magnanimo. La serata andò avanti e Ibraham si comportò come sempre. Come se nulla fosse accaduto.

***

 «Cosa ti fa credere che il fatto che tu racconti belle storie ti renda il benvenuto al mio tavolo?» La frase di Kurt gelò per un istante l’elfo che si era avvicinato. Saifel rimase fermo un istante poi si rese conto che quella era la prima volta che il nano gli rivolgeva la parola, ordini in miniera a parte. Inspirò a fondo e riprese il coraggio e tornò a recitare la parte di quello sicuro di sé e dei suoi mezzi.
 «Perché sono sicuro che ridarvi la vostra metà persa della paga sarà più che sufficiente a farci perdonare l’errore di questo pomeriggio». Saifel posò il boccale traboccante di monete al centro del tavolo, facendosi spazio tra due sedie. Eoghan, che nel frattempo si stava avvicinando, osservò stupito la scena. Il bardo aveva appena dato via la loro cena e le loro stanze. Sebbene il guerriero si ripetesse che doveva fidarsi di lui, la cosa non gli riuscì molto facilmente di fronte a quel gesto.
 Kurt fissò l’elfo. Senza staccargli gli occhi di dosso afferrò lentamente il manico del boccale e lo avvicinò. Il nano prese a contare le monete tirandole fuori una a una dal boccale e cominciò a distribuirle ai sui uomini. Saifel rimase immobile e in silenzio. Eoghan guardò da poco più indietro.
 La mano del nano spartì agilmente il denaro poi il suo sguardo si alzò. C’era ancora poco meno di mezzo bicchiere pieno di monete. «Queste sono tue». Il nano spinse il boccale in avanti. «Ti sei guadagnato ben più della paga di cinque uomini in una sola serata, ma non credere che la gente qui sia sempre così generosa. Stasera è stato grazie alla sorpresa e alla novità». Il nano sentenziò e buttò giù d’un fiato quello che sembrava essere il quinto o sesto boccale da almeno una pinta di birra.
 «Magari riuscirò a raccogliere storie interessanti che coinvolgeranno la gente in locanda e continuerò a guadagnare tanto, non credi?» Il bardo sorrise e sfiorò lo schienale della sedia.
 «Sedetevi». Kurt diede il permesso ai due elfi di unirsi ai tavoli. Saifel si voltò verso Eoghan e gli sorrise. Il guerriero di Groomanor rimase impassibile, abbassò il cappuccio e si andò a sedere alla destra del compagno.
 «Non ti conviene guadagnare tanti soldi o ti toglieranno anche quel poco che ti resta mandandoti a mendicare o peggio a morire per le strade fuori della città. Ormai è un po’ che non succede più. La gente ha imparato a seguire le regole dettate dal Magnanimo». Uno degli uomini dei metalli intervenne, come se ormai Kurt li avesse accolti. Il suo tono andò rallentando e scemando sotto lo sguardo carico d’ira del nano.
 «Quali regole?» Saifel colse l’occasione e cercò di approfondire.
 «Ci sono delle regole da rispettare. Come in tutte le città». Kurt rispose secco e con tono burbero. «Diteci chi siete e da dove venite e soprattutto perché siete qui». La conversazione fu subito tramutata dal nano in una specie di interrogatorio. L’uomo che poco prima aveva tentato di iniziare la conversazione abbassò lo sguardo rendendosi conto che si era fatto affascinare dai modi dell’elfo e aveva quasi rotto il rito di iniziazioni a cui Kurt pareva voler sottoporre i due elfi.
 «Io sono Saifel, musico dell’esercito di Hanturiam e originario dei boschi di Allyfain e lui è Eoghan, guerriero dell’esercito di Leerat», il bardo si fermò attendendo che Eoghan completasse la presentazione ma il silenzio fu l’unica risposta dell’elfo. «Stavamo sfidandoci in un duello durante una delle contese tra i regni per cui combattiamo e ci siamo spinti troppo vicino alla città di Raerem, dove abbiamo scoperto di aver violato il patto di non belligeranza. Dunque siamo stati arrestati e, per il momento, accettati come cittadini di classe inferiore in attesa che passi l’inverno e gli ambasciatori dei nostri regni possano venire qui a giudicarci».
 La presentazione di Saifel sembrò rassicurare Kurt. Anche gli altri uomini al tavolo cominciarono a parlare tra di loro più tranquilli, come se quelle parole avessero rimosso qualche genere di sospetto o pregiudizio.
 «Bene. Adesso potete stare seduti al mio tavolo, ma questo non significa che mi state simpatici». Il nano accennò un sorriso ma nessuno avrebbe avuto il coraggio di farglielo notare.
 «Allora? Di quali regole si parlava prima?»
 «Sei proprio curioso, elfo». Il nano voltò lo sguardo e bevve un sorso.
 «Semplicemente non vogliamo creare di nuovo problemi come quello di questo pomeriggio, e nessuno ci ha spiegato come funzionano le cose in questa città». Il bardo rispose prima ancora che il nano finisse di bere.
 «Lascia che ti presenti i miei uomini: Mark, Rod, Alexander, Tore, Matt, Jan e Nak». Il nano indicò uno a uno i suoi sette uomini seduti al tavolo.
 «Perché continui a cambiare argomento?»
 «Perché la prima regola è proprio “non curiosare”». Il nano si protese verso l’elfo e gli puntò il dito contro. «La curiosità può essere molto pericolosa da queste parti, chiaro?» Il bardo annuì.
 «Capisco, però credo sia normale chiedersi come mai un gruppo di persone che godono di tanto rispetto», Saifel fece una pausa come a sottolineare il complimento implicito in quelle parole, «siano rimaste a fare dei lavori come cittadini di classe inferiore, avreste potuto scegliere di fare un lavoro normale». Rod, uno tra i più grossi fisicamente, accennò una risata.
 «Scegliere? Sono lavori…»

***

 «…forzati?» Ibraham sgranò gli occhi. «Mia signora, Karina, quello che dici mi turba. Perché pensi che qualcuno dovrebbe costringere gli uomini di Raerem a lavorare in miniera o nelle fucine? Hai visto fruste o catene?» L’espressione del volto gli si fece quasi incredula.
 «Non si tratta di fruste o catene. Tuttavia potrebbe essere solo una voce che circola. In fondo sono pur sempre una straniera in visita e sono qui da poco. La gente potrebbe tentare di spaventarmi».
 «I nostri rapporti con la tua città, contessa, sono quelli definiti dal patto delle guerre. Non belligeranza». Ibraham chiuse gli occhi e agitò la mano come in un rito solenne. Tutti gli invitati al banchetto convennero con le sue affermazioni.
 «Tuttavia se prendeste in moglie una donna di un altra città, e questa appartenesse a uno dei due regni con cui avete stretto il patto, il vostro schieramento sarebbe chiaro». Karina mostrò un particolare interesse per l’argomento che aveva preso la conversazione.
 «Stai forse cercando di farti sposare?» Nella sala scoppiò una risata poco discreta rispetto al tipo di persone che sedevano al tavolo. Anche Karina sorrise. Solo una battuta innocente, si disse. Tuttavia l’argomento cambiò dopo quelle parole e non tornò più né sulla guerra, né sullo stato dei cittadini, né soprattutto sui rapporti con Leerat e Hanturiam.
 Un servitore si avvicinò al magnanimo. Con un ampio cenno del capo e un gran sorriso, Ibraham si alzò e chiese scusa, quindi si avviò verso le porte della cucina. Zarghen lo attendeva.
 «Si tratta di qualcosa di urgente spero». Il volto del sovrano di Raerem mutò repentinamente.
 «Sto solo eseguendo i tuoi ordini. Avvisarti immediatamente se qualcosa non va come previsto durante le spedizioni». Zarghen si giustificò mantenendo un’espressione seria e sicura.
 «Parla»
 «Il carico partito la settimana scorsa è arrivato. Il messaggero è tornato riferendo che a causa del ritardo i compratori hanno chiesto che gli fosse fatto un prezzo più basso, ma quando hanno visto la qualità non hanno esitato a pagare il prezzo pieno». Zarghen non trattenne un accenno di sorriso.
 «Un altro buon guadagno dal commercio di…»

***

 «…armi?» Saifel rimase stupito.
 «Cos’altro? Estraiamo minerali e materie prime per lavorare metalli e altre cose simili. Gli unici in città che lavorano quanto noi e con la stessa quantità di nuove persone che arrivano come cittadini di classe inferiore sono quelli delle fucine, eppure io qui intorno non vedo molti soldati armati fino ai denti, e nessuno sembra sapere che fine facciano tutte quelle cose».
 «Basta!» Kurt batté di nuovo i pugni sul tavolo. «Devo forse ricordarvi che parlare di certe cose attira l’attenzione di persone sbagliate?» Il tono del nano fu severo.
 «Kurt, è la verità. Anche se tutto il lavoro e il movimento in città non fanno altro che stancarci al punto che non abbiamo voglia neppure di pensare, non siamo stupidi», intervenne Mark.
 «Non mi interessa quanto intelligenti vi crediate. Se non rispettate i miei ordini siete fuori dalla squadra». Il silenzio scese sul tavolo.
 «Vi offro un ultimo giro di birra e poi andrò a dormire. Si è fatto tardi e domani mattina non voglio arrivare tardi». Saifel spezzò la tensione facendo tintinnare un po’ di monete e frapponendosi tra i ringhi di Kurt e gli altri uomini dei metalli.
 Pochi minuti dopo, i due elfi passarono dall’oste, pagarono le birre e il costo di una camera dove dormire entrambi, e si recarono sul retro. Eoghan guardò Saifel e si fermò prima di entrare.
 «Mi hai sorpreso. Ma ho fatto bene a fidarmi di te», sorrise.
 Saifel citò un antico detto in lingua elfica. Siamo fratelli elfi. Se non ci fidiamo di noi stessi, di chi possiamo?
 «Giusto», rispose Eoghan, entrando nella stanza e chiudendo la porta. «Ma non dovresti usare la lingua antica fuori dai boschi».
 «Comunque è stata una serata più fruttuosa di quanto previsto». Saifel sorrise, si svestì e si gettò sul letto. Osservò Eoghan accovacciarsi tra le lenzuola ancora vestito. Il bardo rimase in silenzio, e si rese conto di essere allegro e triste nello stesso momento. Qualcosa in quella città gli ricordava alcuni momenti brutti della sua vita, ma al tempo stesso le parole che aveva assorbito lo avevano eccitato. I frutti di cui parlava non erano il denaro, ma le informazioni che aveva raccolto. Essendo un bardo raccogliere storie era la cosa che più lo gratificava, ma a Raerem, era convinto, c’era qualcosa di più.