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Il Blog di JOProject
5 febbraio 2010 - 7:14 by immortal_bard
Eoghan aprì gli occhi. Era ancora un’altra mattina, come tante. Innalzò silenziosamente un inno a Groomanor, poi si alzò in piedi. Doveva andare a lavorare ma in quelle settimane qualcosa era cambiato. Il lavoro era quasi piacevole perché gli permetteva di veder fuggire la giornata come se non esistesse null’altro che quei pochi istanti la sera in cui andava al tempio con Saifel, e mentre il compagno era fermo a pregare, accompagnava Karina verso casa. Ormai aveva ammesso che era cambiato in tutto quel tempo a Raerem.
L’inverno non accennava a passare e prometteva di dilungarsi ben oltre i normali giorni freddi. Come ogni anno gli oracoli avevano indovinato le previsioni e sulle loro parole si erano basati innumerevoli piani di commercio. Il bardò guardò il guerriero mentre si vestiva.
«Ti stai innamorando di lei»
«No». Rispose secco e con imbarazzo.
«La mia non era una domanda». Saifel usava spesso quell’affermazione quando voleva mettere in imbarazzo il suo interlocutore ed era sicuro di avere ragione.
«Va bene… lo ammetto. C’è qualcosa di lei che mi attrae. Ma ciò non vuole dire che mi stia innamorando». Eoghan parlò come se volesse giustificarsi. Saifel sorrise e scosse la testa.
«Bene. Non voglio offendere la tua sensibilità, ma noto che ti sei ammorbidito molto da quando la accompagni tutte le sere. Ho ragione di pensare che magari un giorno non vorrai più andartene». Saifel proseguì a provocarlo.
«No, è soltanto una donna». Il tono di Eoghan tornò serio e rude. Saifel capì che era il momento di smetterla. «Piuttosto tu», il guerriero fece una pausa. «Ho notato che anche tu ti stai dando da fare. Con la danzatrice che non è più andata via a riunirsi con le sue amiche. C’è qualcosa anche tra voi». Eoghan fu quasi tagliente.
«C’è molto di più di quello che credi». Saifel si alzò e divenne serio.
«Ecco, lo sapevo che…»
«No». Il bardo fu brusco. «Non è quello che pensi tu. Janira e io stiamo collaborando. Penso sia giunto il momento anche di rendertene partecipe». Eoghan si fermò. «Oggi andrò a parlare con Tod Capocatena. Gli chiederò di fermare tutti i lavori e di venire con me a protestare davanti al palazzo di Ibraham».
«Cosa?» Eoghan rimase esterrefatto.
«Hai capito benissimo. Qui tutti vivono in una schiavitù invisibile… neppure tanto. Sanno ciò che Ibraham vuole che sappiano, fanno ciò che Ibraham vuole che facciano. Producono materiale e armi, producono ricchezza eppure sono tutti sempre poveri. Ci sono delle gerarchie quasi invisibili che incatenano la gente a dei ruoli da cui non possono uscire e chi se ne rende conto è costretto a negoziare con ciò che di più caro gli resta. La vita o la propria dignità. Credi che sia giusto?» Saifel urlò sottovoce, dimostrando dei sentimenti verso Raerem che fino a quel momento non erano mai usciti.
«Sapevo che… avevamo parlato… ma…» Eoghan rimase senza parole. Dentro di sé anche lui aveva notato quelle cose di Raerem, forse non a fondo come Saifel, però alle parole del compagno si sentì stringere il cuore, rendendosi conto che stava ignorando quei principi su cui si fondavano le comunità elfiche e che, seppur non condividesse appieno, secondo il volere degli Dei erano concesse anche a tutti gli altri esseri viventi. Ripensò in silenzio alle parole di Saifel. Agli uomini di Raerem era stata effettivamente creata una prigione attorno.
Non sono elfi, dannazione, non sono obbligato a lottare per loro, pensò con poca convinzione. Uno strano senso di colpa lo afflisse. Lo sguardo di Saifel sembrava penetrarlo e voler tirare fuori da lui la nobiltà delle antiche alleanze. Poi, il prescelto di Groomanor si trovò a pensare a Karina. Lei non è di Raerem, può andare via quando vuole. Ma quei pensieri lo portarono a immaginare tutti i possibili disastri che potessero coinvolgere la donna. Più volte infatti Karina aveva manifestato il suo interesse e il suo impegno verso Raerem ed Eoghan non poté non tenerlo in considerazione.
«E cosa hai intenzione di fare? Cosa c’entra questo con la donna che frequenti?»
«Janira e le sue compagne erano state inviate da Ibraham. Sono tutte prigioniere nel suo palazzo e obbligate a essere le sue danzatrici personali. Erano state inviate da noi per sedurci, legarci a questa terra e renderci schiavi longevi dell’impero di Raerem».
«Impero?»
«Ibraham e i suoi scagnozzi lo chiamano così». Saifel si avvicinò ad Eoghan e gli poggiò una mano sulla spalla. «Janira mi ha riferito delle cose… alcune delle intenzioni e dei piani di Ibraham… sono solo voci e lei non ha modo di provare nulla, però io le credo… e abbiamo l’evidenza davanti agli occhi. Il popolo è troppo cieco perché se ne accorga. Hanno bisogno di qualcosa che faccia rumore… non il grido di uno o due».
«E per questo vuoi coinvolgere tutta la miniera».
«Si». Il silenzio scese nella stanza, poi i due elfi si incamminarono. «Andiamo. Ogni minuto è prezioso».
***
«Dove vai?»
«Ho visto una persona. Ti raggiungo subito». Eoghan rallentò e lasciò che Saifel si allontanasse. Il bardo scosse il capo, guardò nella direzione in cui si stava muovendo il compagno ma non vide nulla, quindi si diresse verso la miniera con passo più lento. Eoghan sparì in un vicoletto.
«Buongiorno»
«Per gli Dei!» Karina sussultò, voltandosi di scatto. «Non… non ti avevo visto».
«Perdonami. Ti ho vista qui, ferma e ho pensato che potessi avere bisogno di aiuto». Eoghan sorrise alla donna come faceva ogni sera che l’accompagnava a casa.
«Io… in effetti». Il tono della donna era un po’ turbato.
«Mia luce, eccomi qui». Un uomo apparve da dietro la parete dove Eoghan e Karina stavano parlando. Dapprima accennò a scappare, poi sembrò riconoscere l’elfo e si fermò. Assunse uno sguardo serio, quasi irato. Distese il braccio e le porse un ferma pergamene, un anello largo che aveva incisi i blasoni di Raerem.
«Mia luce?»
«Un elfo…» i due rimasero colpiti dalla presenza l’uno dell’altro.
«Vi prego», Karina cercò di intervenire, comprendendo la situazione.
«Devo tornare a palazzo». Le parole di Iamal furono quasi velenose. Si allontanò senza dire nulla, soltanto con un gesto galante della mano e un inchino, rivolti alla donna. Eoghan e Karina rimasero soli.
«Chi era?» Il tono dell’elfo fu più duro di quanto non volesse.
«Un servitore»
«Che ti chiama “mia luce”?» La voce di Eoghan scemò quasi in un sussurro.
«Sta solo cercando di aiutarmi a scoprire cosa succede qui a Raerem». Karina fissò Eoghan che di rimase perplesso. L’elfo stava ripensando a quello che gli aveva detto Saifel e sperò che lei non stesse facendo lo stesso. Si sentì come se fosse la danzatrice di Karina, quello che Janira era per Saifel, almeno a parer suo.
«Ho delle prove… ho degli elementi, ma a palazzo da sola io non posso», le parole le morirono in gola. Lo sguardo di Eoghan fu talmente glaciale da farle capire che non aveva voglia delle sue spiegazioni.
«Eoghan ti giuro che…»
«No. Tu non sai neppure cosa sia un giuramento. Non sono un oggetto… non mi faccio usare». Eoghan fu molto brusco.
Lo sguardo di Karina si tramutò. Smise di essere implorante e si riempì di rabbia. Delle lacrime le scesero dagli occhi, ma Eoghan aveva già voltato lo sguardo. Karina, la contessa di Leerat deglutì e inspirò, sentendo i singhiozzi quasi bucarle il petto prepotentemente.
Eoghan aspettò di sentirsi pugnalare con mille parole. Sperò con tutto il suo cuore che la donna gliene dicesse qualcuna, che lo insultasse, che lo cacciasse. Si sentiva ignobile ma al tempo stesso profondamente offeso. Illuso ma al tempo stesso vile. Una frase di Karina avrebbe rotto il silenzio teso che si era venuto a formare. Sentì il coraggio mancargli per tutto quel lungo attimo di silenzio. Percepì l’amaro odore della sconfitta in battaglia, permearlo come se fosse stato in guerra. Si voltò, riprendendo coscienza dei suoi sensi, ma Karina non era più lì. La donna stava già camminando lontano da lui. Si sentì morire.
***
«Cosa vuol dire che non mi aiuterai? Tod… noi siamo solo in due e tu stesso hai riconosciuto il problema».
«I miei genitori hanno lavorato per tutta la vita a queste miniere. Mi spettavano di diritto. Ho lottato per tenerle vive, ho lottato perché queste potessero cambiare la vita ai miei figli. C’ero quasi riuscito una volta, ma è stata tutta un’illusione. Si è vero ciò che dici, questo è successo tutto con Ibraham, ma ho lottato tutta una vita senza successo e sono arrivato alla mia età senza più nessuna speranza. Pensi che adesso io mi metta a rischiare la mia vita, quella dei minatori, il nostro lavoro e le poche e ultime speranze che abbiamo per andare a urlare due insulti al sovrano che con un cenno della mano ci può distruggere tutti?»
Saifel rimase ammutolito di fronte al monologo di Capocatena.
«Te la do io la risposta. No.» Tod Rivas fu secco. «Non posso permetterlo. Non posso più guadagnare più di quello che perderei. I miei genitori sono morti in questa miniera, per la gloria della vecchia Raerem, e io non disonorerò la loro morte in uno stupido corteo». Il capo dei minatori si sedette nuovamente sulla sedia alla scrivania del piccolo ufficio appena fuori dalle miniere, e chinò lo sguardo.
«E che ne è stato del giuramento di cui parlano tutti in miniera, quello secondo cui tu avresti dato la vita per riavere la vecchia Raerem?»
«Fuori!»
Saifel sentì in quell’urlo lo stesso terrore che aveva provato la prima volta che aveva visto Tod, ai piedi del palazzo reale. Uscì di gran fretta avvolto in un senso di frustrazione. Si trovò davanti Eoghan. Anche l’altro elfo aveva uno sguardo poco sereno.
«Hai…»
«Sentito tutto», completò la frase Eoghan. Saifel abbassò lo sguardo.
«Forse mi sono illuso di potercela fare, ma qui il sistema marcio si è radicato fin troppo in profondità. La gente non solo è cieca, ma chi ha gli occhi per vedere ha paura e rifiuta di emergere dall’oscurità». Saifel guardò Eoghan mentre assumeva una strana espressione.
«Andiamo a lavorare. Stasera parleremo con una persona che potrà aiutarci». Eoghan diede una pacca sulla spalla a Saifel, poi entrò in miniera. Se vorrà ancora ascoltarmi, pensò tra sé. Karina.
Tags: capocatena, elfo, Eoghan, fantasy, iamal, kalhun, karina, litigio, miniera, racconto, Raerem, romanzo, Saifel Pubblicato in Breve come un Respiro, Racconti | 3 Commenti »
26 gennaio 2010 - 7:21 by immortal_bard
«Hai trovato qualcosa?»
«Più di qualcosa». L’uomo rispose sussurrando.
«Che cosa?» il tono della donna invece si fece quasi concitato.
«Più di quello che immagini», tese la mano e allungò due pergamene che erano state accartocciate, ma che aveva accuratamente stirato e arrotolato come fossero lettere ufficiali. La donna allungò le mani per prendere le carte ma l’uomo le ritrasse e sorrise chiudendo gli occhi.
«Merito almeno un bacio sulla guancia, mia signora e mia luce».
«Ti prego Iamal, non chiamarmi così». Karina ritrasse le mani istintivamente. Iamal riaprì gli occhi e lasciò che il suo sorriso si attenuasse.
«Io ormai servo te, mia signora. Il mio lavoro per Ibraham è solo una copertura. Permettimi di chiamarti almeno “mia signora”». Iamal fece un leggero inchino e ritrovò il sorriso precedente. Karina fece due passi in avanti e lo baciò sulla guancia. L’uomo aprì gli occhi e fissò la donna per qualche istante, senza abbandonare il sorriso, poi protese di nuovo le mani e porse le pergamene alla donna, stavolta senza ritrarle. Karina le prese fissando a sua volta l’uomo negli occhi.
«Non è stato facile trovarle. Ora devo andare». Iamal si allontanò lasciando sola la donna.
***
Le dita sfiorarono la maniglia della porta. Gli occhi corsero alla finestra chiusa. Le candele erano spente e il chiarore della luna creava dei giochi di ombre che rendevano l’attesa del rintocco quasi terrificante. Il campanile suonò la mezzanotte.
Sottovoce, Iamal cominciò a contare. La mano strinse il ferro battuto e iniziò a muoversi lentamente. La porta si aprì facendo solo un lievissimo cigolio. Uscì dalla sua stanza. Con passi leggeri, l’uomo scivolò lungo i corridoi, attraversò rampe di scale e raggiunse una porta adorna di decorazioni e intarsi dorati. Era l’ingresso ai corridoi dell’ala proibita. Nessuno poteva accedere a quelle sale se non autorizzato direttamente da Ibraham, il Magnanimo in persona.
Con un sorriso soddisfatto, Iamal estrasse una chiave dalla tasca e la infilò cautamente nella serratura. Si appoggiò sulla porta per non farla tremare e cominciò ad aprirla guardandosi indietro per essere sicuro che nessuno lo avesse visto. Aprì dapprima uno spiraglio e sbirciò dall’altra parte. Pareva non esserci nessuno. Aprì la porta, la attraversò e la richiuse dietro di sé velocemente, ma sempre facendo attenzione a non fare rumore.
Camminando radente alla parete più interna del corridoio, e superando velocemente le zone illuminate dalle finestre, Iamal corse verso una meta precisa. Raggiunse una porta di faggio, robusta e diversa dalle altre. Sentì ancora una volta un brivido nel toccare la maniglia d’oro lavorato, fredda quasi quanto la notte stessa. Con decisione aprì la porta ed entrò. Un rumore sordo rimbombò nel corridoio. Sapeva che non c’era verso di non far rumore con quella porta, quindi cercò di ridurlo al minimo.
Appoggiato con le spalle sulla porta, Iamal sentì il suo sorriso diventare quasi un’espressione di vittoria, mentre il petto gli si gonfiava e sgonfiava velocemente per la tensione. Inspirò profondamente per riprendersi quindi si diresse subito verso la scrivania. Era sicuro che avrebbe trovato qualcosa di utile nella stanza di Ibraham.
Iamal cominciò ad aprire cassetti e sportelli, curandosi di rimettere tutto a posto. Guardò tra i vari cartigli ma non trovò che atti burocratici di scarso interesse per ciò che cercava. Le sue orecchie erano costamente attente a ogni rumore che proveniva dal corridoio. Aveva poco tempo e molti posti dove cercare. Guardò tra gli scaffali e sotto la poltrona. Era difficile trovare qualcosa, soprattutto perché non sapeva neppure cosa stesse cercando.
Il rintocco della prima ora del giorno lo fece sussultare. I battiti del cuore aumentarono e sentì un calore al volto che lo fece trasalire. Inspirò profondamente e si avviòm verso l’uscita. Credeva di avere fallito quando il suo sguardo si posò su dei fogli accartocciati dentro un cestino. Ne raccolse uno e cominciò a leggerlo. Rimase immerso nella lettura, sorpreso da ciò che l’inchiostro gli stava rivelando. Sul fondo della lettera era già stato apposto il sigillo con la cera lacca e nonostante il foglio fosse stato stropicciato, era ancora perfettamente visibile. Aveva trovato ben più di quello che potesse sperare.
Il rumore di passi, seguito da quello della maniglia lo riportarono alla realtà. Il giro di ronda era arrivato e lui era ancora nella stanza. Osservò rapidamente la disposizione dei mobili, si lanciò dietro il divano e pregò che il buio lo proteggesse. La porta si aprì. Iamal chiuse gli occhi come a volersi nascondere dalla luce della candela e trattenne il fiato. Rimase immobile.
Un suono cupo ma inconfondibile lasciò la stanza nel silenzio. La porta era stata chiusa. Iamal attese immobile ancora qualche istante, poi con estrema cautela si affacciò verso la stanza. Era completamente buia. Sarebbe passata un’altra ora prima che passasse il secondo giro di ronda. Aveva dunque il tempo per uscire dall’ala proibita.
Iamal attese qualche minuto dietro la porta, appoggiato con l’orecchio sul legno per essere sicuro che non ci fossero rumori di passi nel corridoio. Aprì la porta così come quando era entrato ed uscì. Si appoggiò solo per un istante su di essa, come se volesse farla smettere di vibrare, si guardò a destra e a sinistra, e cominciò a correre nelle ombre fino a raggiungere la fine del corridoio. Aprì la porta ma si accorse che la mano gli tremava. Cercò di non fare rumore ma la paura non glielo consentì. La chiave gli cadde sul pavimento, tintinnando. La raccolse velocemente, aprì la porta e la richiuse dietro di sé, dando due giri di chiave. Cominciò a correre verso le sale della servitù, raggiunse la cucina, si arrampicò sulla credenza e infilò la chiave in una brocca nascosta in alto tra le vecchie brocche per il vino.
«Che cosa stai facendo?»
Iamal cadde all’indietro, ruzzolando sul pavimento. Si voltò terrorizzato ma si tranquillizzò quasi subito quando vide che a chiamarlo era Owanda, la cuoca.
«Cercavo qualcosa da mangiare. Ho fame e non riuscivo a dormire», balbettò.
«E lo cerchi con i piedi sudici sui miei ripiani?»
«Io…» si alzò e si diede una ripulita, cercando di riprendere il controllo. Owanda si avvicinò e chiuse la dispensa che Iamal aveva aperto afferrandocisi mentre cadeva.
«Ho sempre detto che eri un tipo strano, ma non pensavo fino a questo punto». La cuoca si piegò sulle ginocchia e aprì un cassetto, tirando fuori qualche pezzo di pane e un po’ di formaggio. Poi sorrise all’uomo. «Anche io a quest’ora ho sempre fame. Conservo sempre uno spuntino qui. Vuoi farmi compagnia?»
***
«Sei sicuro che non abbia capito nulla?»
«Si». Iamal sorrise soddisfatto. «La cuoca non immagina nemmeno che il primo servitore nasconde la sua copia della chiave lassù. Credo che in pochi, pochissimi lo sappiano».
«Grazie». Karina abbracciò di nuovo Iamal, comprendendo il rischio che aveva corso per trovare qualcosa per lei, quindi prese congedo senza aggiungere altro.
***
«Mio signore». Zarghen entrò nell’ufficio di Ibraham, intento a scrivere dei documenti.
«Entra pure»
«Ho delle notizie». Il comandante delle guardie di Raerem assunse un tono duro, ed enfatizzò la sua preoccupazione come se fosse scoppiata una guerra.
«Cosa ti turba?»
«Ieri notte qualcuno dei servitori ha girovagato per l’ala proibita. Avevo dei sospetti e ho fatto di persona diversi giri di ronda». Ibraham sembrò sorpreso. «Qualcuno trama contro di te».
Tags: elfo, Eoghan, fantasy, iamal, ibraham, kalhun, karina, racconto, romanzo, Saifel, zarghen Pubblicato in Breve come un Respiro, Racconti | 3 Commenti »
7 gennaio 2010 - 7:12 by immortal_bard
Quando la porta della locanda si aprì, Eoghan e Saifel videro una scena che li lasciò stupiti. Quattro donne molto avvenenti erano in locanda, sedute al bancone e a mala pena riuscivano a respingere le attenzioni degli avventori. Un urlo spinse i due elfi a entrare e a chiudere la porta dalla quale il gelo stava iniziando a diffondersi nella sala comune.
Saifel si avvicinò al bancone, e come ogni sera si apprestò a prendere il liuto che era stato del ragazzo che poco tempo prima era stato improvvisato cantastorie dal locandiere. Immediatamente una delle ragazze lo guardò e gli sorrise. Un elfo non passava facilmente inosservato, specie in luoghi come quello.
«Cosa ci fa un elfo in un luogo come questo?»
La ragazza scese dallo sgabello e si avvicinò. Aveva i capelli rossi e le labbra umettate con un velo di rossetto quasi impercettibile. Le sue guance erano ben curate e i suoi abiti stonavano con il clima della locanda. Lo fissò con i suoi occhi azzurri.
«Sono qui come cantastorie, e in realtà alloggio nelle stanze al piano di sopra, mia signora» rispose cordialmente l’elfo. «Il mio nome è Saifel e penso di poterti rivolgere la stessa domanda».
«Io sono Janira» rispose la ragazza.
«Intendevo dire che potrei chiederti perché una donna come te si trova in un luogo simile». L’elfo sorrise gentilmente e con la coda dell’occhio scrutò la donna.
Eoghan intanto si sedette al suo solito posto all’angolo del bancone. Tra lui e le altre tre donne c’erano una manciata di uomini già mezzi ubriachi.
«Oh, sono qui», la ragazza si portò una mano davanti alla bocca e cominciò a ridere garbatamente, si guardò intorno e poi continuò. «Sono qui con il mio gruppo di danzatrici. Eravamo in viaggio verso Hanturiam ma abbiamo avuto qualche problema e così ci siamo dovute dirigere verso la città più vicina», le parole le uscirono di bocca veloci e particolarmente allegre, «Raerem per l’appunto». Saifel intuì che c’era qualcosa di strano.
Dalle scale della locanda scesero altre ragazze, tutte quante vestite con gonne lunghe e larghe, corpetti attillati e truccate come se dovessero esibirsi. Il locandiere le vide scendere e corse dall’elfo.
«Suonerai qualcosa per noi? Hanno promesso di danzare per i miei clienti. Se lo farai stasera tutto il ricavato del palco è tuo». L’oste sorrise e scosse la testa come se stesse proponendo a Saifel l’affare dell’anno.
Saifel era particolarmente stanco e preso dai pensieri che gli erano maturati in testa negli ultimi giorni. Anche Eoghan sembrò disturbato dal fracasso che si era generato in locanda a seguito della presenza delle donne. Al tavolo dei metalli l’unico disinteressato e concentrato sulla sua birra era Kurt.
«D’accordo», disse sospirando l’elfo. La donna di fronte a lui balzò immediatamente giù dal piano rialzato e corse sul palco, seguita dalle altre ragazze. Il rumore della locanda si placò solo per un istante in seguito alla sorpresa. Non appena Saifel pizzicò le corde del liuto, voci, canti e battere di mani si mischiarono in una cacofonica melodia che fece comunque danzare le donne.
Al primo ballo parteciparono tutte, dal secondo in poi le ragazze cominciarono a fare a turno, andando di tanto in tanto al bancone o ai tavoli a riscuotere monete, complimenti e qualche pacca sul sedere.
Una ragazza, una tra le più carine, si avvicinò a Eoghan e gli porse un calice di vino, poi si sedette sullo sgabello vicino al suo e gli sorrise. Eoghan la ignorò.
«Il tuo amico è bravo a suonare. Tu cosa sai fare di bello?»
L’elfo alzò lo sguardo per un attimo e rimase torvo. Era palesemente infastidito dal trambusto e non sfiorò neppure il bicchiere che la donna gli aveva offerto.
«Sei un solitario vero? Ma sei anche molto bello». L’elfo alzò nuovamente lo sguardo, stavolta un po’ a disagio. La donna si alzò in piedi e gli girò dietro le spalle, appoggiandogli i palmi sulla schiena e accennando un massaggio.
«Sei veramente teso e nervoso. Mi piacerebbe poter fare qualcosa per scioglierti».
«Lasciami stare». Il tono dell’elfo fu brusco ma pacato. La donna rimase inizialmente gelata, poi si scosse e riprese a massaggiarlo più vigorosamente.
«Dovresti essere più rilassato. Tutta questa tensione ti farà crepare». La donna scoppiò in una risata fragorosa ma non volgare. Un’altra ragazza si unì a lei.
«Cosa fate di bello? State preparando la serata? Posso partecipare?». La nuova arrivata fu ancora più esplicita ed esuberante rispetto all’altra. Anche lei era molto carina, ed Eoghan si trovò ad ammettere che c’era un filo di tentazione in quella surreale situazione.
«Suvvia, tra poco il locandiere chiuderà la sala comune e noi non ci siamo ancora divertite abbastanza», la prima divenne più provocante. La seconda si appoggiò con la schiena sul bancone e si sistemò il seno prosperoso davanti a Eoghan, agitando i capelli da sinistra a destra con un movimento ampio ma aggraziato della testa.
«Lasciatemi in pace», disse di nuovo con tono cupo. Eoghan prese due monete e le lasciò sul bancone per pagare l’idromele che aveva a mala pena sorseggiato e si diresse fuori dalla locanda. Sapeva che fuori il gelo sarebbe stato tagliente, ma era anche sicuro che le donne ormai mezze nude e accalorate dall’ambiente della sala comune non lo avrebbero seguito.
L’elfo chiuse la porte dietro di sé. Sospirò e si strinse nel mantello. La bufera del pomeriggio si era placata, ma la neve continuava a scendere ininterrotta, seppur leggera e poco fastidiosa. Ogni tanto qualche gelida brezza lo faceva drizzare sulla schiena. All’improvviso un rumore attirò la sua attenzione. Socchiuse gli occhi e guardò nella direzione del tempio, distante circa trecento passi dalla locanda. Vide l’inconfondibile manto bianco della donna che incontrava spesso sotto il porticato di Kyrion.
«Stavolta è davvero troppo tardi», sussurrò sospettoso. Con passo rapido raggiunse la strada. Vide la donna e attirò la sua attenzione con un cenno della mano. Sentì l’imbarazzo crescergli. Ma cosa mi è saltato in mente, pensò tra sé cercando delle parole intelligenti da dire.
«Salve». La donna accennò un saluto e si guardò attorno preoccupata. Una mano le corse sotto il mantello vicino alla cintura. Eoghan lo notò.
«Salve a te, mia signora. Perdonami ma io», deglutì. «Ecco ho notato che forse vi sarebbe potuto essere utile un mantello in più data la bufera». L’elfo si pentì immediatamente di quello che aveva detto, ma per cercare di essere coerente, si tolse il mantello e lo porse verso la donna. Sentì il gelo entrargli nelle ossa.
«Oh… no grazie, non è necessario», la donna cercò subito di dissuadere l’elfo. Il suo tono era meno preoccupato di prima, ma sembrava ancora spaventata, come se fosse stata colta di sorpresa.
«Io sono Eoghan dei boschi di Radebaran, a Raerem per errore e accettato come cittadino di classe inferiore». Ancora una volta il guerriero si pentì subito di quello che aveva detto, ma non riusciva a essere lucido, sia per l’emozione mai provata, sia per il freddo che gli stava facendo scendere delle lacrime simili a gocce di ghiaccio.
«Ti prego rimettiti il mantello», disse la donna quasi implorante. Eoghan eseguì.
«Non ti sto seguendo… è che ti ho vista spesso al tempio e io, ecco…». Eoghan cercò di trovare un argomento convincente ma si rese conto di non sapere neppure il perché l’avesse fermata. Divenne rosso per l’imbarazzo ma anche per la rabbia verso se stesso. Si rese conto che Saifel aveva ragione.
«Certo», annuì la ragazza. «Hai detto che sei uno straniero?»
«Si», rispose subito Eoghan. Un fiocco di neve gli si poggiò sulle labbra e provò di nuovo la sensazione che aveva provato davanti al tempio.
«Io sto andando a dormire, penso che passerò davanti alla locanda. Tu sei diretto lì?»
Eoghan intuì che la ragazza non era a suo agio e che stava tentando di allontanarsi da quel posto. Forse non voleva essere scoperta, forse nasconde qualcosa, pensò. «Si, posso accompagnarti? Lì è anche più riparato dal freddo». Ancora una volta l’elfo ringraziò il buio che insieme al cappuccio nascondeva il rossore delle sue guance. Cosa mi salta in mente? Devo offrire a una nobile una birra in una taverna puzzolente? Eoghan si sperò che la donna non pensasse che volesse trattenerla.
«No, grazie, ma non posso fermarmi in locanda». Le parole della donna lo fecero raggelare più della neve.
I due arrivarono davanti alla locanda. Il tetto spiovente creava una piccola nicchia che riparava dal vento e il tepore del camino sembrava fuoriuscire dalle pareti.
«Così proseguirai da sola a quest’ora della sera. Non è pericoloso? Non sono qui da molto ma non penso che esistano città che siano così sicure la sera nei vicoli bui, per quanto una donna o un uomo sappia badare a se stesso».
«Forse lo è, ma», la donna esitò un istante, «devo».
«Sarei lieto di accompagnarti, se me lo consenti». Eoghan assunse un tono gentile. Cercò di vincere la sensazione di essere solo un minatore il cui cuore chiedeva asilo tra le braccia di un’aristocratica. La donna esitò. I suoi occhi neri lo rapirono di nuovo. Poi la porta della locanda si aprì.
«La sala comune è chiusa. Stanno andando tutti via. Su dai, io e le mie due amiche siamo pronte. Vieni? Ti aspettiamo nella tua stanza». La ragazza che gli aveva offerto il calice di vino si affacciò mezza nuda dalla porta della locanda. Eoghan rimase spiazzato e ammutolito. Si voltò verso la donna cercando di giustificarsi con lo sguardo.
«Devo andare». La donna fece un leggero inchino e si allontanò di gran passo senza aspettare la risposta dell’elfo. Eoghan rimase inebetito, guardandola mentre si allontanava.
«Allora? Entri?»
Eoghan si voltò con sguardo spento. Rientrò in locanda. Due ragazze gli tolsero il mantello e cominciarono a riscaldarlo massaggiandogli il petto e la schiena. Gli avventori della locanda si stavano allontanando, e il locandiere era intento a contare il denaro guadagnato con lo spettacolo delle donne. Saifel era seduto al bancone e stava parlando con quella che sembrava essere la prima ballerina del gruppo. Altre due stavano riempiendo il compagno elfo delle stesse attenzioni con cui il guerriero era stato accolto.
Con passo sicuro, Eoghan afferrò il mantello togliendolo dalle mani della ballerina e salì rapidamente al piano di sopra. Le ragazze lo seguirono, convinte di essere riuscite nel loro intento, ma rimasero di pietra quando l’elfo chiuse a chiave la porta della stanza dietro di sé.
Saifel spostò impercettibilmente lo sguardo verso le scale quando vide ridiscendere le due ragazze. Janira lo stava adulando e non si rese neppure conto che l’elfo non era pienamente immerso nelle sue parole come pensava.
«Bevi un altro calice».
«Non mi piace bere troppo», rispose l’elfo.
«Ma stasera dobbiamo festeggiare la grande serata», giustificò la donna.
«Bevo solo se anche tu bevi con me».
La donna esitò, poi afferrò la bottiglia e versò due calici pieni di vino.
L’oste non si curò che i due stessero finendo la bottiglia che neppure avevano pagato. Era troppo occupato a contare le monete. Ormai nella sala comune c’erano solo lui, le ragazze stanche e sudate, Saifel e Janira.
L’elfo e la donna tracannarono il vino d’un fiato in maniera poco aggraziata per entrambi. La donna si asciugò la bocca con il dorso della mano e scoppiò a ridere, poi portò le braccia attorno all’elfo e lo baciò sulla guancia. Poi si avvicinò all’orecchio e gli sussurrò con tono sensuale.
Saifel non capì neanche una parola di quello che aveva detto ma ne intuì le intenzioni. Appoggiò il liuto dietro il bancone al solito posto, fece un passo su per le scale e con un sorriso malizioso fece un cenno a Janira. Subito altre due ragazze la seguirono ma il bardo le fermò con un gesto.
«Solo una per volta». L’elfo sorrise ancora più malizioso. I due giunsero davanti alla stanza ma la porta era chiusa a chiave. Eoghan si era rintanato lì.
«Andiamo nella mia stanza». Janira sussurrò ancora a Saifel, gli prese la mano e lo trascinò più avanti nel corridoio. Giunsero davanti a una porta più piccola ma quando la aprirono la stanza si rivelò molto più pulita e ordinata di quella che l’oste aveva dato ai due elfi.
«Chiudi la porta».
Saifel chiuse la porta e diede un giro di chiave, facendo sparire come in un gioco di prestigio la chiave.
«Vuoi giocare con me? Non vuoi che fugga?» Janira sorrise e cominciò a spogliarsi. Saifel sorrise e infilò una mano in tasca. Estrasse due sacchettini di stoffa pieni di erbe dal profumo che gli risultò inconfondibile. Alla vista delle piccole borsette, Janira si tastò le tasche e si rese conto che erano vuote.
«Se sono nelle mie mani, evidentemente non sono più nelle tue tasche». Saifel perse il sorriso. «Cosa sono?»
«Sono delle medicine che prendo la mattina». La risposta di Janira fu palesemente improvvisata. Saifel aprì un sacchetto e odorò il contenuto. Poi fece lo stesso con l’altro, sotto lo sguardo immobile della donna.
«Erba del Paradiso ed Essenza del Sole». L’elfo mostrò molta sicurezza. «Tra gli elfi le chiamiamo anche Sonno della mente e Fertilità». La donna indietreggiò di un passo. «Volevi drogarmi e usarmi per avere un figlio?». La domanda dell’elfo non fu posta con aggressività, ma la ragazza sentì un leggero terrore salirle lungo la spina dorsale.
«No, io…», Janira singhiozzò cercando una spiegazione che negasse l’evidenza. Saifel la incalzò.
«Dunque?»
«Non è come pensi. Posso spiegarti tutto». La donna indietreggiò trovandosi spalle al muro. Saifel infilò una mano sotto il mantello, come se volesse prendere qualcosa. Janira emise un gemito terrorizzato e le parole le fuoriuscirono di bocca come un fiume in piena.
«Il comandante delle guardie, Zarghen, ci ha assoldate perché svolgessimo un compito per conto del Magnanimo. Ci ha promesso la libertà e una vita normale in cambio. E denaro anche». Saifel si fermò capì che non era più necessario fingere di essere minaccioso.
«Che compito?»
«Dovevamo sedurvi, rendervi deboli mentalmente e farci dare dei figli da voi, così sarebbero stati mezzi uomini e mezzi elfi. Voleva che foste legati a lui e a Raerem. Non so altro. Ti prego non farmi del male».
Saifel poggiò una mano sulla spalla di Janira. Sentì che tremava. La abbracciò e le carezzò la nuca. «Non ti farò del male». Nonostante la tenesse vicina a sé, l’elfo era all’erta e pronto a reagire, e teneva sotto controllo ogni movimento della ragazza. Janira però scoppiò in un pianto singhiozzante e si lasciò avvolgere.
«Siete servitrici che non erano mai uscite dal suo palazzo, non è così?»
Janira annuì asciugandosi le lacrime sulle mani.
«Questa città non è poi così tranquilla e serena come sembra, vero?»
Ancora una volta Janira confermò i sospetti di Saifel. L’elfo accompagnò la donna sul letto e la fece accomodare, poi si avvicinò alla finestra e rimase a riflettere per qualche istante.
«Che cosa farò adesso?»
La voce di Janira era rotta dal pianto. L’elfo si avvicinò alla donna. Le sollevò il mento con una mano e le sorrise. «Farai esattamente quello che ti ha ordinato il tuo signore».
«Cosa?»
«Vuoi tornare libera?» Saifel la guardò trasmettendole speranza.
«Più di ogni altra cosa».
«Rimarremo chiusi in questa stanza. Riferirai al Magnanimo che io mi sto innamorando di te. Gli dirai che non hai avuto bisogno di droghe e che sei riuscita fare ben più di quello che lui si aspettava. Gli dirai che gli elfi non sono delle creature che si possono sedurre come gli uomini ma che hai trovato il nostro punto debole, e che anche l’altro elfo, Eoghan, cadrà nella tua rete». Janira ascoltò e annuì a ogni parola dell’elfo. Poi calò un attimo di silenzio.
«E dopo cosa faremo?»
«Non lo so ancora ma dobbiamo guadagnare tempo, e io ho bisogno di capire meglio cosa sta succedendo in questa città. Tu puoi aiutarmi e puoi aiutare tutta la gente di Raerem, Janira». Saifel sfiorò la mano della donna che ebbe un fremito. Gli guardò le dita lunghe e affusolate, un po’ rovinate dal lavoro in miniera ma ancora morbide come quelle di un artista. Poi alzò gli occhi e annuì ancora, come se avesse intuito i pensieri dell’elfo.
«Anche le tue compagne dovranno credere che sta riuscendo il piano, ma dovrai fare in modo che soltanto tu e al massimo un’altra continuino a ronzarci intorno. Inizieremo con il fargli credere che noi elfi ci stiamo legando a qualcuno della città e che non vorremo andare via». Saifel tornò alla finestra e continuò a pensare. Poco dopo si voltò e vide che Janira lo stava guardando con un misto di ammirazione e speranza. Il suo sorriso traspariva dagli occhi. Era chiaro che la donna vedesse una via d’uscita nelle parole dell’elfo.
«Adesso dormi, ne hai più bisogno di me». Saifel si avvicinò di nuovo alla donna e la accompagnò sul cuscino. Janira si rese conto allora di essere quasi nuda ed ebbe un sussulto di vergogna. La parte che stava recitando era finita e con essa anche la spregiudicatezza che si era inventata. Si nascose nelle coperte e rimase immobile e in silenzio. Saifel spense la candela e si sedette vicino alla finestra. Guardare la luna gli portava sempre consiglio e saggezza. E sapeva che a breve ne avrebbe avuto molto bisogno.
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7 dicembre 2009 - 7:36 by immortal_bard
E la terra vibrò. Squarci sul terreno si aprirono inghiottendo mura e pietre. Il pozzo al centro della piazza cominciò a vomitare fango che inondò le strade. La gente cominciò a correre a destra e a sinistra, ma nessuna strada o sentiero sembrava sicuro. L’ira infuocata del terremoto smembrò alberi e case. Le acute urla straziate e strazianti delle donne abbracciate ai figli come conchiglie su perle, riempirono l’aria. Un uomo con un carretto corse fuori dalle porte della città, trascinando i resti di legno ancora intatti. Sulle sue guance lacrime e terra scorrevano come fiumi, mentre il sangue delle ferite gli inondava camicia e calzoni. Non guardò indietro, nemmeno quando la terra tremò e gli tolse l’ultima cosa che gli era rimasta. La terra si aprì e la moglie cadde trascinando con sé la piccola culla di vimini. Chi osservava la città da fuori e vedeva crollare torri e palazzi, porte e mura, ringraziò il cielo di essere distante. Ma anche lontano dalla civiltà, tutto attorno, niente era sicuro. La montagna, dipinta di nero dall’ombra delle nubi cariche di acqua e fulmini, sembrava sovrastare ogni cosa e spandere la disperazione ovunque.
«Nell’oscurità del più profondo degli Incubi, il male stava covando il rampollo del suo potere. Sebbene il bene non possa esistere senza il male, ciascuno crede di essere nel giusto e prova a prevalere sull’altro, senza rendersi conto che una totale vittoria significherebbe al tempo stesso una totale sconfitta». A poco a poco anche i più riluttanti della locanda furono catturati dal tono, dalla musicalità e del fascino emanato dalle parole di Saifel. Era da tempo che nessuno di loro ascoltava una storia.
«Ci sono cose che la gente crede solo fantasie. Parole che non vorrebbero ascoltare, eventi che non dovrebbero essere raccontati. Ma non è questa la sera in cui noi ci piegheremo all’oblio…»
Quando la terra si chetò, il silenzio divenne irreale. Tutto giaceva immobile in contemplazione della distruzione che caratterizzava tutto il paesaggio. C’erano molti cadaveri ma l’unico vero era quello della città stessa, morta e sepolta sotto le sue stesse macerie.
La gente cominciò a parlare. Le urla divennero richiami. Ciascuno sperava che i propri cari fossero scampati al disastro. Lacrime e stridore di denti divennero la nuova tetra melodia. Chi si era avvicinato alla città ma non era riuscito a raggiungerla rimase impietrito di fronte a ciò a cui aveva assistito.
Saifel continuò con la sua tetra introduzione. Il bardo cercò di raggiungere l’apice dell’attenzione e dell’interesse, e lo tenne alto per diversi minuti, poi fece scemare lentamente parole, tono e musica. Ci fu una lunga pausa di silenzio. «Spero di avere stuzzicato la vostra curiosità con questa storia di una terra lontana, ma sono solo un cantastorie improvvisato al mestiere di minatore, senza un soldo e senza un futuro se non sarò bene accetto tra voi».
Saifel si alzò, poggiò il liuto sullo sgabello e fece un semplice e discreto inchino, poi andò al bancone e raggiunse Eoghan, al quale rubò il bicchiere e buttò giù d’un fiato l’ultimo sorso. Il guerriero fissò il compagno con un pizzico di stupore.
«Sei stato davvero nel Narkatar?» Eoghan sussurrò stando bene attento a non farsi sentire da nessuno che fosse abbastanza vicino per origliare.
Il bardo sorrise e fece cenno di no con la testa. «Però mio padre si. Non ha assistito a terremoti o tragedie ma è stato in quelle terre esotiche e di storie ne ha raccolte tante prima di tornare nei boschi. Prima o poi, spero di poter andare anche io laggiù». Eoghan guardò Saifel con stupore. Il bardo lo tranquillizzò subito.
«Inventerò. Conosco varie leggende su quelle terre oscure». Anche Saifel fece attenzione a parlare solo quando nessuno poteva sentirlo. Poi, con un altro sorriso, afferrò di nuovo il bicchiere di Eoghan, spinse una delle monete d’argento che Radolf aveva lasciato prima di crollare, verso il locandiere per pagare la birra dell’uomo ubriaco, ne prese un’altra e la gettò dentro il bicchiere e la fece tintinnare, sorridendo a destra e a sinistra. Con passo lento e aggraziato, Saifel raggiunse il centro della sala e poggiò per terra il bicchiere. Poi afferrò di nuovo il liuto e si sedette sullo sgabello, sguardo basso come se non si curasse più di chi mettesse quante monete, e cominciò a suonare una melodia concitata ma a tratti malinconica.
Tra gli sguardi attoniti degli altri minatori, Kurt dei metalli scese dalla sedia, si diresse verso il bicchiere, infilò una mano in tasca ed estrasse due monete d’argento e le fece cadere rumorosamente nel bicchiere.
«Elfo, prosegui con la tua storia, voglio sapere come finisce». Il tono del nano fu stranamente calmo.
Saifel alzò lo sguardo e guardò Kurt, accennando un sorriso, poi guardò Eoghan e lo invitò con un impercettibile gesto della testa a prendere l’ultima moneta di Radolf e metterla nel bicchiere. Era abbastanza sicuro di essersi guadagnato quelle due monete.
«Le bocche delle genti parlano sempre quando non c’è modo di capire, quando non c’è spazio per la ragione. I primi pensieri, le prime ipotesi portano uomini, nani, elfi e qualunque creatura mortale a pensare alla prima spiegazione razionale. E questo è spesso il primo errore». Saifel ricominciò ad accompagnare le sue parole con note melodiche, ancora troppo perfette per il liuto di legno rozzo che teneva tra le mani. Gli sguardi e le orecchie tornarono protesi verso di lui.
Il terremoto aveva ucciso molti di molte razze. Il disastro aveva portato non solo distruzione esteriore, ma fratture nell’animo di tutti coloro che ne erano in qualche modo rimaste vittima. Doveva essere trovato un capro espiatorio. I popoli vagabondi, più selvaggi e devoti alla caccia, furono gli unici che non si chiesero nulla e si rinchiusero nelle loro capanne, ricostruite in poco tempo. Uscivano solo per andare a caccia. Ma nelle città, soprattutto dove più razze si mescolavano insieme, il malcontento si diffuse. Durante i lavori di ricostruzione delle città, proprio i momenti in cui c’è maggior necessità di dimostrarsi solidali e uniti, ognuno tirò fuori il peggio di sé.
Chi trovava un cadavere sotto le macerie, imprecava contro il vicino, quasi accusandolo di avergli rubato la fortuna di scavare dove non ci fossero cadaveri. La superstizione cominciò a regnare sovrana e divenne una delle principali alleate a nemiche delle persone.
Trovare la causa di quel terremoto divenne la ragione principale di vita degli abitanti delle città del Narkatar. Alcuni cominciarono a rinnegare gli Dei, asserendo che non esistessero o che comunque non gli importasse nulla di coloro che soffrivano nel mondo che essi avevano creato. Altri lasciarono gli Dei nelle loro dimensioni celesti e accusarono i popoli dei boschi di avere incitato la terra selvaggia a divorare la civiltà da loro tanto odiata. Altri ancora accusarono le razze che avevano avuto origine dalla terra, come i nani, accusandoli di avere scavato fin troppo in profondità da rendere il terreno instabile. I più agguerriti iniziarono delle guerre personali che presto di tramutarono in guerre di razza. Ogni creatura civile ma che era giunta dai boschi o che avesse un minimo a che fare con essi, fu cacciata via dai luoghi civilizzati e ogni creatura della terra, soprattutto i nani, fu presa di mira diventando oggetto di scherno, disprezzo e violenze gratuite. Tutto assunse un odore irreale e la tensione di quei popoli si allargò a macchia d’olio permeando l’aria fino ai confini delle valli del sud.
Saifel proseguì il suo racconto, scendendo nei dettagli ogni volta che sentiva l’attenzione del suo pubblico farsi incalzante, e descrivendo scene concitate ogni volta che l’interesse si abbassava anche solo di poco. Frappose alcune pause di sola musica che tuttavia sembravano fondersi perfettamente come colonna sonora tra una descrizione e l’altra. A ogni sguardo, Kurt dei metalli sembrava sempre più interessato. Il bardò si rese conto di essere a metà dell’opera. Ogni pausa divenne fondamentale perché gli serviva per intrecciare altri racconti e altre descrizioni alle leggende che conosceva. Ma quello in fondo era il suo mestiere e la parte più difficile era non far perdere l’attenzione mentre non parlava, suonando le note giuste al momento giusto. E fino a quel momento c’era riuscito al punto tale che Eoghan stesso, ascoltando la storia, pur sapendo che in buona parte il bardo stesse inventando, si sentì parte della storia e vide riaffiorare il suo odio per gli uomini, mentre Saifel raccontava di come essi cacciarono nani ed elfi dal Narkatar.
Il guerriero si scosse e si staccò dai suoi pensieri quando l’elfo ritornò a parlare.
«Quanti di voi sono stati nel Narkatar?» Saifel sorprese il suo pubblico interagendo con loro e fermando la musica repentinamente. Timidamente qualcuno alzò la mano. Kurt rimase impassibile.
«Quanti di voi conoscono queste storie di violenza?» Il tono del bardo divenne quasi provocatorio, come se fosse stato una vittima di quelle malefatte o avesse davvero vissuto il disastro. Altri ancora fecero cenno e borbottarono qualcosa.
«Sappiate che le genti del Narkatar non hanno mai trovato la verità che io conosco». Saifel abbassò lo sguardo e ricominciò silenziosamente a pizzicare le corde del liuto, intonando una melodia malinconica. E attese.
Moneta dopo moneta, il boccale traboccò d’argento e tutto attorno le monete resero grigio il pavimento. Quasi tutti rinunciarono a una birra per conoscere la verità. Era un affare irrinunciabile quello che proponeva lo sconosciuto arrivato dai campi della guerra. Saifel sorrise.
«C’è una leggenda, una storia che i sacerdoti non vogliono raccontare, qualcosa di scomodo che va al di fuori della comprensione dei mortali ma che è avvenuta e che ha cambiato il corso della storia del mondo così come lo conosciamo. Si tratta di una storia che riguarda un Dio morto, colui il quale nome non dovrebbe essere pronunciato, l’essere che fu cacciato nell’oblio divino. Questa storia riguarda Kahalan, il Signore dei morti».
Esistono vari modi in cui una divinità può interagire con il mondo dei mortali. Le risposte alle preghiere, i piccoli miracoli quotidiani, la magia di un incantesimo o di una semplice parola. Tuttavia qualcuno aveva studiato le regole inventate all’alba dei tempi dagli stessi Dei, per poterle piegare a suo vantaggio. Kahalan lo aveva fatto per il desiderio di appropriarsi delle anime di tutti i mortali. E per questo era stato bandito dagli altri Dei. Tuttavia egli aveva acquisito già molto potere e aveva bisogno di spargere la sua discendenza. Nessuno sa raccontare come ciò sia potuto accadere ma avvenne proprio nelle terre del Narkatar.
Il ventre oscuro del Dio morto, si contorce nell’ombra, e genera la progenie di ciò che noi chiamiamo male. Le sue braccia legate attorno al mondo che tanto ha desiderato di poter regnare, lasciano macchie indelebili. Il sangue nero che sgorga dalla sua bocca inonda i fiumi e uccide tutti i pesci. Desideroso che ogni essere lo invochi, dandogli il potere di stare al di sopra anche degli Dei creatori, Kahalan danza e si avvolge laddove è accolto.
Non fu il terremoto a portare il male. Esso era radicato già in molte persone, in quasi tutti gli abitanti del Narkatar, sempre in collera tra di loro, sempre pronti alla guerra, vera o giornaliera, sempre in cerca di un capro espiatorio, sempre più marci nell’anima. Il Signore dei morti aveva già percepito tutto questo. Ma non era colpa degli abitanti. Era colpa della bocca degli Incubi. Il pozzo di Darashna, colui che accompagna sadicamente le anime negli incubi. Laggiù c’è il pozzo, il luogo dove demoni e umani si possono incontrare, il luogo che una mente mortale non può sopportare.
Con le braccia protese in aria, i muscoli tesi e gli occhi iniettati di sangue, nudo e ricoperto di liquido scuro, tra i fulmini che gli illuminavano le spalle, la creatura si arrampicò e uscì all’aria aperta. Dal pozzo di Darashna, Kahalan vomitò la sua progenie, gettandola nel mondo dei mortali affinché conquistasse per lui ciò che secondo il suo giudizio gli spettava di diritto.
Fu quella la causa del terremoto. Le vibrazioni del parto, la discesa di Kahalan nel corpo di un mortale, l’incarnazione del male, quelle furono le spinte che fecero tremare la terra che tentava di ribellarsi a quello scempio. Né creature dei boschi né nani ne altri furono la causa del male. Fu il male stesso.
«Si è fatto tardi». Saifel concluse quella parte del racconto. «Ora sapete la verità e io vorrei sorseggiare un po’ di sidro. Ma domani sera, se sarò bene accetto dall’oste e da voi, potrei continuare». Il bardo abbassò di nuovo lo sguardo, pizzicando le ultime note, sempre più lente e sempre meno malinconiche. Da vari angoli della sala ricominciò uno strano brusio. Molti ricominciarono a parlare tra loro e lentamente il chiasso della locanda tornò a riempire l’aria. L’oste si avvicinò al boccale, raccolse le monete e ne afferrò un pugnetto mettendolo in tasca e portò il resto all’elfo.
«Non so come si faccia dalle tue parti, ma qui i cantastorie sono bene accetti quando pagano un tributo dai loro guadagni al locandiere». Saifel osservò che il guadagno era ben superiore alle sue aspettative e sorrise all’oste, stringendo un tacito patto per le sere successive. Ma l’obiettivo dell’elfo non era solo guadagnare denaro. Si sentì un po’ sconsolato nel vedere che nessuno più lo degnava di considerazione. Ma fu l’oste stesso risollevare l’elfo.
«Ah, dimenticavo. Li hai colpiti tutti, dal primo all’ultimo. A quest’ora non c’è più nessuno in locanda. Se non li vedi qui a farti i complimenti è solo perché sono troppo orgogliosi per dimostrare il loro interesse. Ma puoi stare certo che domani saranno di nuovo qui ad aspettare le tue storie». Il locandiere sembrava conoscere i suoi clienti dal primo all’ultimo.
Lo sguardo di Saifel corse al tavolo di Kurt. E rimase sorpreso. Il nano stava accennando un sorriso e lentamente e silenziosamente gli stava battendo le mani. Il bardo guardò Eoghan invitandolo ad avvicinarsi. Era giunto il momento di unirsi al tavolo di quelli dei metalli.
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29 novembre 2009 - 7:15 by immortal_bard
I due elfi camminavano in direzione della locanda e il vento sembrava volergli correre e ringhiare contro. Eoghan si strinse nel mantello e chinò il capo per proteggere gli occhi. Saifel fece altrettanto e accelerò il passo, sentendo il freddo penetrargli fino alle ossa. Il ristoro era solo a pochi passi e i due erano affamati. Avevano lavorato fino a sera e da quando erano usciti dal palazzo di Ibraham non avevano toccato cibo.
La luce dei lampadari sbucava dalle finestre come fosse fioca luce di candela. Il vento stava iniziando a sollevare polvere e qualche fiocco scendeva, sciogliendosi prima di posarsi sulla neve ormai divenuta compatta come ghiaccio. Il bardo andò avanti e raggiunse la porta, poi si voltò e attese che il guerriero lo raggiungesse.
L’odore di cibo e quello dolciastro del sidro caldo poteva essere percepito già fuori dalla porta, nonostante il clima lottasse per cancellarlo. Dei rumori confusi rimbalzavano sullo spesso legno della porta. Saifel allungò la mano e tocco la maniglia, lanciò un’ultima occhiata a Eoghan, quindi aprì la porta.
I due elfi fecero il loro ingresso in locanda. Dapprima nessuno si accorse di loro, solo qualche voce li incitò a chiudere la porta in fretta. Eoghan accompagnò la porta e rimase di spalle, come se volesse attendere la reazione delle persone in locanda alla vista di Saifel.
Il bardo si guardò attorno. Più della metà dei cittadini di classe inferiore che erano impegnati a lavorare nelle miniere era raggruppata nella sala comune, la più grande della locanda. Poco distanti da loro, in una saletta quasi chiusa da due pareti sottili, sembrava esserci gente di rango leggermente superiore, con qualche soldo in più ma comunque non in grado di permettersi manicaretti da re. Ai due lunghi banconi, molti uomini soli erano seduti e sorseggiavano in silenzio o chiacchierando con l’uomo accanto. C’erano almeno quattro ragazzi e due ragazze a servire i tavoli, tutti troppo giovani per essere già dei lavoratori. Dietro il bancone più largo, un uomo robusto e basso riempiva boccali in continuazione, aiutato nell’altro bancone da una ragazza di circa vent’anni. Infine, non lontano dalla porta, due ragazzi strimpellavano della musica di intrattenimento con un liuto rovinato e una fisarmonica bucata. La loro musica a malapena riusciva a sovrastare gli attimi di calma della ressa che caratterizzava la locanda.
Gli occhi di Kurt si posarono sui nuovi arrivati. Il nano aveva già intuito di chi si trattasse. I suoi uomini erano tutti al suo tavolo e le vesti indossate non lasciavano adito a dubbi. Saifel abbassò il cappuccio e continuò a guardarsi intorno in cerca del miglior posto dove sedersi. L’uomo seduto alla destra di Kurt si alzò come per andargli incontro e la sedia strisciò con violenza sul pavimento. Il nano lo fermò con il braccio e fissò gli elfi. Il silenzio si diffuse come passaparola, partendo dal tavolo di quelli dei metalli, fino ad arrivare all’ultimo uomo seduto al bancone. Alcuni rimasero con gli sguardi sui loro boccali, altri seguirono lo sguardo del nano fino a posarsi sui due elfi.
«Benvenuti!»
L’oste ruppe il silenzio allargando le braccia e poi riempendo a metà due boccali. «Questi primi due bicchieri di sidro sono la mia offerta per accogliervi». Era chiaro che quell’offerta era più un modo per tenersi due clienti nuovi che semplice ospitalità.
«Non vogliamo scansafatiche qui». L’urlo arrivò dal fondo della sala. Eoghan, che nel frattempo si era girato ma non aveva abbassato il cappuccio, percepì che la frase era giunta da un tavolo diverso da quello di Kurt. Era evidente che la punizione inferta da Tod a quelli dei metalli non li aveva messi in buona luce con tutti gli altri. Nessuno voleva nella propria squadra gente che faceva dimezzare le paghe.
Insieme al turbinio di pensieri che riempì la testa di Eoghan, anche la locanda si riempì nuovamente di voci e la musica ricominciò a essere il muto sottofondo del disordine. La maggior parte delle persone ricominciò a farsi i fatti suoi. Kurt rimase in silenzio, mentre i suoi uomini cominciarono a parlare tra loro. Lo sguardo del nano non si staccò dagli elfi. Saifel lo incrociò, come era accaduto alle paghe, ma lo sostenne e si avvicinò al bancone. Eoghan lo seguì poco dopo. Il bardo sorrise all’oste e prese il bicchiere.
«Conto sul fatto che questi non saranno i vostri unici boccali». L’oste poggiò la sua grossa mano sopra quella dell’elfo e sussurro all’elfo, senza perdere il sorriso.
Saifel guardò ancora verso il tavolo di Kurt, notando che il nano lo stava fissando ancora. Poi si guardò attorno e notò che in molti li stavano ignorando e chi non lo faceva non li guardava con l’aria di chi è pronto ad accogliere un amico.
«Conto anche io sul fatto che avremo occasione di bere ancora del tuo gustoso sidro», rispose Saifel dopo qualche momento di silenzio. L’oste, rassicurato, si allontanò. Saifel guardò la cintura e fissò il sacchetto vuoto. Era certo che l’oste sapesse già che c’erano due nuovi arrivati che non avevano ricevuto la paga, ed era anche certo che non sarebbe stato difficile per nessuno in quella sala scoprire chi fossero.
«Chiediamo asilo al tempio?» Eoghan parlò sottovoce.
«Padre Marion non avrebbe di cosa nutrirci. Forse potrebbe darci un posto dove dormire, ma non voglio darmi per vinto così facilmente». Saifel prese posto negli sgabelli alti vicino al bancone. L’uomo più vicino era appena dietro di lui ma non si curò che potesse ascoltare la loro conversazione.
«Che vuoi dire?»
«Che troverò un modo per entrare nelle grazie di Kurt. In fondo è con lui e i suoi uomini che dobbiamo lavorare». La risposta di Saifel fu quasi spezzata da una sonora risata alle sue spalle. L’elfo si voltò. L’uomo che gli sedeva di fianco lo guardava con gli occhi un po’ lucidi per tutto l’alcol che aveva in corpo. Batté il boccale sul bancone.
«Oste! Un’altra birra». L’uomo poggiò tre monete d’argento sul bancone. «E ve ne offrirò due a testa se farete sorridere Kurt dei metalli». Le parole dell’uomo suonarono beffarde.
“Un uomo ubriaco è sempre più propenso a parlare”, improvvisamente le parole del comandante di una delle unità dell’esercito di Hanturiam balenarono alla mente di Saifel. L’uomo che li aveva sfidati non era un prigioniero da riempire di liquore affinché raccontasse delle strategie del suo esercito, tuttavia era abbastanza ubriaco da dire probabilmente quello che altri in quella locanda non avrebbero detto.
«Mi piacerebbe sapere di più su di lui», iniziò Saifel. L’uomo rimase silenzioso con un sorriso quasi inebetito e poco dopo rispose con una domanda: «Perché?»
«Perché se devo guadagnarmi da bere voglio sapere tutto ciò che mi può essere utile». Saifel si guardò attorno e fece una piccola pausa. «E poi vorrei capire perché è l’unico in questa locanda che ti supera nel timore che incute agli altri avventori». Il bardo assunse uno sguardo adulatorio e l’uomo si gonfiò nel petto e si guardò attorno.
«Si… con timore… hai ragione… anche voi due dovreste… e bada a come ti rivolgi a me», tra un’esitazione e l’altra buttò giù altri due bicchierini di liquore e un sorso della birra.
«Se sapessi qualcosa su Kurt potrei scoprire come farti diventare il più temuto qui dentro». Saifel affondò l’attacco.
«Certo» rispose esaltato l’uomo sempre più ubriaco.
«Raccontami… ehm…». L’elfo esitò rendendosi conto di non sapere neppure il nome dell’uomo che aveva davanti. «Che sciocco che sono. Non ti ho nemmeno detto il mio nome. Io sono Saifel». Senza usare parole l’elfo invitò l’uomo a ricambiare la presentazione. Radolf ci mise un po’ prima di capire e rispondere con il suo nome.
«Raccontami tutto Radolf». Saifel si mise in posa di ascolto, quasi come un bambino di fronte a una favola.
L’uomo barcollò aggiustandosi sulla sedia, fece colare in gola l’ultimo goccio di liquore dell’ultimo bicchierino e afferrò il boccale di birra. Tossì per preparare la voce. Saifel fu investito da una nube di alito che a giudicare dall’odore avrebbe preso fuoco alla prima scintilla.
«Kurt… dei metalli». Radolf iniziò sottovoce. Saifel lo guardò incuriosito.
«Perché mi parli sottovoce?»
«Diamine! Il nano non vuole che si raccontino cose su di lui». Dapprima con tono alto, poi di nuovo sottovoce, Radolf apostrofò l’elfo.
«Kurt dei metalli, viene dal profondo sud. Viene dalle oscure valli del Narkatar. Si racconta in giro che venisse da una cittadina di gente superstiziosa e dai modi un po’ barbari. In molti ce l’avevano a morte con i nani perché erano fisicamente capaci di fare il lavoro più duro e laggiù, si sa, il lavoro duro era quello che più serviva. In posti come quello chi può fare più lavoro degli altri guadagna di più e non è visto di buon occhio». Radolf sorseggiò la birra, barcollò e sembrò perdere il filo del discorso. «C’è stato un terremoto… quindici anni fa… circa, non saprei dirlo. Questa notizia è arrivata fin qui… io ci sono nato qui sai?» Saifel alzò un sopracciglio e temette per un attimo di stare perdendo tempo.
«Cosa c’entra il terremoto?»
«La gente disse tante cose e fece tante ipotesi. Una delle più affermate era che i nani avessero scavato la terra e le miniere dove la terra stessa aveva messo radici, facendola adirare e provocando il terremoto. In molti morirono per quel disastro. Nella sua cittadina comunque ci fu il massacro dei nani e la famiglia di Kurt emigrò. Tutti tranne lui. Quel nano testa dura rimase lì a combattere quel razzismo finché non fu pestato a sangue. Ma Kurt dei metalli non è uno che si tiene per sé certe cose. Li uccise tutti quelli che lo avevano pestato, si dice durante un secondo tentativo. Usò solo un piccone. Tutta la malvagità dei nani emerse in quell’occasione».
«Kurt sarebbe un assassino?»
«No. Solo uno che si difende con troppo zelo». Radolf parò quasi con sufficienza.
«E quando è arrivato?»
«Il vecchio nano è arrivato qui circa dieci anni fa. Resistette per non più di cinque anni dopo il terremoto e, come ti ho detto, la goccia che fece traboccare il vaso fu quell’assalto di barbari che lo pestarono. Gli tagliarono un dito del piede destro e uno della mano sinistra. Adesso è qui e si nasconde. Nella miniera qualcuno pensa che se i barbari sapessero dove si nasconde lo ucciderebbero per la strage che ha compiuto. Non vuole saperne di salire di rango. Meno sta in vista, più è contento quel vile di un nano». Dalle parole di Radolf trasparì un leggero disprezzo anche se al tempo stesso pareva esserci un grande rispetto, dovuto forse al timore nei suoi confronti. Bevve il resto della birra d’un fiato, sospirò e si preparò a concludere il suo racconto.
«Quindi, quel nano è qui per nascondersi il più lontano possibile dal Narkatar. Ci sono tante cittadine laggiù, come qui nei regni del nord, ma per quante normali ce ne possano essere, quello rimane sempre un luogo malvagio secondo me… e anche secondo lui visto che non ci torna. Penso tu capisca perché il nano è così diffidente e burbero. Non ama chi cerca di ottenere confidenza e non sorride mai. Quel nano è morto dentro… nessuno sa quale sia lo scopo della sua vita ormai… e ti dirò di più», Radolf cercò le gocce sul fondo del bicchiere. «Nessuno vuole saperlo. Questo è tutto».
«Come sai queste cose?»
«Ho le mie fonti… e poi quando uno si rifugia a Raerem tra i cittadini di classe inferiore per tanti anni e lavora nelle miniere non può nascondere il suo passato». Radolf sembrò evasivo.
«Spiegati meglio». Saifel sorrise di nuovo incuriosito. Radolf scosse la testa. L’elfo gli avvicinò il mezzo boccale di sidro che l’oste gli aveva offerto e che non aveva ancora toccato. L’uomo tentò di afferrarlo ma Saifel lo discostò di quel tanto che bastava a non farglielo raggiungere.
«Va bene… un paio di anni fa, venne un tizio qui a Raerem… sai che questa cittadina è come un porto, un rifugio per chi fugge, sotto certi punti di vista… alcuni arrivano sotto l’ala del Magnanimo, lavorano in miniera per un po’ e poi se ne vanno. Questo tizio che passò era strano. Era esile e vestiva sempre delle tuniche strane. Lavorò in miniera e come voi iniziò dai metalli. Era l’uomo che mi faceva più paura di tutti… scarno in viso era capace di scrutare le menti. Forse fuggiva per causa di questo suo potere e del suo vizio di raccontare troppe cose a troppe persone. Raccontò più o meno i fatti di tutti quelli che lavoravano in miniera… ora di quelli che c’erano e sanno siamo rimasti in pochi… la gente va e viene e dimentica… e beve… e dimentica…» Saifel vide Radolf abbassare lo sguardo sconsolato. Capì che anche Radolf doveva avere una storia triste alle spalle. Si guardò attorno e si rese conto che ognuno, in quella locanda, aveva una storia triste nel suo passato che lo aveva condotto sin lì.
L’elfo accostò il boccale a Radolf. L’uomo lo afferrò e bevve e gli tornò il sorriso. «Di quel tizio macabro non si seppe più nulla. Svanì come era apparso».
«Bene. Grazie Radolf, la tua è stata una bella storia… ma tra poco toccherà a me». Saifel si alzò in piedi. Eoghan, che nel frattempo aveva finito il sidro, si voltò preoccupato. «Che fai?»
«Ci procuro cena e letto per stanotte». Saifel sorrise a Eoghan e si diresse verso i ragazzi che stavano strimpellando il sottofondo cacofonico della locanda.
«Sapevo che non avrei dovuto raccontargli quelle cose», Radolf parlò verso Eoghan. L’elfo attese qualche istante fissando l’uomo poi rispose. «Perché? Hai parlato troppo?»
«No… perché ho fatto cacciare il tuo amico in un bel guaio… e forse anche io…» Radolf non finì la frase. La sua testa cadde sul bancone e tra bava e residui di noccioline, un sonoro russare fuoriuscì dalla sua bocca.
Eoghan guardò Saifel mentre raggiungeva il palchetto. Vide il compagno prendere il piccolo liuto e fare accomodare gentilmente i ragazzi sul bordo del palco. Una leggiadra musica cominciò a spandersi lenta. Allo stesso modo il silenzio pervase la locanda. Dal primo all’ultimo in quel luogo abbassarono la voce e i boccali e si voltarono verso Saifel. Chi era stato colpito dalla musica e chi dalla curiosità, tutti si voltarono. Kurt fissò l’elfo negli occhi.
«Non so da quanto in questa locanda non si ascolta buona musica e la storia di un buon vecchio bardo», le parole dell’elfo furono accompagnate dalle note pizzicate perfettamente su di un liuto di dubbia qualità. «Ma stasera per voi e per farmi perdonare del disturbo, voglio essere solo un menestrello, un cantore, uno che racconta una storia per allietarvi la serata, perché a differenza di quel che si può pensare ho viaggiato molto… e ho molte cose da raccontare».
Un urlo interruppe la melodia: «Sta’ zitto maledetto elfo!»
«Ma io voglio raccontarvi di un viaggio nel Narkatar». Le urla ricominciarono a susseguirsi come se di quello che il bardo stesse tentando di raccontare, nulla interessasse alla gente in locanda. D’improvviso un rumore cupo e vibrante riportò il silenzio. Era il pugno di Kurt che aveva fatto tremare tavolo e boccali.
«Silenzio… io voglio ascoltare», sentenziò.
Saifel osservò la riverenza di tutti, e udì il silenzio. Pizzicò di nuovo due corde e sorrise, ricambiando lo sguardo duro di Kurt. Avrebbe dovuto raccontare una bella storia.
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15 novembre 2009 - 7:31 by immortal_bard
L’allenamento più duro è quello della mezzanotte. I muscoli stremati, gli occhi umidi e rossi per lo sforzo, tutto ciò che è attorno diventa un ostacolo. I prescelti di Groomanor vivono la Notte dell’ultima Luna come un rituale di passaggio, come un momento in cui si passa all’età adulta del guerriero.
Le dita di Eoghan si strinsero attorno all’impugnatura. Le gocce di sudore scivolavano sulla fronte e cadevano al suolo. Immobile come una statua, l’elfo vide tutto attorno a sé seguirlo in quell’eterno istante. L’ultima goccia cadde scintillando e si infranse contro una pietra. Il guerriero riuscì a sentire il suono dirompente come appartenesse a una cascata. I suoi sensi si fusero con l’ambiente e la sua percezione divenne quella della terra stessa.
La lama piombò verso la fronte di Eoghan. La piccola salì a contrastarla, piegata leggermente di lato, facendola scivolare a filo con i suoi capelli. Quasi nello stesso istante il pugnale, roteò deviando tre colpi in rapida sequenza. In cinque attaccavano Eoghan, il più giovane a sottoporsi alla Notte dell’ultima Luna. Ogni serie di attacchi era seguita da una lunga pausa in cui le strategie più complesse prendevano vita, come in una partita di scacchi.
Il Maestro della Luna osservava i sei elfi battersi come se fosse la guerra della vita. Nessuno dei sei smise mai di sorridere.
Eoghan si difese e colpì per quanto possibile. Tuttavia stava combattendo contro cinque prescelti di Groomanor. Lentamente le sue difese si aprirono, e i colpi cominciarono ad arrivare. Sebbene le lame fossero foderate con robuste pelli, l’impatto e la forza impressa dai guerrieri lo stordirono.
Eoghan deviò ancora un attacco, allungò la gamba e fece uno sgambetto inaspettato a uno dei guerrieri. Contemporaneamente alzò il Forte e abbassò la piccola, parando e colpendo allo stesso tempo. Schivò con un’agile mossa il fendente del quarto. L’elsa del quinto lo colpì alla nuca. E tutto divenne buio.
Il dolore è un paradossale piacere quando ti conduce al premio desiderato. Il giorno del giuramento dei prescelti, al levare del sole dopo l’allenamento della mezzanotte, è il momento più anelato dagli allievi. Eravamo giunti solo in due dai boschi di Radebaran e soltanto io avevo superato la prova. Non dimenticherò mai quando, chino sulle mie ginocchia, con le braccia protese in avanti, ricevetti in dono le armi che avrebbero rappresentato il mio giuramento. Il sorriso compiaciuto del grande Maestro della Luna mi onorò forse più delle armi stesse.
Ora il buio, la pietra, e tutti questi uomini attorno. Non dimenticherò il giuramento. Non abbandonerò la mia fede. Non dimenticherò l’odio per questa ignobile razza. Io sono un guerriero.
Le dita di Eoghan strinsero l’impugnatura del piccone fino a far sbiancare le nocche. L’elfo era rimasto immobile più di un minuto, immerso nei pensieri e nei ricordi.
«So a cosa stai pensando». Saifel lo riportò alla realtà.
«Cosa?» Eoghan parve risvegliarsi da un sogno. Gli occhi rimasero per qualche istante persi nel vuoto, come in cerca delle ultime immagini della sua mente.
«Nessuno degli uomini che sono qui può soddisfare la tua sete di vendetta. In verità nessun uomo può. Smetti di pensare all’odio e torna a essere un elfo».
«No». Eoghan sorprese Saifel con il suo tono completamente privo di rabbia o rancore. Era serio, ma non traspariva più odio né dai suoi occhi né dalle sue labbra. «Pensavo alla Piccola».
Saifel si fermò e guardò con leggero sorriso l’elfo. Eoghan intuì subito che il bardo aveva frainteso e si affrettò a puntualizzare. «La mia spada, quella che tu hai calciato giù dal precipizio dove poi siamo caduti».
Il bardo tornò serio.
«Devo recuperarla». Eoghan abbassò lo sguardo e lasciò che il piccone si appoggiasse stanco sulla pietra. «La spada è parte del mio giuramento».
«Sarà sommersa dalla neve».
«Tu non capisci», Eoghan alzò la voce interrompendo l’elfo. Alcuni uomini li guardarono, poi tornarono subito al loro lavoro.
«Io capisco perfettamente, ma non puoi pensare di recuperarla adesso. Non la troveresti, forse non riusciresti neppure ad arrivare dove l’hai persa». Saifel sollevò il piccone e lo fece cadere con forza su di una pietra, spezzandola in due e rivelando pezzi di minerali da estrarre e da mettere nel carrello metallico.
Eoghan provò a ribattere, ma si zittì subito non appena lo sguardo del compagno corse alle sue spalle. Un uomo si avvicinò ai due elfi.
«Fare una pausa non autorizzata rischia di fare perdere la metà della paga alla nostra squadra, e qui nessuno di noi vuole perdere le monete per pagarci da bere alla locanda». L’uomo non aggiunse altro e si voltò per tornare al lavoro. Saifel sorrise, come se un’idea gli fosse balenata nella mente.
«Torneremo subito al lavoro».
«Sarà meglio». Un altro uomo sputò per terra, accompagnando le parole di colui che aveva appena ammonito gli elfi.
«Dov’è la locanda?»
«Perché? Vuoi sprecare quel poco che guadagnerai per ubriacarti?» Delle risa giunsero dal fondo del cunicolo.
«No, è solo curiosità». Saifel sostenne lo sguardo del minatore quasi con aria di sfida. Un surreale silenzio riempì il cunicolo e l’uomo si fece serio.
«Non è lontana. Vi ci accompagnerò di persona. Adesso a lavoro! L’orario sta per terminare e le tenebre sono già arrivate». Anche il minatore fece un sorriso quasi dipinto nel volto che aveva raccolto la sfida silente dell’elfo. All’ennesimo urlo del capo squadra, seguito dal sonoro schioccare delle mani, tutti tornarono al lavoro per portare a termine il lavoro della giornata.
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4 novembre 2009 - 20:27 by immortal_bard
«Hai intenzione di restare digiuno e in silenzio fino alla morte?»
Eoghan non accennò a rispondere né a gesti né a parole. Rimase seduto in un angolo della cella, separato dal bardo da una schiera di sbarre metalliche arrugginite. Il resto della prigione era vuota.
«Eoghan, dobbiamo capire come funziona il patto che abbiamo violato e cosa possiamo fare per uscire da qui». Saifel spronò il guerriero.
La notte aveva portato con sé un’aria gelida e le finestre della prigione erano fatte da sole sbarre. Delle tavole di legno giacevano sul corridoio appena fuori dalla cella del bardo e avevano ancora attaccati i cardini rovinati con i quali un tempo il legno aveva chiuso l’apertura. Eoghan allungò la mano e afferrò il piatto che il guardiano gli aveva lasciato. Era una brodaglia dal colore marrone chiaro con vegetali di qualche genere e avanzi di carne troppo cotta e di scarsa qualità.
«Conoscevo quel patto». Eoghan ruppe il silenzio.
Saifel si voltò verso l’altro elfo e lo guardò con curiosità.
«Ne avevo sentito parlare al comandante Kareen poco prima di lanciarci in battaglia. Ho ignorato le sue spiegazioni attenendomi al semplice obiettivo di far vincere la battaglia. Gli uomini non conoscono neppure la vera strategia militare». Eoghan assaggiò la zuppa e deglutì.
«E come mai un soldato ha ignorato gli ordini del suo comandante?»
«Non è il mio comandante». Eoghan rispose con veemenza, poi si calmò e si voltò verso Saifel chiedendogli scusa con lo sguardo.
«Ironico, non credi?»
Saifel guardò Eoghan con un sorriso perplesso.
«Prigioniero nella prigionia». Eoghan continuò abbassando di nuovo lo sguardo e portando alla bocca un altro po’ del cibo che galleggiava nel piatto.
«Non credi che sia giunto il momento di raccontarmi qualcosa?»
Eoghan alzò lo sguardo e sorrise. «Si».
Il prescelto di Groomanor raccontò al bardo la sua storia, di come gli umani avevano preso con l’inganno il suo popolo e di come lo avessero catturato. Raccontò del giorno della sua alleanza con Kareen e di come si preparò alle battaglie che avrebbe affrontato per lui. Saifel capì da dove provenisse tutto l’odio per gli uomini che scaturiva da Eoghan e ne ebbe quasi compassione.
«In ogni caso», Eoghan interruppe il racconto concluso, «non saranno i sovrani di Raerem a giudicarci ma i rispettivi», fece una pausa e assunse un’espressione quasi di ribrezzo, «sovrani dei nostri eserciti».
«Dovresti sedare il tuo disprezzo per gli uomini».
«Perché?»
«Perché non tutti sono così malvagi come credi. Anzi, al contrario io credo che la maggior parte sia costituita da persone normali con buoni sentimenti e propositi. La loro vita breve li rende meno comprensibili ai nostri occhi». Saifel cercò di spiegare il suo punto di vista.
«La loro breve vita li rende solo capaci di pensare ad arricchirsi e avere potere su questa terra, in maniera egoistica». Eoghan rispose con tono cupo. Saifel non seppe rispondere.
«Gli uomini», ricominciò Eoghan, «sono accecati dalla brevità delle loro vite e sono talmente egoisti che ignorano le conseguenze che avranno le loro azioni nei confronti delle altre creature. Radono al suolo i boschi per costruirsi inutili mobili, buoni solo per vantarsi tra loro. Rinchiudono delle bestie in recinti invisibili solo per dargli la caccia per divertimento, li fanno riprodurre come fossero esseri inanimati per cibarsene, inquinano le nostre acque con gli scarichi delle loro fogne», l’elfo arrestò il suo crescendo per un attimo. «Essi uccidono per avere l’unica cosa che desiderano, cioè il potere. Gli uomini non si curano degli altri né di ciò che viene dopo di loro. Si curano solo del presente e del loro benessere». Saifel rimase congelato dalle affermazioni di Eoghan. Il bardo era cosciente che ciò che stesse dicendo molto spesso era la verità, ma sapeva anche che non era così per tutti.
«Sbaglio forse a sognare un mondo senza uomini? Sono forse nel torto a sperare che la lungimiranza e la volontà di mantenere il mondo un luogo dove si possa vivere in equilibrio e serenità? Sbaglio forse a sognare un mondo di elfi?»
«Si». Saifel rispose seccamente.
Eoghan lo guardò stupito. Saifel si avvicinò alla cella e osservò con sguardo serio il guerriero.
«Ti sbagli perché ogni creatura e ogni razza ha un ruolo su questa terra. Gli Dei stessi si sono compiaciuti delle opere degli uomini. Forse il tuo errore è pensare che gli elfi siano creature superiori in tutto agli uomini eppure stai chiudendo la tua mente esattamente come tu accusi gli uomini di fare. Ogni razza ha qualcosa in cui è superiore alle altre e se gli uomini sono riusciti a ottenere tanto prestigio di fronte agli stessi Dei degli elfi e di fronte a tutte le altre creature del mondo non è sicuramente grazie alla loro malvagità».
L’elfo di Groomanor non accettò quelle parole e poggiando il piatto per terra si andò a sedere nuovamente nell’angolo.
«Credi a me che sono stato più tempo di te in giro per le terre che non appartengono agli elfi. Gli uomini malvagi sono pochi. Gli uomini sono creature ingenue e buone, ma basta che uno di loro sfrutti queste caratteristiche in altri deviandone la volontà e corrompendone l’animo, che si formano gli eserciti e le guerre». Saifel si intristì in tono ed espressione.
«Pensi che tra coloro che oggi sono morti in battaglia non ci fosse nessuno che aveva fatto qualcosa di buono e che combattesse solo perché credeva nella lealtà e nella sua patria, esattamente come i prescelti di Groomanor? Credi davvero che tutti i caduti in battaglia meritassero la morte solo perché bramavano potere? No amico mio, ti posso assicurare che tra loro ci sono molti che hanno fatto del bene e che combattevano con onore». Saifel strinse le sbarre che lo separavano dall’altro elfo.
«I padri degli elfi non ci hanno forse insegnato che nella saggezza della nostra razza non dobbiamo giudicare nessuno in maniera avventata? Ti invito a riflettere e spero tu abbia l’occasione, come l’ho avuta io, di conoscere meglio il mondo degli uomini. Non sbagli a sognare un mondo di elfi… ma che sia uno dove essi convivono con gli uomini nel migliore dei modi».
Ascoltando il silenzio di Eoghan, Saifel si accoccolò sulla branda e si coprì con la pesante coperta di lana che i soldati gli avevano lasciato in cella. Piccoli fiocchi di neve cominciarono ad appoggiarsi sulle sbarre della finestra. Eoghan ebbe un brivido, si coprì a sua volta e pensò per tutta la notte.
***
Il fragore della porta delle prigioni svegliò i due elfi. Eoghan si era assopito da poco mentre Saifel aveva dormito quasi tutta la notte. Infreddoliti, i due elfi si avvicinarono alle sbarre. Un soldato entrò.
«Non so se considerarvi fortunati oppure no».
Saifel guardò Eoghan e poi si voltò verso l’uomo attendendo i dettagli.
«La neve è giunta esattamente come previsto dall’oracolo e dunque i sentieri saranno impraticabili per i prossimi mesi. Forse anche la vostra guerra si placherà per un po’, ma fino a quando i nostri messaggeri non potranno raggiungere i regni di Leerat e Hanturiam, non sarà nemmeno possibile invitare qui coloro che dovranno giudicarvi».
«E questo cosa comporta? Siamo liberi?» Eoghan si avvicinò e strinse le sbarre.
«No. Ibraham vi concederà di essere liberi in parte e solo all’interno delle mura. Sarete trattati come cittadini di classe inferiore ma non resterete in questa prigione». Il soldato accennò un sorriso.
«Chi è Ibraham?»
«Il Magnanimo, sovrano di Raerem». L’uomo rispose con celerità, poi lasciò cadere un sacco dentro cui erano contenute delle vesti semplici e pulite. «Preparatevi perché tra breve lo incontrerete per parlare della vostra situazione».
L’uomo aprì le celle e si diresse verso l’uscita senza preoccuparsi dei prigionieri. Eoghan rimase un po’ stupito.
«Non ti preoccupi che possiamo scappare?»
«No». Il soldato si voltò e si lasciò scappare un sorriso enigmatico. «Sono certo che non lo farete». La porta si chiuse.
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26 ottobre 2009 - 7:30 by immortal_bard
«Dov’è finito l’elfo?»
«Non lo so, ma finora ha seminato il terrore nelle fila nemiche». Il soldato rispose con un velo di sadismo al suo comandante che rimase impassibile a fissare i cadaveri davanti a lui.
In una zona leggermente defilata rispetto alla vallata dove stava avendo luogo lo scontro tra una delle unità dell’esercito di Hanturiam e una di quelle di Leerat, Eoghan e Saifel si muovevano lentamente tenendosi a distanza e studiandosi. Gli elfi si stavano preparando per la battaglia.
Il bardo si fece teso in volto mentre un sorriso si allargò sulle labbra di Eoghan. I pugni del guerriero strinsero le else e i talloni di Saifel si sollevarono impercettibilmente mentre si preparava a balzare.
«Molto tempo è trascorso dall’ultima volta che ho affrontato un elfo».
«E credi che ne passerà ancora dopo questo scontro?»
«Ne sono rimasti pochi», Eoghan fece una pausa. «Di elfi intendo».
Saifel rimase immobile a fissare negli occhi il suo avversario. L’espressione di Eoghan era cambiata radicalmente da quella che lo aveva caratterizzato durante la battaglia contro gli uomini.
«Sei troppo sicuro di vincere». Saifel lo provocò.
«I guerrieri di Groomanor sono sempre sicuri di vincere». Eoghan rispose seccamente, stroncando sul nascere i tentativi di Saifel.
Il bardo non si lasciò demoralizzare. «Mi sembra che tu sia più ferito di me e che le tue condizioni non siano delle migliori. Sebbene io non sia uno guerriero della tua stessa stirpe sono pur sempre un elfo». Saifel prese tempo cercando di studiare quanto più possibile i movimenti e le possibili falle nella difesa del guerriero. Era cosciente che con la sola tecnica di spada non avrebbe avuto speranze, dunque avrebbe dovuto usare l’intelligenza e trovare la tattica giusta.
«Forse così il combattimento sarà equo». Eoghan lo provocò a sua volta. Saifel non diede peso a quell’affermazione.
Il guerriero di Groomanor fu il primo a scattare. Sicuro della sua abilità superiore si lanciò contro il bardo tendendo la Piccola verso il petto e spostando il Forte sulla parte bassa del fianco. Saifel non si lasciò cogliere impreparato. Balzò sulla destra roteando la spada e mirando a deviare l’attacco del suo avversario. Eoghan, con un’agile mossa del polso, fece danzare il pugnale cambiando il verso della presa sull’elsa e distese il braccio per anticipare la mossa di Saifel. La lama trovò con estrema precisione la parte scoperta tra le parti dell’armatura ma non riuscì a penetrare profonda.
Saifel indietreggiò. Sentì sgorgare un piccolo fiotto di sangue dal fianco e istintivamente vi appoggiò la mano. Strinse e il bruciore si fece intenso. Era rimasto sorpreso dalla tecnica di Eoghan. Non ebbe il tempo di pensare che il suo avversario gli si scagliò di nuovo contro.
Il bardo consolidò la sua difesa, facendo volteggiare agilmente la spada da un lato all’altro e dimostrando un’abilità superiore a molti guerrieri che Eoghan avesse mai affrontato prima.
«Saresti stato un buon guerriero». Eoghan si fermò solo un istante. Saifel si lasciò sfuggire un accenno di sorriso, poi tornò a difendersi dagli attacchi di Eoghan che giungevano come una tempesta. Varie piccole ferite si aprirono sul corpo dell’elfo. La condizione di svantaggio fisico fu equilibrata rapidamente. I due elfi si fermarono a rifiatare.
«Se maneggiassi uno strumento musicale come fai con la spada potrei dire lo stesso di te». Il tono di Saifel si fermò a metà tra serietà e ironia.
«Il tuo problema…» Eoghan interruppe la tregua con una nuova pioggia di affondi, «è che parli troppo». La spada di Eoghan roteò in alto, costringendo Saifel ad alzare la guardia più di quanto potesse. Il guerriero protese l’altro braccio in avanti attaccando con il pugnale. Saifel, non potendo parare il secondo affondo, tirò indietro il bacino, cercando di allontanarsi, ma così facendo lasciò libera di muoversi la spada sopra di lui.
La punta della lama ricurva di Eoghan piombò micidiale verso il volto di Saifel. La punta disegnò un taglio sulla guancia e attraversò parte delle labbra. Il bardo sentì il sapore del sangue inondargli la bocca.
«Allyfain ti protegge. Non miravo a zittirti». Eoghan socchiuse gli occhi e rifiatò, ansimando.
«La Dea mi proteggerà finché osserverò la sua legge e quella della giustizia». Ancora una volta Saifel tentò di turbare il guerriero, cercando di vincerlo con gli unici mezzi che gli erano rimasti. Eoghan non perse il suo sorriso ma inchinò leggermente il capo. Saifel capì che si stava avvicinando alle giuste parole.
«Forse ci siamo allontanati troppo dal tuo esercito. Non sta forse scritto nei dogmi di Groomanor che non si abbandonano i compagni di battaglia?»
«Non cercare di ingannarmi con le tue parole». Il sorriso di Eoghan svanì.
«La magia dei musici elfi perdura anche senza di loro, ma il tuo esercito senza di te non è nella stessa condizione». Saifel continuò. Le spalle di Eoghan cominciarono a sollevarsi e abbassarsi sempre più rapidamente come se si stesse stancando e il respiro si stesse facendo sempre più affannoso. Chinò il capo e anche lo sguardo.
«Sta’ zitto. Un prescelto non viene mai meno al giuramento fatto dinnanzi a Groomanor». Il guerriero gridò, mostrando nel volto rabbia. «Sto solo perdendo tempo», sibilò infine.
«Sto solo cercando di riportare in te l’elfo puro che c’era, scacciando via il marcio che ti sei creato dentro».
«Ti ho detto di tacere». Eoghan tuonò.
Una raffica di colpi scomposti cominciò a minacciare Saifel. Inizialmente il bardo rimase atterrito dalla furia che lo stava assalendo, ma in breve riuscì a trovare la coordinazione e l’intuizione per schivare i colpi agilmente. La mente di Eoghan non era più lucida. Saifel aveva riguadagnato il vantaggio iniziale.
«Tu devi morire». L’urlo di Eoghan si fece quasi disperato. Davanti a sé non riusciva più a vedere un elfo ma uno di quegli uomini che gli avevano tolto tutto. Saifel era tornato a essere per lui un semplice soldato di Hanturiam.
«Eoghan, io non sto affrontando un elfo. La tua rabbia è ormai la mia avversaria, e non soltanto la mia». Saifel indietreggiò schivando con semplicità l’ultimo attacco del guerriero. «La tua ira sarà la causa della tua sconfitta».
Eoghan si fermò istantaneamente, colpito al cuore come se la punta della lama di Saifel lo avesse perforato. La sua guardia si abbassò per un istante e la sua mente vagò altrove tra pensieri e ricordi per lunghissimi istanti. E Saifel non sprecò l’occasione.
***
I prescelti di Groomanor sorridono sempre mentre combattono. Non è per beffa né per stupidità. Siamo solo contenti di onorare il giuramento. Non è un sorriso divertito, né un sorriso di scherno, è un istintiva espressione del viso che deriva dall’energia interiore che abbiamo ricevuto quando siamo stati scelti per combattere.
Eoghan si muoveva lateralmente, attento a non mettere i piedi in fallo. Nella sua mano soltanto i resti di un bastone spezzato. Di fronte all’elfo, a pochi passi, un uomo molto più alto e molto più robusto, la cui muscolatura lasciava scivolare tra i solchi delineati gocce di sudore e fango.
Entrambi si scrutavano con espressione seria. Gli occhi dell’uomo erano carichi d’odio e il respiro affannoso lo costringeva a gonfiare il torace oltre il normale. Eoghan era imperturbabile. Il busto pareva restare immobile rispetto ai movimenti delle gambe. Il suo viso era inespressivo.
Il terreno era divenuto un’arena. Tutti gli uomini del campo si erano avvicinati e stavano a guardare, urlando e incitando i due alla lotta. Le parole nascoste nelle grida erano tutte per l’uomo, mentre per Eoghan erano riservate solo urla di scherno e insulti.
Durante l’addestramento, gli elfi come me, dediti alla guerra e all’arte del combattimento, imparano a controllare le proprie emozioni. In un combattimento non conta solo la spada che stringi in pugno o come la usi, ma tutto ciò che ti circonda, compresi i compagni, i nemici e i loro punti di forza ma soprattutto i loro punti di debolezza. Il controllo di sé e del proprio avversario sono fondamentali. Saper perdere il controllo nel momento giusto può far vincere un combattimento, ma fermarsi dopo non è sempre semplice.
Era il primo giorno da quando era stato catturato insieme ai pochi sopravvissuti. Il ricordo dei meschini trucchi e perfidi inganni utilizzati dagli uomini continuava a riempirgli d’odio il cuore e la mente.
Jaarg, l’enorme lottatore che stava fronteggiando, era un guerriero dell’esercito che lo teneva imprigionato e che l’elfo doveva affrontare per il diletto degli altri soldati. Eoghan non aveva dormito né mangiato ed era stremato tuttavia non aveva ancora perso la calma.
L’uomo si fiondò all’improvviso verso l’elfo, sollevando il bastone e provando un colpo prevedibile ma carico di violenza. Eoghan si spostò di pochissimo, lasciando scorrere il bastone avversario a fil di pelle. Jaarg si sbilanciò in avanti non trovando nel movimento né il bersaglio né la sua difesa. Eoghan alzò il gomito e colpì forte sulla testa. Jaarg cadde a terra stordito. Due passi indietro e l’elfo fu subito a distanza. E fu anche vicino alla folla. Troppo.
«Sei solo un pivello con tanta fortuna!»
«Non sai fare altro che scappare». Le urla arrivavano alle sue orecchie e continuavano a colpirlo più dure di qualunque pugno. «Non hai nemmeno il coraggio di reagire nel tuo ultimo giorno». Jaarg si rialzò.
«Morirai come tutti gli altri». L’ultimo urlo che udì, in mezzo alle voci della folla, bloccò l’elfo. Il suo sguardo si perse nel vuoto. La mente viaggiò veloce e si perse in confusi pensieri. Il bastone di Jaarg, tenuto a due mani, colpì poderoso sul ventre dell’elfo che cadde riverso sul terreno.
Jaarg cominciò a colpirlo con calci e bastonate e una pozza di sangue si allargò sotto il corpo dell’elfo. L’uomo si fermò per rifiatare e per fare un bagno tra i complimenti e le urla di incitamento dei compagni.
Con le braccia sollevate, l’uomo si avvicinò ai suoi compagni, ostentando un’espressione di vittoria. Il clima festoso si ruppe immediatamente. I visi sconvolti dei compagni indussero Jaarg a girarsi. Vide Eoghan alzarsi e mettersi di nuovo in posizione di guardia. Le urla ricominciarono.
La carica di Jaarg divenne simile a quella di un toro, ma l’elfo schivò il colpo agilmente. Il bastone spezzato di Eoghan si piantò sulla spalla di Jaarg ferendolo gravemente e recidendogli un legamento. Le urla dell’uomo risuonarono in tutto il campo. Senza pietà alcuna, quando Jaarg tentò di alzarsi, Eoghan si avvicinò lento e lo atterrò con un calcio sulla nuca.
«Qualcuno vuole proseguire il duello?»
Uno strano silenzio coprì l’arena di uomini.
Perché gli uomini non hanno il coraggio di affrontare le cose faccia a faccia, nemmeno i combattimenti? Essi ricorrono sempre a sporchi trucchi, alleanze, infiltrati e minacce per ottenere ciò che vogliono. Pensano forse che sia nobile di fronte agli Dei giudicatori, uccidere un guerriero inerme, usando come scudo sua moglie o suo figlio? Ritengono giusto corrompere il cuore di un debole per sapere quando un popolo può essere particolarmente vulnerabile? Se fanno questo è solo perché non hanno la minima idea di quali siano le conseguenze né sono in grado di valutare, date le loro brevi e inutili vite, cosa può accadere a lungo termine, quando le creature da loro minacciate non hanno più nulla da perdere.
Ci provarono in due, poi in tre e poi altri tre, ma tutti finirono a terra privi di sensi e in pericolo di vita, cercando di abbattere l’elfo, guerriero di Groomanor. Altri ancora caddero prima che l’espressione di odio e di profonda ira che traspariva dal volto di Eoghan venisse sporcata di sangue da più di dieci uomini.
«Fermi!»
La voce del generale Karreen fu tanto autorevole da immobilizzare tutti. I gemiti di dolore di Eoghan giungevano dal terreno ove era stato quasi sepolto.
«Combatti bene» disse Karreen.
«Posso anche morire, ma lo farò con onore e guardando in faccia il mio nemico». Eoghan parlò non senza difficoltà.
Il generale rise e si avvicinò. La folla si aprì davanti a lui.
«Tu combatterai per me».
Sono rari i momenti in cui senti di avere un’occasione. Non sai ancora come la sfrutterai perché in quel momento puoi essere accecato dall’ira, ottenebrato dalla stanchezza o confuso dal dolore. Ma quando te ne accorgi sai bene che accetterai.
Nell’addestramento degli elfi, al termine di un combattimento, il sorriso è ancora lì dov’era ed è di complicità ed amicizia, lealtà e fiducia. Se ci sono muscoli doloranti e lividi, tutto finisce con un abbraccio e una stretta di mano…
Il generale Kareen tese la mano all’elfo. Eoghan la afferrò e si lasciò sollevare in piedi.
«Da stasera tu sei un mio soldato, se vorrai accettare, e quindi ti sarà risparmiata la vita e te ne sarà data una decente».
«Che ne è stato dei miei compagni?»
«Loro non sono stati così fortunati. Ma tu si». Il sorriso del generale divenne stranamente sincero.
Kareen tese ancora la mano, stavolta per sigillare il patto che aveva proposto.
…ogni combattimento tra due elfi ha, in qualche modo, un lieto fine. Quella sera non ci sarebbero stati abbracci né strette di mano amichevoli. Giurai tutto il mio odio contro gli uomini e tutta la loro razza. Ed è per questo che accettai quella proposta.
La mano di Eoghan strinse quella del generale Kareen. Il patto era stato sigillato tra gli sguardi increduli dei soldati dell’esercito del regno di Leerat. Nel caldo di quella notte in cui altri elfi erano stati uccisi, Eoghan diventò un soldato elfo tra gli umani.
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