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Il Blog di JOProject
18 febbraio 2010 - 18:52 by immortal_bard
La sera sembrò farsi aspettare. Il continuo pensiero che assillava la mente di Eoghan pareva rallentare il tempo. Sentì il dolore alle dita che stringevano il piccone farsi più acuto. Alzò lo sguardo e lo diresse verso Saifel. Il bardo era immerso nel lavoro come se volesse far passare la giornata il più in fretta possibile. Gocce di sudore gli colavano dalla fronte a dispetto dell’aria gelida che penetrava nei cunicoli della miniera.
«Il giorno non corre più in fretta se ti affanni tanto»
«Ma se non lo faccio sembrerà addirittura il contrario». Il bardo replicò come se avesse letto i pensieri del guerriero al suo fianco.
Come se l’avessero spronato, il suono della campana che segnava il termine dell’ora di lavoro e la chiamata alle paghe, rimbombò seguito dai sospiri affaticati e alleggeriti dei minatori.
«Spero che tu abbia ragione». Saifel si avvicinò a Eoghan.
«Su cosa?»
«Riguardo stasera». Il bardo smise la veste da lavoro e la arrotolò, mettendosi in fila come ogni sera.
«Non lo so, ma lo spero».
Saifel rimase un po’ perplesso da quell’affermazione. Cominciò a pensare a chi potesse essere la persona di cui Eoghan gli aveva accennato e di cui non aveva voluto chiedere fino a quel momento. Quasi meccanicamente riscosse il suo salario e iniziò a dirigersi verso il tempio. Dopo pochi passi si scosse e si voltò indietro cercando Eoghan.
«Scusami, stavo già andando verso il tempio… dove siamo diretti?»
Nell’istante stesso in cui il bardo stava concludendo la domanda si rese conto di chi potesse essere la persona. Eoghan accennò un sorriso e annuì. «Andiamo al tempio».
I due elfi attraversarono la soglia. Il tempio era silenzioso. Lo sguardo di Eoghan corse veloce da un lato all’altro ma Karina non c’era. Saifel attese qualche istante, poi andò verso il sacerdote. Il guerriero osservò il bardo parlare con l’anziano. Dopo qualche minuto lo vide tornare indietro un po’ preoccupato.
«Dice che oggi è venuta presto. Era turbata e…» Saifel si interruppe. Eoghan lo guardò come se volesse strappargli le parole di bocca ma al tempo stesso non volesse sentire ciò che si aspettava.
«Partirà domani». Il bardo concluse la frase.
Eoghan si sentì spezzato. Un brivido gli percorse la schiena e la saliva gli sembrò un sasso mentre deglutiva. Il suo sguardo rimase fisso nel vuoto e gli passò davanti l’immagine delle passeggiate con lei, dei suoi sorrisi e infine del suo sguardo, bello come la prima volta che lo aveva incrociato.
Senza dire una parola, l’elfo balzò fuori sulla strada e si mise a correre. Saifel cercò di inseguirlo e lo chiamò ma senza successo. Eoghan ignorò i fiocchi di neve che ancora, nonostante l’inverno fosse finito, continuavano a cadere sulla terra di Raerem. Giunse davanti al palazzo reale e vide la finestra della stanza di Karina, all’ultimo piano di una torre non troppo alta, dalla quale più volte la donna lo aveva salutato. Senza indugiare troppo, Eoghan si guardò attorno per accertarsi che non ci fossero soldati nei paraggi, quindi si lanciò all’arrampicata. Era una scalata molto dura ma sentiva di dovercela fare. Il ghiaccio rendeva la parete ancora più scivolosa. Aveva raggiunto quasi la metà dell’altezza quando una voce smorzata dal vento lo distrasse. E cadde.
***
«Ma cosa ti è saltato in mente?»
Eoghan riprese lentamente i sensi. La vista leggermente appannata e il buio non gli permettevano di distinguere i dettagli. Quando riuscì a mettere a fuoco rimase sorpreso.
«Potevi farti veramente male… se non ci fosse stata la neve…»
«La neve non è poi così morbida come sembra». L’elfo sorrise mentre cercava di alzarsi da terra, aiutato dalle braccia di Karina, avvolta in un mantello nero.
Non appena si mise in piedi, i due si spostarono dietro le mura del castello, nascosti nel buio.
«Allora? Perché l’hai fatto?»
«Sono andato al tempio… e tu non c’eri…» Eoghan abbassò lo sguardo. Sentì il cuore sbalzargli fuori dal petto. Erano sensazioni che non aveva mai provato ma avevano qualcosa in comune con ciò che aveva provato durante il suo giuramento a Groomanor, eppure non avrebbe saputo come descriverle.
«Saifel ha parlato con padre Marion… gli ha detto che saresti partita e io non potevo…»
«Non potevi?» Karina assunse un tono serio ma quasi indecifrabile.
«Non potevo lasciarti andare via così».
Attimi di silenzio invasero l’ombra dove i due si stavano nascondendo. Eoghan inspirò profondamente e sperò di non spezzare quel momento con quello che stava per dirle.
«Io posso aiutarti a portare avanti ciò che stai facendo… se me lo permetterai». Le parole del guerriero suonarono a metà tra una supplica e una nobile richiesta.
«Si, lo voglio». Karina parlò dopo qualche attimo di esitazione. Eoghan colse quanto di più ci fosse in quelle parole e sentì il brivido di freddo farsi quasi una fiamma rovente. Non sentì più il ghiaccio che gli bagnava la schiena e si avvicinò alla donna. Ella non si tirò indietro.
Karina chiuse gli occhi mentre le sue mani incontravano quelle di Eoghan. L’elfo la sfiorò e si avvicinò a lei. Le loro labbra si socchiusero e si avvicinarono lentamente.
«Da questa parte. Provenivano da lì i rumori». I due aprirono gli occhi e tornarono alla realtà. Karina spronò Eoghan a fuggire.
«Vai via»
«Domani al tempio», sussurrò l’elfo.
Karina annuì, e mentre Eoghan spariva nelle ombre, si preparò a rispondere alle guardie che ormai erano abituate a trovarla nelle situazioni meno convenzionali. E la tenda della sua stanza si mosse, coprendo gli occhi di un osservatore curioso.
Tags: elfo, Eoghan, fantasy, karina, marion, miniera, racconto, Raerem, romanzo, Saifel Pubblicato in Breve come un Respiro, Racconti | 2 Commenti »
5 febbraio 2010 - 7:14 by immortal_bard
Eoghan aprì gli occhi. Era ancora un’altra mattina, come tante. Innalzò silenziosamente un inno a Groomanor, poi si alzò in piedi. Doveva andare a lavorare ma in quelle settimane qualcosa era cambiato. Il lavoro era quasi piacevole perché gli permetteva di veder fuggire la giornata come se non esistesse null’altro che quei pochi istanti la sera in cui andava al tempio con Saifel, e mentre il compagno era fermo a pregare, accompagnava Karina verso casa. Ormai aveva ammesso che era cambiato in tutto quel tempo a Raerem.
L’inverno non accennava a passare e prometteva di dilungarsi ben oltre i normali giorni freddi. Come ogni anno gli oracoli avevano indovinato le previsioni e sulle loro parole si erano basati innumerevoli piani di commercio. Il bardò guardò il guerriero mentre si vestiva.
«Ti stai innamorando di lei»
«No». Rispose secco e con imbarazzo.
«La mia non era una domanda». Saifel usava spesso quell’affermazione quando voleva mettere in imbarazzo il suo interlocutore ed era sicuro di avere ragione.
«Va bene… lo ammetto. C’è qualcosa di lei che mi attrae. Ma ciò non vuole dire che mi stia innamorando». Eoghan parlò come se volesse giustificarsi. Saifel sorrise e scosse la testa.
«Bene. Non voglio offendere la tua sensibilità, ma noto che ti sei ammorbidito molto da quando la accompagni tutte le sere. Ho ragione di pensare che magari un giorno non vorrai più andartene». Saifel proseguì a provocarlo.
«No, è soltanto una donna». Il tono di Eoghan tornò serio e rude. Saifel capì che era il momento di smetterla. «Piuttosto tu», il guerriero fece una pausa. «Ho notato che anche tu ti stai dando da fare. Con la danzatrice che non è più andata via a riunirsi con le sue amiche. C’è qualcosa anche tra voi». Eoghan fu quasi tagliente.
«C’è molto di più di quello che credi». Saifel si alzò e divenne serio.
«Ecco, lo sapevo che…»
«No». Il bardo fu brusco. «Non è quello che pensi tu. Janira e io stiamo collaborando. Penso sia giunto il momento anche di rendertene partecipe». Eoghan si fermò. «Oggi andrò a parlare con Tod Capocatena. Gli chiederò di fermare tutti i lavori e di venire con me a protestare davanti al palazzo di Ibraham».
«Cosa?» Eoghan rimase esterrefatto.
«Hai capito benissimo. Qui tutti vivono in una schiavitù invisibile… neppure tanto. Sanno ciò che Ibraham vuole che sappiano, fanno ciò che Ibraham vuole che facciano. Producono materiale e armi, producono ricchezza eppure sono tutti sempre poveri. Ci sono delle gerarchie quasi invisibili che incatenano la gente a dei ruoli da cui non possono uscire e chi se ne rende conto è costretto a negoziare con ciò che di più caro gli resta. La vita o la propria dignità. Credi che sia giusto?» Saifel urlò sottovoce, dimostrando dei sentimenti verso Raerem che fino a quel momento non erano mai usciti.
«Sapevo che… avevamo parlato… ma…» Eoghan rimase senza parole. Dentro di sé anche lui aveva notato quelle cose di Raerem, forse non a fondo come Saifel, però alle parole del compagno si sentì stringere il cuore, rendendosi conto che stava ignorando quei principi su cui si fondavano le comunità elfiche e che, seppur non condividesse appieno, secondo il volere degli Dei erano concesse anche a tutti gli altri esseri viventi. Ripensò in silenzio alle parole di Saifel. Agli uomini di Raerem era stata effettivamente creata una prigione attorno.
Non sono elfi, dannazione, non sono obbligato a lottare per loro, pensò con poca convinzione. Uno strano senso di colpa lo afflisse. Lo sguardo di Saifel sembrava penetrarlo e voler tirare fuori da lui la nobiltà delle antiche alleanze. Poi, il prescelto di Groomanor si trovò a pensare a Karina. Lei non è di Raerem, può andare via quando vuole. Ma quei pensieri lo portarono a immaginare tutti i possibili disastri che potessero coinvolgere la donna. Più volte infatti Karina aveva manifestato il suo interesse e il suo impegno verso Raerem ed Eoghan non poté non tenerlo in considerazione.
«E cosa hai intenzione di fare? Cosa c’entra questo con la donna che frequenti?»
«Janira e le sue compagne erano state inviate da Ibraham. Sono tutte prigioniere nel suo palazzo e obbligate a essere le sue danzatrici personali. Erano state inviate da noi per sedurci, legarci a questa terra e renderci schiavi longevi dell’impero di Raerem».
«Impero?»
«Ibraham e i suoi scagnozzi lo chiamano così». Saifel si avvicinò ad Eoghan e gli poggiò una mano sulla spalla. «Janira mi ha riferito delle cose… alcune delle intenzioni e dei piani di Ibraham… sono solo voci e lei non ha modo di provare nulla, però io le credo… e abbiamo l’evidenza davanti agli occhi. Il popolo è troppo cieco perché se ne accorga. Hanno bisogno di qualcosa che faccia rumore… non il grido di uno o due».
«E per questo vuoi coinvolgere tutta la miniera».
«Si». Il silenzio scese nella stanza, poi i due elfi si incamminarono. «Andiamo. Ogni minuto è prezioso».
***
«Dove vai?»
«Ho visto una persona. Ti raggiungo subito». Eoghan rallentò e lasciò che Saifel si allontanasse. Il bardo scosse il capo, guardò nella direzione in cui si stava muovendo il compagno ma non vide nulla, quindi si diresse verso la miniera con passo più lento. Eoghan sparì in un vicoletto.
«Buongiorno»
«Per gli Dei!» Karina sussultò, voltandosi di scatto. «Non… non ti avevo visto».
«Perdonami. Ti ho vista qui, ferma e ho pensato che potessi avere bisogno di aiuto». Eoghan sorrise alla donna come faceva ogni sera che l’accompagnava a casa.
«Io… in effetti». Il tono della donna era un po’ turbato.
«Mia luce, eccomi qui». Un uomo apparve da dietro la parete dove Eoghan e Karina stavano parlando. Dapprima accennò a scappare, poi sembrò riconoscere l’elfo e si fermò. Assunse uno sguardo serio, quasi irato. Distese il braccio e le porse un ferma pergamene, un anello largo che aveva incisi i blasoni di Raerem.
«Mia luce?»
«Un elfo…» i due rimasero colpiti dalla presenza l’uno dell’altro.
«Vi prego», Karina cercò di intervenire, comprendendo la situazione.
«Devo tornare a palazzo». Le parole di Iamal furono quasi velenose. Si allontanò senza dire nulla, soltanto con un gesto galante della mano e un inchino, rivolti alla donna. Eoghan e Karina rimasero soli.
«Chi era?» Il tono dell’elfo fu più duro di quanto non volesse.
«Un servitore»
«Che ti chiama “mia luce”?» La voce di Eoghan scemò quasi in un sussurro.
«Sta solo cercando di aiutarmi a scoprire cosa succede qui a Raerem». Karina fissò Eoghan che di rimase perplesso. L’elfo stava ripensando a quello che gli aveva detto Saifel e sperò che lei non stesse facendo lo stesso. Si sentì come se fosse la danzatrice di Karina, quello che Janira era per Saifel, almeno a parer suo.
«Ho delle prove… ho degli elementi, ma a palazzo da sola io non posso», le parole le morirono in gola. Lo sguardo di Eoghan fu talmente glaciale da farle capire che non aveva voglia delle sue spiegazioni.
«Eoghan ti giuro che…»
«No. Tu non sai neppure cosa sia un giuramento. Non sono un oggetto… non mi faccio usare». Eoghan fu molto brusco.
Lo sguardo di Karina si tramutò. Smise di essere implorante e si riempì di rabbia. Delle lacrime le scesero dagli occhi, ma Eoghan aveva già voltato lo sguardo. Karina, la contessa di Leerat deglutì e inspirò, sentendo i singhiozzi quasi bucarle il petto prepotentemente.
Eoghan aspettò di sentirsi pugnalare con mille parole. Sperò con tutto il suo cuore che la donna gliene dicesse qualcuna, che lo insultasse, che lo cacciasse. Si sentiva ignobile ma al tempo stesso profondamente offeso. Illuso ma al tempo stesso vile. Una frase di Karina avrebbe rotto il silenzio teso che si era venuto a formare. Sentì il coraggio mancargli per tutto quel lungo attimo di silenzio. Percepì l’amaro odore della sconfitta in battaglia, permearlo come se fosse stato in guerra. Si voltò, riprendendo coscienza dei suoi sensi, ma Karina non era più lì. La donna stava già camminando lontano da lui. Si sentì morire.
***
«Cosa vuol dire che non mi aiuterai? Tod… noi siamo solo in due e tu stesso hai riconosciuto il problema».
«I miei genitori hanno lavorato per tutta la vita a queste miniere. Mi spettavano di diritto. Ho lottato per tenerle vive, ho lottato perché queste potessero cambiare la vita ai miei figli. C’ero quasi riuscito una volta, ma è stata tutta un’illusione. Si è vero ciò che dici, questo è successo tutto con Ibraham, ma ho lottato tutta una vita senza successo e sono arrivato alla mia età senza più nessuna speranza. Pensi che adesso io mi metta a rischiare la mia vita, quella dei minatori, il nostro lavoro e le poche e ultime speranze che abbiamo per andare a urlare due insulti al sovrano che con un cenno della mano ci può distruggere tutti?»
Saifel rimase ammutolito di fronte al monologo di Capocatena.
«Te la do io la risposta. No.» Tod Rivas fu secco. «Non posso permetterlo. Non posso più guadagnare più di quello che perderei. I miei genitori sono morti in questa miniera, per la gloria della vecchia Raerem, e io non disonorerò la loro morte in uno stupido corteo». Il capo dei minatori si sedette nuovamente sulla sedia alla scrivania del piccolo ufficio appena fuori dalle miniere, e chinò lo sguardo.
«E che ne è stato del giuramento di cui parlano tutti in miniera, quello secondo cui tu avresti dato la vita per riavere la vecchia Raerem?»
«Fuori!»
Saifel sentì in quell’urlo lo stesso terrore che aveva provato la prima volta che aveva visto Tod, ai piedi del palazzo reale. Uscì di gran fretta avvolto in un senso di frustrazione. Si trovò davanti Eoghan. Anche l’altro elfo aveva uno sguardo poco sereno.
«Hai…»
«Sentito tutto», completò la frase Eoghan. Saifel abbassò lo sguardo.
«Forse mi sono illuso di potercela fare, ma qui il sistema marcio si è radicato fin troppo in profondità. La gente non solo è cieca, ma chi ha gli occhi per vedere ha paura e rifiuta di emergere dall’oscurità». Saifel guardò Eoghan mentre assumeva una strana espressione.
«Andiamo a lavorare. Stasera parleremo con una persona che potrà aiutarci». Eoghan diede una pacca sulla spalla a Saifel, poi entrò in miniera. Se vorrà ancora ascoltarmi, pensò tra sé. Karina.
Tags: capocatena, elfo, Eoghan, fantasy, iamal, kalhun, karina, litigio, miniera, racconto, Raerem, romanzo, Saifel Pubblicato in Breve come un Respiro, Racconti | 3 Commenti »
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