Breve come un Respiro – Capitolo XXIX°

22 maggio 2010 - 6:31 by immortal_bard

 E così, giorno dopo giorno, la città si preparò per il gran finale. Una strana calma aleggiava per le strade. Il frastuono che fino a poche ore dall’ultimo tramonto aveva attraversato ogni vicolo era svanito nel nulla. Le assordanti urla del nano che insieme a Capocatena dirigevano gli instancabili uomini dei metalli si erano attenuate. Avevano lavorato giorno e notte e nonostante tutto erano già con le armature indosso, scudi e spade in mano e archi e faretra sulle spalle. Eoghan ed io avevamo a mala pena avuto il tempo di spiegare come lanciare una freccia e come impugnare una spada ma la determinazione negli occhi degli uomini era pari almeno alla paura che li assaliva ogni giorno che passava. Poche ore sarebbero state per quella gente niente di meno di una lunga ed estenuante guerra e il primo scontro con Kareen e i suoi uomini nulla di diverso da una battaglia. Una di una serie. Ed era quello lo spirito con cui volevamo che affrontassero la cosa, sperando che vincesse di più la voglia di finire la guerra piuttosto che la paura che durasse. Pensare solo di sopravvivere non sarebbe servito a nulla. La rassegnazione è uno tra i peggiori nemici del corpo e della mente e non solo in guerra.
 Le parole di Eoghan e di Karina furono sufficienti affinché le persone non si disperassero ma credessero nella vittoria e nel futuro dopo la lotta. Con la speranza nel cuore, quando la morte è vicina, tutti, indipendentemente dalla razza e dall’età, si avvicinano di più a quelli che spesso vengono interpretati come ultimi desideri, ma che più spesso sono la realizzazione vera di se stessi e di ciò che si vorrebbe e dovrebbe essere.

 «Posso entrare?»
 «Certo». Karina era seminuda. Anche se fuori dal palazzo il freddo era pungente, il calore del camino aveva creato un piacevole tepore. La donna era appena uscita dalla vasca dove si era concessa momenti rilassati. La veste di seta era bianca e lasciava intravedere le forme sinuose del suo corpo. Eoghan istintivamente si voltò verso la finestra mentre Karina finiva di asciugarsi.
 La donna osservò l’elfo. Si avvicinò e chiuse la porta. Poi andò alle spalle dell’elfo e con le mani gli carezzò il collo e il viso. Si sollevò sulle punte dei piedi e lo baciò sul lembo di pelle scoperta della spalla. Eoghan chiuse gli occhi. Sentì il profumo della donna inebriarlo, il calore del suo respiro sul collo provocargli brividi lungo la schiena. Percepì il corpo della donna sfiorarlo mentre lo aggirava e si metteva di fronte a lui. Le labbra di Karina si poggiarono su quelle di Eoghan e le sue mani lo liberarono da ogni peso. Scivolando morbidamente sul letto i due si amarono come da tanto tempo desideravano fare, come fosse l’ultima cosa che avrebbero fatto nella loro vita.

 Non chiedermelo, per favore. Eoghan carezzò la guancia di Karina mentre lei innalzava lo sguardo pensieroso verso la finestra. Era come se le avesse letto nel pensiero.
 «Gli uomini sono tutti pronti. Combatteranno con forza e determinazione. Sarà comunque una battaglia dura e la gente morirà combattendo».
 «Lotteremo perché nessuno di Raerem muoia». Eoghan spostò il viso della donna verso il suo e la guardò.
 «Ma tu sai bene che questo non è possibile. Sei un guerriero e non uno qualunque».
 «Si». L’elfo abbassò gli occhi.
 «Abbiamo fatto la nostra parte. Perché ora non possiamo stare dietro e lasciare che Raerem si difenda. Fuggiremo se saremo spacciati, come faranno tutti». Karina non trattenne una lacrima. La paura la stava assalendo.
 «No. Se li abbandono ora sarebbe la peggiore sconfitta. Io ormai sono il loro riferimento. Il mondo sarebbe diverso se ogni re, comandante o generale che sia, fosse sempre a rischiare in prima linea con il suo popolo e i suoi seguaci».
 «Ma non puoi abbandonare me». La contessa di Leerat scoppiò in lacrime e colpì con i pugni ripetutamente il petto dell’elfo. Eoghan la abbracciò.
 «Non andare ti prego?» La donna singhiozzò stringendosi forte all’elfo.
 Le campane suonarono e risuonarono in tutta la città. Gli uomini di vedetta avevano avvistato l’unità di Kareen che avanzava lungo il fiume. L’ora era arrivata.
 «No, ti prego». Karina non riuscì a trattenere le lacrime e la disperazione. Eoghan la baciò più volte e l’abbracciò.
 «Morirò se non vado. Ho fatto un giuramento».
 Il prescelto di Groomanor si alzò dal letto, tra i singhiozzi strozzati della donna, vestì rapidamente abiti e armatura, impugnò le sue due lame, si fermò sull’uscio lanciandole un ultimo sguardo, e corse verso le mura.

 Un soldato non dovrebbe mai pensare a ciò che può perdere, perché questo lo limita in battaglia. Il cuore di un prescelto di Groomanor è per il combattimento. Il pensiero è per l’equilibrio. Un elfo non lotta per sopraffare l’altro, ma per difendere la libertà e per rispettare le leggi degli Dei. Io avevo perso la fede ma grazie a Saifel ho visto che la fede è un dono che in pochi ricevono e che devono coltivare e far fruttare, mantenendola viva e ricordando sempre ciò in cui si crede. Io avevo lasciato una donna, un essere diverso da me che avevo amato con tutto il cuore. Avevo un giuramento a cui adempiere, ma non al fianco di prescelti di Groomanor, né di elfi, bensì di uomini vestiti di metallo, lame e paura. L’eccitazione del combattimento stava tornando in me ma questa volta c’era di più. Avevo anche paura. Rischiavo di perdere tutto ciò che non sapevo di avere mai desiderato.

 «Quanti sono?»
 «Circa mille uomini, niente artiglieria pesante». Saifel notò subito quanto Eoghan fosse pensieroso.
 «Quanti sono i nostri uomini alla fine?»
 «Poco più di duecento sulle mura, al palazzo e al campanile, cento per l’unità di fanteria». Il bardo cercò di studiare lo stato d’animo del compagno. Anche lui era pieno di paura ma sapeva che dovevano mostrarsi sicuri e impavidi. C’era solo un modo per ricordare a Eoghan che ruolo giocava in quella notte.
 «Parlagli»
 «Cosa?» Eoghan rimase perplesso.
 «Sei tu il loro generale. Hanno bisogno delle tue ultime parole. Devi caricarli. So che solo tu puoi farlo».
 L’elfo inspirò profondamente e dall’alto delle mura vide in lontananza i soldati avvicinarsi minacciosi.

 Io sono un guerriero. Sono nato per combattere. Non uccido per la gloria, non è nella natura degli elfi. La mia arte è nella spada che difende i valori del mio popolo. La mia mente non dimenticherà il sangue che scorre nelle mie vene, e con questo giuramento dono la mia vita e la mia spada alla mia patria, finché la vecchiaia non me lo impedisca o finché la morte non mi prenda. Io sono un guerriero.
 Il guerriero pensò ancora una volta il suo giuramento, quindi discese dalle mura.

***

 Eoghan si guardò alle spalle. Non erano soldati quelli che lo stavano accompagnando, per lo meno non tutti.
 I loro sguardi erano persi nel vuoto e pieni di terrore di fronte a ciò che appariva all’orizzonte. Erano soldati veri. Erano almeno dieci volte di più e giungevano per ucciderli tutti, senza alcuna pietà.
 L’elfo sollevò la spada in alto, la agitò e camminò rapido tra le fila dei suoi compagni, nascosti dietro le mura che dovevano difendere. Mai avrebbe immaginato di combattere volontariamente al fianco degli uomini. Mai avrebbe pensato che il suo battito sarebbe stato in assoluta sintonia con quello di un essere umano. Inspirò profondamente. La battaglia sarebbe iniziata in breve tempo.
 «C’è stato un tempo in cui pensavo che gli uomini non fossero degni di combattere al fianco degli elfi. Ma mi sono ricreduto. C’è stato un tempo in cui voi non avreste mai pensato di poter cambiare il corso della storia. C’è stato un tempo in cui il vostro cuore non immaginava nemmeno di poter battere come quello di un eroe». Eoghan fece una pausa e si voltò verso l’orizzonte, abbassando la spada e fissando negli occhi gli arcieri in prima linea.
 «Dall’altra parte di queste mura ci sono altri uomini e vengono qui non per conquistare, né per fare prigionieri. Vengono qui spinti dall’odio e dalla sete di distruzione. E noi li aspetteremo qui e li combatteremo a testa alta e con lo stesso onore dei guerrieri di Groomanor, il Signore delle battaglie. Noi li ripagheremo con la stessa moneta che loro ci offriranno». L’elfo colpì con il pugno duro, l’armatura di uno dei soldati che tremava, scuotendolo.
 «Voglio sentire il vostro animo urlare alla battaglia, sprigionare la forza che devasterà il nostro nemico. Voglio sentirvi gridare, perché nessuno di voi oggi cadrà in disonore. Fino all’ultimo sforzo». Eoghan fece una pausa.
 «Non esisterà la sconfitta!»
 Un urlo compatto fece quasi vibrare le mura della città.
 «Combatteremo senza paura, fino alla vittoria o fino alla morte!»
 Ancora un urlo risuonò sull’intera vallata.
 «E noi, non moriremo!»



Breve come un Respiro – Capitolo XXVIII°

15 maggio 2010 - 7:29 by immortal_bard

Era una scena concitata. La gente correva a destra e a sinistra e io sentivo quella storia divenire mia, ogni attimo di più, come un bardo apprendista. Mentre camminavo verso le miniere, dove sapevo che avrei trovato qualcuno che aveva fatto tanto e che ancora aveva da giocare un ruolo importante, osservavo come Karina, Janira ed Eoghan si fossero trasformati, fossero cresciuti e avessero intrapreso una strada che li avrebbe condotti, qualunque fosse stato l’esito, all’immortalità.

 «Prendete i sacchi di cemento e portateli alle mura!»
 «Raccogliete le armi, alla guarnigione, veloci…»
 «I bambini, fate raggruppare i bambini e avviatevi verso il palazzo reale»
 Le urla dell’elfo e delle due donne non erano ordini, ma la gente sembrava ascoltarli come tali. Man mano che la città si preparava all’inevitabile scontro, il terrore avvolgeva alcuni, ma il coraggio e la forza altri. Sempre di più cominciarono ad aiutare Karina e Janira nel coordinare i gruppi di persone al lavoro e tutti gli uomini capaci di sollevare pesi erano accorsi per seguire le istruzioni di Eoghan per fortificare le mura e convogliare l’attacco dei soldati di Leerat verso alcuni punti specifici.
 Alle spalle di Raerem sorgeva una protezione naturale, la coda della catena montuosa che nelle terre immortali erano soliti chiamare i Picchi del Cielo. I soldati di Leerat sarebbero arrivati da est, cavalcando sulla riva nord del fiume Rugtal. Kareen era un uomo determinato ed Eoghan sapeva bene che avrebbe preso a raccolta tutti i suoi uomini e avrebbe valicato il Nahabe, la foresta che da sempre divideva e rendeva lunga e infinita la guerra con il regno di Hanturiam.
 «Aprite le dighe, lasciate che il fiume ritorni in piena davanti alla città, sul fronte nord-ovest». Eoghan indicò la zona più debole della città e mandò tre uomini a chiudere le deviazioni che portavano l’acqua del fiume ai mulini della città. Il fiume in piena a nord li avrebbe protetti nel caso avessero tentato di aggirare la città. Uomini in armatura non avrebbero potuto attraversare velocemente e senza rischi il fiume, e anche se ci avessero provato, gli uomini di Raerem si sarebbero potuti preparare allo scontro.
 «Giocate con loro e state tranquille. In questi giorni dovete vivere come se foste stati tutti invitati al palazzo. C’è spazio per tutti. Non appena sentirete le campane della città suonare, barricatevi nelle stanze come vi abbiamo spiegato. Andrà tutto bene». Janira diede un bacio sulla fronte a un bambino dopo avere spiegato alla madre cosa fare e cosa dire a tutte le donne che stavano preparando i rifugi all’interno delle mura reali. Cibo, acqua e ogni bene necessario per la sopravvivenza veniva trasportato all’interno del palazzo.

 Sembrava una strana dicotomia. Io andavo verso l’interno della città, verso le montagne sotto le quali si trovano le miniere da cui viene estratto anche il metallo delle armi forgiate a Raerem. Graegor e Mauricius andavano verso le porte della città, allontanandosi e impugnando quelle stesse armi, affilate, robuste, perfette. Sia loro che io andavamo in realtà nella stessa direzione. Mauricius aveva da convincere dei soldati ad accorrere in soccorso di una città che in un modo o in un altro li aveva condannati alla guerra più lunga della storia del loro paese, per proteggerla da soldati senza patria. Io ero davanti alle porte delle miniere. Un nano e sette uomini con le braccia incrociate e gli sguardi truci. I picconi ancora in mano. Uomini forti che nella loro storia fuggono da qualcosa, dal passato e rinnegano qualunque futuro. Uomini che si puniscono infliggendosi la fatica del corpo e l’umiliazione delle caste. Uomini che non hanno esultato alla notizia della dipartita di Ibraham, ma non perché non lo odiassero. Quelli dei metalli erano forse i più consapevoli dello stato di schiavitù dei cittadini di Raerem ed erano gli unici a essersi sottomessi volontariamente. Detestavano il mercato nero che il Magnanimo aveva costituito, ma al tempo stesso rinunciavano a qualunque tipo di lamentela perché distruggere quella schiavitù sarebbe significato per loro perdere la loro attuale ragione di vita.

 «Vattene elfo. Noi ci fidavamo di te e tu ci hai traditi». Kurt sembrò voler chiudere subito la conversazione.
 «No. Perché credi che vi abbia tradito? Io ho solo dato fiato alle bocche del popolo. Sono stato solo lo strumento di qualcosa che Raerem aveva già preparato e attendeva da tempo di fare». Il bardo replicò senza avanzare.
 «Chi governerà questa città adesso? Hanturiam? Leerat?»
 «Che ne sarà di questa gente? Moriranno tutti? Saranno fatti schiavi di nuovo?»
 «E chi tra noi fugge da Leerat o da Hanturiam o città vicine, come faremo ad avere asilo in un posto che non è più quello di un tempo?»
 Le domande di quelli dei metalli piombarono come saette sull’elfo. Per un attimo Saifel si sentì smarrito e cercò nel vento le risposte giuste, ma l’aria parve non muoversi. Poche gocce di pioggia cominciarono a battergli sulla testa. La neve ormai era ghiaccio, il freddo si stava attenuando e quello che cadeva dal cielo era acqua e non fiocchi morbidi.
 «Raerem è la vostra città. A essa voi appartenete». Saifel assunse uno sguardo serio. Rimase in riflessione qualche istante, cercando ancora le parole giuste. «Chiunque come voi sia venuto qui a cercare asilo, è stato forgiato dal vostro piccone e da voi ha guadagnato il pane. Ogni cittadino deve a voi gran parte delle ricchezze che è riuscito ad accumulare. Tutta Raerem è in debito con voi, eppure voi avete anche un debito verso di lei. Vi ha protetto. Vi ha dato l’occasione di redimervi, di trovare il pentimento o la strada del perdono. Conosco ormai le vostre storie e so che siete tutti capaci di lasciarle indietro. Fuggire non serve più. Siete uomini nuovi adesso. Siete persone che hanno trovato qui un luogo dove scontare le pene per ciò che avete fatto o subito. Ma non solo. Raerem vi ha dato asilo, vi ha dato da mangiare e da divertirvi. Vi ha dato una nuova storia».
 Gli uomini rimasero in silenzio. Kurt borbottò qualcosa. Saifel lo fissò negli occhi e scrutò nel suo animo e nei suoi pensieri. Il nano era una testa dura e in tanti anni nessuno era mai riuscito a fargli cambiare idea.
 «Raerem ha bisogno di persone come voi per andare avanti, per essere indipendente, per sapersi governare. Ora che il tiranno, Ibraham, è stato sconfitto, Raerem ha l’occasione di scegliere chi e come deve governarla. Il popolo non è ancora pronto per governarsi da solo, ma non può finire di nuovo sotto un re, né di Hanturiam né di Leerat. Dovete essere voi che avete vissuto nella consapevolezza dello stato in cui la città si trovava, a farle da guida. Non tutti ma pochi, i migliori, che sappiano accettare il loro ruolo e le loro responsabilità, che sappiano far valere le loro capacità e che sappiano affiancare e farsi affiancare da gente dello stesso tipo, finché la città non sarà pronta per tornare a essere un vero regno, come era un tempo». Saifel terminò e guardò quelli dei metalli a uno a uno.
 «E cosa dovremmo fare?» Kurt ruppe il silenzio.
 «Combattere al nostro fianco. Lottare e dare l’esempio. Dare energia e forza. Ogni uomo della miniera colpisce le pietre con una forza tre volte superiore quando Kurt dei metalli è nei paraggi». L’elfo ricominciò a camminare e raggiunse il nano che lasciò che il piccone toccasse terra. La mano dell’elfo si poggiò sulla sua spalla. «Tu puoi salvare la città di Raerem e anche te stesso».
 Un pugno duro raggiunse l’addome dell’elfo. Kurt sorrise vedendo che l’elfo si abbassava alla sua altezza. «Mi hai convinto elfo, ma questo te lo sei meritato».
 Saifel si massaggiò l’addome e sorrise.



Breve come un Respiro – Capitolo XXVII°

9 maggio 2010 - 8:30 by immortal_bard

 Non molto lontano dalla prigione, Saifel incrociò lo sguardo di Janira. Era confusa. Vestiva abiti normali e nessuna delle sue danzatrici era vicino a lei. Tutti i servitori di Ibraham erano usciti dal suo palazzo non appena avevano avuto la notizia. L’elfo la fissò per qualche istante, poi la vide scoppiare in lacrime e correre verso di lui.
 «Pensavo che saresti morto», singhiozzò.
 Saifel la abbracciò e la strinse, rassicurandola e sussurrandole parole di conforto all’orecchio. Un misto di emozioni dipinse rese quasi variopinto il volto della donna. L’imbarazzo per aver manifestato i suoi sentimenti verso Saifel di fronte a tutti lottava contro la paura della guerra imminente e la rabbia che aveva potuto sfogare nei confronti di Ibraham pochissimo tempo prima, mentre abbandonava quella che per lei era stata una prigione.
 «Sono vivo e ora dobbiamo pensare a proteggere Raerem». Il bardo poggiò le sue mani sulle spalle di Janira e la allontanò un po’ per guardarla negli occhi. La danzatrice si asciugò gli occhi e diede una rapida occhiata a Karina ed Eoghan, poi tirò su con il naso e annuì.
 «Come faremo a proteggerla? Ci sono pochi soldati, e quelli che ci sono hanno dimenticato come si combatte». Karina ed Eoghan sentirono un brivido nell’ascoltare la domanda che nessuno dei due aveva avuto il coraggio di fare a Saifel. Eppure entrambi confidavano sul fatto che il bardo avesse la risposta. Quella che diede loro non fu la risposta assoluta, ma una risposta semplice, che li toccò tutti.
 «Il vero guerriero, soldato o comandante è colui che non combatte per la gloria, per la morte o per sopraffare il nemico, ma è colui che lotta per i suoi ideali, per la sua libertà e che lotta solo quando deve farlo per perseguire la pace. Uomini, donne e bambini di Raerem sono rimasti oppressi e bendati per troppo tempo. Loro sono i migliori soldati che ci sono e hanno solo bisogno di qualcuno che li guidi», lo sguardo di Saifel corse prima a Karina e poi a Janira, «e di qualcuno che li prepari», infine guardò Eoghan.
 Il prescelto di Groomanor sentì una strana energia corrergli nelle vene. Ogni parola che Saifel aveva detto era stata come linfa vitale. Era la stessa sensazione che aveva provato quando ascoltava il vecchio saggio maestro d’armi. Capì che poteva e doveva usare tutta la sua conoscenza militare per preparare in una settimana i cittadini di Raerem a essere dei soldati.
 «Hanno le migliori armi della regione. Il loro numero non è altissimo ma molti, tra i lavoro in miniera, le fucine e le costruzioni sono forti fisicamente. Hanno paura e coraggio insieme. Possono vincere la battaglia». Eoghan intervenne sorprendendo persino le due donne.
 «Non dobbiamo vincere la battaglia. Mentre venivamo qui mi hai detto che Hanturiam verrà qui a soccorrerci, ma impiegheranno un giorno di più. Quello che Raerem deve fare è arrivare a quel momento senza che sia morto un solo cittadino». Saifel sorrise a Eoghan che ricambiò immediatamente.
 «E noi cosa possiamo fare», Karina si avvicinò a Eoghan, manifestando apertamente che non voleva abbandonarlo.
 «Contessa, tu aiuterai Eoghan a organizzare la difesa, coordinando le persone che non potrà guidare, mentre tu Janira, dovrai fare in modo che i bambini siano al sicuro. Coinvolgete le persone della città perché sono loro il vero governo di questo regno e sono loro che possono trovare la forza di difenderlo».
 «E tu che farai?»
 «Io devo parlare con un po’ di persone. Tornerò ad aiutarvi il prima possibile». Al termine del discorso del bardo sembrava quasi che tutto fosse tranquillo, come se stessero preparando un gioco o uno spettacolo. Saifel si allontanò dal gruppo e si diresse verso le miniere, dove sapeva che molti si sarebbero rifugiati.
 Eoghan, Karina e Janira rimasero fermi per qualche istante, cercando di realizzare ciò che era accaduto e di pensare a quello che dovevano fare. La prima a muoversi fu proprio la contessa di Leerat.
 «Raerem, prima del decadimento, era una delle roccaforti più difficili da espugnare. Il lato alto è ancora protetto, è lì che dobbiamo fare rifugiare chi non potrà combattere».
 «Le mura esterne possono essere fortificate, dobbiamo lasciare solo un punto più debole dove far convogliare gli uomini di Kareen. Conta non più di duecento soldati nella sua unità e non li farà sparpagliare sapendo che ci sono io qui». Eoghan aggiunse subito il suo pensiero.
 «Iniziamo a far raccogliere i bambini. Li porteremo tutti sulla piazza del mercato e io li guiderò nella zona alta, dentro le mura del palazzo di Ibraham, dislocandoli in modo da dar loro spazio, cibo e protezione». Janira fece la sua proposta e a seguito di quella la strategia sembrò delinearsi da sola.
 «Ci sarà almeno un soldato armato per ogni gruppo di bambini, saranno lì per dare loro coraggio. Le donne dovranno essere anche loro armate e pronte al peggio, ma tranquillizzatele».
 «Bisognerà portare dentro il cibo»
 «E portare presto i sacchi di cemento e le pietre alle mura»
 «Dobbiamo raccogliere le armi e chiamare chiunque sia in grado di impugnarle»
 Man mano che la difesa prendeva forma i tre giunsero al centro della città. Una strana calma si era sparsa, ma un brusio giungeva dalle porte a sud. Corsero in quella direzione e poco dopo arrivarono dove quasi tutta la città si era raccolta. Tod Rivas teneva per il collo Ibraham, coperto di pelli pesanti e vicino a un cocchio veloce con cui stava tentando di abbandonare la città.
 «Questo è l’uomo per cui avete vissuto e lavorato finora». Karina attirò subito l’attenzione. Capocatena spinse il Magnanimo verso la portiera del cocchio, facendogli sbattere la schiena. Ibraham emise un piccolo gemito di dolore.
 «Ora che siete tutti qui riuniti, devo dirvi delle cose che riguardano tutti. Dovete diffonderle a chi si è nascosto o a chi vuole fuggire. Non è così che salveremo il regno di Raerem. Non è abbandonandolo che riavrete la libertà e farete risorgere la vostra patria. Bisogna lottare e avete i mezzi per farlo». Karina guardò Eoghan pregandolo di intervenire.
 «Io sono un soldato elfico. La mia arte è la guerra, non la parola. Chi vi sta per attaccare sono coloro con i quali ho avuto l’occasione di combattere fianco a fianco e voi non avete nulla da temere perché potete essere alla loro altezza. Quello che ha detto l’ambasciatore di Hanturiam è vero. Saranno qui in sette giorni, ma è anche vero che loro saranno qui in otto e dunque tutto ciò che dobbiamo fare e resistere un giorno. So che potete farlo e quindi vi chiedo di unirvi a noi e a prepararci a ciò che sta per accadere».
 Il silenzio scese in quel momento. Eoghan sentì il cuore battergli all’impazzata. Si sentì perso.

 Tutta questa gente. I loro sguardi carichi di terrore, odio, sgomento. So che è colpa mia se la guerra gli sta mordendo gli stivali, se la morte li saluta già da lontano ma che posso fare io. Trascinato dagli eventi, da quel destino in cui neppure credo. Come non vedere che il loro destino è già scritto.
 
 Il prescelto di Groomanor ebbe un attimo di panico. Si sentì mancare e pensò che non c’era speranza. Poi la mano calda di Karina avvolse la sua e sentì un nuovo calore. Si ricordò che le cose non sono mai quelle che sembrano e che qualcosa che egli potesse giudicare con l’occhio di un elfo, nemmeno lontanamente all’altezza di una certa situazione, invece era in grado di essere anche molto più grande, seppur per la durata di un respiro. E gli uomini di Raerem dovevano riuscire proprio in quell’impresa. Un respiro in mezzo a due giorni.

 La sua mano calda mi ricordò che una donna, che non ha la vita di un elfo, mi aveva dato tanto più di quanto non fosse mai riuscita neppure la spada. Raerem e il suo popolo potevano farcela.

 «Noi saremo con voi e vi garantisco che dimostrerete a tutti e soprattutto a voi stessi che non valete meno di nessun altro popolo». Eoghan concluse, e un leggero applauso, nato da due o tre persone, si trasformò presto in un’ovazione. In quel momento Karina abbracciò Eoghan e gli sussurrò all’orecchio un ringraziamento.
 «Sei stato bravissimo. Grazie di tutto. Ora sbrighiamoci, non c’è tempo da perdere».



Breve come un Respiro – Capitolo XXVI°

3 maggio 2010 - 8:45 by immortal_bard

Rimasi sorpreso nel vedere quanto differenti gli uomini possano essere nel corso delle loro brevi vite. Ciascuno ha il suo carattere e nessuno assomiglia ad altri. Spesso trascorrono attimi in cui non assomigliano neppure a se stessi, tanto le condizioni esterne li influenzano. Forse è per la sopravvivenza, forse solo una corsa a ottenere il massimo da quel poco che hanno. Saifel aveva ragione, sono rimasto affascinato da questa razza. Rimasi immobile nascosto dietro un palazzo a osservare la scena, pronto a proteggere la donna che mi aveva trattenuto tra quelle mura, ma tranquillo vedendo che una così fragile creatura fosse capace di mantenere il controllo della situazione. Lasciai che gli ambasciatori con i loro soldati uscissero dal palazzo. Kareen, quel farabutto, uscì dalle mura. Non gli staccai gli occhi di dosso, finché non fu lontano dalla mia vista. Udì i rappresentanti di Hanturiam annunciare al popolo la nostra vittoria. Erano scossi, forse ancora poco preparati alla libertà, e sicuramente terrorizzati all’annuncio che per la loro sicurezza dovevano raccogliere le loro cose e mandare le donne e i bambini nei rifugi sotterranei alle miniere. Anche se non lo vidi con certezza, sentì che Karina stava tremando e le lacrime erano pronte a sgorgargli dagli occhi. Non ebbi la forza di muovermi, di andarle incontro. Ero rapito da quel caos mentre nascosto dietro la parete di pietra mi sentivo io stesso un macigno.

 Con passo indeciso e lento, Eoghan uscì sul vicolo e cominciò a dirigersi verso la strada principale dove Karina, insieme a Mauricius e Graegor stavano istruendo il popolo di Raerem sul da farsi, di fronte agli sguardi confusi di Ibraham e Zarghen.

 Quella poca forza che avevo trovato per muovermi svanì subito quando vidi il dito del furibondo Magnanimo puntato contro di me. Urlava e a stento riuscivo a capire cosa stesse dicendo, ma la situazione mi fu subito chiara.

 «Tua! Tutta colpa tua e dell’altro elfo! Maledetti. Io proteggevo questa città, io davo loro da vivere, io ero il loro magnanimo difensore e voi avete rovinato tutto. Ora verranno qui e ci raderanno al suolo. Uccideranno tutti, non lasceranno respirare nessuno, non avranno pietà! Moriremo tutti»

 Nessuno dovrebbe imporre la guerra ai propri soldati. Nessuno dovrebbe coinvolgere in una guerra chi non vuole combattere ma questo era ciò che era successo a Raerem, città senza soldati, ora alla mercé di pazzi conquistatori. Ed era colpa mia.

 «Eoghan… Eoghan!» Karina scosse l’elfo.
 «Non badare a ciò che dice. Stai bene?» La donna si rese conto che l’elfo era confuso, forse stordito dalla folla in confusione. Gente a destra e a manca raccoglieva sacchi di frutta, teli e otri d’acqua e correva come se si aspettasse la tempesta più distruttiva mai udita nella storia di tutte le terre di Kalhun. I bambini piangevano sebbene non ne conoscessero la motivazione, le donne emettevano urla acute e concitate. Sembrava quasi che Raerem fosse già sotto assedio.
 «Eoghan, dobbiamo fare qualcosa. Graegor e Mauricius stanno lasciando la città e hanno dato l’annuncio ufficiale che fino al loro ritorno la città sarà governata da me. Ho bisogno del tuo aiuto e di quello di Saifel». Eoghan inspirò profondamente e posò i suoi occhi su quelli della donna.
 «Andiamo a liberare Saifel. Si trova nelle prigioni».

 Mentre ci recavamo alla cella, sentivo la sua mano stringere la mia, nella corsa più disperata che avessi mai fatto. Non avevo idea di cosa avessimo potuto fare per salvare quel popolo e il senso di colpa mi divorava il cuore. Forse per ragioni diverse entrambi, sia io che Karina, speravamo in Saifel e nel suo conforto, come se avesse sempre la soluzione pronta da tirare fuori dalla sua borsa legata alla cintura.

 La porta delle prigioni era semiaperta. I due entrarono ma Eoghan fece un cenno a Karina di aspettare. Eoghan si ricordò delle parole dell’elfo e trovando un attimo di lucidità si avvicinò all’elfo che era seduto su una panca. Saifel sorrise al compagno e si alzò in piedi.
 «Avevi pianificato tutto?»
 «No. Forse non ci crederai ma l’avevano fatto i cittadini, gli ambasciatori, Karina e i soldati. Tutti sapevano cosa andava fatto, ma gli serviva qualcuno che gli facesse credere che fosse stato qualcun altro. Poi ho solo sperato e pregato che andasse così. E finora, grazie agli Dei, tutto è andato come doveva».
 «Non ti credo». Eoghan sorrise a Saifel.
 «Invece è vero», il bardo guardò Karina per un istante. «Beh forse ho avuto qualche piccolo suggerimento che mi è giunto dal vento, ma niente che non potessimo fare anche da soli».
 Il guerriero rimase perplesso. Saifel gli lanciò uno sguardo d’intesa. «Un giorno ti racconterò delle brezze che ogni tanto puoi udire dal vento. La sua voce, Voce del Vento, sa molte cose riguardo al destino». Con quelle parole enigmatiche, Saifel anticipò Eoghan e con rapidi movimenti delle dita aprì la cella e uscì.
 «Non c’è tempo da perdere, dobbiamo preparare la città». Karina incitò gli elfi.
 «Prepararla?»
 «Abbiamo portato la libertà… ma anche la guerra. Tra sette giorni». Saifel sembrò rimanere impietrito di fronte alla rivelazione di Eoghan, ma intuì che non doveva mostrarsi tale.
 «Non è un problema. Risolveremo anche questa situazione». Il bardo sorrise e diede una pacca alla spalla di Eoghan, poi passo vicino a Karina e la abbracciò. La contessa percepì il calore del ringraziamento che l’elfo le trasmise.
 «Le prove che avevi con te erano convincenti no?»
 «Si», Karina rispose dopo qualche esitazione. Ripensò alla rosa. «Come… come avete fatto?»
 Saifel si voltò verso Eoghan che attendeva i due per uscire, poi sorrise alla donna.
 «Come dicevo prima noi abbiamo solo finto di essere la causa di ciò che il popolo già sapeva di voler fare. L’intuito di Eoghan e un po’ di inchiostro elfico hanno fatto il resto». L’elfo si avviò verso l’uscita. Eoghan sorrise a Karina che lo guardava incredula.
 «Non era la rosa…»
 Eoghan passò a fianco a Karina, la cinse con il braccio e la accompagnò fuori. «No. Non era quella rosa».



Breve come un Respiro – Capitolo XXV°

28 aprile 2010 - 8:21 by immortal_bard

 Sembra stupido morire senza che nessuno ti stia facendo realmente del male. In guerra una spada può trafiggerti, lacerarti cuore e polmoni. In miniera il tetto può seppellirti. La morte è sempre dietro ogni angolo, pronta a chiederti di andare con lei, e ogni volta che la sfiori cresci, senti delle emozioni forti e rivivi attimi della tua vita per i quali ti rendi conto che sia valsa la pena di averla vissuta. Forse è veramente molto stupido per un guerriero, un prescelto di Groomanor, lasciarsi cadere nel vuoto, appendendosi alla speranza che le parole di un altro elfo siano vere. Morire di mia spontanea volontà non è un gesto che fa onore al mio giuramento. Eppure ora cado, e a pochi metri dal suolo non è il mio giuramento che mi annebbia la vista, ma un bacio. Una donna. Quel sapore…
 L’elfo precipitò rapidamente verso il basso, tra gli sguardi increduli dei soldati. Quelli a terra pensarono che gli uomini che avevano raggiunto l’elfo in alto nella torre lo avessero colpito, e questi pensarono lo stesso di quelli ai piedi dell’edificio.

***

 «Non crederete a quello che ha detto quel maledetto elfo?»
 «No, ma la contessa sta sostenendo che…»
 «Non mi importa cosa sostiene la contessa Karina». Ibraham sbottò, con eccessiva autorità, tanto da infastidire gli sguardi di entrambi gli ambasciatori. Zarghen cercò di calmare il Magnanimo. Sapeva che comunque fossero andate le cose, sarebbe stato punito per aver portato la donna a quella cena in cui si sarebbe discusso, come tradizione, del patto di non belligeranza. Il comandante delle guardie di Raerem non avrebbe immaginato che ciò che secondo lui era un dono per il Magnanimo, cioè una traditrice da punire di fronte agli ambasciatori, si sarebbe trasformata in una nuova forza per le accuse mosse da Saifel.
 Mauricius si alzò e assunse uno sguardo austero. Fece due passi lontano dal tavolo e poi si voltò verso Ibraham. Il suo momento di riflessione zittì tutti, come fossero in attesa della sua sentenza.
 «Io voglio ascoltarla. Senza interruzioni. Non voglio sentire repliche fino a che la donna del regno mio nemico, non avrà terminato di spiegarci e dimostrarci che ciò che dice è vero, perché se così fosse, questa cena perderebbe ogni suo tradizionale significato».
 Karina si scrollò di dosso le mani dei due soldati che l’avevano trascinata a forza in quella sala. Si sistemò il vestito e assunse uno sguardo serio e fisso sul Magnanimo. Poi si voltò verso il generale delle truppe di Hanturiam.
 «Ciò che dice l’elfo è più vero di moltissime altre verità di cui avete discusso a questo tavolo. I signori qui presenti, anche gli ambasciatori dei due regni eternamente in lotta, Hanturiam e Leerat, sanno bene di cosa parlo. Vi nascondete tutti dietro a meccanismi che rifiutate voi stessi, bendandovi gli occhi riguardo a chi sia il vero vincitore di queste battaglie e chi sia a guadagnare da ogni vostra mossa. Raerem, in forza a questo patto, che doveva proteggerla e renderla libera, l’ha invece resa schiava di entrambi i regni. L’ha resa una fucina per le armi, prodotto con buon taglio o scarsa fattura a seconda di come la guerra dovesse essere bilanciata. Ha donato agli uni e agli altri cittadini, forestieri in fuga, trasformandoli in vostri soldati. Nella sua cecità, Raerem è divenuta una delle peggiori sorgenti di morte tra le vostre genti e le loro». Karina si avvicinò al tavolo.
 Graegor e Makrausen si scambiarono delle occhiate. Entrambi sembrarono realizzare che non erano gli unici a stringere accordi con Ibraham. Il Magnanimo era sempre stato abile a coprire ogni sua mossa facendo credere a loro e al popolo che fosse fatta a fin di bene e solo per uno scopo. Kareen rimase a sguardo basso, come se aspettasse la fine di quel monologo mentre Mauricius rimase in piedi ad ascoltarla attentamente.
 «La cosa peggiore è che ora che la guerra sembra finalmente volgere al termine, ora che le vostre forze si stanno indebolendo e uno dei due prevarrà sull’altro, Ibraham sta prendendo accordi per diventare un signorotto del regno vincitore, qualunque esso sia, vendendo Raerem a qualche generale bramoso di dominare come un tiranno su di una città». La contessa si placò un istante e guardò in silenzio tutti, incrociando gli sguardi a uno a uno.
 «Devi darci delle prove di ciò che dici». Kareen sentenziò emergendo dal silenzio. Gli altri lo guardarono stupiti. Karina accennò un leggero sorriso e si diresse verso la porta. Zarghen si apprestò a seguirla ma Mauricius lo fermò.
 «Se qualcuno segue quella donna e lei non torna con ciò che dice di possedere come prova in pochissimo tempo, considererò questa stessa una prova di verità di ciò che dice». Nessuno osò obiettare alle parole del generale di Hanturiam. Karina sorrise, fece un leggero inchino del capo e corse fuori dalla sala, verso la sua stanza nella torre.
 La porta della stanza era chiusa. La donna sperò che fosse rimasta così da quando Zarghen l’aveva condotta fuori con la forza. Entrò piano e si guardò attorno. Tutto sembrava come l’aveva lasciato. Con una candela accese i lumini. Sentì il piede poggiare su qualcosa di melmoso. Era fango. Il cuore le batté forte nel petto. Qualcuno era entrato nella stanza e a giudicare dalle macchie di fango l’aveva fatto nel buio e di fretta. Karina corse alla porta e la chiuse a chiave. Aprì i cassetti, ne sollevò il doppio fondo e raccolse le lettere di Ibraham. Le abbracciò ringraziando gli Dei che non le avessero portate via. Inspirò, cercando di non pensare a cosa potesse essere successo poco prima nella stanza. Si avviò verso la porta ma il suo sguardo si fermò sul letto. Una rosa nera dai petali grandi era poggiata sulle lenzuola. Era bagnata e fredda, come se fosse stata immersa nella neve. Rimase a bocca aperta, incredula. La prese e la coprì con un panno, quindi uscì dalla stanza e con cautela si incamminò verso la sala dove Ibraham, Mauricius e gli altri la stavano aspettando. Karina non aveva la minima idea che se fosse entrata in quella stanza pochi minuti prima, si sarebbe trovata davanti due soldati ed Eoghan che fuggiva.

***

 I due uomini ai piedi della torre si guardarono stupiti. L’elfo era svanito nel nulla. Erano sicuri di averlo visto cadere e a metà della torre, un lampo di luce abbagliante li aveva fatti voltare un istante e il fuggitivo era sparito. Gli altri due soldati che erano saliti fino alla stanza di Karina, uscirono dal portone ai piedi della torre e raggiunsero i due compagni. Si guardarono tutti stupiti e senza parole.
 «Come hai fatto?»
 «Non c’è molto tempo» Saifel si mosse agilmente sopra i rami dell’albero non troppo distante dalla parete della torre. «Tra poco cominceranno a cercarci di nuovo e io devo tornare nella torre».
 I quattro soldati cominciarono a fare il giro della torre e appena furono giunti al lato lontano, Saifel ed Eoghan discesero agilmente e corsero a nascondersi nei vicoli dei palazzi vicini.
 «Come diamine hai fatto?»
 «Quando facevo il bardo alla corte degli elfi ho imparato anche i piccoli trucchi dei giocolieri», Saifel mostrò a Eoghan una sottilissima e quasi invisibile corda elastica da equilibrista e della polvere azzurra.
 «E dove hai trovato questa roba?»
 «Credi che quando sei venuto a trovarmi io fossi rimasto sempre nella mia cella? A proposito, mi ridaresti la mia borsa da cintura?»
 Eoghan rimase allibito. Fermo e in silenzio guardò l’elfo correre verso le celle dove doveva tornare prima che qualcuno se ne accorgesse. Poi si scosse.
 «E adesso? Cosa facciamo adesso?»
 «Aspettiamo… ora è tutto nelle mani di Karina». Saifel svanì nel buio.

***

 Il cuore di Karina batteva all’impazzata, al ritmo dei suoi frenetici passi. In un’altra occasione, come una cena formale, avrebbe ripassato le battute come un’attrice, ma questa volta era diverso. Non doveva solo recitare, bensì mostrare prove di un’accusa pesante, e sapeva che le sole lettere e la rosa non avrebbero convinto gli ambasciatori, ma sarebbe stata lei, con le sue parole, ad aprire gli occhi degli uomini in sala.
 La contessa di Leerat giunse davanti alla porta. Sentiva il brusio concitato delle persone che discutevano sul da farsi. Origliò qualche istante. Udì che alcuni si comportavano come se avesse già dimostrato tutto ciò che aveva detto, altri invece sembravano confutare ogni prova, anche se ancora non era stata mostrata. Poggiò la mano sulla maniglia e la fece ruotare lentamente. Scese il silenzio. Aprì la porta ed entrò.
 «Mia Signora, contessa Karina Vonof, attendiamo trepidanti le vostre prove». Mauricius la accolse con tono tranquillo che però celava nervosismo e un profondo senso attesa.
 «Eccole qui». La donna non attese un istante di più. Estrasse e sventolò le lettere alzando il braccio. Camminò verso Ibraham, vicino al quale erano seduti sia Makrausen che Graegor, e poggiò alcune lettere e alcuni cartigli sul tavolo.
 I due ambasciatori riconobbero immediatamente le lettere che dimostravano il commercio di armi fatto di gran segreto con Raerem, ma fecero finta di non sapere di che si trattasse. Quanto alle lettere, una la prese l’ambasciatore di Hanturiam, l’altra quello di Leerat. Erano lettere ufficiali, in realtà tentativi, in cui Ibraham chiedeva ufficialmente in sposa una contessa di Hanturiam. Il sigillo di Ibraham era inequivocabilmente posto sul bordo della carta.
 «E… e… cosa c’è di male se mi sono innamorato?» Ibraham provò a giustificarsi. Il suo volto divenne bianco e il suo tono si abbassò come fosse terrorizzato.
 «Nelle lettere lo spazio per il nome è vuoto. Non sapevi neppure a chi le avresti indirizzate».
 «Menzogne». Il Magnanimo trovò la forza per rispondere all’insinuazione di Karina. «E comunque non c’è nulla di male nel pensare di chiedere in sposa una contessa. Bisogna prepararsi e questo è quello che ho fatto».
 «Stavi preparandoti per chiedere in sposa una qualunque contessa del regno vincitore e questo è contro tutti i patti stretti nella storia di questi tre regni». Karina gli punto il dito contro. I due ambasciatori la fissarono.
 «Non ci sono lettere per contesse di Leerat». La voce di Ibraham tornò a farsi minima.
 «No. Non ce n’era bisogno. Avevate invitato me qui e mi avete dato questa», la donna estrasse la rosa nera dalla sacca e la poggiò con cura sopra il tavolo.
 Un cupo vocio si spanse nella stanza. Il simbolo del casato del Magnanimo, sommo segno di legame verso chi deve regnare al suo fianco e dargli eredi, era stato donato a quella donna in gran segreto.
 «Non hai nemmeno il coraggio di mantenere la tua parola». Karina si allontanò di un passo dal tavolo e rimase ben eretta sulla schiena, con atteggiamento fiero e sguardo severo.
 «L’hai rubata… tu… tu l’hai rubata». Ibraham balbetto qualcosa. L’ira stava prendendo il sopravvento su tutte le altre sensazioni. Il viso pallido divenne rosso paonazzo.
 «E voi volete ancora che questo truffatore vi usi per i suoi scopi? Volete ancora che mandi a morire gente e che lotti in ogni modo affinché questa guerra continui e lo faccia arricchire, indebolendovi e lasciandovi più fragili? Vi rendete conto di quale uomo avete davanti?»
 Mauricius fissò le lettere, poi batté il pugno sul tavolo e tutti tacquero.
 «E dunque cosa dovremmo fare? Annullare il patto e invadere le vostre terre?» La frase era volutamente provocatoria. Kareen rimase in silenzio con lo sguardo ancora basso.
 «No», Karina rispose sicura. Su ciò che stava per dire non doveva recitare. «Dovete ridare a questi cittadini la libertà. Firmate il vostro patto, lasciate questa città che non vuole fare del male a nessuno, ma con il potere dei regni che governate, rovesciate dal trono questo tiranno e lasciate che sia il popolo a scegliere chi debba governare, mantenendo il suo pieno potere per il bene di tutti». Karina fisso gli ambasciatori, uno per volta, poi Kareen ma vide che il generale di Leerat le ricambiò lo sguardo, infine si volse verso Mauricius. «Troppa gente ha già sofferto per colpa di quello che il patto ha causato in mano a Ibraham».
 «Ebbene firmeremo il patto». Graegor si intromise. Sembrò quasi voler vomitare parole che per anni gli erano rimaste in gola. «E invito anche l’ambasciatore Makrausen a fare lo stesso. E aggiungeremo delle postille. Hanturiam e Leerat firmano il patto non con il sovrano ma con il popolo, e tale patto sarà valido fintanto che sarà il popolo stesso, sovrano di Raerem attraverso le forme e le persone che reputeranno in grado di farlo per il bene di tutti».
 Karina sorrise. Makrausen titubò un attimo, guardò Kareen, ancora serio e cupo, poi si volse verso Graegor e gli porse la mano. Tutto accadde proprio davanti a Ibraham che rimase allibito, sotto lo sguardo perso di Zarghen.
 «No». Kareen si alzò, colpì il tavolo con un calcio e si mosse verso la porta con passo spedito e carico d’ira. «Raerem doveva essere mia». Il generale di Leerat sibilò, estrasse la spada e la puntò a distanza verso Ibraham. Nessuno trovò il coraggio di estrarre le armi e difendere Ibraham. «Tu la pagherai, fosse l’ultima cosa che farò. Prenderò i miei uomini, e invaderemo Raerem. Tra sette giorni mi prenderò ciò che è mio di diritto».
 «Così romperai il patto». Makrausen provò a intervenire ma Kareen lo stroncò subito.
 «Io e la mia unità non apparteniamo più a Leerat». Il generali si strappò dalla veste il simbolo del regno e si voltò per uscire.
 «Se lo farai noi accorreremo in loro soccorso». Mauricius replicò facendo fermare Kareen sull’uscio. Graegor sentì le labbra tremargli. Nessuno li obbligava a difendere Raerem se non era Leerat ad attaccare e perdere l’unità principale dell’esercito gli avrebbe tolto ogni vantaggio nella guerra, considerando che Kareen e i suoi uomini avevano appena lasciato il regno.
 Il generale delle truppe di leerat assunse un sorriso quasi diabolico. «Voi impiegate otto giorni a tornare a casa e a raggiungere Raerem con i soldati. In un giorno la città sarà già caduta. Saranno tutti miei servi, oppure saranno morti». Il generale di Leerat uscì facendo sbattere la porta dietro di sé.
 Mauricius guardò Karina. La donna era visibilmente scossa. Non aveva previsto quel finale. Raerem si era liberata di un tiranno ma ora un nuovo pericolo, forse più grande, la minacciava.



Breve come un Respiro – Capitolo XXIV°

20 aprile 2010 - 1:19 by immortal_bard

La neve scendeva lentamente, ondeggiando nell’aria. Erano trascorsi mesi dal loro arrivo a Raerem ma la neve non si era placata nemmeno con l’arrivo degli ambasciatori. I fiocchi sembravano essere delle lucciole silenziose, colpiti dai raggi della luna che appariva di tanto in tanto tra le nuvole. Gli occhi di Eoghan fuggirono per un solo istante verso di essa, poi tornarono fissi davanti a sé.
 L’elfo non fermò la sua corsa. I suoi passi risuonavano secchi nella leggera bufera immersa nel bianco e nel nero di quella notte. Sarebbe stata una lunga notte. Il respiro era rapido e a tratti affannoso, le palpebre stentavano a stare aperte e a muoversi, colpite e congelate dalla neve. In fondo al lungo viale, al centro del cortile, la piccola torre di pietra si ergeva umida e fredda.
 Il campanile del villaggio risuonò della fine del giorno. Erano gli ultimi rintocchi. Il tempo a sua disposizione stava per finire e allora sarebbe stato troppo tardi.
 Macchiato di sangue innocente, Eoghan pensava tra sé proseguendo verso il suo obiettivo. Ho ucciso tanti guerrieri, reciso tante vite, e mai mi ero posto questo problema. Ho sempre combattuto con lo spirito degli elfi ma ora è diverso. Tra i fiocchi di neve e le gocce gelate, si confuse una lacrima che gli solcò il viso. L’inconveniente del guardiano ai cancelli lo aveva trattenuto, più nella successiva riflessione che nell’atto stesso di superare l’ostacolo. Infine era giunta la neve che aveva reso più difficile il suo cammino.
 La corsa forsennata di Eoghan non si fermò neppure davanti alle pietre gelate. Sebbene gli stivali lo proteggessero dall’acqua, non erano adatti a camminare sul ghiaccio. L’elfo scivolò. Sentì un dolore fortissimo alla spalla quando raggiunse il suolo. Aveva tenuto il braccio aderente al fianco in modo da non schiacciare la sacca che aveva alla cintura. I fiocchi gelati lo ricoprirono per un istante. Si alzò in piedi. Aprì la sacca e guardò dentro. Il contenuto era salvo. Riprese a correre più cautamente.
 Eoghan giunse vicino alla torre. Davanti al portone due uomini vigilavano sulla porta, avvolti in pesanti mantelli impermeabili. L’elfo si nascose tra gli alberi del viale. Aggirò la torre lentamente cercando di non farsi sentire. Raggiunse il retro. Guardò i mattoni. Se non fossero stati ghiacciati e non ci fosse stata la neve sarebbe stata una scalata più agevole, ma doveva tentare e soprattutto doveva farlo presto. Controllò ancora una volta che il sacco fosse saldamente legato al suo fianco, quindi con pochi balzi, scattando, superò il viale e appoggiò le spalle contro la parete della torre. Si voltò immediatamente e infilò le dita dove trovava appiglio. Puntò i piedi e cominciò a salire.
 Devo riuscirci, l’elfo strinse i denti sentendo il dolore che il freddo e la pietra provocavano alle sue dita. Guardò giù per un istante e per poco quella distrazione non gli fu fatale. Era già giunto a metà della scalata e la mano gli scivolò. Rimase appeso con una sola mano e tentò di appoggiarsi coi piedi alle prime sporgenze che riuscì a trovare. Quando riuscì a ristabilirsi, controllò la cintura. Il sacco era ancora al suo posto ma dal fodero mancava il pugnale. Osservò nuovamente giù. Vide la sua piccola arma poggiata sulla neve. Non c’è tempo, pensò. «Dannazione».
 «Eccolo! Lassù, sulla torre». L’urlo di uno degli inseguitori echeggiò nel silenzio della notte. Repentinamente, come dal nulla, gli schiamazzi e il rumore dei passi di quattro uomini svegliò chi abitava nei paraggi della torre. Varie candele si accesero e alcune finestre si spalancarono lasciando spazio ai curiosi.
 Eoghan accelerò la sua scalata, cominciò a pensare che non ce l’avrebbe fatta. Due uomini tirarono fuori degli archi da caccia. La neve rendeva loro difficile prendere la mira e inoltre non erano abilissimi arcieri. Le frecce scoccate dal basso passarono relativamente lontane da Eoghan che non arrestò la sua fuga. Mancavano meno di due metri alla finestra. Le frecce dei due uomini si avvicinavano sempre di più. Una si piantò sul fondo della sacca. Eoghan si fermò un istante, allungò il braccio destro e portò la sacca vicino al petto. Guardò in basso e vide che due uomini erano andati a fare il giro per salire dalle scale, mentre gli altri due stavano estraendo le altre faretre dagli zaini. Addentò la sacca e ricominciò la scalata. Le frecce ricominciarono a minacciarlo. Arrivò alla finestra.
 Sbarre? Eoghan rimase atterrito nel vedere che in un giorno era cambiato un particolare importantissimo. Non poteva più entrare dalla finestra e si trovava a dieci metri di altezza e senza alcun attrezzo per poterla scassinare.
 Guardò verso la stanza in cerca di una soluzione. Sentì il cuore battergli forte nel petto, sia per la paura ma anche per la vista del letto della donna che il cuore glielo aveva rubato. Deglutì. Aiutandosi con la bocca, infilò la mano nella sacca e tirò fuori una rosa grande e dai petali neri. La afferrò delicatamente dal gambo, introdusse il braccio nella stanza e con precisione la lanciò verso il cuscino. Le sue spine si piantarono tra le lenzuola. Qualche petalo ondeggiò, come la neve, sul pavimento. Eoghan sorrise fissando per un istante il letto con la rosa sopra. Il sorriso fu spezzato dal dolore. Una freccia lo aveva ferito alla gamba. Non era grave ma la punta gelida di metallo lo riportò alla realtà. La porta della stanza si aprì. I due uomini armati di randello si guardarono attorno per un attimo, poi rivolsero gli occhi alla finestra e incrociarono il volto dell’elfo.
 Eoghan guardò prima gli uomini dentro la stanza, poi quelli ai piedi della torre. Si udirono i rintocchi del primo quarto d’ora della nuova giornata. «E giunta l’ora» disse l’elfo, quindi si lasciò cadere nel vuoto.



Breve come un Respiro – Capitolo XXIII°

13 aprile 2010 - 1:16 by immortal_bard

 Non è me che devi salvare. Le parole del bardo avevano lasciato più che un segno nella mente di Eoghan. Si chiedeva cosa il bardo gli avesse voluto dire perché sapeva che ogni parola che pronunciava aveva sempre un senso o uno scopo. A mente fredda ripensò a tutto ciò che era successo. Era seduto sotto delle travi poste vicino alla miniera, nascosto dalla vista di chiunque e al riparo, per quanto fosse possibile, dalla neve. Una parte di lui gli diceva che era stupido e inutile restare lì. Doveva fuggire perché non c’era niente da fare e non c’era il tempo di convincere l’altro elfo a fare lo stesso. L’altra parte gli ricordava che fuggire sarebbe quasi stato come venire meno al giuramento di Groomanor, ma non era quello il peso peggiore. Abbandonare un amico, e soprattutto abbandonare Karina erano qualcosa che lo stava spingendo a resistere alle intemperie e a prepararsi per il compito che Saifel gli aveva assegnato, sebbene non sapesse neppure di preciso cosa dovesse fare. Ai fianchi aveva di nuovo la sua cintura alla quale aveva legato il suo pugnale, il Forte, e il flauto e la spada di Saifel. Nel pugno stringeva il sacchetto che era legato alla cintura del bardo, chiuso come gli aveva detto. Il contenuto era occultato da panno morbido che lo avvolgeva e non permetteva di capire cosa ci fosse all’interno. Nel buio della notte, più Eoghan cercava di capire cosa dovesse fare, meno riusciva a raccapezzarsi. Sarebbe dovuto andare a recuperare la piccola, seppellita chissà dove sotto una coltre di neve. Se era fortunato forse l’avrebbe ritrovata, ma più probabilmente, pensò, qualcuno sarebbe passato di lì e l’avrebbe presa e portata via, magari venduta a qualche mercato. E poi cos’era tutto ciò che ti serve. Eoghan rimase inquieto fino al levar del sole. Avrebbe dovuto nascondersi per qualche giorno e allo stesso tempo avrebbe dovuto contattare Karina.
 La notte seguente, Eoghan giunse di nascosto al tempio. Si assicurò che non ci fosse nessuno, poi sperò di incontrare la donna. C’era solo padre Marion. L’elfo entrò circospetto, mantenendo il cappuccio fino alla fine. Il sacerdote lo riconobbe quasi subito.
 «Ragazzo, Karina sperava che ti facessi vivo. Ho un messaggio per te», esordì il chierico.
 «Anche io ne devo lasciare uno a Karina, pensa di poterlo consegnare?»
 Padre Marion annuì lentamente. Eoghan non si era mai fidato degli uomini di religione, tranne di coloro che seguivano alla lettera i dogmi degli elfi e in particolare di Groomanor, tuttavia quel vecchio dalla barba bianca gli infondeva sicurezza.
 «Dimmi pure figliolo»
 «Deve riferirle che Saifel le raccomanda di stare tranquilla e di prepararsi», Eoghan parlò senza indugi.
 «Prepararsi per cosa?»
 «Non lo so». Eoghan abbassò lo sguardo e padre Marion gli sollevò il capo toccandogli il mento.
 «Quella donna ti ama». Eoghan si illuminò ma cercò di nasconderlo immediatamente.
 «Ha detto questo?»
 «No, ma non è difficile intuirlo. E noto anche che il sentimento è ricambiato». Padre Rafale assunse uno sguardo paterno e, seppure un uomo potesse vivere neppure un decimo della vita di un uomo, in quel momento Eoghan credette di vedere il più saggio tra gli elfi.
 «Non potremo mai essere felici insieme», disse l’elfo quasi sfogandosi.
 «La felicità è vivere l’eterno in pochi istanti, e fare di quegli istanti il miglior uso che ci è concesso dagli Dei. Non è il tempo, la razza o il mondo che ti renderanno felice, ma sarai tu e lei e niente di più». Il sorriso sulle labbra del sacerdote si fece sincero. Eoghan rimase in silenzio.
 «Karina mi ha lasciato un messaggio per te. Mi ha detto di andare via perché con certezza assoluta verrete condannati a morte. Quella donna ci tiene a te e preferisce perderti ma salvarti piuttosto che vederti morire». Padre Marion Rafale si lasciò sfuggire un sospiro di preoccupazione.
 «Non è fuggendo che mi salverò», Eoghan sembrò ripensare alle parole del bardo, rivedendole sotto una luce diversa, e si diresse di corsa verso l’uscita. «Le riferisca il messaggio, è importante».

***

 Il giorno prima del giudizio era arrivato. Eoghan era riuscito a nascondersi agli occhi dei soldati che non avevano mai smesso di cercarlo ovunque. Erano tutti convinti che non sarebbe andato lontano, alcuni, tra cui Zarghen, sosteneva che l’elfo non sarebbe andato via senza il suo compagno. Le condizioni del tempo non avevano permesso molte ronde al di fuori della città, ma allo stesso modo avevano rassicurato Ibraham sul fatto che, anche volendo, il fuggitivo non era andato più in là di dove lo avrebbero trovato morto all’avvento della primavera.
 L’elfo non aveva più visto né parlato con Saifel o con Karina per limitare le possibilità di essere scoperto. Aveva approfittato del cibo avanzato in locanda e gettato fuori nella spazzatura per non essere debole nel momento del bisogno e aveva bevuto le scorte d’acqua raccolte furtivamente al pozzo la notte.
 Eoghan studiò il percorso. Saifel gli aveva raccomandato di non fare deviazioni, per cui doveva valutare ogni possibile ostacolo. Arrivata la sera sarebbe dovuto uscire e la via più breve erano i cancelli, ormai sempre chiusi. Erano l’unica via che si dirigeva verso il luogo dove lui e Saifel erano caduti prima di arrivare a Raerem e dove aveva perso la spada, ed era anche il cancello che legava l’esterno della città con il palazzo di Ibraham e proprio con la torre dove si trovava la stanza Karina. Osservò la finestra e inspirò profondamente. Sentì la tensione crescergli dentro e sentì un senso di paura che non aveva mai provato. Era il timore di fallire.
 Il sole cominciò a nascondersi tra le montagne. Eoghan aveva calcolato il momento in cui sarebbe dovuto partire cercando di ricordare quanto tempo era trascorso quando erano stati catturati. Sarebbe partito appena avesse avuto il favore del buio completo.
 Le stelle in cielo brillavano ma delle nuvole minacciose si avvicinavano rapidamente. L’elfo si avvicinò ai cancelli chiusi cercando di non destare sospetti. Si nascose e attese che rimanesse un solo soldato mentre gli altri due si allontanavano per avere il cambio. Fortunatamente per lui a Raerem c’erano pochi soldati e poco addestrati. Secondo Karina era opera di Ibraham per rendere militarmente inoffensiva la città. Quando si rese conto che era il momento giusto, scattò verso il cancello e colpì alla nuca il soldato che perse conoscenza. Scavalcò l’inferriata e uscì dall’altra parte. Un brivido gli corse lungo la schiena quando appena fuori dalle mura vide un altro soldato che incrociò atterrito il suo sguardo.
 «L’elfo» urlò istintivamente l’uomo, rendendosi conto di essere solo. Non ebbe neppure il tempo di estrarre la spada che Eoghan tirò fuori il suo pugnale, rotolò verso di lui e con un calcio gli fece volare l’arma, mentre con il pugnale gli aprì uno squarcio sulla gamba.
 Il soldato cadde a terra ed Eoghan, nella foga dello scontro si era già lanciato per finire il nemico. Ebbe un momento di esitazione e si fermò con il pugnale proteso verso la gola dell’inerme uomo.
 «Ho moglie e due figlie, ti prego» lo implorò mentre il sangue gli sgorgava copioso dalla gamba.
 Che sto facendo? Eoghan sentì un senso di colpa crescergli dentro e delle lacrime sgorgargli quasi senza controllo. Si alzò in piedi e cominciò ad allontanarsi. Dapprima piano, poi con passo sempre più veloce. Le urla di dolore del soldato divennero più acute di qualsiasi campana di allarme. L’elfo si rese conto di avere appena avuto la prima deviazione.
 La corsa del guerriero era lenta. Non riusciva a non pensare a ciò che aveva fatto. La ferita alla gamba avrebbe fatto morire quel soldato lentamente se non fosse stato soccorso. Quel pensiero lo tormentò finché non raggiunse il luogo dove doveva cercare la spada. Una confusione di pensieri, tra ciò che gli aveva detto Saifel, il timore che succedesse qualcosa a Karina, l’uomo che aveva abbandonato moribondo davanti al cancello, assalì Eoghan che proseguì meccanicamente nel suo compito.
 Scavò nella neve con le mani e improvvisamente sentì un dolore al polso. Scostò la neve e si rese conto di essersi punto con le spine di un arbusto i cui fiori sfidavano l’inverno e anticipavano la vera primavera. In quello stesso istante la sua mano destra afferrò l’elsa della spada. Sentì come realizzarsi le parole dell’elfo, sebbene non ne comprendesse completamente il motivo. Decise di aprire il sacchetto di Saifel e osservò dentro. Rimase spiazzato per un istante, poi alzò lo sguardo e sembrò illuminarsi. Aveva finalmente capito di avere tutto ciò che gli serviva tranne una cosa: il tempo.



Breve come un Respiro – Capitolo XXI°

22 marzo 2010 - 8:07 by immortal_bard

 Vi racconterò la storia di un popolo di grande gloria, caduto poi in rovina, costretto in povertà e rinchiuso in una prigionia cieca, piena di oppio e fiori di carta. Vi racconterò la loro riscossa, la loro vittoria, e come il sovrano del loro regno ebbe il coraggio di prendersi ciò che era suo.

 Tra le note pizzicate sul liuto, Saifel iniziò lo spettacolo. Janira e le sue compagne cominciarono con passi lenti a inscenare una danza che accompagnava con fascino le parole del bardo. Non di Ibraham stava parlando, ma del vero sovrano di Raerem: il popolo stesso.
 L’elfo sorrise mentre citava la vittoria, quella che sentiva che avrebbe raggiunto con tutto il suo pubblico al termine dello spettacolo. Fece una pausa, fissò in fondo alla strada, da dove sarebbe arrivata Karina, poi lasciò che i suoi occhi ammirassero come quasi tutto il popolo si fosse riunito per le vie e le grandi feste che venivano organizzate ogni volta in occasione delle visite degli ambasciatori dei due regni vicini, Hanturiam e Leerat. Sembrava che quel patto fosse l’unica ragione di vita per tutti gli abitanti di Raerem.
 A sovrastare la folla era stata montata un’impalcatura che ospitava le lussuose poltrone su cui sedevano Ibraham, gli ambasciatori e i loro generali. Saifel scambiò un’occhiata con il Magnanimo, sorridendogli come se volesse ottenere la sua approvazione, e così fu. L’elfo rimase un po’ perplesso nel vedere che tra le guardie del corpo di Ibraham non ci fosse il suo braccio destro, Zarghen.
 Il bardo abbassò dunque lo sguardo, prolungando la pausa e creando una silenziosa attesa, quindi d’improvviso intonò un’incalzante melodia, rappresentazione di un tetro scontro, una tempesta e una caotica lotta. Le danzatrici sembrarono fluttuare turbate su tutto il palco, mescolando movimenti aggraziati a rotti e repentini singhiozzi. La musica si spanse su tutta la piazza e permeò i vicoli, tanto che chi non si era ancora avvicinato al palco si voltò incuriosito. D’improvviso tutto si quietò, come se la furia fosse finita. Una dolce e fievole melodia cominciò ad accompagnare movimenti lenti e visi disperati delle donne. Janira si accasciò ai piedi dell’elfo.

 La vita di un popolo è come un fiore, nasce da una pianta e ha un colore, o forse mille, ha un profumo, forte o debole, ma si spande e si mostra al mondo in tutto il suo splendore, cercando il suo raggio di sole. Alcuni fiori hanno più vita di altri, alcuni invece vengono troncati. Ma il fiore è solo una manifestazione di una vera e solida realtà, che è la pianta stessa. Così questo popolo è rimasto, seppur il suo splendore sia stato abusato, distrutto e cancellato dalla brama e dal potere di un oppressore.

 Ibraham sembrava voler sentire ciò che più desiderava, un tributo alla sua salita al trono. Ogni anno di fronte agli ambasciatori c’era qualcuno che gli rendeva immeritatamente gloria e, a suo parere, quest’anno non avrebbe fatto eccezione, anzi, lo spettacolo sarebbe stato la migliore adulazione di tutti gli anni.

 La rosa, forse il più bello dei fiori, a volte assume colori e significati strani. Perché tanti fiori nelle mie parole, vi starete chiedendo. Non per vanità, ma perché la via parallela del popolo in rovina è come una rosa coperta di nera fuliggine. Crede di sovrastare la bellezza degli altri popoli e di vivere tranquilla sulla cima del rovo, quando invece è solo il diletto di un tiranno.

 Qualcuno tra il pubblico, sebbene fosse solo l’inizio dello spettacolo, cominciò a mormorare. Tra gli spettatori c’era uno il cui sorriso si iniziò ad allargare all’ultima metafora del bardo. Era Kurt dei metalli, che di nascosto aveva raggiunto il palco e si era messo ad ascoltare. E non era l’unico a fare qualcosa di nascosto.

***

 Con la mano bianca si sfiorava il viso, distendendo quel velo di cipria che avrebbe addolcito il rossore dovuto alle irritazioni provocate dal freddo. I suoi occhi neri sembravano invadere lo specchio. Karina era vestita a festa, come se dovesse incontrare l’imperatore degli imperatori. Le labbra le tremavano, e sussurrava in continuazione ciò che avrebbe detto. Agganciò la chiusura degli orecchini, quindi inspirò profondamente, aprì un cassetto e vi guardò al suo interno. Era vuoto. Infilò la mano e tastò il suo interno, come se volesse verificare qualcosa. Un leggero sorriso di sollievo le si allargò sulle guance, quando toccò ciò che cercava.
 La contessa si avvicinò alla finestra. Osservò la torre dell’orologio. Era ancora molto presto. Si chiese come stesse andando lo spettacolo. Sarebbe stata molto curiosa di vederlo, ma non poteva stare lì tutto quel tempo, sarebbe stato troppo pericoloso. Qualcuno si sarebbe insospettito nel vedere un servo abbandonare il palazzo, oppure la donna andare via prima che lo spettacolo fosse finito. Non dovevano esserci inconvenienti e Saifel e Karina avevano cercato di prevedere tutto.

***

 Le parole del bardo volarono come frecce verso il pubblico. Persino Makrausen e Graegor cominciarono a capire che c’era qualcosa di molto strano in nel racconto, tuttavia la musica e le danze lo rendevano particolarmente affascinante. Sembrava quasi che dei messaggi fossero come diretti a delle menti dormienti in attesa di essere risvegliate. Ibraham era l’unico che si stava beatamente godendo lo spettacolo, leggendo nelle parole dell’elfo solo quello che desiderava sentire.
 Tra i popolani, alcuni più svegli erano già ammutoliti in riflessione. Osservavano le loro mani, la terra dove avevano lavorato e vissuto e da cui avevano avuto così poco. Altri di tanto in tanto si voltavano verso Ibraham con sguardo non più di sottomissione ma di sfida, a volte di odio.
 Saifel non stava istigando né aizzando, stava solo risvegliando sentimenti, emozioni e conoscenze che la gente aveva lasciato dormire o aveva represso perché il suo animo potesse pensare, almeno in superficie, che tutto andava bene. In fondo, il Magnanimo dice che va tutto bene, non c’è guerra e io ho di che mangiare, era il pensiero di molti prima della festa del patto di non belligeranza.
 «E le sue parole colpirono come il martello sull’incudine: “non c’è peggior schiavo di chi crede di essere libero quando non lo è”. Le parole dello straniero scossero il popolo». Saifel proseguì. Aveva raccontato ogni dettaglio della storia di Raerem a lui conosciuti, opportunamente mascherato da popolo di una terra leggendaria. Aveva delineato tutti i personaggi e i ruoli. Tutto era pronto. Era quasi giunto il momento di terminare lo spettacolo per cui iniziò il suo monologo in crescendo.
 «So bene che tutti voi vi aspettate un finale. Glorioso, in cui il popolo si alza in piedi e vince con le sue forze. Ma io non ve lo racconterò. Non dirò una sola parola su ciò che accadde dopo, perché se quello che vi ho detto finora è storia, il finale è invece tutto da scrivere. Ed è il destino di tutti voi… il mio e quello di chiunque si trovi in questa piazza». Quando Saifel fermò danze e musica e cominciò a parlare direttamente al popolo, anche Ibraham sembrò svegliarsi dal suo sogno. Cominciò a capire che non era una semplice storia. Un rossore gli riempì il volto e sentì il calore del sangue riempirgli le vene. Cominciò a tremare, sia per rabbia che per paura. Rimase con gli occhi fissi sull’elfo, immobile senza essere capace di reagire. I due ambasciatori e i generali rimasero impietriti, anche loro incapaci di reagire, chi per un motivo, chi per altro.
 «Voi siete schiavi e oggi, esattamente in questo giorno, potete decidere di essere liberi. Credete di lavorare per voi ma in realtà non siete altro che formiche che mettono da parte il loro cibo non per se stesse, ma per un sovrano che ne approfitta per alimentare la guerra, la distruzione a solo vantaggio delle sue ricchezze. Un tiranno che si sta preparando ad abbandonarvi in mano a qualcuno che vi porterà a una rovina ancora più grande. Vi venderà al migliore offerente in cambio di più ricchezza e più potere. Vi offrirà come schiavi, perché è questo ciò che siete per lui. Perché la vostra schiavitù è dettata dalle ingannevoli parole e lusinghe di colui che chiamate il Magnanimo».
 Alle ultime parole dell’elfo il pubblicò scoppiò in un turbinio di voci. Ibraham gridò per zittirli ma soltanto alcuni si quietarono. Saifel sorrise e finalmente alzò lo sguardo verso Ibraham. Si voltò verso l’orologio e capì che era ora. Il bardo si rivolse ancora al popolo e concluse il suo spettacolo.
 «Non sarò io a chiudere questo spettacolo, ma davanti agli ambasciatori di Hanturiam e Leerat, i nostri due regni nemici tra loro, ma alleati a noi, vi darò le prove di ciò che dico». Saifel si voltò verso la scala e attese che tutto si concludesse come pianificato.

***

 Era giunta l’ora. Karina si avviò verso la porta. Iamal sarebbe dovuto arrivare a momenti con la rosa nera. Era in ritardo. La donna pregò gli Dei che non fosse accaduto nulla. Il destino di Saifel e di tutta Raerem erano nelle sue mani. Si avvicinò alla porta. Il tempo scorreva e la tensione saliva.
 Due colpi alla porta. La donna sobbalzò, il cuore cominciò a batterle all’impazzata ma sospirò di sollievo. Anche se con un attimo di ritardo sarebbe potuta arrivare allo spettacolo esattamente quando era necessario. Aprì la porta di fretta come se volesse far nascondere Iamal, ma nessuno entrò.
 «Entra», lo incitò.
 «Buongiorno, mia signora».
 Karina rimase impietrita. La voce non era quella di Iamal. La porta si aprì lentamente spinta da Zarghen che si ergeva in piedi di fronte a lei, tremante. Dietro Zarghen, Iamal aveva lo sguardo basso, misto tra dispiacere e odio. Un accenno di lacrima gli scendeva sulla guancia e con le mani stringeva il cappello quasi a strapparlo in due pezzi. Il generale delle guardie di Raerem fece un passo dentro la stanza.
 «Credo che tu abbia qualcosa da spiegarmi, contessa di Leerat». Zarghen sorrise e si fermò davanti a lei. «Posso accomodarmi?»
 Karina rimase immobile e guardò Iamal. Il servo non ebbe il coraggio di incrociare il suo sguardo. «Ho dovuto, l’ho fatto per te», disse soltanto prima di fuggire via lungo i corridoi. Il generale chiuse la porta e accompagnò Karina verso la poltrona, spingendola dal braccio, poi si sedette ai piedi del letto di fronte a lei, quindi assunse un tono serio.
 «Adesso parliamo».

***

 Il sorriso di Saifel scemò piano, tramutandosi in un’espressione attonita e stupita. Karina non c’era e senza di lei nessuna prova. Uno spettacolo preparato alla perfezione si era trasformato in un sol colpo in un’accusa mossa da uno straniero arrivato da pochi mesi.
 Ibraham guardò prima Makrausen, poi Graegor, infine il popolo che comunque, prove o non prove, era in subbuglio. Si spostò sul ciglio del suo piano rialzato e alzò la voce.
 «Sono solo menzogne! Io vi do tutto ciò di cui avete bisogno, e di fronte agli ambasciatori giuro che farò come ho sempre fatto, sempre e solo il vostro bene. L’elfo è solo un pazzo che muove accuse infondate». Nel popolo alcuni rimasero ad ascoltare il Magnanimo, più di quanti Saifel si immaginasse, altri invece continuarono a mormorare.
 «Arrestatelo per oltraggio al reame».
 Ibraham si voltò facendo roteare il mantello, quindi si avvicinò verso Graegor e gli parlò con un tono di chi vuole scusarsi ma rimanere autorevole.
 «Non solo il tuo suddito ha violato il patto di non belligeranza portando la guerra nelle mie terre, ma si è anche permesso di oltraggiare me, il mio regno e il mio popolo, chiamandoli schiavi. Esigo che il tuo giudizio sia quello che venga giustiziato, qui ma con la sentenza del regno di Hanturiam».
 Graegor rimase con lo sguardo fisso sull’elfo, poi si voltò verso Ibraham e gli sorrise.
 «Vedremo di risolvere la questione».



Breve come un Respiro – Capitolo XIX°

10 marzo 2010 - 7:37 by immortal_bard

 Il lavoro in miniera sembrava diventare sempre più leggero, man mano che Saifel rendeva più concreti i dettagli dello spettacolo che stava preparando segretamente al tempio insieme a Janira. Già pochi giorni dopo il suo incontro con il bardo, Karina aveva portato buone notizie. Ibraham era sembrato entusiasta della sua proposta di organizzare uno spettacolo pubblico in piazza, e ancora di più quando la contessa aveva detto che di aver già trovato anche la compagnia teatrale in grado di prepararlo. Mancavano meno di dieci giorni alla visita degli ambasciatori e per quella data era previsto che la neve si sciogliesse almeno in parte e che comunque i sentieri fossero praticabili. Ogni sera, tra i sorrisi silenziosi di Padre Marion, Saifel, Janira e alcune compagne della danzatrice, provavano passi e battute, interrotti solo per qualche momento dalle conversazioni tra il bardo e la contessa.
 «Altre buone notizie? Sei riuscita a ottenere la rosa nera?»
 «Non ancora, ma ho un piano. Ho parlato con il mio fidato amico e abbiamo convenuto che il momento migliore per prenderla sarà proprio mentre Ibraham, i suoi scagnozzi e gli ambasciatori sono fuori, impegnati e di sicuro non gireranno per i corridoi del palazzo». Karina si mostrò molto sicura. Saifel annuì.
 «Lo spettacolo è quasi pronto. Le scene che mostrano i soprusi e l’abuso di potere da parte di un sovrano che usa ogni mezzo per offuscare la mente delle persone e che gli pone davanti agli occhi una finta felicità e sicurezza che in realtà è inesistente sono perfette. Devo solo preparare il gran finale». Il bardo non nascose la sua eccitazione che andava evidentemente anche al di fuori di ciò che voleva mostrare al popolo. Sembrava quasi che estro artistico, nobiltà d’animo e senso di libertà si fossero fusi insieme per la stessa causa.
 «Cosa hai in mente?»
 «Un finale esplicito. Farò un monologo in cui spiegherò tutto ciò che è stato espresso poco prima in scene metaforiche. Infine accuserò direttamente Ibraham e asserirò di avere le prove». Un sorriso si allargò sulle labbra di Saifel mentre proseguiva e guardava fissa negli occhi Karina. «E sarà in quel momento che arriverai tu con lettere, sigilli e rosa nera». Sia la donna che Saifel sorrisero soddisfatti e convinti.
 Tutto era quasi pronto e nessun ostacolo in particolare si frapponeva tra loro e il successo, ma entrambi erano coscienti che avrebbero avuto il responso solo dopo la fine dello spettacolo. Tra le ultime prove, mentre Eoghan accompagnava Karina a casa, anche quel giorno finì.

***

 «Sei così bella quando la determinazione ti si dipinge in volto». Eoghan si pentì subito di quello che aveva detto, anche se da un lato era contento di esserci riuscito.
 «Cosa?»
 «No, niente perdonami, non volevo…» l’elfo provò subito a giustificarsi.
 «Non volevi dirmi che sono bella?»
 «No. Cioè si, volevo dire che sei bella, anzi bellissima…»
 «Solo quando mi mostro determinata?» Karina lo stuzzicò.
 «No. Sempre».
 I passi della donna si fermarono e di rimando anche quelli dell’elfo. La torre era vicina, ma non troppo da permettere a chi facesse la ronda di scorgerli. Karina abbassò il cappuccio e lasciò che i fiocchi di neve, ormai caldi  rispetto all’inverno, si posassero e si sciogliessero immediatamente sul suo volto. Eoghan la guardò abbagliato dai suoi occhi. Rimasero immobili, entrambi tesi come corde di violino. Si avvicinarono lentamente.
 Karina sapeva cosa stava per succedere. Sentì un terremoto sul petto. Le guance le bruciavano a dispetto dell’aria gelida che la colpiva. Le labbra erano secche e gli occhi le tremavano, cercando di fuggire dallo sguardo dell’elfo, e di trovare riparo sul bianco della ormai sottile neve ai loro piedi.
 Eoghan sentì una sensazione che mai aveva provato prima. Era più intensa di qualunque altra. Neppure il senso di vittoria in battaglia, o l’emozione del giuramento di Groomanor era considerabile tale. Non sapeva spiegarsi il perché ma non riusciva a fuggire dagli occhi di Karina, e una forza a lui superiore lo spingeva verso di lei.
 Le loro labbra si incontrarono e finalmente gli occhi trovarono riposo, chiudendosi e raccogliendosi nel calore dell’abbraccio che li legò.
 Lentamente i due si staccarono, sfiorandosi sulle mani e aprendo gli occhi. Nessuno sorrise. Sembrava che i loro pensieri si fossero intrecciati e avessero incontrato degli ostacoli che non sapevano ancora se fossero superabili oppure no. Eoghan aprì bocca ma non disse nulla. Karina fece lo stesso.
 «Io… io sono un elfo», iniziò Eoghan.
 «Lo so». Karina abbassò lo sguardo. «E arriveranno gli ambasciatori, e comunque andrà a finire qui a Raerem, io tornerò alla mia contea e tu alle tue guerre. Tu vivrai anni… molti anni e io invece morirò, invecchiando velocemente». La voce della donna sembrò rotta a tratti da singhiozzi trattenuti.
 «Aspetta», Eoghan ebbe un sussulto, ma appena Karina lo guardò con un mezzo sorriso, si sentì morire, pensò di non poterle promettere nulla ed esitò. La donna percepì quel disagio come una conferma di ciò che stava dicendo.
 «Quello che stiamo facendo è sbagliato», ricominciò Karina. «Ciò che accade tra noi è solo il frutto di alcuni giorni passati meravigliosamente insieme, che però resteranno giorni e hanno un destino breve. Non saranno l’eternità». Il suo sguardo rimase basso.
 Eoghan sentì il cuore stringersi e al tempo stesso capì che cosa provava per quella donna e trovò le parole da dirle, sperando che in esse risiedesse la verità.
 «Cos’è un giorno di fronte a un anno, o un anno di fronte a cento? Se soltanto gli uomini non fossero occupati a fuggire dalla morte, potrebbero ritrovare in un bacio, una carezza o un abbraccio, quelle sensazioni che invece danno per scontate. Basterebbe un istante. Tu hai sconvolto la mia vita…»
 L’elfo si avvicinò alla donna. La sua mano le carezzò la guancia, scostandole leggermente i capelli e scoprendole gli occhi timidamente rivolti verso il basso.
 «Tu hai dato un senso ai miei giorni. Tu mi hai mostrato l’intensità di un bacio umano. Tu mi hai mostrato qual è il motivo per cui vale la pena di vivere. Respirerò forse ancora per secoli, se la battaglia non esigerà il mio sangue, ma a te è bastato così poco tempo…»
 «No». Karina ebbe i brividi e desiderò ardentemente lasciarsi sprofondare nella tenerezza di quel momento, sul petto dell’elfo, avvolta dai suoi baci, ma alzò lo sguardo in lacrime. «Domani c’è lo spettacolo, non dobbiamo perdere la concentrazione». La donna si asciugò le lacrime con le dita e tirò su con il naso.
 Eoghan rimase immobile. Karina lo fissò in silenzio per un attimo, sollevò la mano e gli accarezzò la guancia, poi si allontanò verso la torre.
 L’elfo fissò la donna mentre si allontanava e non appena fu abbastanza distante da non udirlo, sussurrò «è amore, il mio per te».
 Quel pensiero sembrò volare e raggiungere Karina che per un istante rallentò il passo e senza fermarsi si voltò sussurrando a sua volta «è tuo il mio cuore».
 La donna svanì dietro il portone di ingresso della torre, ed Eoghan tornò indietro al tempio.



Breve come un Respiro – Capitolo XVIII°

28 febbraio 2010 - 7:52 by immortal_bard

Eoghan fremeva ma anche Saifel era nervoso. Entrambi aspettavano la fine del giorno per andare al tempio. Il bardo non sapeva ancora nulla di cosa avesse in mente Eoghan, sia perché non avevano avuto molto tempo per parlarne sia perché il guerriero continuava a ripetergli che non avrebbe potuto dirgli nulla di più di ciò che aveva già spiegato e che tutto il resto lo avrebbe saputo da Karina.
 In fila alle paghe Eoghan si mise davanti a Saifel. Ricevuta la paga sentì qualcuno afferrargli il braccio. Era proprio il compagno elfo.
 «Non correrei via stavolta». Saifel fissò Eoghan. Tod attirò nervosamente l’attenzione dell’elfo con un colpo di tosse. Il bardo si voltò e chiedendo scusa riscosse la sua paga.
 I due elfi si avviarono verso il tempio con passo spedito. Eoghan ebbe un brivido quando poggiò il suo piede sulla soglia, temendo di non vedere Karina. I suoi occhi corsero rapidi attraverso le panche e videro vicino all’altare Padre Marion che con un sorriso divertito stava parlando con Karina. Sospirò.
 «Karina», Eoghan si avvicinò cautamente. La donna si voltò e sorrise. Il sacerdote si allontanò accennando un gesto di cortese congedo.
 «Quando sono entrato ho temuto che…»
 «No», la donna fermò immediatamente Eoghan.
 «Voi due dovete parlare», Eoghan sorrise alla donna e si fece da parte, avvicinandosi al sacerdote. Sia Saifel che Karina sentirono un po’ di imbarazzo. Si erano visti spesso ma non si erano mai parlati se non per salutarsi rapidamente mentre si incrociavano al tempio.
 «Eoghan…» entrambi iniziarono a parlare. Saifel sorrise e le fece un cenno.
 «Eoghan mi ha detto che può aiutarmi a fare una cosa molto importante. Suppongo che sia tu a poterci aiutare, giusto?»
 «Credo che la cosa sia reciproca, a quanto mi ha spiegato». Saifel replicò con tono basso, quasi non si volesse far sentire neppure da padre Marion. L’imbarazzo tornò a dominare la situazione quando l’uno rimase in attesa che l’altra iniziasse a spiegare e viceversa.
 «Eoghan mi ha detto che tu stai cercando di rovesciare Ibraham dal suo trono e dall’illecito potere che ha acquisito». Il bardo decise di rompere il ghiaccio. Karina sembrò subito più tranquilla.
 «Si, e a me ha detto che mi avrebbe aiutato», abbassò lo sguardo. «Da sola non potrei farcela».
 «Io lavoro ormai in miniera da diverso tempo e ho potuto vedere come vive la gente di Raerem. So che hanno bisogno di qualcuno che gli apra gli occhi e che li convinca a protestare contro Ibraham e il suo potere, ma non c’è nessuno che accetti la situazione o voglia unirsi a me in questa causa. Sembra che abbiano delle bende davanti agli occhi e non si rendano conto della gravità della situazione».
 «Questo è vero, anche io l’ho notato». Karina annuì. «Tuttavia io ho prove del fatto che Ibraham non solo ha reso tutti questi cittadini dei fedeli sudditi che lavorano solo per lui, ma vuole anche approfittare del suo potere per ottenerne ancora di più al termine della guerra, sposandosi al vincitore e guadagnando quanto più possibile dalla guerra stessa». Karina iniziò a spiegare.
 «Contrabbando di armi?»
 «Si, come lo sai?»
 «In miniera non tutti stanno in un angolo a lavorare senza farsi domande». Saifel accennò un sorriso.
 «Ibraham vende armi a entrambi gli schieramenti, rifornendo le legioni maggiormente in difficoltà con i mezzi migliori e i prezzi più bassi. Non si può dire che controlli la guerra ma ha un’influenza notevole su di essa. Tutto il denaro di questo commercio nero ovviamente entra nelle sue tasche. Sono in pochi a palazzo a sapere questo, ma con i giusti modi e i giusti agganci sono riuscita a venirne a conoscenza». La contessa di Leerat fece una pausa, ma quando vide che Saifel attendeva ancora altri dettagli continuò.
 «C’è di più. Ho le prove che Ibraham voglia chiedere in sposa una contessa sia di Hanturiam che di Leerat, e allo stesso modo abbia promesso il regno di Raerem al comandante dell’esercito che vincerà. Insomma vuole assicurarsi un futuro in ricchezza e ancora maggior potere al termine della guerra».
 «Ignobile», Saifel non trovò altre parole. Immaginava che ci fossero degli affari marci a Raerem ma non poteva neppure sognarsi quello che gli stava raccontando la donna.
 «E cosa possiamo fare insieme?»
 «Io non posso andare più avanti di così. Se anche soltanto mi permettessi di accusare Ibraham, pur avendo prove tangibili ma senza un adeguato supporto, potrei essere bandita dal mio regno, arrestata e non so cos’altro».
 «E io ho bisogno che la gente apra gli occhi». Un profondo silenzio di riflessione scese tra i due e lasciò che la voce di padre Marion invadesse il tempio.
 «Ho un’idea». Saifel si illuminò. «Hai detto di avere delle prove di quello che è successo e di avere bisogno di supporto. Quello del popolo sarebbe sufficiente?»
 «Immagino di si», Karina rispose titubante.
 «Organizzeremo uno spettacolo in piazza, posso contare sull’appoggio di un’artista e della sua compagnia. Racconteremo tutta la verità attraverso poesie e recite e quando l’attenzione di tutti sarà al massimo porteremo alla vista le prove e tu potrai essere testimone e muovere ufficialmente le tue accuse contro Ibraham». Il bardo cominciava già a immaginarsi lo spettacolo mentre proponeva l’idea.
 Karina rimase perplessa un attimo, poi anche lei si illuminò. «Farlo adesso sarebbe da stolti e potremmo perdere il supporto del popolo prima che si renda utile». Il bardo perse per un attimo il sorriso.
 «Parlerò io con Ibraham e lo organizzeremo la prossima decade, quando gli ambasciatori di Hanturiam e Leerat arriveranno qui per il rinnovo di primavera del patto di non belligeranza». Al termine della frase della donna Saifel sentì l’eccitazione risalirgli lungo la schiena.
 «Gli ambasciatori?» Il bardo sembrò preoccupato. «Questo significa che…» si interruppe. Karina lo guardò cercando di capire cosa lo turbasse. Saifel guardò indietro verso Eoghan, ancora intento a parlare con il sacerdote.
 «Non avremo altro tempo dopo la visita degli ambasciatori. La neve che occlude i passaggi è ormai quasi sciolta e le vie sono praticabili. Quando arriveranno noi verremo giudicati e al loro ritorno gli ambasciatori manderanno qualcuno dei nostri regni a prenderci». Saifel abbassò lo sguardo, ma solo per un attimo. «Non dobbiamo perdere tempo. Ti prego, mostrami le prove di cui parlavi».
 Karina estrasse da una tasca dei fogli di carta. «Li terrò io. Li porterò allo spettacolo».
 Saifel rimase allibito. Erano due lettere, una indirizzata a una contessa di Hanturiam, con tanto di proposta di matrimonio e di quanto le avrebbe portato in dono, l’altra era identica ma indirizzata alla stessa Karina. Entrambe le lettere erano accartocciate ma soltanto quella diretta ad Hanturiam aveva il sigillo di Ibraham. L’ultimo pezzo di carta era invece una lettera di ringraziamento del comandante di una delle unità del regno di Hanturiam, per le ottime armi arrivate con anticipo e a un ottimo prezzo. Karina arrotolò immediatamente le lettere dopo averle fatte leggere a Saifel, e le conservò.
 «Come le hai avute?»
 «Un amico me le ha procurate direttamente dalle stanze di Ibraham».
 «Ma la lettera rivolta a te non ha prove, come farai a dimostrare tutto?»
 «Il regno di Leerat ha un simbolo. Una rosa nera che non muore mai. Ibraham dovrà donarla solo alla donna che intenderà sposare affinché ella la dia al primogenito come segno di passaggio del regno». Karina parlò con tono grave. «Non sarà facile ma confido nella persona che conosce i corridoi del palazzo meglio di chiunque altro».
 «Dunque durante la visita degli ambasciatori, dopo la firma del rinnovo del patto, faremo lo spettacolo e tutto il possibile per alimentare la sommossa, tu testimonierai e accuserai pubblicamente Ibraham e gli ambasciatori sapranno la verità». Saifel concluse.
 «E il popolo di Raerem sarà ancora protetto dalla guerra ma libero di scegliersi un governo che gli dia la libertà e la dignità di una vita normale». Karina completò a sua volta le parole del bardo.
 «Sono molto contento che Eoghan ci abbia fatto incontrare. Confesso che non me lo sarei mai aspettato». Saifel sorrise guardando indietro verso Eoghan.
 «Neppure io», Karina sembrò allontanare un pizzico di tristezza, come se avesse pensato a un momento particolarmente poco piacevole.
 «Bene, non perdiamo altro tempo. Mi metterò subito a lavoro non appena arrivo in locanda». Saifel smorzò il disagio della donna e la incitò a pensare a ciò che dovevano preparare. «Ci vedremo di nuovo qui, domani e ancora dopo domani per organizzare tutto, va bene?»
 «Si», annuì con sicurezza e con il sorriso. Saifel si fece da parte. Ormai la conversazione era finita e aveva intuito che la donna volesse salutare Eoghan e il sacerdote.
 Karina si avvicinò al guerriero e gli poggiò una mano sulla spalla. Eoghan smise di parlare con il sacerdote e la guardò incapace di dire nulla. Il suo sguardo era incomprensibile. Si alzò sulle punte e lo baciò sulla guancia.
 «Grazie. A domani, qui al tempio». La donna prese congedo.
 Eoghan rimase immobile a fissarla mentre usciva dal tempio. Dopo qualche istante volse il suo sguardo verso Saifel, che nel frattempo si era avvicinato, e non disse nulla ma si limitò a notare il sorriso soddisfatto del bardo.
 «Ora inizia lo spettacolo».