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Il Blog di JOProject
9 maggio 2010 - 8:30 by immortal_bard
Non molto lontano dalla prigione, Saifel incrociò lo sguardo di Janira. Era confusa. Vestiva abiti normali e nessuna delle sue danzatrici era vicino a lei. Tutti i servitori di Ibraham erano usciti dal suo palazzo non appena avevano avuto la notizia. L’elfo la fissò per qualche istante, poi la vide scoppiare in lacrime e correre verso di lui.
«Pensavo che saresti morto», singhiozzò.
Saifel la abbracciò e la strinse, rassicurandola e sussurrandole parole di conforto all’orecchio. Un misto di emozioni dipinse rese quasi variopinto il volto della donna. L’imbarazzo per aver manifestato i suoi sentimenti verso Saifel di fronte a tutti lottava contro la paura della guerra imminente e la rabbia che aveva potuto sfogare nei confronti di Ibraham pochissimo tempo prima, mentre abbandonava quella che per lei era stata una prigione.
«Sono vivo e ora dobbiamo pensare a proteggere Raerem». Il bardo poggiò le sue mani sulle spalle di Janira e la allontanò un po’ per guardarla negli occhi. La danzatrice si asciugò gli occhi e diede una rapida occhiata a Karina ed Eoghan, poi tirò su con il naso e annuì.
«Come faremo a proteggerla? Ci sono pochi soldati, e quelli che ci sono hanno dimenticato come si combatte». Karina ed Eoghan sentirono un brivido nell’ascoltare la domanda che nessuno dei due aveva avuto il coraggio di fare a Saifel. Eppure entrambi confidavano sul fatto che il bardo avesse la risposta. Quella che diede loro non fu la risposta assoluta, ma una risposta semplice, che li toccò tutti.
«Il vero guerriero, soldato o comandante è colui che non combatte per la gloria, per la morte o per sopraffare il nemico, ma è colui che lotta per i suoi ideali, per la sua libertà e che lotta solo quando deve farlo per perseguire la pace. Uomini, donne e bambini di Raerem sono rimasti oppressi e bendati per troppo tempo. Loro sono i migliori soldati che ci sono e hanno solo bisogno di qualcuno che li guidi», lo sguardo di Saifel corse prima a Karina e poi a Janira, «e di qualcuno che li prepari», infine guardò Eoghan.
Il prescelto di Groomanor sentì una strana energia corrergli nelle vene. Ogni parola che Saifel aveva detto era stata come linfa vitale. Era la stessa sensazione che aveva provato quando ascoltava il vecchio saggio maestro d’armi. Capì che poteva e doveva usare tutta la sua conoscenza militare per preparare in una settimana i cittadini di Raerem a essere dei soldati.
«Hanno le migliori armi della regione. Il loro numero non è altissimo ma molti, tra i lavoro in miniera, le fucine e le costruzioni sono forti fisicamente. Hanno paura e coraggio insieme. Possono vincere la battaglia». Eoghan intervenne sorprendendo persino le due donne.
«Non dobbiamo vincere la battaglia. Mentre venivamo qui mi hai detto che Hanturiam verrà qui a soccorrerci, ma impiegheranno un giorno di più. Quello che Raerem deve fare è arrivare a quel momento senza che sia morto un solo cittadino». Saifel sorrise a Eoghan che ricambiò immediatamente.
«E noi cosa possiamo fare», Karina si avvicinò a Eoghan, manifestando apertamente che non voleva abbandonarlo.
«Contessa, tu aiuterai Eoghan a organizzare la difesa, coordinando le persone che non potrà guidare, mentre tu Janira, dovrai fare in modo che i bambini siano al sicuro. Coinvolgete le persone della città perché sono loro il vero governo di questo regno e sono loro che possono trovare la forza di difenderlo».
«E tu che farai?»
«Io devo parlare con un po’ di persone. Tornerò ad aiutarvi il prima possibile». Al termine del discorso del bardo sembrava quasi che tutto fosse tranquillo, come se stessero preparando un gioco o uno spettacolo. Saifel si allontanò dal gruppo e si diresse verso le miniere, dove sapeva che molti si sarebbero rifugiati.
Eoghan, Karina e Janira rimasero fermi per qualche istante, cercando di realizzare ciò che era accaduto e di pensare a quello che dovevano fare. La prima a muoversi fu proprio la contessa di Leerat.
«Raerem, prima del decadimento, era una delle roccaforti più difficili da espugnare. Il lato alto è ancora protetto, è lì che dobbiamo fare rifugiare chi non potrà combattere».
«Le mura esterne possono essere fortificate, dobbiamo lasciare solo un punto più debole dove far convogliare gli uomini di Kareen. Conta non più di duecento soldati nella sua unità e non li farà sparpagliare sapendo che ci sono io qui». Eoghan aggiunse subito il suo pensiero.
«Iniziamo a far raccogliere i bambini. Li porteremo tutti sulla piazza del mercato e io li guiderò nella zona alta, dentro le mura del palazzo di Ibraham, dislocandoli in modo da dar loro spazio, cibo e protezione». Janira fece la sua proposta e a seguito di quella la strategia sembrò delinearsi da sola.
«Ci sarà almeno un soldato armato per ogni gruppo di bambini, saranno lì per dare loro coraggio. Le donne dovranno essere anche loro armate e pronte al peggio, ma tranquillizzatele».
«Bisognerà portare dentro il cibo»
«E portare presto i sacchi di cemento e le pietre alle mura»
«Dobbiamo raccogliere le armi e chiamare chiunque sia in grado di impugnarle»
Man mano che la difesa prendeva forma i tre giunsero al centro della città. Una strana calma si era sparsa, ma un brusio giungeva dalle porte a sud. Corsero in quella direzione e poco dopo arrivarono dove quasi tutta la città si era raccolta. Tod Rivas teneva per il collo Ibraham, coperto di pelli pesanti e vicino a un cocchio veloce con cui stava tentando di abbandonare la città.
«Questo è l’uomo per cui avete vissuto e lavorato finora». Karina attirò subito l’attenzione. Capocatena spinse il Magnanimo verso la portiera del cocchio, facendogli sbattere la schiena. Ibraham emise un piccolo gemito di dolore.
«Ora che siete tutti qui riuniti, devo dirvi delle cose che riguardano tutti. Dovete diffonderle a chi si è nascosto o a chi vuole fuggire. Non è così che salveremo il regno di Raerem. Non è abbandonandolo che riavrete la libertà e farete risorgere la vostra patria. Bisogna lottare e avete i mezzi per farlo». Karina guardò Eoghan pregandolo di intervenire.
«Io sono un soldato elfico. La mia arte è la guerra, non la parola. Chi vi sta per attaccare sono coloro con i quali ho avuto l’occasione di combattere fianco a fianco e voi non avete nulla da temere perché potete essere alla loro altezza. Quello che ha detto l’ambasciatore di Hanturiam è vero. Saranno qui in sette giorni, ma è anche vero che loro saranno qui in otto e dunque tutto ciò che dobbiamo fare e resistere un giorno. So che potete farlo e quindi vi chiedo di unirvi a noi e a prepararci a ciò che sta per accadere».
Il silenzio scese in quel momento. Eoghan sentì il cuore battergli all’impazzata. Si sentì perso.
Tutta questa gente. I loro sguardi carichi di terrore, odio, sgomento. So che è colpa mia se la guerra gli sta mordendo gli stivali, se la morte li saluta già da lontano ma che posso fare io. Trascinato dagli eventi, da quel destino in cui neppure credo. Come non vedere che il loro destino è già scritto.
Il prescelto di Groomanor ebbe un attimo di panico. Si sentì mancare e pensò che non c’era speranza. Poi la mano calda di Karina avvolse la sua e sentì un nuovo calore. Si ricordò che le cose non sono mai quelle che sembrano e che qualcosa che egli potesse giudicare con l’occhio di un elfo, nemmeno lontanamente all’altezza di una certa situazione, invece era in grado di essere anche molto più grande, seppur per la durata di un respiro. E gli uomini di Raerem dovevano riuscire proprio in quell’impresa. Un respiro in mezzo a due giorni.
La sua mano calda mi ricordò che una donna, che non ha la vita di un elfo, mi aveva dato tanto più di quanto non fosse mai riuscita neppure la spada. Raerem e il suo popolo potevano farcela.
«Noi saremo con voi e vi garantisco che dimostrerete a tutti e soprattutto a voi stessi che non valete meno di nessun altro popolo». Eoghan concluse, e un leggero applauso, nato da due o tre persone, si trasformò presto in un’ovazione. In quel momento Karina abbracciò Eoghan e gli sussurrò all’orecchio un ringraziamento.
«Sei stato bravissimo. Grazie di tutto. Ora sbrighiamoci, non c’è tempo da perdere».
Tags: capocatena, discorso, elfo, Eoghan, fuga, guerra, ibraham, janira, karina, racconto, Raerem, romanzo, Saifel, tod rivas Pubblicato in Breve come un Respiro, Racconti | 3 Commenti »
3 maggio 2010 - 8:45 by immortal_bard
Rimasi sorpreso nel vedere quanto differenti gli uomini possano essere nel corso delle loro brevi vite. Ciascuno ha il suo carattere e nessuno assomiglia ad altri. Spesso trascorrono attimi in cui non assomigliano neppure a se stessi, tanto le condizioni esterne li influenzano. Forse è per la sopravvivenza, forse solo una corsa a ottenere il massimo da quel poco che hanno. Saifel aveva ragione, sono rimasto affascinato da questa razza. Rimasi immobile nascosto dietro un palazzo a osservare la scena, pronto a proteggere la donna che mi aveva trattenuto tra quelle mura, ma tranquillo vedendo che una così fragile creatura fosse capace di mantenere il controllo della situazione. Lasciai che gli ambasciatori con i loro soldati uscissero dal palazzo. Kareen, quel farabutto, uscì dalle mura. Non gli staccai gli occhi di dosso, finché non fu lontano dalla mia vista. Udì i rappresentanti di Hanturiam annunciare al popolo la nostra vittoria. Erano scossi, forse ancora poco preparati alla libertà, e sicuramente terrorizzati all’annuncio che per la loro sicurezza dovevano raccogliere le loro cose e mandare le donne e i bambini nei rifugi sotterranei alle miniere. Anche se non lo vidi con certezza, sentì che Karina stava tremando e le lacrime erano pronte a sgorgargli dagli occhi. Non ebbi la forza di muovermi, di andarle incontro. Ero rapito da quel caos mentre nascosto dietro la parete di pietra mi sentivo io stesso un macigno.
Con passo indeciso e lento, Eoghan uscì sul vicolo e cominciò a dirigersi verso la strada principale dove Karina, insieme a Mauricius e Graegor stavano istruendo il popolo di Raerem sul da farsi, di fronte agli sguardi confusi di Ibraham e Zarghen.
Quella poca forza che avevo trovato per muovermi svanì subito quando vidi il dito del furibondo Magnanimo puntato contro di me. Urlava e a stento riuscivo a capire cosa stesse dicendo, ma la situazione mi fu subito chiara.
«Tua! Tutta colpa tua e dell’altro elfo! Maledetti. Io proteggevo questa città, io davo loro da vivere, io ero il loro magnanimo difensore e voi avete rovinato tutto. Ora verranno qui e ci raderanno al suolo. Uccideranno tutti, non lasceranno respirare nessuno, non avranno pietà! Moriremo tutti»
Nessuno dovrebbe imporre la guerra ai propri soldati. Nessuno dovrebbe coinvolgere in una guerra chi non vuole combattere ma questo era ciò che era successo a Raerem, città senza soldati, ora alla mercé di pazzi conquistatori. Ed era colpa mia.
«Eoghan… Eoghan!» Karina scosse l’elfo.
«Non badare a ciò che dice. Stai bene?» La donna si rese conto che l’elfo era confuso, forse stordito dalla folla in confusione. Gente a destra e a manca raccoglieva sacchi di frutta, teli e otri d’acqua e correva come se si aspettasse la tempesta più distruttiva mai udita nella storia di tutte le terre di Kalhun. I bambini piangevano sebbene non ne conoscessero la motivazione, le donne emettevano urla acute e concitate. Sembrava quasi che Raerem fosse già sotto assedio.
«Eoghan, dobbiamo fare qualcosa. Graegor e Mauricius stanno lasciando la città e hanno dato l’annuncio ufficiale che fino al loro ritorno la città sarà governata da me. Ho bisogno del tuo aiuto e di quello di Saifel». Eoghan inspirò profondamente e posò i suoi occhi su quelli della donna.
«Andiamo a liberare Saifel. Si trova nelle prigioni».
Mentre ci recavamo alla cella, sentivo la sua mano stringere la mia, nella corsa più disperata che avessi mai fatto. Non avevo idea di cosa avessimo potuto fare per salvare quel popolo e il senso di colpa mi divorava il cuore. Forse per ragioni diverse entrambi, sia io che Karina, speravamo in Saifel e nel suo conforto, come se avesse sempre la soluzione pronta da tirare fuori dalla sua borsa legata alla cintura.
La porta delle prigioni era semiaperta. I due entrarono ma Eoghan fece un cenno a Karina di aspettare. Eoghan si ricordò delle parole dell’elfo e trovando un attimo di lucidità si avvicinò all’elfo che era seduto su una panca. Saifel sorrise al compagno e si alzò in piedi.
«Avevi pianificato tutto?»
«No. Forse non ci crederai ma l’avevano fatto i cittadini, gli ambasciatori, Karina e i soldati. Tutti sapevano cosa andava fatto, ma gli serviva qualcuno che gli facesse credere che fosse stato qualcun altro. Poi ho solo sperato e pregato che andasse così. E finora, grazie agli Dei, tutto è andato come doveva».
«Non ti credo». Eoghan sorrise a Saifel.
«Invece è vero», il bardo guardò Karina per un istante. «Beh forse ho avuto qualche piccolo suggerimento che mi è giunto dal vento, ma niente che non potessimo fare anche da soli».
Il guerriero rimase perplesso. Saifel gli lanciò uno sguardo d’intesa. «Un giorno ti racconterò delle brezze che ogni tanto puoi udire dal vento. La sua voce, Voce del Vento, sa molte cose riguardo al destino». Con quelle parole enigmatiche, Saifel anticipò Eoghan e con rapidi movimenti delle dita aprì la cella e uscì.
«Non c’è tempo da perdere, dobbiamo preparare la città». Karina incitò gli elfi.
«Prepararla?»
«Abbiamo portato la libertà… ma anche la guerra. Tra sette giorni». Saifel sembrò rimanere impietrito di fronte alla rivelazione di Eoghan, ma intuì che non doveva mostrarsi tale.
«Non è un problema. Risolveremo anche questa situazione». Il bardo sorrise e diede una pacca alla spalla di Eoghan, poi passo vicino a Karina e la abbracciò. La contessa percepì il calore del ringraziamento che l’elfo le trasmise.
«Le prove che avevi con te erano convincenti no?»
«Si», Karina rispose dopo qualche esitazione. Ripensò alla rosa. «Come… come avete fatto?»
Saifel si voltò verso Eoghan che attendeva i due per uscire, poi sorrise alla donna.
«Come dicevo prima noi abbiamo solo finto di essere la causa di ciò che il popolo già sapeva di voler fare. L’intuito di Eoghan e un po’ di inchiostro elfico hanno fatto il resto». L’elfo si avviò verso l’uscita. Eoghan sorrise a Karina che lo guardava incredula.
«Non era la rosa…»
Eoghan passò a fianco a Karina, la cinse con il braccio e la accompagnò fuori. «No. Non era quella rosa».
Tags: elfo, Eoghan, fantasy, graegor, guerra, kareen, karina, mauricius, racconto, Raerem, romanzo, Saifel Pubblicato in Breve come un Respiro, Racconti | 3 Commenti »
28 aprile 2010 - 8:21 by immortal_bard
Sembra stupido morire senza che nessuno ti stia facendo realmente del male. In guerra una spada può trafiggerti, lacerarti cuore e polmoni. In miniera il tetto può seppellirti. La morte è sempre dietro ogni angolo, pronta a chiederti di andare con lei, e ogni volta che la sfiori cresci, senti delle emozioni forti e rivivi attimi della tua vita per i quali ti rendi conto che sia valsa la pena di averla vissuta. Forse è veramente molto stupido per un guerriero, un prescelto di Groomanor, lasciarsi cadere nel vuoto, appendendosi alla speranza che le parole di un altro elfo siano vere. Morire di mia spontanea volontà non è un gesto che fa onore al mio giuramento. Eppure ora cado, e a pochi metri dal suolo non è il mio giuramento che mi annebbia la vista, ma un bacio. Una donna. Quel sapore…
L’elfo precipitò rapidamente verso il basso, tra gli sguardi increduli dei soldati. Quelli a terra pensarono che gli uomini che avevano raggiunto l’elfo in alto nella torre lo avessero colpito, e questi pensarono lo stesso di quelli ai piedi dell’edificio.
***
«Non crederete a quello che ha detto quel maledetto elfo?»
«No, ma la contessa sta sostenendo che…»
«Non mi importa cosa sostiene la contessa Karina». Ibraham sbottò, con eccessiva autorità, tanto da infastidire gli sguardi di entrambi gli ambasciatori. Zarghen cercò di calmare il Magnanimo. Sapeva che comunque fossero andate le cose, sarebbe stato punito per aver portato la donna a quella cena in cui si sarebbe discusso, come tradizione, del patto di non belligeranza. Il comandante delle guardie di Raerem non avrebbe immaginato che ciò che secondo lui era un dono per il Magnanimo, cioè una traditrice da punire di fronte agli ambasciatori, si sarebbe trasformata in una nuova forza per le accuse mosse da Saifel.
Mauricius si alzò e assunse uno sguardo austero. Fece due passi lontano dal tavolo e poi si voltò verso Ibraham. Il suo momento di riflessione zittì tutti, come fossero in attesa della sua sentenza.
«Io voglio ascoltarla. Senza interruzioni. Non voglio sentire repliche fino a che la donna del regno mio nemico, non avrà terminato di spiegarci e dimostrarci che ciò che dice è vero, perché se così fosse, questa cena perderebbe ogni suo tradizionale significato».
Karina si scrollò di dosso le mani dei due soldati che l’avevano trascinata a forza in quella sala. Si sistemò il vestito e assunse uno sguardo serio e fisso sul Magnanimo. Poi si voltò verso il generale delle truppe di Hanturiam.
«Ciò che dice l’elfo è più vero di moltissime altre verità di cui avete discusso a questo tavolo. I signori qui presenti, anche gli ambasciatori dei due regni eternamente in lotta, Hanturiam e Leerat, sanno bene di cosa parlo. Vi nascondete tutti dietro a meccanismi che rifiutate voi stessi, bendandovi gli occhi riguardo a chi sia il vero vincitore di queste battaglie e chi sia a guadagnare da ogni vostra mossa. Raerem, in forza a questo patto, che doveva proteggerla e renderla libera, l’ha invece resa schiava di entrambi i regni. L’ha resa una fucina per le armi, prodotto con buon taglio o scarsa fattura a seconda di come la guerra dovesse essere bilanciata. Ha donato agli uni e agli altri cittadini, forestieri in fuga, trasformandoli in vostri soldati. Nella sua cecità, Raerem è divenuta una delle peggiori sorgenti di morte tra le vostre genti e le loro». Karina si avvicinò al tavolo.
Graegor e Makrausen si scambiarono delle occhiate. Entrambi sembrarono realizzare che non erano gli unici a stringere accordi con Ibraham. Il Magnanimo era sempre stato abile a coprire ogni sua mossa facendo credere a loro e al popolo che fosse fatta a fin di bene e solo per uno scopo. Kareen rimase a sguardo basso, come se aspettasse la fine di quel monologo mentre Mauricius rimase in piedi ad ascoltarla attentamente.
«La cosa peggiore è che ora che la guerra sembra finalmente volgere al termine, ora che le vostre forze si stanno indebolendo e uno dei due prevarrà sull’altro, Ibraham sta prendendo accordi per diventare un signorotto del regno vincitore, qualunque esso sia, vendendo Raerem a qualche generale bramoso di dominare come un tiranno su di una città». La contessa si placò un istante e guardò in silenzio tutti, incrociando gli sguardi a uno a uno.
«Devi darci delle prove di ciò che dici». Kareen sentenziò emergendo dal silenzio. Gli altri lo guardarono stupiti. Karina accennò un leggero sorriso e si diresse verso la porta. Zarghen si apprestò a seguirla ma Mauricius lo fermò.
«Se qualcuno segue quella donna e lei non torna con ciò che dice di possedere come prova in pochissimo tempo, considererò questa stessa una prova di verità di ciò che dice». Nessuno osò obiettare alle parole del generale di Hanturiam. Karina sorrise, fece un leggero inchino del capo e corse fuori dalla sala, verso la sua stanza nella torre.
La porta della stanza era chiusa. La donna sperò che fosse rimasta così da quando Zarghen l’aveva condotta fuori con la forza. Entrò piano e si guardò attorno. Tutto sembrava come l’aveva lasciato. Con una candela accese i lumini. Sentì il piede poggiare su qualcosa di melmoso. Era fango. Il cuore le batté forte nel petto. Qualcuno era entrato nella stanza e a giudicare dalle macchie di fango l’aveva fatto nel buio e di fretta. Karina corse alla porta e la chiuse a chiave. Aprì i cassetti, ne sollevò il doppio fondo e raccolse le lettere di Ibraham. Le abbracciò ringraziando gli Dei che non le avessero portate via. Inspirò, cercando di non pensare a cosa potesse essere successo poco prima nella stanza. Si avviò verso la porta ma il suo sguardo si fermò sul letto. Una rosa nera dai petali grandi era poggiata sulle lenzuola. Era bagnata e fredda, come se fosse stata immersa nella neve. Rimase a bocca aperta, incredula. La prese e la coprì con un panno, quindi uscì dalla stanza e con cautela si incamminò verso la sala dove Ibraham, Mauricius e gli altri la stavano aspettando. Karina non aveva la minima idea che se fosse entrata in quella stanza pochi minuti prima, si sarebbe trovata davanti due soldati ed Eoghan che fuggiva.
***
I due uomini ai piedi della torre si guardarono stupiti. L’elfo era svanito nel nulla. Erano sicuri di averlo visto cadere e a metà della torre, un lampo di luce abbagliante li aveva fatti voltare un istante e il fuggitivo era sparito. Gli altri due soldati che erano saliti fino alla stanza di Karina, uscirono dal portone ai piedi della torre e raggiunsero i due compagni. Si guardarono tutti stupiti e senza parole.
«Come hai fatto?»
«Non c’è molto tempo» Saifel si mosse agilmente sopra i rami dell’albero non troppo distante dalla parete della torre. «Tra poco cominceranno a cercarci di nuovo e io devo tornare nella torre».
I quattro soldati cominciarono a fare il giro della torre e appena furono giunti al lato lontano, Saifel ed Eoghan discesero agilmente e corsero a nascondersi nei vicoli dei palazzi vicini.
«Come diamine hai fatto?»
«Quando facevo il bardo alla corte degli elfi ho imparato anche i piccoli trucchi dei giocolieri», Saifel mostrò a Eoghan una sottilissima e quasi invisibile corda elastica da equilibrista e della polvere azzurra.
«E dove hai trovato questa roba?»
«Credi che quando sei venuto a trovarmi io fossi rimasto sempre nella mia cella? A proposito, mi ridaresti la mia borsa da cintura?»
Eoghan rimase allibito. Fermo e in silenzio guardò l’elfo correre verso le celle dove doveva tornare prima che qualcuno se ne accorgesse. Poi si scosse.
«E adesso? Cosa facciamo adesso?»
«Aspettiamo… ora è tutto nelle mani di Karina». Saifel svanì nel buio.
***
Il cuore di Karina batteva all’impazzata, al ritmo dei suoi frenetici passi. In un’altra occasione, come una cena formale, avrebbe ripassato le battute come un’attrice, ma questa volta era diverso. Non doveva solo recitare, bensì mostrare prove di un’accusa pesante, e sapeva che le sole lettere e la rosa non avrebbero convinto gli ambasciatori, ma sarebbe stata lei, con le sue parole, ad aprire gli occhi degli uomini in sala.
La contessa di Leerat giunse davanti alla porta. Sentiva il brusio concitato delle persone che discutevano sul da farsi. Origliò qualche istante. Udì che alcuni si comportavano come se avesse già dimostrato tutto ciò che aveva detto, altri invece sembravano confutare ogni prova, anche se ancora non era stata mostrata. Poggiò la mano sulla maniglia e la fece ruotare lentamente. Scese il silenzio. Aprì la porta ed entrò.
«Mia Signora, contessa Karina Vonof, attendiamo trepidanti le vostre prove». Mauricius la accolse con tono tranquillo che però celava nervosismo e un profondo senso attesa.
«Eccole qui». La donna non attese un istante di più. Estrasse e sventolò le lettere alzando il braccio. Camminò verso Ibraham, vicino al quale erano seduti sia Makrausen che Graegor, e poggiò alcune lettere e alcuni cartigli sul tavolo.
I due ambasciatori riconobbero immediatamente le lettere che dimostravano il commercio di armi fatto di gran segreto con Raerem, ma fecero finta di non sapere di che si trattasse. Quanto alle lettere, una la prese l’ambasciatore di Hanturiam, l’altra quello di Leerat. Erano lettere ufficiali, in realtà tentativi, in cui Ibraham chiedeva ufficialmente in sposa una contessa di Hanturiam. Il sigillo di Ibraham era inequivocabilmente posto sul bordo della carta.
«E… e… cosa c’è di male se mi sono innamorato?» Ibraham provò a giustificarsi. Il suo volto divenne bianco e il suo tono si abbassò come fosse terrorizzato.
«Nelle lettere lo spazio per il nome è vuoto. Non sapevi neppure a chi le avresti indirizzate».
«Menzogne». Il Magnanimo trovò la forza per rispondere all’insinuazione di Karina. «E comunque non c’è nulla di male nel pensare di chiedere in sposa una contessa. Bisogna prepararsi e questo è quello che ho fatto».
«Stavi preparandoti per chiedere in sposa una qualunque contessa del regno vincitore e questo è contro tutti i patti stretti nella storia di questi tre regni». Karina gli punto il dito contro. I due ambasciatori la fissarono.
«Non ci sono lettere per contesse di Leerat». La voce di Ibraham tornò a farsi minima.
«No. Non ce n’era bisogno. Avevate invitato me qui e mi avete dato questa», la donna estrasse la rosa nera dalla sacca e la poggiò con cura sopra il tavolo.
Un cupo vocio si spanse nella stanza. Il simbolo del casato del Magnanimo, sommo segno di legame verso chi deve regnare al suo fianco e dargli eredi, era stato donato a quella donna in gran segreto.
«Non hai nemmeno il coraggio di mantenere la tua parola». Karina si allontanò di un passo dal tavolo e rimase ben eretta sulla schiena, con atteggiamento fiero e sguardo severo.
«L’hai rubata… tu… tu l’hai rubata». Ibraham balbetto qualcosa. L’ira stava prendendo il sopravvento su tutte le altre sensazioni. Il viso pallido divenne rosso paonazzo.
«E voi volete ancora che questo truffatore vi usi per i suoi scopi? Volete ancora che mandi a morire gente e che lotti in ogni modo affinché questa guerra continui e lo faccia arricchire, indebolendovi e lasciandovi più fragili? Vi rendete conto di quale uomo avete davanti?»
Mauricius fissò le lettere, poi batté il pugno sul tavolo e tutti tacquero.
«E dunque cosa dovremmo fare? Annullare il patto e invadere le vostre terre?» La frase era volutamente provocatoria. Kareen rimase in silenzio con lo sguardo ancora basso.
«No», Karina rispose sicura. Su ciò che stava per dire non doveva recitare. «Dovete ridare a questi cittadini la libertà. Firmate il vostro patto, lasciate questa città che non vuole fare del male a nessuno, ma con il potere dei regni che governate, rovesciate dal trono questo tiranno e lasciate che sia il popolo a scegliere chi debba governare, mantenendo il suo pieno potere per il bene di tutti». Karina fisso gli ambasciatori, uno per volta, poi Kareen ma vide che il generale di Leerat le ricambiò lo sguardo, infine si volse verso Mauricius. «Troppa gente ha già sofferto per colpa di quello che il patto ha causato in mano a Ibraham».
«Ebbene firmeremo il patto». Graegor si intromise. Sembrò quasi voler vomitare parole che per anni gli erano rimaste in gola. «E invito anche l’ambasciatore Makrausen a fare lo stesso. E aggiungeremo delle postille. Hanturiam e Leerat firmano il patto non con il sovrano ma con il popolo, e tale patto sarà valido fintanto che sarà il popolo stesso, sovrano di Raerem attraverso le forme e le persone che reputeranno in grado di farlo per il bene di tutti».
Karina sorrise. Makrausen titubò un attimo, guardò Kareen, ancora serio e cupo, poi si volse verso Graegor e gli porse la mano. Tutto accadde proprio davanti a Ibraham che rimase allibito, sotto lo sguardo perso di Zarghen.
«No». Kareen si alzò, colpì il tavolo con un calcio e si mosse verso la porta con passo spedito e carico d’ira. «Raerem doveva essere mia». Il generale di Leerat sibilò, estrasse la spada e la puntò a distanza verso Ibraham. Nessuno trovò il coraggio di estrarre le armi e difendere Ibraham. «Tu la pagherai, fosse l’ultima cosa che farò. Prenderò i miei uomini, e invaderemo Raerem. Tra sette giorni mi prenderò ciò che è mio di diritto».
«Così romperai il patto». Makrausen provò a intervenire ma Kareen lo stroncò subito.
«Io e la mia unità non apparteniamo più a Leerat». Il generali si strappò dalla veste il simbolo del regno e si voltò per uscire.
«Se lo farai noi accorreremo in loro soccorso». Mauricius replicò facendo fermare Kareen sull’uscio. Graegor sentì le labbra tremargli. Nessuno li obbligava a difendere Raerem se non era Leerat ad attaccare e perdere l’unità principale dell’esercito gli avrebbe tolto ogni vantaggio nella guerra, considerando che Kareen e i suoi uomini avevano appena lasciato il regno.
Il generale delle truppe di leerat assunse un sorriso quasi diabolico. «Voi impiegate otto giorni a tornare a casa e a raggiungere Raerem con i soldati. In un giorno la città sarà già caduta. Saranno tutti miei servi, oppure saranno morti». Il generale di Leerat uscì facendo sbattere la porta dietro di sé.
Mauricius guardò Karina. La donna era visibilmente scossa. Non aveva previsto quel finale. Raerem si era liberata di un tiranno ma ora un nuovo pericolo, forse più grande, la minacciava.
Tags: Eoghan, fantasy, graegor, guerra, kareen, karina, Leerat, makrausen, mauricius, patto, racconto, Raerem, romanzo, rosa, Saifel Pubblicato in Breve come un Respiro, Racconti | 3 Commenti »
6 aprile 2010 - 7:13 by immortal_bard
Eoghan si nascose tra i vicoli, temendo che lo arrestassero come complice. Non era codardia, era strategia. In quella situazione avrebbe potuto fare poco altro e se avessero arrestato anche lui non avrebbero avuto altre possibilità. Sentì l’adrenalina salirgli in corpo come se fosse in mezzo alla battaglia. Attese allerta. Udì le guardie farsi largo tra il pubblico, le donne di Janira urlare in preda al panico e la gente mormorare. Si affacciò leggermente e vide Saifel, ancora immobile, quasi incredulo, che attendeva senza opporre resistenza che i soldati lo mettessero in catene. Il guerriero di Groomanor tornò a nascondersi e attese che il fracasso finisse.
Era scesa la sera ed Eoghan camminava nascosto all’ombra del cappuccio tra i pochi fiocchi di neve che avevano ripreso a coprire lievemente la strada. La sua attenzione fu attirata da un messaggero del palazzo reale che stava già affiggendo gli annunci che rivelavano ciò che già si aspettava. Anche lui era ricercato per essere complice del bardo nella sovversione del popolo e congiura contro il signore di Raerem. C’era indicata anche la data del giudizio dell’elfo che corrispondeva con l’ultimo giorno in cui gli ambasciatori sarebbero stati a Raerem e con la firma del rinnovo del patto di non belligeranza.
L’elfo si voltò e riprese a camminare in direzione delle prigioni. Si fermò a una distanza sufficiente da non essere notato dalle guardie e studiò la situazione. Normalmente non c’era particolare attenzione e le celle erano vuote, ma quella sera la porta era sorvegliata da tre soldati. Eoghan intuì che sarebbe stato necessario un diversivo per poter parlare con Saifel. Con passo sempre più veloce, ma mai troppo da destare sospetti, Eoghan corse in locanda. Janira e le sue donne erano state ritenute innocenti e sperava di trovarne almeno una. La fortuna lo accompagnò. Eoghan si avvicinò all’oste e chiese delle ragazze ed egli rispose che Janira era nella solita stanza. L’elfo si fiondò alla porta e bussò energicamente.
«Janira», la voce fu un sussurro in confronto ai colpi di pugno. La donna arrivò alla porta e la aprì mantenendo legata alla parete la piccola catena che bloccava la porta. Aveva gli occhi sporchi di trucco ed evidenti segni di pianto. Era spaventata e al tempo stesso preoccupata.
«Eoghan… il Magnanimo ti sta facendo cercare per tutta la città… dovresti scappare non restare qui». La donna rispose sorpresa, slacciò la catena e lo fece entrare, poi richiuse la porta dietro di sé.
«Come sta Saifel? Hai notizie? Non lo uccideranno vero?»
L’elfo cercò di calmare la donna ma con scarsi risultati. Le poggiò le mani sulle spalle e non le disse nulla. La donna scoppiò in lacrime e singhiozzò sul petto del guerriero. Eoghan rimase anche un po’ imbarazzato nel volerla interrompere e spiegarle che aveva bisogno del suo aiuto. La scosse e la allontanò leggermente da lui.
«Ho bisogno che tu faccia qualcosa…»
***
Eoghan si affacciò dal vicolo osservando le segrete. I soldati avevano ricevuto il cambio. Rimase ad attendere per un po’, incrociando le dita e sperando che il piano funzionasse. Non appena udì passi veloci avvicinarsi si nascose e protese l’orecchio. Uno dei soldati che aveva finito il turno era tornato di corsa dalla locanda dove erano soliti passare e lasciava echeggiare delle risate eccitate. Un leggero sorriso si allargò sulle labbra di Eoghan, uomini, pensò con leggero ma innegabile disprezzo. Quando si affacciò non c’era più nessuno di guardia davanti alla porta delle prigioni. Sapeva che nessuno di loro avrebbe rinunciato a vedere uno spogliarello di una donna bella e avvenente come Janira.
Il prescelto di Groomanor si avvicinò furtivamente alla porta. I suoi passi sembrarono scivolare sulla neve come un serpente nel sottobosco. Si assicurò che nessuno lo osservasse, quindi entrò nelle prigioni e richiuse la porta dietro di lui. Corse alla cella di Saifel e abbassò il cappuccio.
«Devo farti uscire di qui, abbiamo poco tempo». Eoghan spronò Saifel che rimase seduto in silenzio. «Forza sbrigati», insistette.
«Se volessi uscire di qui non avrei bisogno del tuo aiuto. Questa cella non è nemmeno lontanamente paragonabile a quelle dove sono abituato a stare». La voce di Saifel sembrò tranquilla.
Eoghan rallentò repentinamente i suoi movimenti e guardò attonito verso l’altro elfo.
«Che cosa fai? Sei forse impazzito? Dobbiamo andare via da qui, è finita. La neve ormai non fermerà il nostro passo, possiamo scappare e nessuno ci troverà. Torneremo alle terre degli elfi», Eoghan riprese a scuotere le sbarre.
«Non esiste terra degli elfi dove saremmo liberi dal fardello di cui ci siamo fatti carico. E se uscissi da qui tutto quello che ho fatto finora sarebbe vano. Invece tu devi portare a termine ciò che abbiamo cominciato, ma senza di me». Eoghan rimase immobile e in silenzio.
«Devi fare in modo che Karina porti le prove, che sia anche dopo la mia morte, perché per le leggi a cui Ibraham si appellerà sarà quella la mia sentenza». Saifel si avvicinò alle sbarre. «Devi fare esattamente ciò che ti dico».
«Dimmi almeno cosa hai in mente». Alla fine il guerriero cedette alle parole del bardo.
«No»
«Perché? Forse non ti fidi? Devi fidarti se vuoi che ti salvi». Eoghan lo incitò, ma Saifel rimase impassibile.
«Non è me che devi salvare».
Seguirono alcuni istanti di silenzio. Eoghan sapeva che lo spettacolo non sarebbe durato in eterno e che il tempo stava per finire, quindi si limitò ad annuire all’altro elfo e lo invitò a parlare.
«Proteggi Karina, dille di stare tranquilla e di prepararsi, la notte prima della mia condanna corri a recuperare la tua arma e porta con te la mia sacca, quella che ci hanno tolto quando siamo stati arrestati la prima volta ed aprila solo quando avrai ripreso la tua lama. Non fare deviazioni. Quando avrai tutto ciò che ti serve corri alla torre di Karina e al primo quarto d’ora del nuovo giorno, abbi fede e lasciati cadere». Saifel parlò spedito, come se sapesse che il tempo a loro disposzione stesse finendo, quindi indicò un baule in fondo al corridoio. «Aprilo. Dentro troverai quello che ci è stato tolto. Prendi tutto e sbrigati a uscire da qui».
Eoghan, incredulo, fece come gli aveva detto il bardo e uscì dalle prigioni, correndo dietro il vicolo e sentendo le voci soddisfatte dei soldati ritornare dalla locanda. Uno di loro sbeffeggiava apertamente Ibraham, lamentandosi allo stesso tempo di essere costretto a fare la guardia sotto la neve. Un altro diede una rapida occhiata e confermò agli altri soldati che dentro la prigione era tutto al suo posto. Il guerriero si domandò come avesse fatto il bardo a progettare tutto così dettagliatamente. Che abbia previsto che Karina non ce l’avrebbe fatta? Ma come poteva sapere dei soldati che stavano per arrivare? Non è possibile ma…
Ogni tanto abbiamo degli aiuti che, nella nostra inconsapevolezza, ci indicano a via giusta e ci danno qualche suggerimento, pensò Saifel come se avesse carpito la domanda del guerriero. L’elfo si avvicinò alla finestra della cella e guardò il cielo stellato e attese nuovamente il crepuscolo, e tornò ad ascoltare il vento che gli aveva portato la conoscenza.
Tags: elfo, Eoghan, ibraham, janira, karina, prigione, raccoto, Raerem, romanzo, spogliarello, vento, voce Pubblicato in Breve come un Respiro, Racconti | 4 Commenti »
28 febbraio 2010 - 7:52 by immortal_bard
Eoghan fremeva ma anche Saifel era nervoso. Entrambi aspettavano la fine del giorno per andare al tempio. Il bardo non sapeva ancora nulla di cosa avesse in mente Eoghan, sia perché non avevano avuto molto tempo per parlarne sia perché il guerriero continuava a ripetergli che non avrebbe potuto dirgli nulla di più di ciò che aveva già spiegato e che tutto il resto lo avrebbe saputo da Karina.
In fila alle paghe Eoghan si mise davanti a Saifel. Ricevuta la paga sentì qualcuno afferrargli il braccio. Era proprio il compagno elfo.
«Non correrei via stavolta». Saifel fissò Eoghan. Tod attirò nervosamente l’attenzione dell’elfo con un colpo di tosse. Il bardo si voltò e chiedendo scusa riscosse la sua paga.
I due elfi si avviarono verso il tempio con passo spedito. Eoghan ebbe un brivido quando poggiò il suo piede sulla soglia, temendo di non vedere Karina. I suoi occhi corsero rapidi attraverso le panche e videro vicino all’altare Padre Marion che con un sorriso divertito stava parlando con Karina. Sospirò.
«Karina», Eoghan si avvicinò cautamente. La donna si voltò e sorrise. Il sacerdote si allontanò accennando un gesto di cortese congedo.
«Quando sono entrato ho temuto che…»
«No», la donna fermò immediatamente Eoghan.
«Voi due dovete parlare», Eoghan sorrise alla donna e si fece da parte, avvicinandosi al sacerdote. Sia Saifel che Karina sentirono un po’ di imbarazzo. Si erano visti spesso ma non si erano mai parlati se non per salutarsi rapidamente mentre si incrociavano al tempio.
«Eoghan…» entrambi iniziarono a parlare. Saifel sorrise e le fece un cenno.
«Eoghan mi ha detto che può aiutarmi a fare una cosa molto importante. Suppongo che sia tu a poterci aiutare, giusto?»
«Credo che la cosa sia reciproca, a quanto mi ha spiegato». Saifel replicò con tono basso, quasi non si volesse far sentire neppure da padre Marion. L’imbarazzo tornò a dominare la situazione quando l’uno rimase in attesa che l’altra iniziasse a spiegare e viceversa.
«Eoghan mi ha detto che tu stai cercando di rovesciare Ibraham dal suo trono e dall’illecito potere che ha acquisito». Il bardo decise di rompere il ghiaccio. Karina sembrò subito più tranquilla.
«Si, e a me ha detto che mi avrebbe aiutato», abbassò lo sguardo. «Da sola non potrei farcela».
«Io lavoro ormai in miniera da diverso tempo e ho potuto vedere come vive la gente di Raerem. So che hanno bisogno di qualcuno che gli apra gli occhi e che li convinca a protestare contro Ibraham e il suo potere, ma non c’è nessuno che accetti la situazione o voglia unirsi a me in questa causa. Sembra che abbiano delle bende davanti agli occhi e non si rendano conto della gravità della situazione».
«Questo è vero, anche io l’ho notato». Karina annuì. «Tuttavia io ho prove del fatto che Ibraham non solo ha reso tutti questi cittadini dei fedeli sudditi che lavorano solo per lui, ma vuole anche approfittare del suo potere per ottenerne ancora di più al termine della guerra, sposandosi al vincitore e guadagnando quanto più possibile dalla guerra stessa». Karina iniziò a spiegare.
«Contrabbando di armi?»
«Si, come lo sai?»
«In miniera non tutti stanno in un angolo a lavorare senza farsi domande». Saifel accennò un sorriso.
«Ibraham vende armi a entrambi gli schieramenti, rifornendo le legioni maggiormente in difficoltà con i mezzi migliori e i prezzi più bassi. Non si può dire che controlli la guerra ma ha un’influenza notevole su di essa. Tutto il denaro di questo commercio nero ovviamente entra nelle sue tasche. Sono in pochi a palazzo a sapere questo, ma con i giusti modi e i giusti agganci sono riuscita a venirne a conoscenza». La contessa di Leerat fece una pausa, ma quando vide che Saifel attendeva ancora altri dettagli continuò.
«C’è di più. Ho le prove che Ibraham voglia chiedere in sposa una contessa sia di Hanturiam che di Leerat, e allo stesso modo abbia promesso il regno di Raerem al comandante dell’esercito che vincerà. Insomma vuole assicurarsi un futuro in ricchezza e ancora maggior potere al termine della guerra».
«Ignobile», Saifel non trovò altre parole. Immaginava che ci fossero degli affari marci a Raerem ma non poteva neppure sognarsi quello che gli stava raccontando la donna.
«E cosa possiamo fare insieme?»
«Io non posso andare più avanti di così. Se anche soltanto mi permettessi di accusare Ibraham, pur avendo prove tangibili ma senza un adeguato supporto, potrei essere bandita dal mio regno, arrestata e non so cos’altro».
«E io ho bisogno che la gente apra gli occhi». Un profondo silenzio di riflessione scese tra i due e lasciò che la voce di padre Marion invadesse il tempio.
«Ho un’idea». Saifel si illuminò. «Hai detto di avere delle prove di quello che è successo e di avere bisogno di supporto. Quello del popolo sarebbe sufficiente?»
«Immagino di si», Karina rispose titubante.
«Organizzeremo uno spettacolo in piazza, posso contare sull’appoggio di un’artista e della sua compagnia. Racconteremo tutta la verità attraverso poesie e recite e quando l’attenzione di tutti sarà al massimo porteremo alla vista le prove e tu potrai essere testimone e muovere ufficialmente le tue accuse contro Ibraham». Il bardo cominciava già a immaginarsi lo spettacolo mentre proponeva l’idea.
Karina rimase perplessa un attimo, poi anche lei si illuminò. «Farlo adesso sarebbe da stolti e potremmo perdere il supporto del popolo prima che si renda utile». Il bardo perse per un attimo il sorriso.
«Parlerò io con Ibraham e lo organizzeremo la prossima decade, quando gli ambasciatori di Hanturiam e Leerat arriveranno qui per il rinnovo di primavera del patto di non belligeranza». Al termine della frase della donna Saifel sentì l’eccitazione risalirgli lungo la schiena.
«Gli ambasciatori?» Il bardo sembrò preoccupato. «Questo significa che…» si interruppe. Karina lo guardò cercando di capire cosa lo turbasse. Saifel guardò indietro verso Eoghan, ancora intento a parlare con il sacerdote.
«Non avremo altro tempo dopo la visita degli ambasciatori. La neve che occlude i passaggi è ormai quasi sciolta e le vie sono praticabili. Quando arriveranno noi verremo giudicati e al loro ritorno gli ambasciatori manderanno qualcuno dei nostri regni a prenderci». Saifel abbassò lo sguardo, ma solo per un attimo. «Non dobbiamo perdere tempo. Ti prego, mostrami le prove di cui parlavi».
Karina estrasse da una tasca dei fogli di carta. «Li terrò io. Li porterò allo spettacolo».
Saifel rimase allibito. Erano due lettere, una indirizzata a una contessa di Hanturiam, con tanto di proposta di matrimonio e di quanto le avrebbe portato in dono, l’altra era identica ma indirizzata alla stessa Karina. Entrambe le lettere erano accartocciate ma soltanto quella diretta ad Hanturiam aveva il sigillo di Ibraham. L’ultimo pezzo di carta era invece una lettera di ringraziamento del comandante di una delle unità del regno di Hanturiam, per le ottime armi arrivate con anticipo e a un ottimo prezzo. Karina arrotolò immediatamente le lettere dopo averle fatte leggere a Saifel, e le conservò.
«Come le hai avute?»
«Un amico me le ha procurate direttamente dalle stanze di Ibraham».
«Ma la lettera rivolta a te non ha prove, come farai a dimostrare tutto?»
«Il regno di Leerat ha un simbolo. Una rosa nera che non muore mai. Ibraham dovrà donarla solo alla donna che intenderà sposare affinché ella la dia al primogenito come segno di passaggio del regno». Karina parlò con tono grave. «Non sarà facile ma confido nella persona che conosce i corridoi del palazzo meglio di chiunque altro».
«Dunque durante la visita degli ambasciatori, dopo la firma del rinnovo del patto, faremo lo spettacolo e tutto il possibile per alimentare la sommossa, tu testimonierai e accuserai pubblicamente Ibraham e gli ambasciatori sapranno la verità». Saifel concluse.
«E il popolo di Raerem sarà ancora protetto dalla guerra ma libero di scegliersi un governo che gli dia la libertà e la dignità di una vita normale». Karina completò a sua volta le parole del bardo.
«Sono molto contento che Eoghan ci abbia fatto incontrare. Confesso che non me lo sarei mai aspettato». Saifel sorrise guardando indietro verso Eoghan.
«Neppure io», Karina sembrò allontanare un pizzico di tristezza, come se avesse pensato a un momento particolarmente poco piacevole.
«Bene, non perdiamo altro tempo. Mi metterò subito a lavoro non appena arrivo in locanda». Saifel smorzò il disagio della donna e la incitò a pensare a ciò che dovevano preparare. «Ci vedremo di nuovo qui, domani e ancora dopo domani per organizzare tutto, va bene?»
«Si», annuì con sicurezza e con il sorriso. Saifel si fece da parte. Ormai la conversazione era finita e aveva intuito che la donna volesse salutare Eoghan e il sacerdote.
Karina si avvicinò al guerriero e gli poggiò una mano sulla spalla. Eoghan smise di parlare con il sacerdote e la guardò incapace di dire nulla. Il suo sguardo era incomprensibile. Si alzò sulle punte e lo baciò sulla guancia.
«Grazie. A domani, qui al tempio». La donna prese congedo.
Eoghan rimase immobile a fissarla mentre usciva dal tempio. Dopo qualche istante volse il suo sguardo verso Saifel, che nel frattempo si era avvicinato, e non disse nulla ma si limitò a notare il sorriso soddisfatto del bardo.
«Ora inizia lo spettacolo».
Tags: congiura, elfo, Eoghan, Hanturiam, ibraham, karina, Leerat, marion, padre, racconto, Raerem, romanzo, sacerdote, Saifel, spettacolo, tempio Pubblicato in Breve come un Respiro, Racconti | 3 Commenti »
18 febbraio 2010 - 18:52 by immortal_bard
La sera sembrò farsi aspettare. Il continuo pensiero che assillava la mente di Eoghan pareva rallentare il tempo. Sentì il dolore alle dita che stringevano il piccone farsi più acuto. Alzò lo sguardo e lo diresse verso Saifel. Il bardo era immerso nel lavoro come se volesse far passare la giornata il più in fretta possibile. Gocce di sudore gli colavano dalla fronte a dispetto dell’aria gelida che penetrava nei cunicoli della miniera.
«Il giorno non corre più in fretta se ti affanni tanto»
«Ma se non lo faccio sembrerà addirittura il contrario». Il bardo replicò come se avesse letto i pensieri del guerriero al suo fianco.
Come se l’avessero spronato, il suono della campana che segnava il termine dell’ora di lavoro e la chiamata alle paghe, rimbombò seguito dai sospiri affaticati e alleggeriti dei minatori.
«Spero che tu abbia ragione». Saifel si avvicinò a Eoghan.
«Su cosa?»
«Riguardo stasera». Il bardo smise la veste da lavoro e la arrotolò, mettendosi in fila come ogni sera.
«Non lo so, ma lo spero».
Saifel rimase un po’ perplesso da quell’affermazione. Cominciò a pensare a chi potesse essere la persona di cui Eoghan gli aveva accennato e di cui non aveva voluto chiedere fino a quel momento. Quasi meccanicamente riscosse il suo salario e iniziò a dirigersi verso il tempio. Dopo pochi passi si scosse e si voltò indietro cercando Eoghan.
«Scusami, stavo già andando verso il tempio… dove siamo diretti?»
Nell’istante stesso in cui il bardo stava concludendo la domanda si rese conto di chi potesse essere la persona. Eoghan accennò un sorriso e annuì. «Andiamo al tempio».
I due elfi attraversarono la soglia. Il tempio era silenzioso. Lo sguardo di Eoghan corse veloce da un lato all’altro ma Karina non c’era. Saifel attese qualche istante, poi andò verso il sacerdote. Il guerriero osservò il bardo parlare con l’anziano. Dopo qualche minuto lo vide tornare indietro un po’ preoccupato.
«Dice che oggi è venuta presto. Era turbata e…» Saifel si interruppe. Eoghan lo guardò come se volesse strappargli le parole di bocca ma al tempo stesso non volesse sentire ciò che si aspettava.
«Partirà domani». Il bardo concluse la frase.
Eoghan si sentì spezzato. Un brivido gli percorse la schiena e la saliva gli sembrò un sasso mentre deglutiva. Il suo sguardo rimase fisso nel vuoto e gli passò davanti l’immagine delle passeggiate con lei, dei suoi sorrisi e infine del suo sguardo, bello come la prima volta che lo aveva incrociato.
Senza dire una parola, l’elfo balzò fuori sulla strada e si mise a correre. Saifel cercò di inseguirlo e lo chiamò ma senza successo. Eoghan ignorò i fiocchi di neve che ancora, nonostante l’inverno fosse finito, continuavano a cadere sulla terra di Raerem. Giunse davanti al palazzo reale e vide la finestra della stanza di Karina, all’ultimo piano di una torre non troppo alta, dalla quale più volte la donna lo aveva salutato. Senza indugiare troppo, Eoghan si guardò attorno per accertarsi che non ci fossero soldati nei paraggi, quindi si lanciò all’arrampicata. Era una scalata molto dura ma sentiva di dovercela fare. Il ghiaccio rendeva la parete ancora più scivolosa. Aveva raggiunto quasi la metà dell’altezza quando una voce smorzata dal vento lo distrasse. E cadde.
***
«Ma cosa ti è saltato in mente?»
Eoghan riprese lentamente i sensi. La vista leggermente appannata e il buio non gli permettevano di distinguere i dettagli. Quando riuscì a mettere a fuoco rimase sorpreso.
«Potevi farti veramente male… se non ci fosse stata la neve…»
«La neve non è poi così morbida come sembra». L’elfo sorrise mentre cercava di alzarsi da terra, aiutato dalle braccia di Karina, avvolta in un mantello nero.
Non appena si mise in piedi, i due si spostarono dietro le mura del castello, nascosti nel buio.
«Allora? Perché l’hai fatto?»
«Sono andato al tempio… e tu non c’eri…» Eoghan abbassò lo sguardo. Sentì il cuore sbalzargli fuori dal petto. Erano sensazioni che non aveva mai provato ma avevano qualcosa in comune con ciò che aveva provato durante il suo giuramento a Groomanor, eppure non avrebbe saputo come descriverle.
«Saifel ha parlato con padre Marion… gli ha detto che saresti partita e io non potevo…»
«Non potevi?» Karina assunse un tono serio ma quasi indecifrabile.
«Non potevo lasciarti andare via così».
Attimi di silenzio invasero l’ombra dove i due si stavano nascondendo. Eoghan inspirò profondamente e sperò di non spezzare quel momento con quello che stava per dirle.
«Io posso aiutarti a portare avanti ciò che stai facendo… se me lo permetterai». Le parole del guerriero suonarono a metà tra una supplica e una nobile richiesta.
«Si, lo voglio». Karina parlò dopo qualche attimo di esitazione. Eoghan colse quanto di più ci fosse in quelle parole e sentì il brivido di freddo farsi quasi una fiamma rovente. Non sentì più il ghiaccio che gli bagnava la schiena e si avvicinò alla donna. Ella non si tirò indietro.
Karina chiuse gli occhi mentre le sue mani incontravano quelle di Eoghan. L’elfo la sfiorò e si avvicinò a lei. Le loro labbra si socchiusero e si avvicinarono lentamente.
«Da questa parte. Provenivano da lì i rumori». I due aprirono gli occhi e tornarono alla realtà. Karina spronò Eoghan a fuggire.
«Vai via»
«Domani al tempio», sussurrò l’elfo.
Karina annuì, e mentre Eoghan spariva nelle ombre, si preparò a rispondere alle guardie che ormai erano abituate a trovarla nelle situazioni meno convenzionali. E la tenda della sua stanza si mosse, coprendo gli occhi di un osservatore curioso.
Tags: elfo, Eoghan, fantasy, karina, marion, miniera, racconto, Raerem, romanzo, Saifel Pubblicato in Breve come un Respiro, Racconti | 2 Commenti »
5 febbraio 2010 - 7:14 by immortal_bard
Eoghan aprì gli occhi. Era ancora un’altra mattina, come tante. Innalzò silenziosamente un inno a Groomanor, poi si alzò in piedi. Doveva andare a lavorare ma in quelle settimane qualcosa era cambiato. Il lavoro era quasi piacevole perché gli permetteva di veder fuggire la giornata come se non esistesse null’altro che quei pochi istanti la sera in cui andava al tempio con Saifel, e mentre il compagno era fermo a pregare, accompagnava Karina verso casa. Ormai aveva ammesso che era cambiato in tutto quel tempo a Raerem.
L’inverno non accennava a passare e prometteva di dilungarsi ben oltre i normali giorni freddi. Come ogni anno gli oracoli avevano indovinato le previsioni e sulle loro parole si erano basati innumerevoli piani di commercio. Il bardò guardò il guerriero mentre si vestiva.
«Ti stai innamorando di lei»
«No». Rispose secco e con imbarazzo.
«La mia non era una domanda». Saifel usava spesso quell’affermazione quando voleva mettere in imbarazzo il suo interlocutore ed era sicuro di avere ragione.
«Va bene… lo ammetto. C’è qualcosa di lei che mi attrae. Ma ciò non vuole dire che mi stia innamorando». Eoghan parlò come se volesse giustificarsi. Saifel sorrise e scosse la testa.
«Bene. Non voglio offendere la tua sensibilità, ma noto che ti sei ammorbidito molto da quando la accompagni tutte le sere. Ho ragione di pensare che magari un giorno non vorrai più andartene». Saifel proseguì a provocarlo.
«No, è soltanto una donna». Il tono di Eoghan tornò serio e rude. Saifel capì che era il momento di smetterla. «Piuttosto tu», il guerriero fece una pausa. «Ho notato che anche tu ti stai dando da fare. Con la danzatrice che non è più andata via a riunirsi con le sue amiche. C’è qualcosa anche tra voi». Eoghan fu quasi tagliente.
«C’è molto di più di quello che credi». Saifel si alzò e divenne serio.
«Ecco, lo sapevo che…»
«No». Il bardo fu brusco. «Non è quello che pensi tu. Janira e io stiamo collaborando. Penso sia giunto il momento anche di rendertene partecipe». Eoghan si fermò. «Oggi andrò a parlare con Tod Capocatena. Gli chiederò di fermare tutti i lavori e di venire con me a protestare davanti al palazzo di Ibraham».
«Cosa?» Eoghan rimase esterrefatto.
«Hai capito benissimo. Qui tutti vivono in una schiavitù invisibile… neppure tanto. Sanno ciò che Ibraham vuole che sappiano, fanno ciò che Ibraham vuole che facciano. Producono materiale e armi, producono ricchezza eppure sono tutti sempre poveri. Ci sono delle gerarchie quasi invisibili che incatenano la gente a dei ruoli da cui non possono uscire e chi se ne rende conto è costretto a negoziare con ciò che di più caro gli resta. La vita o la propria dignità. Credi che sia giusto?» Saifel urlò sottovoce, dimostrando dei sentimenti verso Raerem che fino a quel momento non erano mai usciti.
«Sapevo che… avevamo parlato… ma…» Eoghan rimase senza parole. Dentro di sé anche lui aveva notato quelle cose di Raerem, forse non a fondo come Saifel, però alle parole del compagno si sentì stringere il cuore, rendendosi conto che stava ignorando quei principi su cui si fondavano le comunità elfiche e che, seppur non condividesse appieno, secondo il volere degli Dei erano concesse anche a tutti gli altri esseri viventi. Ripensò in silenzio alle parole di Saifel. Agli uomini di Raerem era stata effettivamente creata una prigione attorno.
Non sono elfi, dannazione, non sono obbligato a lottare per loro, pensò con poca convinzione. Uno strano senso di colpa lo afflisse. Lo sguardo di Saifel sembrava penetrarlo e voler tirare fuori da lui la nobiltà delle antiche alleanze. Poi, il prescelto di Groomanor si trovò a pensare a Karina. Lei non è di Raerem, può andare via quando vuole. Ma quei pensieri lo portarono a immaginare tutti i possibili disastri che potessero coinvolgere la donna. Più volte infatti Karina aveva manifestato il suo interesse e il suo impegno verso Raerem ed Eoghan non poté non tenerlo in considerazione.
«E cosa hai intenzione di fare? Cosa c’entra questo con la donna che frequenti?»
«Janira e le sue compagne erano state inviate da Ibraham. Sono tutte prigioniere nel suo palazzo e obbligate a essere le sue danzatrici personali. Erano state inviate da noi per sedurci, legarci a questa terra e renderci schiavi longevi dell’impero di Raerem».
«Impero?»
«Ibraham e i suoi scagnozzi lo chiamano così». Saifel si avvicinò ad Eoghan e gli poggiò una mano sulla spalla. «Janira mi ha riferito delle cose… alcune delle intenzioni e dei piani di Ibraham… sono solo voci e lei non ha modo di provare nulla, però io le credo… e abbiamo l’evidenza davanti agli occhi. Il popolo è troppo cieco perché se ne accorga. Hanno bisogno di qualcosa che faccia rumore… non il grido di uno o due».
«E per questo vuoi coinvolgere tutta la miniera».
«Si». Il silenzio scese nella stanza, poi i due elfi si incamminarono. «Andiamo. Ogni minuto è prezioso».
***
«Dove vai?»
«Ho visto una persona. Ti raggiungo subito». Eoghan rallentò e lasciò che Saifel si allontanasse. Il bardo scosse il capo, guardò nella direzione in cui si stava muovendo il compagno ma non vide nulla, quindi si diresse verso la miniera con passo più lento. Eoghan sparì in un vicoletto.
«Buongiorno»
«Per gli Dei!» Karina sussultò, voltandosi di scatto. «Non… non ti avevo visto».
«Perdonami. Ti ho vista qui, ferma e ho pensato che potessi avere bisogno di aiuto». Eoghan sorrise alla donna come faceva ogni sera che l’accompagnava a casa.
«Io… in effetti». Il tono della donna era un po’ turbato.
«Mia luce, eccomi qui». Un uomo apparve da dietro la parete dove Eoghan e Karina stavano parlando. Dapprima accennò a scappare, poi sembrò riconoscere l’elfo e si fermò. Assunse uno sguardo serio, quasi irato. Distese il braccio e le porse un ferma pergamene, un anello largo che aveva incisi i blasoni di Raerem.
«Mia luce?»
«Un elfo…» i due rimasero colpiti dalla presenza l’uno dell’altro.
«Vi prego», Karina cercò di intervenire, comprendendo la situazione.
«Devo tornare a palazzo». Le parole di Iamal furono quasi velenose. Si allontanò senza dire nulla, soltanto con un gesto galante della mano e un inchino, rivolti alla donna. Eoghan e Karina rimasero soli.
«Chi era?» Il tono dell’elfo fu più duro di quanto non volesse.
«Un servitore»
«Che ti chiama “mia luce”?» La voce di Eoghan scemò quasi in un sussurro.
«Sta solo cercando di aiutarmi a scoprire cosa succede qui a Raerem». Karina fissò Eoghan che di rimase perplesso. L’elfo stava ripensando a quello che gli aveva detto Saifel e sperò che lei non stesse facendo lo stesso. Si sentì come se fosse la danzatrice di Karina, quello che Janira era per Saifel, almeno a parer suo.
«Ho delle prove… ho degli elementi, ma a palazzo da sola io non posso», le parole le morirono in gola. Lo sguardo di Eoghan fu talmente glaciale da farle capire che non aveva voglia delle sue spiegazioni.
«Eoghan ti giuro che…»
«No. Tu non sai neppure cosa sia un giuramento. Non sono un oggetto… non mi faccio usare». Eoghan fu molto brusco.
Lo sguardo di Karina si tramutò. Smise di essere implorante e si riempì di rabbia. Delle lacrime le scesero dagli occhi, ma Eoghan aveva già voltato lo sguardo. Karina, la contessa di Leerat deglutì e inspirò, sentendo i singhiozzi quasi bucarle il petto prepotentemente.
Eoghan aspettò di sentirsi pugnalare con mille parole. Sperò con tutto il suo cuore che la donna gliene dicesse qualcuna, che lo insultasse, che lo cacciasse. Si sentiva ignobile ma al tempo stesso profondamente offeso. Illuso ma al tempo stesso vile. Una frase di Karina avrebbe rotto il silenzio teso che si era venuto a formare. Sentì il coraggio mancargli per tutto quel lungo attimo di silenzio. Percepì l’amaro odore della sconfitta in battaglia, permearlo come se fosse stato in guerra. Si voltò, riprendendo coscienza dei suoi sensi, ma Karina non era più lì. La donna stava già camminando lontano da lui. Si sentì morire.
***
«Cosa vuol dire che non mi aiuterai? Tod… noi siamo solo in due e tu stesso hai riconosciuto il problema».
«I miei genitori hanno lavorato per tutta la vita a queste miniere. Mi spettavano di diritto. Ho lottato per tenerle vive, ho lottato perché queste potessero cambiare la vita ai miei figli. C’ero quasi riuscito una volta, ma è stata tutta un’illusione. Si è vero ciò che dici, questo è successo tutto con Ibraham, ma ho lottato tutta una vita senza successo e sono arrivato alla mia età senza più nessuna speranza. Pensi che adesso io mi metta a rischiare la mia vita, quella dei minatori, il nostro lavoro e le poche e ultime speranze che abbiamo per andare a urlare due insulti al sovrano che con un cenno della mano ci può distruggere tutti?»
Saifel rimase ammutolito di fronte al monologo di Capocatena.
«Te la do io la risposta. No.» Tod Rivas fu secco. «Non posso permetterlo. Non posso più guadagnare più di quello che perderei. I miei genitori sono morti in questa miniera, per la gloria della vecchia Raerem, e io non disonorerò la loro morte in uno stupido corteo». Il capo dei minatori si sedette nuovamente sulla sedia alla scrivania del piccolo ufficio appena fuori dalle miniere, e chinò lo sguardo.
«E che ne è stato del giuramento di cui parlano tutti in miniera, quello secondo cui tu avresti dato la vita per riavere la vecchia Raerem?»
«Fuori!»
Saifel sentì in quell’urlo lo stesso terrore che aveva provato la prima volta che aveva visto Tod, ai piedi del palazzo reale. Uscì di gran fretta avvolto in un senso di frustrazione. Si trovò davanti Eoghan. Anche l’altro elfo aveva uno sguardo poco sereno.
«Hai…»
«Sentito tutto», completò la frase Eoghan. Saifel abbassò lo sguardo.
«Forse mi sono illuso di potercela fare, ma qui il sistema marcio si è radicato fin troppo in profondità. La gente non solo è cieca, ma chi ha gli occhi per vedere ha paura e rifiuta di emergere dall’oscurità». Saifel guardò Eoghan mentre assumeva una strana espressione.
«Andiamo a lavorare. Stasera parleremo con una persona che potrà aiutarci». Eoghan diede una pacca sulla spalla a Saifel, poi entrò in miniera. Se vorrà ancora ascoltarmi, pensò tra sé. Karina.
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16 gennaio 2010 - 1:09 by immortal_bard
«Nonostante il freddo, vi piace far tardi la sera, mia signora Karina». Zarghen sbucò dall’ombra della porta che la donna aveva appena chiuso.
Karina sobbalzò, appoggiando le spalle al muro e portandosi istintivamente una mano al petto. Si avvicinò alla luce di un lucernario appeso alla parete del corridoio e sorrise facendo un inchino.
«Adempio solo ai doveri del culto a cui credo, e non c’è ora migliore della notte per pregare all’altare di Kyrion, comandante Zarghen. Noto che invece a voi piace apparire all’improvviso alle donne che sono ospiti di questo palazzo». Le ultime parole della donna risuonarono di una leggera ironia.
«Le donne della corte di Leerat sono molto coraggiose a quanto vedo. Girano la notte senza temere nulla. Non penserei mai che la mia presenza, seppur improvvisa, possa spaventarvi». Zarghen si mostrò sicuro e sorridente.
«Mi è stato riferito che Raerem è una delle città più sicure delle terre del nord. In alcuni luoghi si dice addirittura che si potrebbero mandare i bambini a giocare da soli al chiaro di luna. Ma ciò non significa che io abbia più coraggio di qualsiasi altra donna di qualunque altro regno».
Le lusinghe velate della donna sembrarono spostare l’attenzione del comandante della guardia di Raerem su altri argomenti. Zarghen rimase in silenzio per qualche istante, poi fece un passo verso la luce. Karina indietreggiò impercettibilmente.
«Vi auguro una buona notte, mia signora». L’inchino fu elegante e aggraziato. Zarghen svanì senza aggiungere altro lasciando la donna da sola.
La contessa di Leerat attese qualche istante, fintanto che i passi del comandante della guardia cittadina di Raerem non si fossero tramutati in un leggerissimo suono, poi si mosse verso le scale, raggiunse la sua stanza e si chiuse dentro. Si accorse che il cuore le batteva nel petto come se avesse visto un drago. Corse alla finestra e osservò la luna. Dall’alto della torre che la ospitava all’interno del palazzo reale di Raerem, Karina ebbe modo di rilassarsi dalla tensione della giornata e dall’ultimo incontro. Si lasciò sprofondare nel morbido materasso di piume e ancora vestita chiuse gli occhi. Le sue labbra si allargarono in un sorriso che sorpresero persino se stessa. L’emozione e l’euforia per essere riuscita a rispondere con calma a Zarghen la stava sollevando, ma si rese conto che il sorriso era dovuto più al pensiero dell’incontro precedente al suo ritorno al palazzo: senza volerlo stava pensando all’elfo. Rimase con gli occhi chiusi per qualche istante, poi li aprì, si spogliò rapidamente e si infilò sotto le coperte. E la notte la avvolse.
***
Le palpebre si aprirono nel buio. Aveva chiuso la finestra e coperto ogni spiraglio con le tende. Il buio lo aiutava a rilassarsi e a abbandonarsi nel vuoto mentale. Eoghan percepì che era giunto il mattino e che il suo riposo era terminato. Si alzò con un movimento perfettamente coordinato, come se si fosse alzato dalle brande dell’esercito. Abitudine, pensò tra sé con un accenno di rammarico. Scostò lentamente le tende lasciando che la luce filtrasse. La sua vista sensibile si inondò immediatamente dei colori della stanza. Aprì la finestra e lasciò che l’aria entrasse. D’improvviso sentì un tuffo al cuore, si nascose dietro l’anta della finestra appena aperta e inspirò profondamente. Rimase stupito di aver fatto quel gesto. Scosse la testa e si affacciò lentamente, sbirciando dall’alto della stanza al primo piano della locanda, verso la strada. La donna che ogni giorno incontrava era lì, vicino al mercato, accompagnata da due soldati e sorridente stava acquistando della frutta fresca. I suoi capelli neri, avvolti in un velo, risaltavano nel bianco della neve ancora fresca della notte. La ragazza si voltò nella sua direzione, ma non lo notò. Sebbene il gelo raggiungesse ancora con facilità le ossa, il sole risplendeva nel cielo del mattino.
Eoghan scosse di nuovo la testa e si avvicinò alla porta. Ascoltò con attenzione che non ci fossero rumori sospetti e la aprì con cautela. Nessuno girava per il corridoio. Il silenzio della stanza si rompeva non appena l’elfo puntava l’orecchio verso le scale che conducevano alla sala comune. Con passo discreto, Eoghan si diresse verso il piano inferiore.
«Buongiorno». Saifel alzò la mano e salutò con un sorriso luminoso. Al suo tavolo era seduta anche la donna con cui Eoghan l’aveva visto parlare la sera precedente. Si avvicinò al tavolo.
«Immagino che tu ti sia divertito questa notte». Nelle parole del guerriero c’era un velato sarcasmo e un meno velato senso di sdegno.
«Suvvia, non è certo divertimento come lo intendi tu. Non offendere questa donna prima di averci parlato. Ti assicuro che ha tante cose interessanti da dire. Stanotte abbiamo avuto una lunga conversazione». Saifel sfiorò la mano della ragazza la quale accennò un sorriso imbarazzato.
«Adesso si dice “lunga conversazione”? Non so perché ma da un certo punto di vista quasi me l’aspettavo». Eoghan si allontanò dal tavolo e andò verso l’oste. «Una tazza di latte e un po’ di pane, per favore», si sedette al bancone e poi si voltò. «Dobbiamo andare alla miniera. Ancora qualche minuto e saremo in ritardo».
Saifel si alzò e accompagnò la donna verso il bancone, affiancandosi a Eoghan. «Questa è Janira, una donna simpatica e di classe. Una vera artista e non c’è nulla di male nel stringere qualche amicizia». Il bardo cercò di sedare le sensazioni sgradevoli che trasudavano dal compagno.
«Va bene, piacere». Eoghan fece un rapido cenno e si concentrò sulla sua colazione. Si rese conto che a dargli fastidio non era tanto il fatto che Saifel si fosse, ai suoi occhi, lasciato andare con una donna, ma quanto che questo gli riportasse alla mente la sera prima e l’immagine di quella donna che gli stava sempre di più catturando i pensieri. Chi erano quei soldati? Perché era scortata? Eoghan si trovò sovrappensiero in pochi istanti, finché Saifel non lo scosse.
«Eoghan. Sbrigati a finire, altrimenti arriveremo davvero in ritardo».
Janira non era più con loro e lo sguardo di Saifel era diverso. Eoghan sentì nel calore della mano del bardo che gli si poggiava sulla spalla, una strana energia, come un calore che lo calmò e lo riportò alla realtà. Ingurgitò rapidamente l’ultimo pezzo di pane che gli era rimasto, buttò giù la mezza tazza di latte, si asciugò la bocca con il dorso della mano e si avviò verso l’uscita. Saifel fece un cenno di intesa all’oste, quindi seguì il compagno.
***
«Sei davvero intenzionato a giacere con quella donna?»
«No». La risposta di Saifel giunse a mala pena all’orecchio di Eoghan, tra una picconata e l’altra.
«Allora perché le hai dato corda? Ho sentito che avete dormito insieme ieri. Eravate a meno di due stanze dalla nostra. Non dirmi che non hai interesse in lei». Eoghan fece una brevissima pausa anche per rifiatare.
«Janira è un’artista, ed è anche molto brava. Le sue donne sono tutte tornate ai loro alloggi e lei si è trattenuta a raccontarmi un po’ delle loro esperienze e qualcosa dei loro spettacoli». Saifel aveva imparato a parlare senza commettere troppi errori e senza fare pause, così da non creare lamentele da parte di Capo catena o dei suoi sottoposti. «Non c’è niente tra me e lei. Ci siamo solo fatti quattro chiacchiere».
«Solo un’amica dunque». Eoghan vagliò quell’ipotesi come se volesse convincersi che un elfo poteva essere amico di una donna senza alcun problema. «Solo un’amica» ripeté.
La giornata si prolungò più del solito in miniera. Il canarino di Tod Rivas era morto. In molti dicevano che lo tenesse in miniera come allarme in caso di esalazioni pericolose, tuttavia spesso pareva che l’animale fosse particolarmente caro a Capo catena. L’uccellino era morto di vecchiaia e per il gelo prima di entrare in miniera e Tod aveva fatto iniziare i lavori della giornata con due ore di ritardo per trovare un rimpiazzo. La velocità e la rudezza con cui l’uomo aveva sostituito l’animale sembrava confutare l’idea che avesse sentimenti verso di lui, tuttavia il suo silenzio e gli ordini urlati con rabbia parevano confermarla. Quello che tutti compresero fu che sarebbero usciti con il buio quel giorno e nessuno avrebbe fatto eccezione.
I due elfi andarono a riscuotere la loro paga giornaliera. Furono gli unici a notare nel buio che gli occhi di Tod erano lucidi. Il gelo, l’umidità o forse ancora il pensiero per Picky, il canarino. Nessuno di due osò fiatare. Presero i soldi e come ogni sera si recarono alla locanda, passando prima per il tempio.
Eoghan camminava davanti a Saifel, come se avesse fretta. In cuor suo sentiva una strana sensazione, come se volesse incontrare la donna della notte passata e contemporaneamente desiderasse che fosse già andata via dal tempio. Saifel lo seguì al passo spedito.
Il bardo teneva lo sguardo basso e il capo avvolto nel cappuccio per difendersi dal freddo e per poco non travolse il guerriero che si era fermato repentinamente. La donna stava uscendo dal tempio e i due si erano trovati faccia a faccia proprio sulla soglia dell’ingresso del tempio.
«Pensavo che non venissi oggi, Eoghan di Radebaran». Le parole della donna lo lasciarono basito. Non solo si ricordava il suo nome, ma era stata addirittura lei a rivolgergli la parola per prima.
Saifel indietreggiò e si tolse il cappuccio. Si accorse di chi aveva davanti, sorrise, fece un piccolo inchino, salutò brevemente e passò oltre, entrando nel tempio e lasciando Eoghan solo con la donna.
«Non so ancora il tuo nome». L’elfo si spostò di un passo, lasciandole lo spazio nel caso fosse voluta uscire.
«Karina», disse solamente.
I loro occhi si incrociarono e si scrutarono nel profondo. Per entrambi la situazione era un misto di imbarazzo e strana eccitazione. Era come se tutto quell’incontrarsi e ignorarsi, il gioco di sguardi che si era venuto a creare e il mistero che li avvolgeva, avesse creato un qualche tipo di legame che entrambi sentivano di voler seguire.
«Non sei una contadina, vero?» Il tono di Eoghan rimase gentile, pacato e attento che nessuno udisse.
«No, vengo da Leerat e sono in visita qui da qualche mese».
«Anche io sono qui da poco più di un mese». Eoghan non finì la frase.
«Lo so», Karina lo interruppe, «me lo hai detto la scorsa sera».
Eoghan rimase in silenzio per qualche istante. Non sapeva cosa dire e il vortice di imbarazzo e paura di dire qualcosa di sbagliato non lo aiutava. Dal canto suo, Karina, non sembrava essere molto propositiva sebbene sembrasse gradire la compagnia dell’elfo.
«Sto andando», esitò un attimo, «nelle mie stanze». Seguì una piccola pausa. «Mi accompagneresti?»
Eoghan sembrò illuminarsi in volto e cercare le parole giuste per rispondere, ma Karina lo interruppe ancora una volta. «Oh, scusami, non dovrei allontanarti dalla tua preghiera quotidiana. Fa come se non avessi detto nulla». La donna accennò ad allontanarsi ma Eoghan la fermò alzando i palmi delle mani. Sentì un brivido lungo la schiena nel fare quel gesto ma cercò un po’ di audacia.
«Nessun problema. Kyrion non si turberà se ritardo le mie invocazioni per accompagnarti e proteggerti fino alla tua destinazione». Il sorriso gentile e sincero che seguì la risposta dell’elfo trasparì più dagli occhi che dalla bocca. Karina lo ricambiò e gli fece un cenno perché le facesse strada.
Eoghan ignorò la locanda quando ci passarono davanti. Karina domandò e ascoltò. Il suo interesse ricadde particolarmente sulla storia che aveva il guerriero condotto a Raerem. Non disse nulla di sé. Eoghan invece raccontò della guerra, dell’incontro con Saifel, della prigionia e del lavoro in miniera. In pochissimo si trovarono di fronte al palazzo dove Eoghan aveva avuto il suo incontro con Ibraham. Rimase turbato per un attimo.
«Grazie davvero per la tua compagnia. Come ti ho detto non sono di questa città e sono solo in visita. Mi ha fatto molto piacere parlare con te», esitò ancora una volta, poi completò la frase facendo arrossire l’elfo sotto il cappuccio. «Finalmente».
«Potrei accompagnarti tutte le sere se lo desideri. Anche se quando tu esci dal tempio io non ho ancora avuto modo di togliermi la sporcizia della miniera di dosso».
«Sarebbe magnifico». Karina rispose con più entusiasmo di quanto non ne volesse dimostrare.
«Allora a domani», si affrettò ad aggiungere, poi si diresse verso una piccola porta alla base di una torre.
Eoghan la osservò estrarre una catenella con legata una chiave da una tasca della sua veste, aprire la porta e richiuderla lentamente dietro di sé. Rimase immobile per qualche momento. Poi si rese conto che tutto sommato non aveva saputo praticamente nulla di lei e che aveva parlato per tutto il tragitto. Che stupido! L’avrò annoiata… mi ha detto quelle cose solo per cortesia, pensò. Si voltò e si avviò verso il tempio. Era sicuro che avrebbe incontrato Saifel a metà strada. Appena due passi dopo essersi incamminato, il suo turbamento si perse in un pensiero molto più positivo: aveva parlato liberamente e si era fidato di una donna. Anche Eoghan, infine, accennò un sorriso. E alle spalle dell’elfo, dietro gli spessi vetri di una finestra alta nella torre, una tenda ondeggiò, priva di ogni sorriso dietro di essa.
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23 dicembre 2009 - 13:48 by immortal_bard
I giorni trascorrevano inizialmente lenti, poi sempre più veloci. Con il passare del tempo la dimestichezza con le nuove armi migliorava e mattine, pomeriggi, sere e notti sembravano non bastare mai. Eoghan si stava preparando per il giorno del giuramento. Sarebbe trascorso un mese da quando aveva ricevuto l’iniziazione a Prescelto di Groomanor, la Notte dell’ultima Luna. Le armi che il Maestro della Luna gli aveva consegnato quella sera, lo avrebbero accompagnato fino al giorno del giuramento ai dogmi di Groomanor e per tutto il resto della sua vita.
Eoghan strinse il piccone, rendendosi conto che in qualche modo, i giorni in miniera avevano un sapore molto simile, eppure completamente diverso. Non trascorreva giorno senza pensare all’arma persa ai piedi della montagna, probabilmente sepolta sotto cumuli di neve nella migliore delle ipotesi, e a quella riposta negli armadi delle baracche dei soldati. La Piccola e il Forte erano come sorelle, persone di cui fidarsi. Erano la sua anima. Eppure, scavando nella pietra, giorno dopo giorno, l’elfo si rese conto di provare una stanchezza fisica molto vicina a quella degli allenamenti. Mancava l’adrenalina del combattimento ma il tempo volava e il lavoro diventava, come l’allenamento, sempre più facile da affrontare.
«Sembrano tutti alienati. Non credi?»
Saifel riportò Eoghan alla realtà per un istante. Il guerriero si guardò attorno e si limitò ad annuire, poi tornò a cacciare via la pietra per facilitare l’estrazione dei minerali. Un pensiero gli balenò nella mente e in un istante intuì cosa Saifel volesse dire. Il lavoro gli stava distaccando la mente e lo stava rinchiudendo nei suoi pensieri.
«C’è qualcosa di strano, vero?»
«Si». Saifel si limitò a sussurrare la risposta e proseguì nel suo lavoro. Il bardo continuò a guardarsi attorno per qualche istante, poi si immerse anche lui nelle sue riflessioni.
La notte in locanda era diventata anche per i due elfi il consueto momento per rilassarsi oltre che un obbligo per non dormire in mezzo a una strada. Dopo l’esibizione della prima sera, Saifel ed Eoghan erano stati accettati da quasi tutti, e chi non li vedeva ancora di buon occhio, si limitava a ignorarli. Kurt e i suoi uomini li facevano sedere sempre più spesso al loro tavolo ma le conversazioni non erano più scese nei dettagli raggiunti nell’euforia della prima sera. Ogni tanto qualcuno si apriva di più e raccontava parte della sua storia al bardo, cosicché potesse ricamarci sopra qualche racconto, ma il nano continuava a essere riservato. Quasi ogni giorno, prima di andare a bere qualcosa di caldo, Saifel faceva tappa al tempio di Kyrion, per rivolgere una preghiera o un canto agli Dei, ed Eoghan, come al solito, lo aspettava sulla soglia, non curante delle intemperie. Spesso i due elfi incontrarono la stessa donna che avevano visto la prima volta che erano entrati nel tempio. Raramente scambiarono con lei qualche parola. Allo stesso modo, padre Marion, accoglieva i due elfi ma aveva sempre ben poco da raccontare oltre quello che aveva già detto, tuttavia Saifel trovava sempre nuovi particolari interessanti sulla gente del luogo e sulla storia della città di Raerem.
Raerem, un tempo chiamata il Regno di Raerem, era ben più di una città. Le sue mura si innalzavano almeno quanto quelle delle linee di confine di Hanturiam e le sue torri non avevano nulla da invidiare a quelle del regno vicino di Leerat. Un esercito di almeno diecimila soldati difendeva i cittadini e il re, Raem X, decimo della generazione da cui la città stessa aveva preso il nome. La storia, non più vecchia di cento anni, raccontava che Raerem fosse un regno invidiato da tutti per quanto fosse rigoglioso e bene organizzato. La sua ricchezza si basava sulla capacità dei regnanti a mantenere ottimi rapporti commerciali con le città vicine, e sulla grande forza di volontà che tutti i cittadini avevano nel collaborare al benessere di tutti. Ognuno lavorava non solo per sé, ma anche per gli altri. Raerem era diventata quasi una leggenda tra le bocche degli abitanti delle terre del nord.
Alla morte di Raem X, un velo di sconforto coprì la famiglia reale. Egli infatti era morto senza discendenza. La moglie sterile non aveva potuto dargli figli e tutti i discendenti nella sua linea di sangue erano morti per malattie o spesso in circostanze misteriose. In molti mormoravano riguardo a cospirazioni per rovesciare il casato dal trono, ma nessuno poteva immaginare che quello fosse solo l’inizio di della fine del regno di Raerem. Non essendoci più nessuno in grado di sostenere i complessi rapporti diplomatici intessuti dai Raem, nacquero dissidi politici tra vari regni e il crescendo del malcontento coinvolse Raerem nelle delicate questioni tra i regni di Hanturiam e Leerat. La guerra si spostò sulle città e i villaggi del regno e pian piano i soldati caddero e la forza del popolò scemò.
Agli occhi del popolo, la morte del regno fu talmente lenta che quasi neppure ci fecero caso. In cento anni il regno divenne una semplice città. Le mura e ogni costruzione superflua furono abbattute e la sua dimensione si ridusse di oltre dieci volte. In molti fuggirono dalla città e in molti vi si rifugiarono.
La guerra stava distruggendo tutto. All’improvviso giunse dal nulla un ricco signore, divenuto proprietario di varie terre, di cui nessuno sapeva nulla. Pareva provenisse da un regno a nord, e che il suo casato fosse vagabondo. Era Jonas Gaerlem. Questi si presentò al consiglio di Raerem, cioè coloro che avevano avuto il coraggio ti tentare di prendere le redini del regno, affermando di avere il potere di far finire la guerra. E ci riuscì. Nessuno seppe come ma egli portò con sé un foglio che rappresentava un patto di non belligeranza, in cui né Hanturiam né Leerat avrebbero attaccato quella città fintanto che Raerem non avesse avuto un esercito vero e non avesse disturbato o favorito nessuna delle due. Rapidamente l’uomo che aveva portato la pace si trasformò in un idolo e ben presto divenne quasi il nuovo signore di Raerem. Fu soprannominato il Magnanimo. Jonas aveva riportato regole e ordine, ma soprattutto aveva riportato la pace. La sua politica era spesso dura ma efficace. E con il suo governo tutti parvero tacere e dimenticare il passato. Il suo tempo durò venti lunghi anni, in cui la gente di Raerem si rinchiuse all’intero nelle basse mura di quello che restava del quartiere interno del regno. Quando Jonas morì, lo scettro, il regno e anche il nome passarono al figlio: Ibraham.
«Il Magnanimo, come lo chiamano…», Saifel si avvicinò a Eoghan dopo aver preso congedo dal sacerdote. «Non so perché ma sono convinto che nasconda qualcosa. Sono cambiate molte cose da quando è morto suo padre, eppure la gente è ancora narcotizzata dalla calma apparente che ricopre questa città».
Eoghan rimase immobile. Fissava l’altare e le panche poco lontane da esso. Saifel lo osservò e seguì il suo sguardo. Raggiunse ciò che il guerriero stava guardando. Era ancora quella donna.
«Subisci il suo fascino?»
«No, io…», Eoghan si scosse sorpreso.
«Mi stavi ascoltando?»
«Si». Il guerriero accennò una risposta poco sicura. Saifel rimase in silenzio qualche istante, guardò indietro verso la donna che parlava con il sacerdote, poi tornò a guardare l’amico.
«E cosa ne pensi?»
«Scusami, hai ragione. Non ti stavo ascoltando». Eoghan divenne serio. Assunse un’espressione quasi offesa. Era come se Saifel l’avesse ferito cogliendolo in un momento di vulnerabilità. L’elfo uscì dal tempio e si appoggiò con le spalle al muro. Saifel lo seguì.
«Dovresti parlarle qualche sera. Ho visto come la guardi e riconosco quando qualcuno, soprattutto un elfo, subisce il fascino di una donna umana. Lo so bene». Saifel parve ricordare qualcosa che gli era accaduto in passato e abbassò lo sguardo.
«Forse dovrei ma…», Eoghan si interruppe, rendendosi conto che stava di nuovo diventando vulnerabile. «Smettila». Il tono del prescelto di Groomanor divenne più alto e aggressivo di quanto volesse. Saifel indietreggiò sorpreso.
«Siamo qui da quasi un mese. Al massimo tra altri due la neve sarà sciolta e alla fine verremo sottoposti a giudizio dai nostri rispettivi regni. Considerati i tuoi progressi, il tempo non è moltissimo. Ma alla fine tu sei un elfo, non un umano». Il bardo lanciò quella provocazione al compagno e si diresse senza aspettare verso la locanda.
Eoghan subì quella frase come un pugno allo stomaco. Non poteva accettare di essere coinvolto in qualche modo da una donna, umana, che neppure conosceva. Non riusciva ad accettare che c’era in lei qualcosa che lo rapiva. Non era in grado di sopportare di essere in qualche modo attratto da lei.
Saifel era già lontano quando Eoghan fu di nuovo scosso dai suoi pensieri. «Se non ti sbrighi berrà anche le tue birre, mio signore». La donna velata di un pesante manto bianco, si rivolse a Eoghan.
L’elfo rimase sorpreso e senza parole. Era una situazione che trovò imbarazzante per più di un motivo. Eoghan aveva visto più volte la donna, anche con il viso scoperto, ma sempre da lontano e non ne aveva colto molti particolari. In quel momento incrociò il suo sguardo che spiccava sotto il cappuccio e sopra il velo che le riparava la bocca e le narici. I suoi occhi neri e profondi, circondati dalla pelle candida, lo rapirono. Sentì quasi girargli la testa. Aprì le labbra ma non riuscì a parlare. La donna sorrise e, seppure fosse coperta dal velo, l’elfo riuscì a percepirlo. Quando trovò il coraggio per parlare, si accorse che la donna si stava già allontanando a passo celere per fuggire dalla neve.
«Sono Eoghan, dei boschi di Radebaran…» sussurrò. Un fiocco di neve gli si posò sulle labbra ed Eoghan sentì quel caldo e gelido bacio di ghiaccio fargli battere il cuore nel petto come mai gli era successo. Scosse il capo e corse dietro all’elfo, senza più guardare indietro verso la donna.
«Perché non entri mai nel tempio?» Saifel parve non voler più tornare sull’argomento che aveva quasi offeso il compagno elfo.
«Io… a volte penso di non credere nell’aiuto degli Dei». Eoghan parlò liberamente, come se l’incontro ravvicinato con la donna al tempio lo avesse sconvolto al punto che non aveva più difese.
«Perché?»
«Perché in più occasioni gli Dei non ci hanno aiutato». Eoghan rispose con un filo di rabbia nella voce.
«Che aiuto ti saresti aspettato?»
«Quando ho avuto bisogno degli Dei tutti, essi non sono accorsi. Io credo solo in Groomanor, il signore che protegge gli elfi in battaglia. Solo lui mi da vera forza e mi fa vincere i combattimenti». Eoghan divenne man mano più sicuro mentre parlava del suo Dio.
«Davvero credi che sia solo la sua volontà e non la tua fede? Davvero credi che l’aiuto degli Dei debba essere così evidente e così fuori dalle parti?», lo sguardo di Saifel si fece curioso e serio al tempo stesso.
«Dov’erano gli Dei mentre gli uomini bramavano alle spalle del nostro pacifico bosco? Dov’erano gli Dei mentre uno assetato di potere rubava con l’inganno il consenso di alcuni elfi? Dove, quando le spade degli uomini hanno trafitto alle spalle il mio popolo?»
Saifel percepì tutto l’odio e lo sconforto dell’elfo che in poche frasi stava ricordando i terribili momenti che lo avevano strappato alla sua vecchia vita.
«Dov’è la loro pietà per la gente che soffre?» Eoghan si quietò, in attesa di una risposta.
«Non lo so, ma alla mia mente non è dato di comprendere a pieno i disegni. Ciò che so è che esiste il libero arbitrio e che la mia preghiera non è una domanda, o una richiesta. La mia preghiera mi da la forza di fare ciò che è bene per me e per gli altri». Saifel si fermò un istante. «Perché vedi il male e dai la colpa agli Dei, vedi il bene e lo dai per scontato, assegnandone il merito alle azioni degli elfi o della natura stessa?»
Eoghan titubò e lentamente cambiò espressione.
«Il bene non esiste senza il male» finì Saifel. L’elfo si fermò un istante. Eoghan fece solo un passo in più e rimase di spalle ad attendere che il bardo lo raggiungesse.
«E questa città? Qui sembra non esistere né il bene né il male. Eppure percepisco che questa gente avrebbe bisogno di aiuto perché priva di ciò che tanto osanni come libero arbitrio». Eoghan provocò il bardo.
«E pensi che gli Dei non abbiano nulla in mente?»
«Non dovrebbero forse intervenire, secondo quello che dici, e salvare questa gente dall’oblio ridandogli la libertà?»
Saifel sorrise, ripensò a ciò che lo aveva turbato durante la giornata di lavoro e guardò verso Eoghan, ricominciando a camminare e superando nuovamente il compagno elfo. Eoghan rimase ancora una volta colpito e scosso dalla risposta dell’elfo: «E chi ti dice che non siamo noi, ciò che gli Dei hanno pensato per Raerem?»
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9 novembre 2009 - 7:30 by immortal_bard
«Alle volte mi sembra che scenda sulla terra come se volesse coprire le malefatte degli uomini». Eoghan aprì la mano e lasciò che la neve gli si posasse sul palmo. Alzò lo sguardo e inspirò profondamente, come se fosse stato anni nelle prigioni di Raerem.
Saifel lo osservò immobile. Poco dopo, lo sguardo dell’elfo si posò sul soldato che li stava aspettando vicino a una piccola carrozza ferma sul viale da cui era stata spalata via la neve.
«Ha ragione».
«Cosa?» Eoghan si voltò verso Saifel, lasciando cadere la neve dalla mano e riportando lo sguardo sulla realtà.
«Non andremmo lontano anche se tentassimo di scappare. La neve scende lenta ma inesorabilmente ha occluso i passi e i valichi attraverso le montagne. Non saremmo in grado di muoverci velocemente senza l’attrezzatura adatta e loro ci raggiungerebbero subito». Il bardo fece una pausa. «Oppure moriremmo prima di fame e di freddo».
«Non ho intenzione di scappare», Eoghan si avvicinò all’elfo e gli mise una mano sulla spalla. «Lo dicevo solo per vedere che reazione avrebbe avuto il soldato. Non mi farà male stare per un po’ lontano dalla battaglia che nel frattempo si sarà fermata ugualmente». Saifel incrociò il sorriso del guerriero di Groomanor.
«E poi non me ne andrei senza prima avere finito con te», concluse.
«Sarà meglio andare», aggiunse Saifel.
I due elfi raggiunsero con passo tranquillo la carrozza. Il soldato li fece entrare con poca cortesia e chiuse la portiera, poi salì e si accomodò al posto di guida dietro i cavalli.
Lo sguardo dell’uomo vagava di tanto in tanto verso la piccola apertura che lo separava dai due prigionieri. Sebbene fossero disarmati erano comunque due soldati e gli ordini di Ibraham erano stati precisi: “trattateli come se fossero dei normali cittadini”, dunque niente catene né altri tipi di precauzioni. La tanto ostentata sicurezza si trasformò lentamente in un leggero nervosismo.
Saifel ed Eoghan rimasero in silenzio a osservare la città di Raerem dai finestrini della carrozza. Era una città abbastanza piccola da far sì che gli spostamenti al suo interno fossero comodi, ma abbastanza grande affinché ogni abitante avesse i suoi spazi per lavorare e vivere. Le case non erano particolarmente appariscenti, anzi piuttosto modeste se paragonate a quelle delle città da cui il bardo e il guerriero provenivano, Hanturiam e Leerat. Per le vie c’era poca gente, per lo più ragazzini e donne. Pochi uomini erano in giro ed erano tutti indaffarati a trasportare cose, chi cibo, chi metallo e legno. Un odore acre e pungente sembrava permeare l’aria, come se in tutta la città ci fossero rovi e ferro fuso.
La carrozza varcò una linea di mura interne, più basse e decisamente poco funzionali per difendere da un assalto. Erano più una demarcazione di un confine tra la città alta e la città bassa. Da quel momento gli elfi cominciarono a vedere più soldati e case più grandi. Poche donne e nessun uomo che lavorava come nelle piazze attraversate poco prima. Al termine della strada completamente sgombra dalla neve e ricoperta per lunghi tratti da sale grosso, si ergeva un palazzo che stonava con il resto delle costruzioni in quanto a sfarzo e dimensioni.
Con un rumore secco, le ruote di legno del carro si fermarono, facendo sobbalzare i due passeggeri. Erano proprio davanti a uno degli ingressi del palazzo. Quando il soldato saltò giù dalla carrozza, il suo peso fece schizzare la neve da ogni parte. Legò le briglie dei cavalli a un palo, lasciando poca corda, aprì la portiera e si diresse verso una porta chiusa, ignorando i due elfi.
Saifel uscì per primo e subito si avvicinò a uno dei cavalli. Era esausto e pativa un po’ il freddo. Lo accarezzo sul collo, poi sciolse il nodo della corda per dare più spazio ai movimenti degli animali. Il soldato lo guardò assottigliando gli occhi.
Eoghan uscì dalla carrozza, rimanendo sospeso sul gradino e osservando dall’alto tutta la zona circostante. Poi balzò con agilità sul viale e si avviò verso il soldato che li stava aspettando. Con un cenno del capo e un leggero fischio, attirò l’attenzione del bardo che, dopo aver dato un’ultima carezza al cavallo, si diresse a sua volta verso l’ingresso del palazzo.
Prima che i due lo raggiungessero, il soldato entrò e svanì nel corridoio. Saifel ed Eoghan si inoltrarono nel palazzo e seguirono i passi svelti dell’uomo che con sicurezza si stava dirigendo verso delle sale interne. In ogni angolo del corridoio, seppure fosse un semplice ingresso, ci sarebbe stato spazio per allestire una fiera, e arazzi, dipinti e finimenti in oro e argento ornavano tetto, mura e pavimenti. Dopo le innumerevoli svolte nel labirintico corridoio, si trovarono in un corridoio principale, ancora più sfarzoso dei precedenti. In fondo a esso, pareva aspettarli un uomo che vestiva armatura rifinita con intarsi e pietre preziose, coperto da un mantello più pregiato di quello del soldato. Nel braccio destro era appoggiato un elmo in cui era incastonato un rubino al quale erano legate due piume azzurre di una specie probabilmente rarissima di uccello. Dal fianco spiccava la lucente elsa di una spada lunga e affilata, talmente brillante da sembrare nuova, mai sfoderata.
«Comandante Zarghen, ecco i due prigionieri».
«Sono ospiti, non prigionieri». Zarghen corresse il soldato con tono gentile e con un sorriso. Il soldato abbassò lo sguardo più per trattenere una sottile rabbia che per umiltà. Senza degnare di uno sguardo i due elfi, il soldato si allontanò.
Zarghen abbassò lo sguardo e vide gli stivali bagnati dei due elfi, poi alzò lo sguardo e li fissò negli occhi. Ci furono alcuni attimi di silenzio. Saifel era incuriosito, Eoghan impaziente di finire quella che riteneva essere una farsa.
«Quando entrate, cercate di non calpestare i tappeti. Il meno costoso probabilmente vale più di quanto mai guadagnerete come soldati». L’uomo assunse un tono quasi di stizza, irrigidendo gli zigomi duri e fissando gli elfi dall’alto verso il basso.
Il comandante della milizia di Raerem, Zarghen, era un uomo alto e robusto, dai lineamenti scolpiti come quelli di una statua. I capelli brizzolati erano sempre rasati alla perfezione come la barba. Si diceva che fosse preciso con la spada quanto lo fosse con il rasoio, eppure nessuno degli abitanti di Raerem o dei soldati aveva mai combattuto al suo fianco.
«Faremo attenzione», disse Saifel accennando un sorriso.
«Come avete detto di chiamarvi?»
«Non l’abbiamo detto», si intromise Eoghan con tono duro. La risposta dell’elfo ruppe quel poco di gentilezza che era emersa nelle parole dell’uomo di Raerem.
«Saifel, musico del regno di Hanturiam, ed Eoghan». Il guerriero sarebbe voluto intervenire, urlare “prescelto di Groomanor dei boschi di Radebaran”, ma il bardo lo intuì e si affrettò a concludere mettendo subito a tacere il compagno. «Eoghan, soldato del regno di Leerat».
Senza aggiungere altro, Zarghen aprì le porte spingendo con entrambe le mani ed entrò nella stanza. Preparata come per una riunione tra nobili, la sala era addobbata con poltrone e tappeti. Le finestre grandi lasciavano entrare molta luce, tuttavia candele e incensi erano accesi e rendevano l’atmosfera più esotica. Al centro della sala era posizionato un trono il legno massiccio e decorato con pitture pregiate e artistiche che lo rendevano più prezioso dell’oro stesso con cui era stato pagato. Seduto sul trono un uomo non molto alto, robusto e con pochi capelli sulla testa, guardava con un largo sorriso i due elfi. Il suo volto emanava un’aura di autorevolezza nonostante non fosse il volto tipico di un re.
«Benvenuti, vi stavo aspettando». Zarghen fece entrare i due elfi, chiuse la porta, li raggiunse e li fece fermare a qualche metro da Ibraham. Con passi cadenzati si avvicinò al sovrano e gli sussurrò i loro nomi all’orecchio, poi si discostò rimanendogli comunque poco più vicino degli altri quattro soldati che attorniavano il trono.
Eoghan si guardò attorno. Oltre alle guardie del corpo di Ibraham c’erano altri dodici soldati sparsi vicino alle mura della stanza, armati di picche e scudo e con la spada nel fodero. Il pensiero di uccidere Ibraham, rubare un’arma a uno dei soldati e fuggire gli sfiorò la mente e lo congelò per un attimo. Saifel si rese conto che l’altro elfo era sovrappensiero e gli diede uno scossone.
Sono un guerriero, non un assassino. Affronterò tutto a testa alta… anche se sono uomini. Eoghan lasciò che i pensieri violenti gli scivolassero addosso e svanissero nel nulla.
«Miei cari Saifel ed Eoghan. E così appartenete ai due regni che da tempo si combattono e si contendono tante terre». Eoghan ebbe un sussulto.
«Silenzio», intimò Zarghen. Ibraham gli mise una mano sulla spalla e fece un passo avanti scendendo dal trono. Sul pavimento sembrava ancora più basso.
«Non trattarli male. Sono miei ospiti dopo tutto». Il Magnanimo, come si faceva chiamare, sorrise prima a Zarghen e poi di nuovo ai due elfi.
«Si, Hanturiam e Leerat si contendono molte terre, probabilmente anche terre che non avete mai visto o sentito, ma non la mia». Ibraham si fece serio mentre pronunciava quell’ultima frase. I due elfi rimasero in silenzio.
«Come penso che vi avranno già spiegato alcuni dei miei soldati, avete violato un patto di non belligeranza sancito diversi anni or sono tra Raerem e i vostri due regni. Penso che in questo caso le vostre leggi prevedano la pena capitale, tuttavia non sono io che dovrò giudicarvi». Il sorriso tornò sulle labbra del sovrano. «Non per niente mi chiamano il Magnanimo, colui che è sopra le parti. Sfortunatamente, o forse fortunatamente, le condizioni meteorologiche avverse non ci permetteranno di invitare qui due rappresentanti che in vece dei vostri sovrani possano decidere cosa farne di voi. L’inverno è stato puntualissimo ed è probabile che la situazione non cambi per i prossimi due o tre mesi». Ibraham cominciò a camminare avanti e indietro come se ragionasse e stesse pensando a come risolvere la situazione. Portò lo sguardo prima in basso e poi in alto, tenendo la mano sinistra appoggiata dietro la schiena e strofinandosi due dita sopra e sotto le labbra con la destra.
Saifel inclinò il capo cercando di capire dove li avrebbe condotti quel dialogo, o meglio quel monologo. Eoghan si guardò ancora attorno impaziente di andare via.
«Ovviamente non vi terrò prigionieri, in quanto non avete violato nessuna delle leggi che regolano questa città, e sono fiducioso che non abbiate intenzioni ostili con la gente di Raerem». Saifel guardò di sottecchi Eoghan. «Tuttavia non posso darvi sostentamento a grazia, perché sono magnanimo ma devo pensare al benessere del mio popolo». Eoghan ricambiò l’occhiata del bardo. «Dunque è deciso che sarete trattati come tutti i nuovi cittadini che per la prima volta si affacciano a questa terra. Vi sarà dato un lavoro e un rango. Sarete cittadini di classe inferiore, stranieri che vogliono stabilirsi. Così sarete considerati da tutti. Vi guadagnerete il denaro con il sudore e con il denaro vi pagherete alloggio e cibo. Se provate ad arrotondare, fate attenzione a non derubare dello spazio chi vi sta sopra come rango, non sarebbe giusto e i miei soldati non vedono di buon occhio queste cose». Ibraham allargò le braccia e inclinò il capo come a voler accogliere con un abbraccio di due elfi. «Infine, giusto per precauzione, dal momento che non sono ammesse armi per i cittadini, riavrete le vostre cose, ben poche in realtà, tranne le armi che resteranno in custodia presso il magazzino delle prigioni fino al vostro giudizio, quando esse verranno consegnate ai vostri superiori». Il sovrano di Raerem trasse un respiro come se si fosse stancato dopo una corsa, si voltò di spalle e si diresse verso il trono.
«Questo è tutto», concluse con tono fermo.
«Ma…» Eoghan provò a intervenire con tono fin troppo agguerrito. Due soldati si misero subito in guardia, Zarghen si frappose tra lui e Ibraham e Saifel gli mise una mano sulla spalla zittendolo.
«Ma ci serve almeno un posto dove dormire stanotte, quando ancora non avremo guadagnato abbastanza per pagarci una stanza», aggiunse il bardo.
«Inizierete a lavorare da subito. Fuori dal palazzo c’è già chi vi darà il lavoro e vi pagherà al termine della giornata. E poi sono sicuro che due soldati come voi sapranno cavarsela di notte anche con il freddo». Zarghen concluse con un gesto vistoso la conversazione e accompagno con decisione i due elfi fuori dalla sala. Ibraham rimase di spalle. Un leggero sorriso gli si allargò sulle labbra. Non appena le porte furono chiuse, scoppiò in una risata fragorosa e si sedette pesantemente sul trono. «Orecchie a punta e tanta determinazione. Sono proprio felice», rise verso una delle sue guardie personali.
***
«Adesso mi dirai che dobbiamo essergli grati?»
Eoghan gridò tra i denti verso Saifel, cercando di non farsi sentire da Zarghen ed evitando di usare la lingua degli elfi, perché sapeva che in molte città era vietato dalla legge parlare una lingua non compresa dai soldati in loro presenza.
«No». Saifel sorrise con lo sguardo. «Ma non possiamo fare altrimenti».
I due elfi seguivano a breve distanza il braccio destro di Ibraham che li stava guidando fuori dai corridoi principali. Dopo qualche minuto, i tre si trovarono di fronte a un portone che faceva da ingresso a un corridoio secondario. Un altro soldato di rango inferiore li stava aspettando.
«Accompagnali fuori, soldato».
«Si, mio signore», rispose secco senza distogliere lo sguardo davanti a sé.
Zarghen si voltò verso i due elfi, batté i tacchi per terra e li salutò con un gesto marziale, fin troppo perfetto per essere reale. Il soldato attese che il comandante si fosse allontanato, prima di rivolgersi verso i due ospiti.
«Capo catena Tod, vi aspetta». Affermò, come se fosse la frase più chiara e scontata che si potesse dire.
«Chi?» Il coro degli elfi non si fece attendere.
«Tod Rivas, il capo della catena di pietre, la cava che rifornisce di materiali edili tutta la città».
«Lavoreremo in miniera?» Eoghan sgranò gli occhi.
«Si».
«Ma siete tutti impazziti», Eoghan sembrò perdere per l’ennesima volta la calma del guerriero di Groomanor. Saifel lo notò e lo calmò ancora, mettendogli una mano sulla spalla. Anche il bardo tuttavia rimase turbato.
«Non credo che siamo idonei per questo tipo di lavoro, forse saremmo più utili in altre mansioni», provò ad aggiungere.
«Cittadini di classe inferiore. Si inizia da lì. Si fa così per il benessere del popolo, e questa è la legge. O volete infrangerla insultando un servitore della corona?» L’ultima frase suonò quasi come minaccia.
«Io…» Eoghan si trattene, strinse i pugni e poi li lasciò cadere lungo i fianchi. «Va bene. Non ci opporremo». Anche Saifel rimase sorpreso dalla reazione nuovamente calma del guerriero.
Il soldato avanzò lungo il corridoio, raggiunse una porta d’uscita, la spalancò e lasciò uscire i due elfi. Alzò il braccio e indicò un piccolo carretto legato a un mulo da soma, vicino al quale attendeva a braccia conserte un uomo che teneva lo sguardo basso.
«Andate, vi sta aspettando».
Gli elfi si avviarono verso Tod. Era alto almeno due metri, la testa risplendeva lucida e priva di capelli, e sotto gli occhi azzurri e profondi scendeva un naso massiccio e due lunghi baffi rossicci. La pelle era segnata dagli anni, almeno cinquanta, e il suo sguardo serio lo faceva sembrare quasi carico d’ira. Le braccia conserte facevano vibrare i muscoli tesi ed erano larghe più delle spalle di Eoghan.
«Salite sul carro». Tod non salutò neppure.
«Salve», iniziò Saifel, ma Tod si voltò di spalle e salì al posto di guida. Il mulo non sembrava in grado di trasportare il peso di due elfi e dell’uomo. Eoghan lo osservò.
«Basta perdere tempo, salite. Il mulo ci porterà velocemente alla miniera».
Eoghan rimase gelato da quel commento e salì sul carro. Saifel lo imitò, anche lui pietrificato dalla freddezza del tono e dei modi di Tod.
«Per voi da oggi sono solo Capo». Gli elfi si guardarono incapaci di rispondere. «Niente soprannomi, niente capo catena, niente nomi, niente di niente. Io sono solo il capo. Vi dico cosa fare, e voi lo fate, intesi?»
L’orgoglio di Eoghan rimase nascosto tra le labbra dell’elfo. Il guerriero si stupì dell’energia e della durezza dell’uomo che nel frattempo aveva fatto avviare con maestria il mulo verso la zona bassa della città. Il silenzio regnò fino alla miniera.
L’ingresso era largo e ben strutturato, dai cunicoli uscivano ed entravano in continuazione carretti. Alcuni erano addetti a spalare la neve, ogni volta che ricominciava a nevicare. Nonostante il freddo, molti minatori lavoravano con delle canotte smanicate, segno che dentro comunque non doveva arrivare il freddo. Il carretto si fermò.
«Scendete». I due elfi eseguirono. Tod schioccò le dita e un ragazzo afferrò due picconi, dei cesti di vimini rinforzati e dei camici che, nonostante profumassero di pulito, erano già ricolmi di macchie grigie e marroni. Capo catena, afferrò l’attrezzatura, la divise in due fagotti e li diede ai due elfi.
«Niente distinzioni di razza o sesso, niente favori e niente lamentele. Siete cittadini di classe inferiore, questa è la legge e la legge non si infrange. O così o vi guadagnerete da vivere mendicando». Ancora una volta i due elfi non seppero cosa rispondere. Lo sguardo e il tono di Tod non gliene aveva dato l’opportunità.
«Iniziate subito. Entrate e seguite la rotaia gialla. Inizierete con i metalli».
«Metalli?» Saifel non si rese conto di avere assunto un tono quasi d’obiezione. Tod si fermò, si voltò di scatto e giunse in un attimo faccia a faccia con l’elfo, guardandolo dall’alto in basso. Eoghan strinse il piccone ma si costrinse a non intervenire.
«C’è qualcosa che non va forse?»
«No», sussurrò Saifel, per la prima volta spaventato da quando era stato arrestato e portato in città. Tod lo lasciò, e con passo feroce rientrò in miniera.
«Tutto bene?» Eoghan si avvicinò al bardo. Attorno a loro nessuno si era fermato. Nessuno pareva avere assistito alla scena.
«Si, tutto bene», rispose Saifel. «Tod», l’elfo si corresse immediatamente. «Il capo non è cattivo. Ma ho avuto paura. Sono sicuro che è qualcosa di ben diverso». Saifel non stacco gli occhi dall’ingresso della miniera mentre pronunciava con un filo di voce quelle parole.
«Forse è meglio se cominciamo». Eoghan fece un passo ma si fermò immediatamente per aspettare Saifel. Pochi istanti dopo i due svanirono nel buio. Una lunga giornata di lavoro li attendeva.
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