Breve come un Respiro – Capitolo XIX°


10 marzo 2010 - 7:37 by Charlenger

 Il lavoro in miniera sembrava diventare sempre più leggero, man mano che Saifel rendeva più concreti i dettagli dello spettacolo che stava preparando segretamente al tempio insieme a Janira. Già pochi giorni dopo il suo incontro con il bardo, Karina aveva portato buone notizie. Ibraham era sembrato entusiasta della sua proposta di organizzare uno spettacolo pubblico in piazza, e ancora di più quando la contessa aveva detto che di aver già trovato anche la compagnia teatrale in grado di prepararlo. Mancavano meno di dieci giorni alla visita degli ambasciatori e per quella data era previsto che la neve si sciogliesse almeno in parte e che comunque i sentieri fossero praticabili. Ogni sera, tra i sorrisi silenziosi di Padre Marion, Saifel, Janira e alcune compagne della danzatrice, provavano passi e battute, interrotti solo per qualche momento dalle conversazioni tra il bardo e la contessa.
 «Altre buone notizie? Sei riuscita a ottenere la rosa nera?»
 «Non ancora, ma ho un piano. Ho parlato con il mio fidato amico e abbiamo convenuto che il momento migliore per prenderla sarà proprio mentre Ibraham, i suoi scagnozzi e gli ambasciatori sono fuori, impegnati e di sicuro non gireranno per i corridoi del palazzo». Karina si mostrò molto sicura. Saifel annuì.
 «Lo spettacolo è quasi pronto. Le scene che mostrano i soprusi e l’abuso di potere da parte di un sovrano che usa ogni mezzo per offuscare la mente delle persone e che gli pone davanti agli occhi una finta felicità e sicurezza che in realtà è inesistente sono perfette. Devo solo preparare il gran finale». Il bardo non nascose la sua eccitazione che andava evidentemente anche al di fuori di ciò che voleva mostrare al popolo. Sembrava quasi che estro artistico, nobiltà d’animo e senso di libertà si fossero fusi insieme per la stessa causa.
 «Cosa hai in mente?»
 «Un finale esplicito. Farò un monologo in cui spiegherò tutto ciò che è stato espresso poco prima in scene metaforiche. Infine accuserò direttamente Ibraham e asserirò di avere le prove». Un sorriso si allargò sulle labbra di Saifel mentre proseguiva e guardava fissa negli occhi Karina. «E sarà in quel momento che arriverai tu con lettere, sigilli e rosa nera». Sia la donna che Saifel sorrisero soddisfatti e convinti.
 Tutto era quasi pronto e nessun ostacolo in particolare si frapponeva tra loro e il successo, ma entrambi erano coscienti che avrebbero avuto il responso solo dopo la fine dello spettacolo. Tra le ultime prove, mentre Eoghan accompagnava Karina a casa, anche quel giorno finì.

***

 «Sei così bella quando la determinazione ti si dipinge in volto». Eoghan si pentì subito di quello che aveva detto, anche se da un lato era contento di esserci riuscito.
 «Cosa?»
 «No, niente perdonami, non volevo…» l’elfo provò subito a giustificarsi.
 «Non volevi dirmi che sono bella?»
 «No. Cioè si, volevo dire che sei bella, anzi bellissima…»
 «Solo quando mi mostro determinata?» Karina lo stuzzicò.
 «No. Sempre».
 I passi della donna si fermarono e di rimando anche quelli dell’elfo. La torre era vicina, ma non troppo da permettere a chi facesse la ronda di scorgerli. Karina abbassò il cappuccio e lasciò che i fiocchi di neve, ormai caldi  rispetto all’inverno, si posassero e si sciogliessero immediatamente sul suo volto. Eoghan la guardò abbagliato dai suoi occhi. Rimasero immobili, entrambi tesi come corde di violino. Si avvicinarono lentamente.
 Karina sapeva cosa stava per succedere. Sentì un terremoto sul petto. Le guance le bruciavano a dispetto dell’aria gelida che la colpiva. Le labbra erano secche e gli occhi le tremavano, cercando di fuggire dallo sguardo dell’elfo, e di trovare riparo sul bianco della ormai sottile neve ai loro piedi.
 Eoghan sentì una sensazione che mai aveva provato prima. Era più intensa di qualunque altra. Neppure il senso di vittoria in battaglia, o l’emozione del giuramento di Groomanor era considerabile tale. Non sapeva spiegarsi il perché ma non riusciva a fuggire dagli occhi di Karina, e una forza a lui superiore lo spingeva verso di lei.
 Le loro labbra si incontrarono e finalmente gli occhi trovarono riposo, chiudendosi e raccogliendosi nel calore dell’abbraccio che li legò.
 Lentamente i due si staccarono, sfiorandosi sulle mani e aprendo gli occhi. Nessuno sorrise. Sembrava che i loro pensieri si fossero intrecciati e avessero incontrato degli ostacoli che non sapevano ancora se fossero superabili oppure no. Eoghan aprì bocca ma non disse nulla. Karina fece lo stesso.
 «Io… io sono un elfo», iniziò Eoghan.
 «Lo so». Karina abbassò lo sguardo. «E arriveranno gli ambasciatori, e comunque andrà a finire qui a Raerem, io tornerò alla mia contea e tu alle tue guerre. Tu vivrai anni… molti anni e io invece morirò, invecchiando velocemente». La voce della donna sembrò rotta a tratti da singhiozzi trattenuti.
 «Aspetta», Eoghan ebbe un sussulto, ma appena Karina lo guardò con un mezzo sorriso, si sentì morire, pensò di non poterle promettere nulla ed esitò. La donna percepì quel disagio come una conferma di ciò che stava dicendo.
 «Quello che stiamo facendo è sbagliato», ricominciò Karina. «Ciò che accade tra noi è solo il frutto di alcuni giorni passati meravigliosamente insieme, che però resteranno giorni e hanno un destino breve. Non saranno l’eternità». Il suo sguardo rimase basso.
 Eoghan sentì il cuore stringersi e al tempo stesso capì che cosa provava per quella donna e trovò le parole da dirle, sperando che in esse risiedesse la verità.
 «Cos’è un giorno di fronte a un anno, o un anno di fronte a cento? Se soltanto gli uomini non fossero occupati a fuggire dalla morte, potrebbero ritrovare in un bacio, una carezza o un abbraccio, quelle sensazioni che invece danno per scontate. Basterebbe un istante. Tu hai sconvolto la mia vita…»
 L’elfo si avvicinò alla donna. La sua mano le carezzò la guancia, scostandole leggermente i capelli e scoprendole gli occhi timidamente rivolti verso il basso.
 «Tu hai dato un senso ai miei giorni. Tu mi hai mostrato l’intensità di un bacio umano. Tu mi hai mostrato qual è il motivo per cui vale la pena di vivere. Respirerò forse ancora per secoli, se la battaglia non esigerà il mio sangue, ma a te è bastato così poco tempo…»
 «No». Karina ebbe i brividi e desiderò ardentemente lasciarsi sprofondare nella tenerezza di quel momento, sul petto dell’elfo, avvolta dai suoi baci, ma alzò lo sguardo in lacrime. «Domani c’è lo spettacolo, non dobbiamo perdere la concentrazione». La donna si asciugò le lacrime con le dita e tirò su con il naso.
 Eoghan rimase immobile. Karina lo fissò in silenzio per un attimo, sollevò la mano e gli accarezzò la guancia, poi si allontanò verso la torre.
 L’elfo fissò la donna mentre si allontanava e non appena fu abbastanza distante da non udirlo, sussurrò «è amore, il mio per te».
 Quel pensiero sembrò volare e raggiungere Karina che per un istante rallentò il passo e senza fermarsi si voltò sussurrando a sua volta «è tuo il mio cuore».
 La donna svanì dietro il portone di ingresso della torre, ed Eoghan tornò indietro al tempio.



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Breve come un Respiro – Capitolo XVIII°


28 febbraio 2010 - 7:52 by immortal_bard

Eoghan fremeva ma anche Saifel era nervoso. Entrambi aspettavano la fine del giorno per andare al tempio. Il bardo non sapeva ancora nulla di cosa avesse in mente Eoghan, sia perché non avevano avuto molto tempo per parlarne sia perché il guerriero continuava a ripetergli che non avrebbe potuto dirgli nulla di più di ciò che aveva già spiegato e che tutto il resto lo avrebbe saputo da Karina.
 In fila alle paghe Eoghan si mise davanti a Saifel. Ricevuta la paga sentì qualcuno afferrargli il braccio. Era proprio il compagno elfo.
 «Non correrei via stavolta». Saifel fissò Eoghan. Tod attirò nervosamente l’attenzione dell’elfo con un colpo di tosse. Il bardo si voltò e chiedendo scusa riscosse la sua paga.
 I due elfi si avviarono verso il tempio con passo spedito. Eoghan ebbe un brivido quando poggiò il suo piede sulla soglia, temendo di non vedere Karina. I suoi occhi corsero rapidi attraverso le panche e videro vicino all’altare Padre Marion che con un sorriso divertito stava parlando con Karina. Sospirò.
 «Karina», Eoghan si avvicinò cautamente. La donna si voltò e sorrise. Il sacerdote si allontanò accennando un gesto di cortese congedo.
 «Quando sono entrato ho temuto che…»
 «No», la donna fermò immediatamente Eoghan.
 «Voi due dovete parlare», Eoghan sorrise alla donna e si fece da parte, avvicinandosi al sacerdote. Sia Saifel che Karina sentirono un po’ di imbarazzo. Si erano visti spesso ma non si erano mai parlati se non per salutarsi rapidamente mentre si incrociavano al tempio.
 «Eoghan…» entrambi iniziarono a parlare. Saifel sorrise e le fece un cenno.
 «Eoghan mi ha detto che può aiutarmi a fare una cosa molto importante. Suppongo che sia tu a poterci aiutare, giusto?»
 «Credo che la cosa sia reciproca, a quanto mi ha spiegato». Saifel replicò con tono basso, quasi non si volesse far sentire neppure da padre Marion. L’imbarazzo tornò a dominare la situazione quando l’uno rimase in attesa che l’altra iniziasse a spiegare e viceversa.
 «Eoghan mi ha detto che tu stai cercando di rovesciare Ibraham dal suo trono e dall’illecito potere che ha acquisito». Il bardo decise di rompere il ghiaccio. Karina sembrò subito più tranquilla.
 «Si, e a me ha detto che mi avrebbe aiutato», abbassò lo sguardo. «Da sola non potrei farcela».
 «Io lavoro ormai in miniera da diverso tempo e ho potuto vedere come vive la gente di Raerem. So che hanno bisogno di qualcuno che gli apra gli occhi e che li convinca a protestare contro Ibraham e il suo potere, ma non c’è nessuno che accetti la situazione o voglia unirsi a me in questa causa. Sembra che abbiano delle bende davanti agli occhi e non si rendano conto della gravità della situazione».
 «Questo è vero, anche io l’ho notato». Karina annuì. «Tuttavia io ho prove del fatto che Ibraham non solo ha reso tutti questi cittadini dei fedeli sudditi che lavorano solo per lui, ma vuole anche approfittare del suo potere per ottenerne ancora di più al termine della guerra, sposandosi al vincitore e guadagnando quanto più possibile dalla guerra stessa». Karina iniziò a spiegare.
 «Contrabbando di armi?»
 «Si, come lo sai?»
 «In miniera non tutti stanno in un angolo a lavorare senza farsi domande». Saifel accennò un sorriso.
 «Ibraham vende armi a entrambi gli schieramenti, rifornendo le legioni maggiormente in difficoltà con i mezzi migliori e i prezzi più bassi. Non si può dire che controlli la guerra ma ha un’influenza notevole su di essa. Tutto il denaro di questo commercio nero ovviamente entra nelle sue tasche. Sono in pochi a palazzo a sapere questo, ma con i giusti modi e i giusti agganci sono riuscita a venirne a conoscenza». La contessa di Leerat fece una pausa, ma quando vide che Saifel attendeva ancora altri dettagli continuò.
 «C’è di più. Ho le prove che Ibraham voglia chiedere in sposa una contessa sia di Hanturiam che di Leerat, e allo stesso modo abbia promesso il regno di Raerem al comandante dell’esercito che vincerà. Insomma vuole assicurarsi un futuro in ricchezza e ancora maggior potere al termine della guerra».
 «Ignobile», Saifel non trovò altre parole. Immaginava che ci fossero degli affari marci a Raerem ma non poteva neppure sognarsi quello che gli stava raccontando la donna.
 «E cosa possiamo fare insieme?»
 «Io non posso andare più avanti di così. Se anche soltanto mi permettessi di accusare Ibraham, pur avendo prove tangibili ma senza un adeguato supporto, potrei essere bandita dal mio regno, arrestata e non so cos’altro».
 «E io ho bisogno che la gente apra gli occhi». Un profondo silenzio di riflessione scese tra i due e lasciò che la voce di padre Marion invadesse il tempio.
 «Ho un’idea». Saifel si illuminò. «Hai detto di avere delle prove di quello che è successo e di avere bisogno di supporto. Quello del popolo sarebbe sufficiente?»
 «Immagino di si», Karina rispose titubante.
 «Organizzeremo uno spettacolo in piazza, posso contare sull’appoggio di un’artista e della sua compagnia. Racconteremo tutta la verità attraverso poesie e recite e quando l’attenzione di tutti sarà al massimo porteremo alla vista le prove e tu potrai essere testimone e muovere ufficialmente le tue accuse contro Ibraham». Il bardo cominciava già a immaginarsi lo spettacolo mentre proponeva l’idea.
 Karina rimase perplessa un attimo, poi anche lei si illuminò. «Farlo adesso sarebbe da stolti e potremmo perdere il supporto del popolo prima che si renda utile». Il bardo perse per un attimo il sorriso.
 «Parlerò io con Ibraham e lo organizzeremo la prossima decade, quando gli ambasciatori di Hanturiam e Leerat arriveranno qui per il rinnovo di primavera del patto di non belligeranza». Al termine della frase della donna Saifel sentì l’eccitazione risalirgli lungo la schiena.
 «Gli ambasciatori?» Il bardo sembrò preoccupato. «Questo significa che…» si interruppe. Karina lo guardò cercando di capire cosa lo turbasse. Saifel guardò indietro verso Eoghan, ancora intento a parlare con il sacerdote.
 «Non avremo altro tempo dopo la visita degli ambasciatori. La neve che occlude i passaggi è ormai quasi sciolta e le vie sono praticabili. Quando arriveranno noi verremo giudicati e al loro ritorno gli ambasciatori manderanno qualcuno dei nostri regni a prenderci». Saifel abbassò lo sguardo, ma solo per un attimo. «Non dobbiamo perdere tempo. Ti prego, mostrami le prove di cui parlavi».
 Karina estrasse da una tasca dei fogli di carta. «Li terrò io. Li porterò allo spettacolo».
 Saifel rimase allibito. Erano due lettere, una indirizzata a una contessa di Hanturiam, con tanto di proposta di matrimonio e di quanto le avrebbe portato in dono, l’altra era identica ma indirizzata alla stessa Karina. Entrambe le lettere erano accartocciate ma soltanto quella diretta ad Hanturiam aveva il sigillo di Ibraham. L’ultimo pezzo di carta era invece una lettera di ringraziamento del comandante di una delle unità del regno di Hanturiam, per le ottime armi arrivate con anticipo e a un ottimo prezzo. Karina arrotolò immediatamente le lettere dopo averle fatte leggere a Saifel, e le conservò.
 «Come le hai avute?»
 «Un amico me le ha procurate direttamente dalle stanze di Ibraham».
 «Ma la lettera rivolta a te non ha prove, come farai a dimostrare tutto?»
 «Il regno di Leerat ha un simbolo. Una rosa nera che non muore mai. Ibraham dovrà donarla solo alla donna che intenderà sposare affinché ella la dia al primogenito come segno di passaggio del regno». Karina parlò con tono grave. «Non sarà facile ma confido nella persona che conosce i corridoi del palazzo meglio di chiunque altro».
 «Dunque durante la visita degli ambasciatori, dopo la firma del rinnovo del patto, faremo lo spettacolo e tutto il possibile per alimentare la sommossa, tu testimonierai e accuserai pubblicamente Ibraham e gli ambasciatori sapranno la verità». Saifel concluse.
 «E il popolo di Raerem sarà ancora protetto dalla guerra ma libero di scegliersi un governo che gli dia la libertà e la dignità di una vita normale». Karina completò a sua volta le parole del bardo.
 «Sono molto contento che Eoghan ci abbia fatto incontrare. Confesso che non me lo sarei mai aspettato». Saifel sorrise guardando indietro verso Eoghan.
 «Neppure io», Karina sembrò allontanare un pizzico di tristezza, come se avesse pensato a un momento particolarmente poco piacevole.
 «Bene, non perdiamo altro tempo. Mi metterò subito a lavoro non appena arrivo in locanda». Saifel smorzò il disagio della donna e la incitò a pensare a ciò che dovevano preparare. «Ci vedremo di nuovo qui, domani e ancora dopo domani per organizzare tutto, va bene?»
 «Si», annuì con sicurezza e con il sorriso. Saifel si fece da parte. Ormai la conversazione era finita e aveva intuito che la donna volesse salutare Eoghan e il sacerdote.
 Karina si avvicinò al guerriero e gli poggiò una mano sulla spalla. Eoghan smise di parlare con il sacerdote e la guardò incapace di dire nulla. Il suo sguardo era incomprensibile. Si alzò sulle punte e lo baciò sulla guancia.
 «Grazie. A domani, qui al tempio». La donna prese congedo.
 Eoghan rimase immobile a fissarla mentre usciva dal tempio. Dopo qualche istante volse il suo sguardo verso Saifel, che nel frattempo si era avvicinato, e non disse nulla ma si limitò a notare il sorriso soddisfatto del bardo.
 «Ora inizia lo spettacolo».



Breve come un Respiro – Capitolo XVII°


18 febbraio 2010 - 18:52 by immortal_bard

 La sera sembrò farsi aspettare. Il continuo pensiero che assillava la mente di Eoghan pareva rallentare il tempo. Sentì il dolore alle dita che stringevano il piccone farsi più acuto. Alzò lo sguardo e lo diresse verso Saifel. Il bardo era immerso nel lavoro come se volesse far passare la giornata il più in fretta possibile. Gocce di sudore gli colavano dalla fronte a dispetto dell’aria gelida che penetrava nei cunicoli della miniera.
 «Il giorno non corre più in fretta se ti affanni tanto»
 «Ma se non lo faccio sembrerà addirittura il contrario». Il bardo replicò come se avesse letto i pensieri del guerriero al suo fianco.
 Come se l’avessero spronato, il suono della campana che segnava il termine dell’ora di lavoro e la chiamata alle paghe, rimbombò seguito dai sospiri affaticati e alleggeriti dei minatori.
 «Spero che tu abbia ragione». Saifel si avvicinò a Eoghan.
 «Su cosa?»
 «Riguardo stasera». Il bardo smise la veste da lavoro e la arrotolò, mettendosi in fila come ogni sera.
 «Non lo so, ma lo spero».
 Saifel rimase un po’ perplesso da quell’affermazione. Cominciò a pensare a chi potesse essere la persona di cui Eoghan gli aveva accennato e di cui non aveva voluto chiedere fino a quel momento. Quasi meccanicamente riscosse il suo salario e iniziò a dirigersi verso il tempio. Dopo pochi passi si scosse e si voltò indietro cercando Eoghan.
 «Scusami, stavo già andando verso il tempio… dove siamo diretti?»
 Nell’istante stesso in cui il bardo stava concludendo la domanda si rese conto di chi potesse essere la persona. Eoghan accennò un sorriso e annuì. «Andiamo al tempio».
 I due elfi attraversarono la soglia. Il tempio era silenzioso. Lo sguardo di Eoghan corse veloce da un lato all’altro ma Karina non c’era. Saifel attese qualche istante, poi andò verso il sacerdote. Il guerriero osservò il bardo parlare con l’anziano. Dopo qualche minuto lo vide tornare indietro un po’ preoccupato.
 «Dice che oggi è venuta presto. Era turbata e…» Saifel si interruppe. Eoghan lo guardò come se volesse strappargli le parole di bocca ma al tempo stesso non volesse sentire ciò che si aspettava.
 «Partirà domani». Il bardo concluse la frase.
 Eoghan si sentì spezzato. Un brivido gli percorse la schiena e la saliva gli sembrò un sasso mentre deglutiva. Il suo sguardo rimase fisso nel vuoto e gli passò davanti l’immagine delle passeggiate con lei, dei suoi sorrisi e infine del suo sguardo, bello come la prima volta che lo aveva incrociato.
 Senza dire una parola, l’elfo balzò fuori sulla strada e si mise a correre. Saifel cercò di inseguirlo e lo chiamò ma senza successo. Eoghan ignorò i fiocchi di neve che ancora, nonostante l’inverno fosse finito, continuavano a cadere sulla terra di Raerem. Giunse davanti al palazzo reale e vide la finestra della stanza di Karina, all’ultimo piano di una torre non troppo alta, dalla quale più volte la donna lo aveva salutato. Senza indugiare troppo, Eoghan si guardò attorno per accertarsi che non ci fossero soldati nei paraggi, quindi si lanciò all’arrampicata. Era una scalata molto dura ma sentiva di dovercela fare. Il ghiaccio rendeva la parete ancora più scivolosa. Aveva raggiunto quasi la metà dell’altezza quando una voce smorzata dal vento lo distrasse. E cadde.

***

 «Ma cosa ti è saltato in mente?»
 Eoghan riprese lentamente i sensi. La vista leggermente appannata e il buio non gli permettevano di distinguere i dettagli. Quando riuscì a mettere a fuoco rimase sorpreso.
 «Potevi farti veramente male… se non ci fosse stata la neve…»
 «La neve non è poi così morbida come sembra». L’elfo sorrise mentre cercava di alzarsi da terra, aiutato dalle braccia di Karina, avvolta in un mantello nero.
 Non appena si mise in piedi, i due si spostarono dietro le mura del castello, nascosti nel buio.
 «Allora? Perché l’hai fatto?»
 «Sono andato al tempio… e tu non c’eri…» Eoghan abbassò lo sguardo. Sentì il cuore sbalzargli fuori dal petto. Erano sensazioni che non aveva mai provato ma avevano qualcosa in comune con ciò che aveva provato durante il suo giuramento a Groomanor, eppure non avrebbe saputo come descriverle.
 «Saifel ha parlato con padre Marion… gli ha detto che saresti partita e io non potevo…»
 «Non potevi?» Karina assunse un tono serio ma quasi indecifrabile.
 «Non potevo lasciarti andare via così».
 Attimi di silenzio invasero l’ombra dove i due si stavano nascondendo. Eoghan inspirò profondamente e sperò di non spezzare quel momento con quello che stava per dirle.
 «Io posso aiutarti a portare avanti ciò che stai facendo… se me lo permetterai». Le parole del guerriero suonarono a metà tra una supplica e una nobile richiesta.
 «Si, lo voglio». Karina parlò dopo qualche attimo di esitazione. Eoghan colse quanto di più ci fosse in quelle parole e sentì il brivido di freddo farsi quasi una fiamma rovente. Non sentì più il ghiaccio che gli bagnava la schiena e si avvicinò alla donna. Ella non si tirò indietro.
 Karina chiuse gli occhi mentre le sue mani incontravano quelle di Eoghan. L’elfo la sfiorò e si avvicinò a lei. Le loro labbra si socchiusero e si avvicinarono lentamente.
 «Da questa parte. Provenivano da lì i rumori». I due aprirono gli occhi e tornarono alla realtà. Karina spronò Eoghan a fuggire.
 «Vai via»
 «Domani al tempio», sussurrò l’elfo.
 Karina annuì, e mentre Eoghan spariva nelle ombre, si preparò a rispondere alle guardie che ormai erano abituate a trovarla nelle situazioni meno convenzionali. E la tenda della sua stanza si mosse, coprendo gli occhi di un osservatore curioso.



Breve come un Respiro – Capitolo XVI°


5 febbraio 2010 - 7:14 by immortal_bard

 Eoghan aprì gli occhi. Era ancora un’altra mattina, come tante. Innalzò silenziosamente un inno a Groomanor, poi si alzò in piedi. Doveva andare a lavorare ma in quelle settimane qualcosa era cambiato. Il lavoro era quasi piacevole perché gli permetteva di veder fuggire la giornata come se non esistesse null’altro che quei pochi istanti la sera in cui andava al tempio con Saifel, e mentre il compagno era fermo a pregare, accompagnava Karina verso casa. Ormai aveva ammesso che era cambiato in tutto quel tempo a Raerem.
 L’inverno non accennava a passare e prometteva di dilungarsi ben oltre i normali giorni freddi. Come ogni anno gli oracoli avevano indovinato le previsioni e sulle loro parole si erano basati innumerevoli piani di commercio. Il bardò guardò il guerriero mentre si vestiva.
 «Ti stai innamorando di lei»
 «No». Rispose secco e con imbarazzo.
 «La mia non era una domanda». Saifel usava spesso quell’affermazione quando voleva mettere in imbarazzo il suo interlocutore ed era sicuro di avere ragione.
 «Va bene… lo ammetto. C’è qualcosa di lei che mi attrae. Ma ciò non vuole dire che mi stia innamorando». Eoghan parlò come se volesse giustificarsi. Saifel sorrise e scosse la testa.
 «Bene. Non voglio offendere la tua sensibilità, ma noto che ti sei ammorbidito molto da quando la accompagni tutte le sere. Ho ragione di pensare che magari un giorno non vorrai più andartene». Saifel proseguì a provocarlo.
 «No, è soltanto una donna». Il tono di Eoghan tornò serio e rude. Saifel capì che era il momento di smetterla. «Piuttosto tu», il guerriero fece una pausa. «Ho notato che anche tu ti stai dando da fare. Con la danzatrice che non è più andata via a riunirsi con le sue amiche. C’è qualcosa anche tra voi». Eoghan fu quasi tagliente.
 «C’è molto di più di quello che credi». Saifel si alzò e divenne serio.
 «Ecco, lo sapevo che…»
 «No». Il bardo fu brusco. «Non è quello che pensi tu. Janira e io stiamo collaborando. Penso sia giunto il momento anche di rendertene partecipe». Eoghan si fermò. «Oggi andrò a parlare con Tod Capocatena. Gli chiederò di fermare tutti i lavori e di venire con me a protestare davanti al palazzo di Ibraham».
 «Cosa?» Eoghan rimase esterrefatto.
 «Hai capito benissimo. Qui tutti vivono in una schiavitù invisibile… neppure tanto. Sanno ciò che Ibraham vuole che sappiano, fanno ciò che Ibraham vuole che facciano. Producono materiale e armi, producono ricchezza eppure sono tutti sempre poveri. Ci sono delle gerarchie quasi invisibili che incatenano la gente a dei ruoli da cui non possono uscire e chi se ne rende conto è costretto a negoziare con ciò che di più caro gli resta. La vita o la propria dignità. Credi che sia giusto?» Saifel urlò sottovoce, dimostrando dei sentimenti verso Raerem che fino a quel momento non erano mai usciti.
 «Sapevo che… avevamo parlato… ma…» Eoghan rimase senza parole. Dentro di sé anche lui aveva notato quelle cose di Raerem, forse non a fondo come Saifel, però alle parole del compagno si sentì stringere il cuore, rendendosi conto che stava ignorando quei principi su cui si fondavano le comunità elfiche e che, seppur non condividesse appieno, secondo il volere degli Dei erano concesse anche a tutti gli altri esseri viventi. Ripensò in silenzio alle parole di Saifel. Agli uomini di Raerem era stata effettivamente creata una prigione attorno.
 Non sono elfi, dannazione, non sono obbligato a lottare per loro, pensò con poca convinzione. Uno strano senso di colpa lo afflisse. Lo sguardo di Saifel sembrava penetrarlo e voler tirare fuori da lui la nobiltà delle antiche alleanze. Poi, il prescelto di Groomanor si trovò a pensare a Karina. Lei non è di Raerem, può andare via quando vuole. Ma quei pensieri lo portarono a immaginare tutti i possibili disastri che potessero coinvolgere la donna. Più volte infatti Karina aveva manifestato il suo interesse e il suo impegno verso Raerem ed Eoghan non poté non tenerlo in considerazione.
 «E cosa hai intenzione di fare? Cosa c’entra questo con la donna che frequenti?»
 «Janira e le sue compagne erano state inviate da Ibraham. Sono tutte prigioniere nel suo palazzo e obbligate a essere le sue danzatrici personali. Erano state inviate da noi per sedurci, legarci a questa terra e renderci schiavi longevi dell’impero di Raerem».
 «Impero?»
 «Ibraham e i suoi scagnozzi lo chiamano così». Saifel si avvicinò ad Eoghan e gli poggiò una mano sulla spalla. «Janira mi ha riferito delle cose… alcune delle intenzioni e dei piani di Ibraham… sono solo voci e lei non ha modo di provare nulla, però io le credo… e abbiamo l’evidenza davanti agli occhi. Il popolo è troppo cieco perché se ne accorga. Hanno bisogno di qualcosa che faccia rumore… non il grido di uno o due».
 «E per questo vuoi coinvolgere tutta la miniera».
 «Si». Il silenzio scese nella stanza, poi i due elfi si incamminarono. «Andiamo. Ogni minuto è prezioso».

***

 «Dove vai?»
 «Ho visto una persona. Ti raggiungo subito». Eoghan rallentò e lasciò che Saifel si allontanasse. Il bardo scosse il capo, guardò nella direzione in cui si stava muovendo il compagno ma non vide nulla, quindi si diresse verso la miniera con passo più lento. Eoghan sparì in un vicoletto.
 «Buongiorno»
 «Per gli Dei!» Karina sussultò, voltandosi di scatto. «Non… non ti avevo visto».
 «Perdonami. Ti ho vista qui, ferma e ho pensato che potessi avere bisogno di aiuto». Eoghan sorrise alla donna come faceva ogni sera che l’accompagnava a casa.
 «Io… in effetti». Il tono della donna era un po’ turbato.
 «Mia luce, eccomi qui». Un uomo apparve da dietro la parete dove Eoghan e Karina stavano parlando. Dapprima accennò a scappare, poi sembrò riconoscere l’elfo e si fermò. Assunse uno sguardo serio, quasi irato. Distese il braccio e le porse un ferma pergamene, un anello largo che aveva incisi i blasoni di Raerem.
 «Mia luce?»
 «Un elfo…» i due rimasero colpiti dalla presenza l’uno dell’altro.
 «Vi prego», Karina cercò di intervenire, comprendendo la situazione.
 «Devo tornare a palazzo». Le parole di Iamal furono quasi velenose. Si allontanò senza dire nulla, soltanto con un gesto galante della mano e un inchino, rivolti alla donna. Eoghan e Karina rimasero soli.
 «Chi era?» Il tono dell’elfo fu più duro di quanto non volesse.
 «Un servitore»
 «Che ti chiama “mia luce”?» La voce di Eoghan scemò quasi in un sussurro.
 «Sta solo cercando di aiutarmi a scoprire cosa succede qui a Raerem». Karina fissò Eoghan che di rimase perplesso. L’elfo stava ripensando a quello che gli aveva detto Saifel e sperò che lei non stesse facendo lo stesso. Si sentì come se fosse la danzatrice di Karina, quello che Janira era per Saifel, almeno a parer suo.
 «Ho delle prove… ho degli elementi, ma a palazzo da sola io non posso», le parole le morirono in gola. Lo sguardo di Eoghan fu talmente glaciale da farle capire che non aveva voglia delle sue spiegazioni.
 «Eoghan ti giuro che…»
 «No. Tu non sai neppure cosa sia un giuramento. Non sono un oggetto… non mi faccio usare». Eoghan fu molto brusco.
 Lo sguardo di Karina si tramutò. Smise di essere implorante e si riempì di rabbia. Delle lacrime le scesero dagli occhi, ma Eoghan aveva già voltato lo sguardo. Karina, la contessa di Leerat deglutì e inspirò, sentendo i singhiozzi quasi bucarle il petto prepotentemente.
 Eoghan aspettò di sentirsi pugnalare con mille parole. Sperò con tutto il suo cuore che la donna gliene dicesse qualcuna, che lo insultasse, che lo cacciasse. Si sentiva ignobile ma al tempo stesso profondamente offeso. Illuso ma al tempo stesso vile. Una frase di Karina avrebbe rotto il silenzio teso che si era venuto a formare. Sentì il coraggio mancargli per tutto quel lungo attimo di silenzio. Percepì l’amaro odore della sconfitta in battaglia, permearlo come se fosse stato in guerra. Si voltò, riprendendo coscienza dei suoi sensi, ma Karina non era più lì. La donna stava già camminando lontano da lui. Si sentì morire.

***

 «Cosa vuol dire che non mi aiuterai? Tod… noi siamo solo in due e tu stesso hai riconosciuto il problema».
 «I miei genitori hanno lavorato per tutta la vita a queste miniere. Mi spettavano di diritto. Ho lottato per tenerle vive, ho lottato perché queste potessero cambiare la vita ai miei figli. C’ero quasi riuscito una volta, ma è stata tutta un’illusione. Si è vero ciò che dici, questo è successo tutto con Ibraham, ma ho lottato tutta una vita senza successo e sono arrivato alla mia età senza più nessuna speranza. Pensi che adesso io mi metta a rischiare la mia vita, quella dei minatori, il nostro lavoro e le poche e ultime speranze che abbiamo per andare a urlare due insulti al sovrano che con un cenno della mano ci può distruggere tutti?»
 Saifel rimase ammutolito di fronte al monologo di Capocatena.
 «Te la do io la risposta. No.» Tod Rivas fu secco. «Non posso permetterlo. Non posso più guadagnare più di quello che perderei. I miei genitori sono morti in questa miniera, per la gloria della vecchia Raerem, e io non disonorerò la loro morte in uno stupido corteo». Il capo dei minatori si sedette nuovamente sulla sedia alla scrivania del piccolo ufficio appena fuori dalle miniere, e chinò lo sguardo.
 «E che ne è stato del giuramento di cui parlano tutti in miniera, quello secondo cui tu avresti dato la vita per riavere la vecchia Raerem?»
 «Fuori!»
 Saifel sentì in quell’urlo lo stesso terrore che aveva provato la prima volta che aveva visto Tod, ai piedi del palazzo reale. Uscì di gran fretta avvolto in un senso di frustrazione. Si trovò davanti Eoghan. Anche l’altro elfo aveva uno sguardo poco sereno.
 «Hai…»
 «Sentito tutto», completò la frase Eoghan. Saifel abbassò lo sguardo.
 «Forse mi sono illuso di potercela fare, ma qui il sistema marcio si è radicato fin troppo in profondità. La gente non solo è cieca, ma chi ha gli occhi per vedere ha paura e rifiuta di emergere dall’oscurità». Saifel guardò Eoghan mentre assumeva una strana espressione.
 «Andiamo a lavorare. Stasera parleremo con una persona che potrà aiutarci». Eoghan diede una pacca sulla spalla a Saifel, poi entrò in miniera. Se vorrà ancora ascoltarmi, pensò tra sé. Karina.



Breve come un Respiro – Capitolo XV°


26 gennaio 2010 - 7:21 by immortal_bard

 «Hai trovato qualcosa?»
 «Più di qualcosa». L’uomo rispose sussurrando.
 «Che cosa?» il tono della donna invece si fece quasi concitato.
 «Più di quello che immagini», tese la mano e allungò due pergamene che erano state accartocciate, ma che aveva accuratamente stirato e arrotolato come fossero lettere ufficiali. La donna allungò le mani per prendere le carte ma l’uomo le ritrasse e sorrise chiudendo gli occhi.
 «Merito almeno un bacio sulla guancia, mia signora e mia luce».
 «Ti prego Iamal, non chiamarmi così». Karina ritrasse le mani istintivamente. Iamal riaprì gli occhi e lasciò che il suo sorriso si attenuasse.
 «Io ormai servo te, mia signora. Il mio lavoro per Ibraham è solo una copertura. Permettimi di chiamarti almeno “mia signora”». Iamal fece un leggero inchino e ritrovò il sorriso precedente. Karina fece due passi in avanti e lo baciò sulla guancia. L’uomo aprì gli occhi e fissò la donna per qualche istante, senza abbandonare il sorriso, poi protese di nuovo le mani e porse le pergamene alla donna, stavolta senza ritrarle. Karina le prese fissando a sua volta l’uomo negli occhi.
 «Non è stato facile trovarle. Ora devo andare». Iamal si allontanò lasciando sola la donna.

***

 Le dita sfiorarono la maniglia della porta. Gli occhi corsero alla finestra chiusa. Le candele erano spente e il chiarore della luna creava dei giochi di ombre che rendevano l’attesa del rintocco quasi terrificante. Il campanile suonò la mezzanotte.
 Sottovoce, Iamal cominciò a contare. La mano strinse il ferro battuto e iniziò a muoversi lentamente. La porta si aprì facendo solo un lievissimo cigolio. Uscì dalla sua stanza. Con passi leggeri, l’uomo scivolò lungo i corridoi, attraversò rampe di scale e raggiunse una porta adorna di decorazioni e intarsi dorati. Era l’ingresso ai corridoi dell’ala proibita. Nessuno poteva accedere a quelle sale se non autorizzato direttamente da Ibraham, il Magnanimo in persona.
 Con un sorriso soddisfatto, Iamal estrasse una chiave dalla tasca e la infilò cautamente nella serratura. Si appoggiò sulla porta per non farla tremare e cominciò ad aprirla guardandosi indietro per essere sicuro che nessuno lo avesse visto. Aprì dapprima uno spiraglio e sbirciò dall’altra parte. Pareva non esserci nessuno. Aprì la porta, la attraversò e la richiuse dietro di sé velocemente, ma sempre facendo attenzione a non fare rumore.
 Camminando radente alla parete più interna del corridoio, e superando velocemente le zone illuminate dalle finestre, Iamal corse verso una meta precisa. Raggiunse una porta di faggio, robusta e diversa dalle altre. Sentì ancora una volta un brivido nel toccare la maniglia d’oro lavorato, fredda quasi quanto la notte stessa. Con decisione aprì la porta ed entrò. Un rumore sordo rimbombò nel corridoio. Sapeva che non c’era verso di non far rumore con quella porta, quindi cercò di ridurlo al minimo.
 Appoggiato con le spalle sulla porta, Iamal sentì il suo sorriso diventare quasi un’espressione di vittoria, mentre il petto gli si gonfiava e sgonfiava velocemente per la tensione. Inspirò profondamente per riprendersi quindi si diresse subito verso la scrivania. Era sicuro che avrebbe trovato qualcosa di utile nella stanza di Ibraham.
 Iamal cominciò ad aprire cassetti e sportelli, curandosi di rimettere tutto a posto. Guardò tra i vari cartigli ma non trovò che atti burocratici di scarso interesse per ciò che cercava. Le sue orecchie erano costamente attente a ogni rumore che proveniva dal corridoio. Aveva poco tempo e molti posti dove cercare. Guardò tra gli scaffali e sotto la poltrona. Era difficile trovare qualcosa, soprattutto perché non sapeva neppure cosa stesse cercando.
 Il rintocco della prima ora del giorno lo fece sussultare. I battiti del cuore aumentarono e sentì un calore al volto che lo fece trasalire. Inspirò profondamente e si avviòm verso l’uscita. Credeva di avere fallito quando il suo sguardo si posò su dei fogli accartocciati dentro un cestino. Ne raccolse uno e cominciò a leggerlo. Rimase immerso nella lettura, sorpreso da ciò che l’inchiostro gli stava rivelando. Sul fondo della lettera era già stato apposto il sigillo con la cera lacca e nonostante il foglio fosse stato stropicciato, era ancora perfettamente visibile. Aveva trovato ben più di quello che potesse sperare.
 Il rumore di passi, seguito da quello della maniglia lo riportarono alla realtà. Il giro di ronda era arrivato e lui era ancora nella stanza. Osservò rapidamente la disposizione dei mobili, si lanciò dietro il divano e pregò che il buio lo proteggesse. La porta si aprì. Iamal chiuse gli occhi come a volersi nascondere dalla luce della candela e trattenne il fiato. Rimase immobile.
 Un suono cupo ma inconfondibile lasciò la stanza nel silenzio. La porta era stata chiusa. Iamal attese immobile ancora qualche istante, poi con estrema cautela si affacciò verso la stanza. Era completamente buia. Sarebbe passata un’altra ora prima che passasse il secondo giro di ronda. Aveva dunque il tempo per uscire dall’ala proibita.
 Iamal attese qualche minuto dietro la porta, appoggiato con l’orecchio sul legno per essere sicuro che non ci fossero rumori di passi nel corridoio. Aprì la porta così come quando era entrato ed uscì. Si appoggiò solo per un istante su di essa, come se volesse farla smettere di vibrare, si guardò a destra e a sinistra, e cominciò a correre nelle ombre fino a raggiungere la fine del corridoio. Aprì la porta ma si accorse che la mano gli tremava. Cercò di non fare rumore ma la paura non glielo consentì. La chiave gli cadde sul pavimento, tintinnando. La raccolse velocemente, aprì la porta e la richiuse dietro di sé, dando due giri di chiave. Cominciò a correre verso le sale della servitù, raggiunse la cucina, si arrampicò sulla credenza e infilò la chiave in una brocca nascosta in alto tra le vecchie brocche per il vino.
 «Che cosa stai facendo?»
 Iamal cadde all’indietro, ruzzolando sul pavimento. Si voltò terrorizzato ma si tranquillizzò quasi subito quando vide che a chiamarlo era Owanda, la cuoca.
 «Cercavo qualcosa da mangiare. Ho fame e non riuscivo a dormire», balbettò.
 «E lo cerchi con i piedi sudici sui miei ripiani?»
 «Io…» si alzò e si diede una ripulita, cercando di riprendere il controllo. Owanda si avvicinò e chiuse la dispensa che Iamal aveva aperto afferrandocisi mentre cadeva.
 «Ho sempre detto che eri un tipo strano, ma non pensavo fino a questo punto». La cuoca si piegò sulle ginocchia e aprì un cassetto, tirando fuori qualche pezzo di pane e un po’ di formaggio. Poi sorrise all’uomo. «Anche io a quest’ora ho sempre fame. Conservo sempre uno spuntino qui. Vuoi farmi compagnia?»

***

 «Sei sicuro che non abbia capito nulla?»
 «Si». Iamal sorrise soddisfatto. «La cuoca non immagina nemmeno che il primo servitore nasconde la sua copia della chiave lassù. Credo che in pochi, pochissimi lo sappiano».
 «Grazie». Karina abbracciò di nuovo Iamal, comprendendo il rischio che aveva corso per trovare qualcosa per lei, quindi prese congedo senza aggiungere altro.

***

 «Mio signore». Zarghen entrò nell’ufficio di Ibraham, intento a scrivere dei documenti.
 «Entra pure»
 «Ho delle notizie». Il comandante delle guardie di Raerem assunse un tono duro, ed enfatizzò la sua preoccupazione come se fosse scoppiata una guerra.
 «Cosa ti turba?»
 «Ieri notte qualcuno dei servitori ha girovagato per l’ala proibita. Avevo dei sospetti e ho fatto di persona diversi giri di ronda». Ibraham sembrò sorpreso. «Qualcuno trama contro di te».



Breve come un Respiro – Capitolo XIV°


16 gennaio 2010 - 1:09 by immortal_bard

 «Nonostante il freddo, vi piace far tardi la sera, mia signora Karina». Zarghen sbucò dall’ombra della porta che la donna aveva appena chiuso.
 Karina sobbalzò, appoggiando le spalle al muro e portandosi istintivamente una mano al petto. Si avvicinò alla luce di un lucernario appeso alla parete del corridoio e sorrise facendo un inchino.
 «Adempio solo ai doveri del culto a cui credo, e non c’è ora migliore della notte per pregare all’altare di Kyrion, comandante Zarghen. Noto che invece a voi piace apparire all’improvviso alle donne che sono ospiti di questo palazzo». Le ultime parole della donna risuonarono di una leggera ironia.
 «Le donne della corte di Leerat sono molto coraggiose a quanto vedo. Girano la notte senza temere nulla. Non penserei mai che la mia presenza, seppur improvvisa, possa spaventarvi». Zarghen si mostrò sicuro e sorridente.
 «Mi è stato riferito che Raerem è una delle città più sicure delle terre del nord. In alcuni luoghi si dice addirittura che si potrebbero mandare i bambini a giocare da soli al chiaro di luna. Ma ciò non significa che io abbia più coraggio di qualsiasi altra donna di qualunque altro regno».
 Le lusinghe velate della donna sembrarono spostare l’attenzione del comandante della guardia di Raerem su altri argomenti. Zarghen rimase in silenzio per qualche istante, poi fece un passo verso la luce. Karina indietreggiò impercettibilmente.
 «Vi auguro una buona notte, mia signora». L’inchino fu elegante e aggraziato. Zarghen svanì senza aggiungere altro lasciando la donna da sola.
 La contessa di Leerat attese qualche istante, fintanto che i passi del comandante della guardia cittadina di Raerem non si fossero tramutati in un leggerissimo suono, poi si mosse verso le scale, raggiunse la sua stanza e si chiuse dentro. Si accorse che il cuore le batteva nel petto come se avesse visto un drago. Corse alla finestra e osservò la luna. Dall’alto della torre che la ospitava all’interno del palazzo reale di Raerem, Karina ebbe modo di rilassarsi dalla tensione della giornata e dall’ultimo incontro. Si lasciò sprofondare nel morbido materasso di piume e ancora vestita chiuse gli occhi. Le sue labbra si allargarono in un sorriso che sorpresero persino se stessa. L’emozione e l’euforia per essere riuscita a rispondere con calma a Zarghen la stava sollevando, ma si rese conto che il sorriso era dovuto più al pensiero dell’incontro precedente al suo ritorno al palazzo: senza volerlo stava pensando all’elfo. Rimase con gli occhi chiusi per qualche istante, poi li aprì, si spogliò rapidamente e si infilò sotto le coperte. E la notte la avvolse.

***

 Le palpebre si aprirono nel buio. Aveva chiuso la finestra e coperto ogni spiraglio con le tende. Il buio lo aiutava a rilassarsi e a abbandonarsi nel vuoto mentale. Eoghan percepì che era giunto il mattino e che il suo riposo era terminato. Si alzò con un movimento perfettamente coordinato, come se si fosse alzato dalle brande dell’esercito. Abitudine, pensò tra sé con un accenno di rammarico. Scostò lentamente le tende lasciando che la luce filtrasse. La sua vista sensibile si inondò immediatamente dei colori della stanza. Aprì la finestra e lasciò che l’aria entrasse. D’improvviso sentì un tuffo al cuore, si nascose dietro l’anta della finestra appena aperta e inspirò profondamente. Rimase stupito di aver fatto quel gesto. Scosse la testa e si affacciò lentamente, sbirciando dall’alto della stanza al primo piano della locanda, verso la strada. La donna che ogni giorno incontrava era lì, vicino al mercato, accompagnata da due soldati e sorridente stava acquistando della frutta fresca. I suoi capelli neri, avvolti in un velo, risaltavano nel bianco della neve ancora fresca della notte. La ragazza si voltò nella sua direzione, ma non lo notò. Sebbene il gelo raggiungesse ancora con facilità le ossa, il sole risplendeva nel cielo del mattino.
 Eoghan scosse di nuovo la testa e si avvicinò alla porta. Ascoltò con attenzione che non ci fossero rumori sospetti e la aprì con cautela. Nessuno girava per il corridoio. Il silenzio della stanza si rompeva non appena l’elfo puntava l’orecchio verso le scale che conducevano alla sala comune. Con passo discreto, Eoghan si diresse verso il piano inferiore.
 «Buongiorno». Saifel alzò la mano e salutò con un sorriso luminoso. Al suo tavolo era seduta anche la donna con cui Eoghan l’aveva visto parlare la sera precedente. Si avvicinò al tavolo.
 «Immagino che tu ti sia divertito questa notte». Nelle parole del guerriero c’era un velato sarcasmo e un meno velato senso di sdegno.
 «Suvvia, non è certo divertimento come lo intendi tu. Non offendere questa donna prima di averci parlato. Ti assicuro che ha tante cose interessanti da dire. Stanotte abbiamo avuto una lunga conversazione». Saifel sfiorò la mano della ragazza la quale accennò un sorriso imbarazzato.
 «Adesso si dice “lunga conversazione”? Non so perché ma da un certo punto di vista quasi me l’aspettavo». Eoghan si allontanò dal tavolo e andò verso l’oste. «Una tazza di latte e un po’ di pane, per favore», si sedette al bancone e poi si voltò. «Dobbiamo andare alla miniera. Ancora qualche minuto e saremo in ritardo».
 Saifel si alzò e accompagnò la donna verso il bancone, affiancandosi a Eoghan. «Questa è Janira, una donna simpatica e di classe. Una vera artista e non c’è nulla di male nel stringere qualche amicizia». Il bardo cercò di sedare le sensazioni sgradevoli che trasudavano dal compagno.
 «Va bene, piacere». Eoghan fece un rapido cenno e si concentrò sulla sua colazione. Si rese conto che a dargli fastidio non era tanto il fatto che Saifel si fosse, ai suoi occhi, lasciato andare con una donna, ma quanto che questo gli riportasse alla mente la sera prima e l’immagine di quella donna che gli stava sempre di più catturando i pensieri. Chi erano quei soldati? Perché era scortata? Eoghan si trovò sovrappensiero in pochi istanti, finché Saifel non lo scosse.
 «Eoghan. Sbrigati a finire, altrimenti arriveremo davvero in ritardo».
 Janira non era più con loro e lo sguardo di Saifel era diverso. Eoghan sentì nel calore della mano del bardo che gli si poggiava sulla spalla, una strana energia, come un calore che lo calmò e lo riportò alla realtà. Ingurgitò rapidamente l’ultimo pezzo di pane che gli era rimasto, buttò giù la mezza tazza di latte, si asciugò la bocca con il dorso della mano e si avviò verso l’uscita. Saifel fece un cenno di intesa all’oste, quindi seguì il compagno.

***

 «Sei davvero intenzionato a giacere con quella donna?»
 «No». La risposta di Saifel giunse a mala pena all’orecchio di Eoghan, tra una picconata e l’altra.
 «Allora perché le hai dato corda? Ho sentito che avete dormito insieme ieri. Eravate a meno di due stanze dalla nostra. Non dirmi che non hai interesse in lei». Eoghan fece una brevissima pausa anche per rifiatare.
 «Janira è un’artista, ed è anche molto brava. Le sue donne sono tutte tornate ai loro alloggi e lei si è trattenuta a raccontarmi un po’ delle loro esperienze e qualcosa dei loro spettacoli». Saifel aveva imparato a parlare senza commettere troppi errori e senza fare pause, così da non creare lamentele da parte di Capo catena o dei suoi sottoposti. «Non c’è niente tra me e lei. Ci siamo solo fatti quattro chiacchiere».
 «Solo un’amica dunque». Eoghan vagliò quell’ipotesi come se volesse convincersi che un elfo poteva essere amico di una donna senza alcun problema. «Solo un’amica» ripeté.
 La giornata si prolungò più del solito in miniera. Il canarino di Tod Rivas era morto. In molti dicevano che lo tenesse in miniera come allarme in caso di esalazioni pericolose, tuttavia spesso pareva che l’animale fosse particolarmente caro a Capo catena. L’uccellino era morto di vecchiaia e per il gelo prima di entrare in miniera e Tod aveva fatto iniziare i lavori della giornata con due ore di ritardo per trovare un rimpiazzo. La velocità e la rudezza con cui l’uomo aveva sostituito l’animale sembrava confutare l’idea che avesse sentimenti verso di lui, tuttavia il suo silenzio e gli ordini urlati con rabbia parevano confermarla. Quello che tutti compresero fu che sarebbero usciti con il buio quel giorno e nessuno avrebbe fatto eccezione.
 I due elfi andarono a riscuotere la loro paga giornaliera. Furono gli unici a notare nel buio che gli occhi di Tod erano lucidi. Il gelo, l’umidità o forse ancora il pensiero per Picky, il canarino. Nessuno di due osò fiatare. Presero i soldi e come ogni sera si recarono alla locanda, passando prima per il tempio.
 Eoghan camminava davanti a Saifel, come se avesse fretta. In cuor suo sentiva una strana sensazione, come se volesse incontrare la donna della notte passata e contemporaneamente desiderasse che fosse già andata via dal tempio. Saifel lo seguì al passo spedito.
 Il bardo teneva lo sguardo basso e il capo avvolto nel cappuccio per difendersi dal freddo e per poco non travolse il guerriero che si era fermato repentinamente. La donna stava uscendo dal tempio e i due si erano trovati faccia a faccia proprio sulla soglia dell’ingresso del tempio.
 «Pensavo che non venissi oggi, Eoghan di Radebaran». Le parole della donna lo lasciarono basito. Non solo si ricordava il suo nome, ma era stata addirittura lei a rivolgergli la parola per prima.
 Saifel indietreggiò e si tolse il cappuccio. Si accorse di chi aveva davanti, sorrise, fece un piccolo inchino, salutò brevemente e passò oltre, entrando nel tempio e lasciando Eoghan solo con la donna.
 «Non so ancora il tuo nome». L’elfo si spostò di un passo, lasciandole lo spazio nel caso fosse voluta uscire.
 «Karina», disse solamente.
 I loro occhi si incrociarono e si scrutarono nel profondo. Per entrambi la situazione era un misto di imbarazzo e strana eccitazione. Era come se tutto quell’incontrarsi e ignorarsi, il gioco di sguardi che si era venuto a creare e il mistero che li avvolgeva, avesse creato un qualche tipo di legame che entrambi sentivano di voler seguire.
 «Non sei una contadina, vero?» Il tono di Eoghan rimase gentile, pacato e attento che nessuno udisse.
 «No, vengo da Leerat e sono in visita qui da qualche mese».
 «Anche io sono qui da poco più di un mese». Eoghan non finì la frase.
 «Lo so», Karina lo interruppe, «me lo hai detto la scorsa sera».
 Eoghan rimase in silenzio per qualche istante. Non sapeva cosa dire e il vortice di imbarazzo e paura di dire qualcosa di sbagliato non lo aiutava. Dal canto suo, Karina, non sembrava essere molto propositiva sebbene sembrasse gradire la compagnia dell’elfo.
 «Sto andando», esitò un attimo, «nelle mie stanze». Seguì una piccola pausa. «Mi accompagneresti?»
 Eoghan sembrò illuminarsi in volto e cercare le parole giuste per rispondere, ma Karina lo interruppe ancora una volta. «Oh, scusami, non dovrei allontanarti dalla tua preghiera quotidiana. Fa come se non avessi detto nulla». La donna accennò ad allontanarsi ma Eoghan la fermò alzando i palmi delle mani. Sentì un brivido lungo la schiena nel fare quel gesto ma cercò un po’ di audacia.
 «Nessun problema. Kyrion non si turberà se ritardo le mie invocazioni per accompagnarti e proteggerti fino alla tua destinazione». Il sorriso gentile e sincero che seguì la risposta dell’elfo trasparì più dagli occhi che dalla bocca. Karina lo ricambiò e gli fece un cenno perché le facesse strada.
 Eoghan ignorò la locanda quando ci passarono davanti. Karina domandò e ascoltò. Il suo interesse ricadde particolarmente sulla storia che aveva il guerriero condotto a Raerem. Non disse nulla di sé. Eoghan invece raccontò della guerra, dell’incontro con Saifel, della prigionia e del lavoro in miniera. In pochissimo si trovarono di fronte al palazzo dove Eoghan aveva avuto il suo incontro con Ibraham. Rimase turbato per un attimo.
 «Grazie davvero per la tua compagnia. Come ti ho detto non sono di questa città e sono solo in visita. Mi ha fatto molto piacere parlare con te», esitò ancora una volta, poi completò la frase facendo arrossire l’elfo sotto il cappuccio. «Finalmente».
 «Potrei accompagnarti tutte le sere se lo desideri. Anche se quando tu esci dal tempio io non ho ancora avuto modo di togliermi la sporcizia della miniera di dosso».
 «Sarebbe magnifico». Karina rispose con più entusiasmo di quanto non ne volesse dimostrare.
 «Allora a domani», si affrettò ad aggiungere, poi si diresse verso una piccola porta alla base di una torre.
 Eoghan la osservò estrarre una catenella con legata una chiave da una tasca della sua veste, aprire la porta e richiuderla lentamente dietro di sé. Rimase immobile per qualche momento. Poi si rese conto che tutto sommato non aveva saputo praticamente nulla di lei e che aveva parlato per tutto il tragitto. Che stupido! L’avrò annoiata… mi ha detto quelle cose solo per cortesia, pensò. Si voltò e si avviò verso il tempio. Era sicuro che avrebbe incontrato Saifel a metà strada. Appena due passi dopo essersi incamminato, il suo turbamento si perse in un pensiero molto più positivo: aveva parlato liberamente e si era fidato di una donna. Anche Eoghan, infine, accennò un sorriso. E alle spalle dell’elfo, dietro gli spessi vetri di una finestra alta nella torre, una tenda ondeggiò, priva di ogni sorriso dietro di essa.



Breve come un Respiro – Capitolo XIII°


7 gennaio 2010 - 7:12 by immortal_bard

Quando la porta della locanda si aprì, Eoghan e Saifel videro una scena che li lasciò stupiti. Quattro donne molto avvenenti erano in locanda, sedute al bancone e a mala pena riuscivano a respingere le attenzioni degli avventori. Un urlo spinse i due elfi a entrare e a chiudere la porta dalla quale il gelo stava iniziando a diffondersi nella sala comune.
 Saifel si avvicinò al bancone, e come ogni sera si apprestò a prendere il liuto che era stato del ragazzo che poco tempo prima era stato improvvisato cantastorie dal locandiere. Immediatamente una delle ragazze lo guardò e gli sorrise. Un elfo non passava facilmente inosservato, specie in luoghi come quello.
 «Cosa ci fa un elfo in un luogo come questo?»
 La ragazza scese dallo sgabello e si avvicinò. Aveva i capelli rossi e le labbra umettate con un velo di rossetto quasi impercettibile. Le sue guance erano ben curate e i suoi abiti stonavano con il clima della locanda. Lo fissò con i suoi occhi azzurri.
 «Sono qui come cantastorie, e in realtà alloggio nelle stanze al piano di sopra, mia signora» rispose cordialmente l’elfo. «Il mio nome è Saifel e penso di poterti rivolgere la stessa domanda».
 «Io sono Janira» rispose la ragazza.
 «Intendevo dire che potrei chiederti perché una donna come te si trova in un luogo simile». L’elfo sorrise gentilmente e con la coda dell’occhio scrutò la donna.
 Eoghan intanto si sedette al suo solito posto all’angolo del bancone. Tra lui e le altre tre donne c’erano una manciata di uomini già mezzi ubriachi.
 «Oh, sono qui», la ragazza si portò una mano davanti alla bocca e cominciò a ridere garbatamente, si guardò intorno e poi continuò. «Sono qui con il mio gruppo di danzatrici. Eravamo in viaggio verso Hanturiam ma abbiamo avuto qualche problema e così ci siamo dovute dirigere verso la città più vicina», le parole le uscirono di bocca veloci e particolarmente allegre, «Raerem per l’appunto». Saifel intuì che c’era qualcosa di strano.
 Dalle scale della locanda scesero altre ragazze, tutte quante vestite con gonne lunghe e larghe, corpetti attillati e truccate come se dovessero esibirsi. Il locandiere le vide scendere e corse dall’elfo.
 «Suonerai qualcosa per noi? Hanno promesso di danzare per i miei clienti. Se lo farai stasera tutto il ricavato del palco è tuo». L’oste sorrise e scosse la testa come se stesse proponendo a Saifel l’affare dell’anno.
 Saifel era particolarmente stanco e preso dai pensieri che gli erano maturati in testa negli ultimi giorni. Anche Eoghan sembrò disturbato dal fracasso che si era generato in locanda a seguito della presenza delle donne. Al tavolo dei metalli l’unico disinteressato e concentrato sulla sua birra era Kurt.
 «D’accordo», disse sospirando l’elfo. La donna di fronte a lui balzò immediatamente giù dal piano rialzato e corse sul palco, seguita dalle altre ragazze. Il rumore della locanda si placò solo per un istante in seguito alla sorpresa. Non appena Saifel pizzicò le corde del liuto, voci, canti e battere di mani si mischiarono in una cacofonica melodia che fece comunque danzare le donne.
 Al primo ballo parteciparono tutte, dal secondo in poi le ragazze cominciarono a fare a turno, andando di tanto in tanto al bancone o ai tavoli a riscuotere monete, complimenti e qualche pacca sul sedere.
 Una ragazza, una tra le più carine, si avvicinò a Eoghan e gli porse un calice di vino, poi si sedette sullo sgabello vicino al suo e gli sorrise. Eoghan la ignorò.
 «Il tuo amico è bravo a suonare. Tu cosa sai fare di bello?»
 L’elfo alzò lo sguardo per un attimo e rimase torvo. Era palesemente infastidito dal trambusto e non sfiorò neppure il bicchiere che la donna gli aveva offerto.
 «Sei un solitario vero? Ma sei anche molto bello». L’elfo alzò nuovamente lo sguardo, stavolta un po’ a disagio. La donna si alzò in piedi e gli girò dietro le spalle, appoggiandogli i palmi sulla schiena e accennando un massaggio.
 «Sei veramente teso e nervoso. Mi piacerebbe poter fare qualcosa per scioglierti».
 «Lasciami stare». Il tono dell’elfo fu brusco ma pacato. La donna rimase inizialmente gelata, poi si scosse e riprese a massaggiarlo più vigorosamente.
 «Dovresti essere più rilassato. Tutta questa tensione ti farà crepare». La donna scoppiò in una risata fragorosa ma non volgare. Un’altra ragazza si unì a lei.
 «Cosa fate di bello? State preparando la serata? Posso partecipare?». La nuova arrivata fu ancora più esplicita ed esuberante rispetto all’altra. Anche lei era molto carina, ed Eoghan si trovò ad ammettere che c’era un filo di tentazione in quella surreale situazione.
 «Suvvia, tra poco il locandiere chiuderà la sala comune e noi non ci siamo ancora divertite abbastanza», la prima divenne più provocante. La seconda si appoggiò con la schiena sul bancone e si sistemò il seno prosperoso davanti a Eoghan, agitando i capelli da sinistra a destra con un movimento ampio ma aggraziato della testa.
 «Lasciatemi in pace», disse di nuovo con tono cupo. Eoghan prese due monete e le lasciò sul bancone per pagare l’idromele che aveva a mala pena sorseggiato e si diresse fuori dalla locanda. Sapeva che fuori il gelo sarebbe stato tagliente, ma era anche sicuro che le donne ormai mezze nude e accalorate dall’ambiente della sala comune non lo avrebbero seguito.
 L’elfo chiuse la porte dietro di sé. Sospirò e si strinse nel mantello. La bufera del pomeriggio si era placata, ma la neve continuava a scendere ininterrotta, seppur leggera e poco fastidiosa. Ogni tanto qualche gelida brezza lo faceva drizzare sulla schiena. All’improvviso un rumore attirò la sua attenzione. Socchiuse gli occhi e guardò nella direzione del tempio, distante circa trecento passi dalla locanda. Vide l’inconfondibile manto bianco della donna che incontrava spesso sotto il porticato di Kyrion.
 «Stavolta è davvero troppo tardi», sussurrò sospettoso. Con passo rapido raggiunse la strada. Vide la donna e attirò la sua attenzione con un cenno della mano. Sentì l’imbarazzo crescergli. Ma cosa mi è saltato in mente, pensò tra sé cercando delle parole intelligenti da dire.
 «Salve». La donna accennò un saluto e si guardò attorno preoccupata. Una mano le corse sotto il mantello vicino alla cintura. Eoghan lo notò.
 «Salve a te, mia signora. Perdonami ma io», deglutì. «Ecco ho notato che forse vi sarebbe potuto essere utile un mantello in più data la bufera». L’elfo si pentì immediatamente di quello che aveva detto, ma per cercare di essere coerente, si tolse il mantello e lo porse verso la donna. Sentì il gelo entrargli nelle ossa.
 «Oh… no grazie, non è necessario», la donna cercò subito di dissuadere l’elfo. Il suo tono era meno preoccupato di prima, ma sembrava ancora spaventata, come se fosse stata colta di sorpresa.
 «Io sono Eoghan dei boschi di Radebaran, a Raerem per errore e accettato come cittadino di classe inferiore». Ancora una volta il guerriero si pentì subito di quello che aveva detto, ma non riusciva a essere lucido, sia per l’emozione mai provata, sia per il freddo che gli stava facendo scendere delle lacrime simili a gocce di ghiaccio.
 «Ti prego rimettiti il mantello», disse la donna quasi implorante. Eoghan eseguì.
 «Non ti sto seguendo… è che ti ho vista spesso al tempio e io, ecco…». Eoghan cercò di trovare un argomento convincente ma si rese conto di non sapere neppure il perché l’avesse fermata. Divenne rosso per l’imbarazzo ma anche per la rabbia verso se stesso. Si rese conto che Saifel aveva ragione.
 «Certo», annuì la ragazza. «Hai detto che sei uno straniero?»
 «Si», rispose subito Eoghan. Un fiocco di neve gli si poggiò sulle labbra e provò di nuovo la sensazione che aveva provato davanti al tempio.
 «Io sto andando a dormire, penso che passerò davanti alla locanda. Tu sei diretto lì?»
 Eoghan intuì che la ragazza non era a suo agio e che stava tentando di allontanarsi da quel posto. Forse non voleva essere scoperta, forse nasconde qualcosa, pensò. «Si, posso accompagnarti? Lì è anche più riparato dal freddo». Ancora una volta l’elfo ringraziò il buio che insieme al cappuccio nascondeva il rossore delle sue guance. Cosa mi salta in mente? Devo offrire a una nobile una birra in una taverna puzzolente? Eoghan si sperò che la donna non pensasse che volesse trattenerla.
 «No, grazie, ma non posso fermarmi in locanda». Le parole della donna lo fecero raggelare più della neve.
 I due arrivarono davanti alla locanda. Il tetto spiovente creava una piccola nicchia che riparava dal vento e il tepore del camino sembrava fuoriuscire dalle pareti.
 «Così proseguirai da sola a quest’ora della sera. Non è pericoloso? Non sono qui da molto ma non penso che esistano città che siano così sicure la sera nei vicoli bui, per quanto una donna o un uomo sappia badare a se stesso».
 «Forse lo è, ma», la donna esitò un istante, «devo».
 «Sarei lieto di accompagnarti, se me lo consenti». Eoghan assunse un tono gentile. Cercò di vincere la sensazione di essere solo un minatore il cui cuore chiedeva asilo tra le braccia di un’aristocratica. La donna esitò. I suoi occhi neri lo rapirono di nuovo. Poi la porta della locanda si aprì.
 «La sala comune è chiusa. Stanno andando tutti via. Su dai, io e le mie due amiche siamo pronte. Vieni? Ti aspettiamo nella tua stanza». La ragazza che gli aveva offerto il calice di vino si affacciò mezza nuda dalla porta della locanda. Eoghan rimase spiazzato e ammutolito. Si voltò verso la donna cercando di giustificarsi con lo sguardo.
 «Devo andare». La donna fece un leggero inchino e si allontanò di gran passo senza aspettare la risposta dell’elfo. Eoghan rimase inebetito, guardandola mentre si allontanava.
 «Allora? Entri?»
 Eoghan si voltò con sguardo spento. Rientrò in locanda. Due ragazze gli tolsero il mantello e cominciarono a riscaldarlo massaggiandogli il petto e la schiena. Gli avventori della locanda si stavano allontanando, e il locandiere era intento a contare il denaro guadagnato con lo spettacolo delle donne. Saifel era seduto al bancone e stava parlando con quella che sembrava essere la prima ballerina del gruppo. Altre due stavano riempiendo il compagno elfo delle stesse attenzioni con cui il guerriero era stato accolto.
 Con passo sicuro, Eoghan afferrò il mantello togliendolo dalle mani della ballerina e salì rapidamente al piano di sopra. Le ragazze lo seguirono, convinte di essere riuscite nel loro intento, ma rimasero di pietra quando l’elfo chiuse a chiave la porta della stanza dietro di sé.
 Saifel spostò impercettibilmente lo sguardo verso le scale quando vide ridiscendere le due ragazze. Janira lo stava adulando e non si rese neppure conto che l’elfo non era pienamente immerso nelle sue parole come pensava.
 «Bevi un altro calice».
 «Non mi piace bere troppo», rispose l’elfo.
 «Ma stasera dobbiamo festeggiare la grande serata», giustificò la donna.
 «Bevo solo se anche tu bevi con me».
 La donna esitò, poi afferrò la bottiglia e versò due calici pieni di vino.
 L’oste non si curò che i due stessero finendo la bottiglia che neppure avevano pagato. Era troppo occupato a contare le monete. Ormai nella sala comune c’erano solo lui, le ragazze stanche e sudate, Saifel e Janira.
 L’elfo e la donna tracannarono il vino d’un fiato in maniera poco aggraziata per entrambi. La donna si asciugò la bocca con il dorso della mano e scoppiò a ridere, poi portò le braccia attorno all’elfo e lo baciò sulla guancia. Poi si avvicinò all’orecchio e gli sussurrò con tono sensuale.
 Saifel non capì neanche una parola di quello che aveva detto ma ne intuì le intenzioni. Appoggiò il liuto dietro il bancone al solito posto, fece un passo su per le scale e con un sorriso malizioso fece un cenno a Janira. Subito altre due ragazze la seguirono ma il bardo le fermò con un gesto.
 «Solo una per volta». L’elfo sorrise ancora più malizioso. I due giunsero davanti alla stanza ma la porta era chiusa a chiave. Eoghan si era rintanato lì.
 «Andiamo nella mia stanza». Janira sussurrò ancora a Saifel, gli prese la mano e lo trascinò più avanti nel corridoio. Giunsero davanti a una porta più piccola ma quando la aprirono la stanza si rivelò molto più pulita e ordinata di quella che l’oste aveva dato ai due elfi.
 «Chiudi la porta».
 Saifel chiuse la porta e diede un giro di chiave, facendo sparire come in un gioco di prestigio la chiave.
 «Vuoi giocare con me? Non vuoi che fugga?» Janira sorrise e cominciò a spogliarsi. Saifel sorrise e infilò una mano in tasca. Estrasse due sacchettini di stoffa pieni di erbe dal profumo che gli risultò inconfondibile. Alla vista delle piccole borsette, Janira si tastò le tasche e si rese conto che erano vuote.
 «Se sono nelle mie mani, evidentemente non sono più nelle tue tasche». Saifel perse il sorriso. «Cosa sono?»
 «Sono delle medicine che prendo la mattina». La risposta di Janira fu palesemente improvvisata. Saifel aprì un sacchetto e odorò il contenuto. Poi fece lo stesso con l’altro, sotto lo sguardo immobile della donna.
 «Erba del Paradiso ed Essenza del Sole». L’elfo mostrò molta sicurezza. «Tra gli elfi le chiamiamo anche Sonno della mente e Fertilità». La donna indietreggiò di un passo. «Volevi drogarmi e usarmi per avere un figlio?». La domanda dell’elfo non fu posta con aggressività, ma la ragazza sentì un leggero terrore salirle lungo la spina dorsale.
 «No, io…», Janira singhiozzò cercando una spiegazione che negasse l’evidenza. Saifel la incalzò.
 «Dunque?»
 «Non è come pensi. Posso spiegarti tutto». La donna indietreggiò trovandosi spalle al muro. Saifel infilò una mano sotto il mantello, come se volesse prendere qualcosa. Janira emise un gemito terrorizzato e le parole le fuoriuscirono di bocca come un fiume in piena.
 «Il comandante delle guardie, Zarghen, ci ha assoldate perché svolgessimo un compito per conto del Magnanimo. Ci ha promesso la libertà e una vita normale in cambio. E denaro anche». Saifel si fermò capì che non era più necessario fingere di essere minaccioso.
 «Che compito?»
 «Dovevamo sedurvi, rendervi deboli mentalmente e farci dare dei figli da voi, così sarebbero stati mezzi uomini e mezzi elfi. Voleva che foste legati a lui e a Raerem. Non so altro. Ti prego non farmi del male».
 Saifel poggiò una mano sulla spalla di Janira. Sentì che tremava. La abbracciò e le carezzò la nuca. «Non ti farò del male». Nonostante la tenesse vicina a sé, l’elfo era all’erta e pronto a reagire, e teneva sotto controllo ogni movimento della ragazza. Janira però scoppiò in un pianto singhiozzante e si lasciò avvolgere.
 «Siete servitrici che non erano mai uscite dal suo palazzo, non è così?»
 Janira annuì asciugandosi le lacrime sulle mani.
 «Questa città non è poi così tranquilla e serena come sembra, vero?»
 Ancora una volta Janira confermò i sospetti di Saifel. L’elfo accompagnò la donna sul letto e la fece accomodare, poi si avvicinò alla finestra e rimase a riflettere per qualche istante.
 «Che cosa farò adesso?»
 La voce di Janira era rotta dal pianto. L’elfo si avvicinò alla donna. Le sollevò il mento con una mano e le sorrise. «Farai esattamente quello che ti ha ordinato il tuo signore».
 «Cosa?»
 «Vuoi tornare libera?» Saifel la guardò trasmettendole speranza.
 «Più di ogni altra cosa».
 «Rimarremo chiusi in questa stanza. Riferirai al Magnanimo che io mi sto innamorando di te. Gli dirai che non hai avuto bisogno di droghe e che sei riuscita fare ben più di quello che lui si aspettava. Gli dirai che gli elfi non sono delle creature che si possono sedurre come gli uomini ma che hai trovato il nostro punto debole, e che anche l’altro elfo, Eoghan, cadrà nella tua rete». Janira ascoltò e annuì a ogni parola dell’elfo. Poi calò un attimo di silenzio.
 «E dopo cosa faremo?»
 «Non lo so ancora ma dobbiamo guadagnare tempo, e io ho bisogno di capire meglio cosa sta succedendo in questa città. Tu puoi aiutarmi e puoi aiutare tutta la gente di Raerem, Janira». Saifel sfiorò la mano della donna che ebbe un fremito. Gli guardò le dita lunghe e affusolate, un po’ rovinate dal lavoro in miniera ma ancora morbide come quelle di un artista. Poi alzò gli occhi e annuì ancora, come se avesse intuito i pensieri dell’elfo.
 «Anche le tue compagne dovranno credere che sta riuscendo il piano, ma dovrai fare in modo che soltanto tu e al massimo un’altra continuino a ronzarci intorno. Inizieremo con il fargli credere che noi elfi ci stiamo legando a qualcuno della città e che non vorremo andare via». Saifel tornò alla finestra e continuò a pensare. Poco dopo si voltò e vide che Janira lo stava guardando con un misto di ammirazione e speranza. Il suo sorriso traspariva dagli occhi. Era chiaro che la donna vedesse una via d’uscita nelle parole dell’elfo.
 «Adesso dormi, ne hai più bisogno di me». Saifel si avvicinò di nuovo alla donna e la accompagnò sul cuscino. Janira si rese conto allora di essere quasi nuda ed ebbe un sussulto di vergogna. La parte che stava recitando era finita e con essa anche la spregiudicatezza che si era inventata. Si nascose nelle coperte e rimase immobile e in silenzio. Saifel spense la candela e si sedette vicino alla finestra. Guardare la luna gli portava sempre consiglio e saggezza. E sapeva che a breve ne avrebbe avuto molto bisogno.



Breve come un Respiro – Capitolo XII°


23 dicembre 2009 - 13:48 by immortal_bard

I giorni trascorrevano inizialmente lenti, poi sempre più veloci. Con il passare del tempo la dimestichezza con le nuove armi migliorava e mattine, pomeriggi, sere e notti sembravano non bastare mai. Eoghan si stava preparando per il giorno del giuramento. Sarebbe trascorso un mese da quando aveva ricevuto l’iniziazione a Prescelto di Groomanor, la Notte dell’ultima Luna. Le armi che il Maestro della Luna gli aveva consegnato quella sera, lo avrebbero accompagnato fino al giorno del giuramento ai dogmi di Groomanor e per tutto il resto della sua vita.
 Eoghan strinse il piccone, rendendosi conto che in qualche modo, i giorni in miniera avevano un sapore molto simile, eppure completamente diverso. Non trascorreva giorno senza pensare all’arma persa ai piedi della montagna, probabilmente sepolta sotto cumuli di neve nella migliore delle ipotesi, e a quella riposta negli armadi delle baracche dei soldati. La Piccola e il Forte erano come sorelle, persone di cui fidarsi. Erano la sua anima. Eppure, scavando nella pietra, giorno dopo giorno, l’elfo si rese conto di provare una stanchezza fisica molto vicina a quella degli allenamenti. Mancava l’adrenalina del combattimento ma il tempo volava e il lavoro diventava, come l’allenamento, sempre più facile da affrontare.
 «Sembrano tutti alienati. Non credi?»
 Saifel riportò Eoghan alla realtà per un istante. Il guerriero si guardò attorno e si limitò ad annuire, poi tornò a cacciare via la pietra per facilitare l’estrazione dei minerali. Un pensiero gli balenò nella mente e in un istante intuì cosa Saifel volesse dire. Il lavoro gli stava distaccando la mente e lo stava rinchiudendo nei suoi pensieri.
 «C’è qualcosa di strano, vero?»
 «Si». Saifel si limitò a sussurrare la risposta e proseguì nel suo lavoro. Il bardo continuò a guardarsi attorno per qualche istante, poi si immerse anche lui nelle sue riflessioni.
 La notte in locanda era diventata anche per i due elfi il consueto momento per rilassarsi oltre che un obbligo per non dormire in mezzo a una strada. Dopo l’esibizione della prima sera, Saifel ed Eoghan erano stati accettati da quasi tutti, e chi non li vedeva ancora di buon occhio, si limitava a ignorarli. Kurt e i suoi uomini li facevano sedere sempre più spesso al loro tavolo ma le conversazioni non erano più scese nei dettagli raggiunti nell’euforia della prima sera. Ogni tanto qualcuno si apriva di più e raccontava parte della sua storia al bardo, cosicché potesse ricamarci sopra qualche racconto, ma il nano continuava a essere riservato. Quasi ogni giorno, prima di andare a bere qualcosa di caldo, Saifel faceva tappa al tempio di Kyrion, per rivolgere una preghiera o un canto agli Dei, ed Eoghan, come al solito, lo aspettava sulla soglia, non curante delle intemperie. Spesso i due elfi incontrarono la stessa donna che avevano visto la prima volta che erano entrati nel tempio. Raramente scambiarono con lei qualche parola. Allo stesso modo, padre Marion, accoglieva i due elfi ma aveva sempre ben poco da raccontare oltre quello che aveva già detto, tuttavia Saifel trovava sempre nuovi particolari interessanti sulla gente del luogo e sulla storia della città di Raerem.
 Raerem, un tempo chiamata il Regno di Raerem, era ben più di una città. Le sue mura si innalzavano almeno quanto quelle delle linee di confine di Hanturiam e le sue torri non avevano nulla da invidiare a quelle del regno vicino di Leerat. Un esercito di almeno diecimila soldati difendeva i cittadini e il re, Raem X, decimo della generazione da cui la città stessa aveva preso il nome. La storia, non più vecchia di cento anni, raccontava che Raerem fosse un regno invidiato da tutti per quanto fosse rigoglioso e bene organizzato. La sua ricchezza si basava sulla capacità dei regnanti a mantenere ottimi rapporti commerciali con le città vicine, e sulla grande forza di volontà che tutti i cittadini avevano nel collaborare al benessere di tutti. Ognuno lavorava non solo per sé, ma anche per gli altri. Raerem era diventata quasi una leggenda tra le bocche degli abitanti delle terre del nord.
 Alla morte di Raem X, un velo di sconforto coprì la famiglia reale. Egli infatti era morto senza discendenza. La moglie sterile non aveva potuto dargli figli e tutti i discendenti nella sua linea di sangue erano morti per malattie o spesso in circostanze misteriose. In molti mormoravano riguardo a cospirazioni per rovesciare il casato dal trono, ma nessuno poteva immaginare che quello fosse solo l’inizio di della fine del regno di Raerem. Non essendoci più nessuno in grado di sostenere i complessi rapporti diplomatici intessuti dai Raem, nacquero dissidi politici tra vari regni e il crescendo del malcontento coinvolse Raerem nelle delicate questioni tra i regni di Hanturiam e Leerat. La guerra si spostò sulle città e i villaggi del regno e pian piano i soldati caddero e la forza del popolò scemò.
 Agli occhi del popolo, la morte del regno fu talmente lenta che quasi neppure ci fecero caso. In cento anni il regno divenne una semplice città. Le mura e ogni costruzione superflua furono abbattute e la sua dimensione si ridusse di oltre dieci volte. In molti fuggirono dalla città e in molti vi si rifugiarono.
 La guerra stava distruggendo tutto. All’improvviso giunse dal nulla un ricco signore, divenuto proprietario di varie terre, di cui nessuno sapeva nulla. Pareva provenisse da un regno a nord, e che il suo casato fosse vagabondo. Era Jonas Gaerlem. Questi si presentò al consiglio di Raerem, cioè coloro che avevano avuto il coraggio ti tentare di prendere le redini del regno, affermando di avere il potere di far finire la guerra. E ci riuscì. Nessuno seppe come ma egli portò con sé un foglio che rappresentava un patto di non belligeranza, in cui né Hanturiam né Leerat avrebbero attaccato quella città fintanto che Raerem non avesse avuto un esercito vero e non avesse disturbato o favorito nessuna delle due. Rapidamente l’uomo che aveva portato la pace si trasformò in un idolo e ben presto divenne quasi il nuovo signore di Raerem. Fu soprannominato il Magnanimo. Jonas aveva riportato regole e ordine, ma soprattutto aveva riportato la pace. La sua politica era spesso dura ma efficace. E con il suo governo tutti parvero tacere e dimenticare il passato. Il suo tempo durò venti lunghi anni, in cui la gente di Raerem si rinchiuse all’intero nelle basse mura di quello che restava del quartiere interno del regno. Quando Jonas morì, lo scettro, il regno e anche il nome passarono al figlio: Ibraham.
 «Il Magnanimo, come lo chiamano…», Saifel si avvicinò a Eoghan dopo aver preso congedo dal sacerdote. «Non so perché ma sono convinto che nasconda qualcosa. Sono cambiate molte cose da quando è morto suo padre, eppure la gente è ancora narcotizzata dalla calma apparente che ricopre questa città».
 Eoghan rimase immobile. Fissava l’altare e le panche poco lontane da esso. Saifel lo osservò e seguì il suo sguardo. Raggiunse ciò che il guerriero stava guardando. Era ancora quella donna.
 «Subisci il suo fascino?»
 «No, io…», Eoghan si scosse sorpreso.
 «Mi stavi ascoltando?»
 «Si». Il guerriero accennò una risposta poco sicura. Saifel rimase in silenzio qualche istante, guardò indietro verso la donna che parlava con il sacerdote, poi tornò a guardare l’amico.
 «E cosa ne pensi?»
 «Scusami, hai ragione. Non ti stavo ascoltando». Eoghan divenne serio. Assunse un’espressione quasi offesa. Era come se Saifel l’avesse ferito cogliendolo in un momento di vulnerabilità. L’elfo uscì dal tempio e si appoggiò con le spalle al muro. Saifel lo seguì.
 «Dovresti parlarle qualche sera. Ho visto come la guardi e riconosco quando qualcuno, soprattutto un elfo, subisce il fascino di una donna umana. Lo so bene». Saifel parve ricordare qualcosa che gli era accaduto in passato e abbassò lo sguardo.
 «Forse dovrei ma…», Eoghan si interruppe, rendendosi conto che stava di nuovo diventando vulnerabile. «Smettila». Il tono del prescelto di Groomanor divenne più alto e aggressivo di quanto volesse. Saifel indietreggiò sorpreso.
 «Siamo qui da quasi un mese. Al massimo tra altri due la neve sarà sciolta e alla fine verremo sottoposti a giudizio dai nostri rispettivi regni. Considerati i tuoi progressi, il tempo non è moltissimo. Ma alla fine tu sei un elfo, non un umano». Il bardo lanciò quella provocazione al compagno e si diresse senza aspettare verso la locanda.
 Eoghan subì quella frase come un pugno allo stomaco. Non poteva accettare di essere coinvolto in qualche modo da una donna, umana, che neppure conosceva. Non riusciva ad accettare che c’era in lei qualcosa che lo rapiva. Non era in grado di sopportare di essere in qualche modo attratto da lei.
 Saifel era già lontano quando Eoghan fu di nuovo scosso dai suoi pensieri. «Se non ti sbrighi berrà anche le tue birre, mio signore». La donna velata di un pesante manto bianco, si rivolse a Eoghan.
 L’elfo rimase sorpreso e senza parole. Era una situazione che trovò imbarazzante per più di un motivo. Eoghan aveva visto più volte la donna, anche con il viso scoperto, ma sempre da lontano e non ne aveva colto molti particolari. In quel momento incrociò il suo sguardo che spiccava sotto il cappuccio e sopra il velo che le riparava la bocca e le narici. I suoi occhi neri e profondi, circondati dalla pelle candida, lo rapirono. Sentì quasi girargli la testa. Aprì le labbra ma non riuscì a parlare. La donna sorrise e, seppure fosse coperta dal velo, l’elfo riuscì a percepirlo. Quando trovò il coraggio per parlare, si accorse che la donna si stava già allontanando a passo celere per fuggire dalla neve.
 «Sono Eoghan, dei boschi di Radebaran…» sussurrò. Un fiocco di neve gli si posò sulle labbra ed Eoghan sentì quel caldo e gelido bacio di ghiaccio fargli battere il cuore nel petto come mai gli era successo. Scosse il capo e corse dietro all’elfo, senza più guardare indietro verso la donna.
 «Perché non entri mai nel tempio?» Saifel parve non voler più tornare sull’argomento che aveva quasi offeso il compagno elfo.
 «Io… a volte penso di non credere nell’aiuto degli Dei». Eoghan parlò liberamente, come se l’incontro ravvicinato con la donna al tempio lo avesse sconvolto al punto che non aveva più difese.
 «Perché?»
 «Perché in più occasioni gli Dei non ci hanno aiutato». Eoghan rispose con un filo di rabbia nella voce.
 «Che aiuto ti saresti aspettato?»
 «Quando ho avuto bisogno degli Dei tutti, essi non sono accorsi. Io credo solo in Groomanor, il signore che protegge gli elfi in battaglia. Solo lui mi da vera forza e mi fa vincere i combattimenti». Eoghan divenne man mano più sicuro mentre parlava del suo Dio.
 «Davvero credi che sia solo la sua volontà e non la tua fede? Davvero credi che l’aiuto degli Dei debba essere così evidente e così fuori dalle parti?», lo sguardo di Saifel si fece curioso e serio al tempo stesso.
 «Dov’erano gli Dei mentre gli uomini bramavano alle spalle del nostro pacifico bosco? Dov’erano gli Dei mentre uno assetato di potere rubava con l’inganno il consenso di alcuni elfi? Dove, quando le spade degli uomini hanno trafitto alle spalle il mio popolo?»
 Saifel percepì tutto l’odio e lo sconforto dell’elfo che in poche frasi stava ricordando i terribili momenti che lo avevano strappato alla sua vecchia vita.
 «Dov’è la loro pietà per la gente che soffre?» Eoghan si quietò, in attesa di una risposta.
 «Non lo so, ma alla mia mente non è dato di comprendere a pieno i disegni. Ciò che so è che esiste il libero arbitrio e che la mia preghiera non è una domanda, o una richiesta. La mia preghiera mi da la forza di fare ciò che è bene per me e per gli altri». Saifel si fermò un istante. «Perché vedi il male e dai la colpa agli Dei, vedi il bene e lo dai per scontato, assegnandone il merito alle azioni degli elfi o della natura stessa?»
 Eoghan titubò e lentamente cambiò espressione.
 «Il bene non esiste senza il male» finì Saifel. L’elfo si fermò un istante. Eoghan fece solo un passo in più e rimase di spalle ad attendere che il bardo lo raggiungesse.
 «E questa città? Qui sembra non esistere né il bene né il male. Eppure percepisco che questa gente avrebbe bisogno di aiuto perché priva di ciò che tanto osanni come libero arbitrio». Eoghan provocò il bardo.
 «E pensi che gli Dei non abbiano nulla in mente?»
 «Non dovrebbero forse intervenire, secondo quello che dici, e salvare questa gente dall’oblio ridandogli la libertà?»
 Saifel sorrise, ripensò a ciò che lo aveva turbato durante la giornata di lavoro e guardò verso Eoghan,  ricominciando a camminare e superando nuovamente il compagno elfo. Eoghan rimase ancora una volta colpito e scosso dalla risposta dell’elfo: «E chi ti dice che non siamo noi, ciò che gli Dei hanno pensato per Raerem?»



Breve come un Respiro – Capitolo XI°


15 dicembre 2009 - 8:45 by immortal_bard

 «Notizie del carico diretto ad Hanturiam?»
 «Sono arrivati. Hanno avuto qualche difficoltà nel tragitto e lo stesso è valso per il messaggero».
 «Capisco». Ibraham roteò la coppa col vino fissandone il fondo. Zarghen rimase in piedi accanto a lui, guardando la tavola imbandita e già piena di pietanze fredde.
 «E le mappe per Leerat? Sono arrivate o la neve le ha fermate? Quel carico vale molti soldi». Ibraham sollevò gli occhi verso il comandante delle guardie di Raerem e lo guardò speranzoso. Zarghen dal canto suo rimase in silenzio e fugò il volto del Magnanimo.
 «Non abbiamo notizie ancora».
 «Maledizione!» Ibraham colpì il tavolo con forza facendo tremare vassoi e candelieri. Anche la porta vibrò. Zarghen la osservò per un istante.
 «Almeno la via verso Hanturiam è praticabile? La lettera che devo spedire alla contessa deve arrivare entro il giorno stabilito». Ibraham guardò Zarghen come se potesse essere lui a decidere delle sorti del tempo atmosferico.
 «Pare che sia percorribile». Il comandante non parlò con convinzione ma Ibraham sembrò rasserenarsi.
 «Dimmi qualcosa sugli elfi. Come è andato il loro primo giorno?» Il tono del signore di Raerem si fece nuovamente calmo e pacato.
 «Hanno lavorato in miniera, poi si sono diretti alla locanda e sono passati dal tempio di Kyrion». Zarghen parlò spedito come se avesse fretta di andare via.
 «Bene. Devono ambientarsi. Appena possibile dobbiamo portare loro donne e fortuna, senza esagerare. Non voglio che i miei futuri sudditi dalla lunga vita abbiano motivo di essere troppo indipendenti o poco fedeli». Una fragorosa risata riempì la stanza. La porta vibrò ancora e si mosse. Ibraham e Zarghen si scambiarono un’occhiata. Il Magnanimo cominciò a parlare della cena e di cosa avrebbero mangiato, invitando il suddito con lo sguardo e con ampi gesti della testa ad andare ad aprire la porta.
 Zarghen si avvicinò silenziosamente, per quanto gli fosse permesso dall’armatura, alla pesante porta di legno. Afferrò la maniglia e udì rumore di tacchi poco prima di spalancarla con un rapido movimento del braccio. Una donna con il braccio proteso in avanti fece un leggero balzo indietro, spaventata dall’inaspettata apertura della porta.
 «Karina, mia signora, è da molto che sei qui?» Ibraham non nascose un certo turbamento.
 «No, sono appena arrivata, mio Signore. Stavo giusto per bussare Perché sono in ritardo?»
 «Forse un po’ in anticipo» disse Ibraham nuovamente tranquillo. «Ma va benissimo. Potremo spendere qualche minuto da soli in una piacevole conversazione» concluse.
 Zarghen fissò indietro verso il suo signore. Il suo sguardo era quasi impaurito, come se sospettasse della donna. Ibraham gli fece un cenno con la testa per tranquillizzarlo e lo invitò a congedarsi. Il comandante fece dunque passare Karina e poi uscì, chiudendo bene la porta dietro di sé. Osservò le ombre vicino alle tende. Credette di avere le allucinazioni. Un istante prima gli era parso di vedere una forma scura, e l’attimo dopo era svanita. Estrasse lentamente la spada dal fodero e con un rapido ma poco convinto movimento la fece ruotare contro le le tende. Gli anelli che tenevano il tessuto ressero il colpo. La luna illuminò per un istante la stanza. Zarghen si guardò attorno. Nessuno.
 «Dannazione». Il comandante si allontanò con gran passo dalla sala da pranzo e uscì verso le sale esterne. E qualcosa si mosse nelle ombre.
 All’interno della sala da pranzo, la conversazione si fece leggera tra Karina e Ibraham e pian piano anche gli altri invitati arrivarono e tutti insieme cominciarono a consumare il banchetto offerto dal Magnanimo. La serata andò avanti e Ibraham si comportò come sempre. Come se nulla fosse accaduto.

***

 «Cosa ti fa credere che il fatto che tu racconti belle storie ti renda il benvenuto al mio tavolo?» La frase di Kurt gelò per un istante l’elfo che si era avvicinato. Saifel rimase fermo un istante poi si rese conto che quella era la prima volta che il nano gli rivolgeva la parola, ordini in miniera a parte. Inspirò a fondo e riprese il coraggio e tornò a recitare la parte di quello sicuro di sé e dei suoi mezzi.
 «Perché sono sicuro che ridarvi la vostra metà persa della paga sarà più che sufficiente a farci perdonare l’errore di questo pomeriggio». Saifel posò il boccale traboccante di monete al centro del tavolo, facendosi spazio tra due sedie. Eoghan, che nel frattempo si stava avvicinando, osservò stupito la scena. Il bardo aveva appena dato via la loro cena e le loro stanze. Sebbene il guerriero si ripetesse che doveva fidarsi di lui, la cosa non gli riuscì molto facilmente di fronte a quel gesto.
 Kurt fissò l’elfo. Senza staccargli gli occhi di dosso afferrò lentamente il manico del boccale e lo avvicinò. Il nano prese a contare le monete tirandole fuori una a una dal boccale e cominciò a distribuirle ai sui uomini. Saifel rimase immobile e in silenzio. Eoghan guardò da poco più indietro.
 La mano del nano spartì agilmente il denaro poi il suo sguardo si alzò. C’era ancora poco meno di mezzo bicchiere pieno di monete. «Queste sono tue». Il nano spinse il boccale in avanti. «Ti sei guadagnato ben più della paga di cinque uomini in una sola serata, ma non credere che la gente qui sia sempre così generosa. Stasera è stato grazie alla sorpresa e alla novità». Il nano sentenziò e buttò giù d’un fiato quello che sembrava essere il quinto o sesto boccale da almeno una pinta di birra.
 «Magari riuscirò a raccogliere storie interessanti che coinvolgeranno la gente in locanda e continuerò a guadagnare tanto, non credi?» Il bardo sorrise e sfiorò lo schienale della sedia.
 «Sedetevi». Kurt diede il permesso ai due elfi di unirsi ai tavoli. Saifel si voltò verso Eoghan e gli sorrise. Il guerriero di Groomanor rimase impassibile, abbassò il cappuccio e si andò a sedere alla destra del compagno.
 «Non ti conviene guadagnare tanti soldi o ti toglieranno anche quel poco che ti resta mandandoti a mendicare o peggio a morire per le strade fuori della città. Ormai è un po’ che non succede più. La gente ha imparato a seguire le regole dettate dal Magnanimo». Uno degli uomini dei metalli intervenne, come se ormai Kurt li avesse accolti. Il suo tono andò rallentando e scemando sotto lo sguardo carico d’ira del nano.
 «Quali regole?» Saifel colse l’occasione e cercò di approfondire.
 «Ci sono delle regole da rispettare. Come in tutte le città». Kurt rispose secco e con tono burbero. «Diteci chi siete e da dove venite e soprattutto perché siete qui». La conversazione fu subito tramutata dal nano in una specie di interrogatorio. L’uomo che poco prima aveva tentato di iniziare la conversazione abbassò lo sguardo rendendosi conto che si era fatto affascinare dai modi dell’elfo e aveva quasi rotto il rito di iniziazioni a cui Kurt pareva voler sottoporre i due elfi.
 «Io sono Saifel, musico dell’esercito di Hanturiam e originario dei boschi di Allyfain e lui è Eoghan, guerriero dell’esercito di Leerat», il bardo si fermò attendendo che Eoghan completasse la presentazione ma il silenzio fu l’unica risposta dell’elfo. «Stavamo sfidandoci in un duello durante una delle contese tra i regni per cui combattiamo e ci siamo spinti troppo vicino alla città di Raerem, dove abbiamo scoperto di aver violato il patto di non belligeranza. Dunque siamo stati arrestati e, per il momento, accettati come cittadini di classe inferiore in attesa che passi l’inverno e gli ambasciatori dei nostri regni possano venire qui a giudicarci».
 La presentazione di Saifel sembrò rassicurare Kurt. Anche gli altri uomini al tavolo cominciarono a parlare tra di loro più tranquilli, come se quelle parole avessero rimosso qualche genere di sospetto o pregiudizio.
 «Bene. Adesso potete stare seduti al mio tavolo, ma questo non significa che mi state simpatici». Il nano accennò un sorriso ma nessuno avrebbe avuto il coraggio di farglielo notare.
 «Allora? Di quali regole si parlava prima?»
 «Sei proprio curioso, elfo». Il nano voltò lo sguardo e bevve un sorso.
 «Semplicemente non vogliamo creare di nuovo problemi come quello di questo pomeriggio, e nessuno ci ha spiegato come funzionano le cose in questa città». Il bardo rispose prima ancora che il nano finisse di bere.
 «Lascia che ti presenti i miei uomini: Mark, Rod, Alexander, Tore, Matt, Jan e Nak». Il nano indicò uno a uno i suoi sette uomini seduti al tavolo.
 «Perché continui a cambiare argomento?»
 «Perché la prima regola è proprio “non curiosare”». Il nano si protese verso l’elfo e gli puntò il dito contro. «La curiosità può essere molto pericolosa da queste parti, chiaro?» Il bardo annuì.
 «Capisco, però credo sia normale chiedersi come mai un gruppo di persone che godono di tanto rispetto», Saifel fece una pausa come a sottolineare il complimento implicito in quelle parole, «siano rimaste a fare dei lavori come cittadini di classe inferiore, avreste potuto scegliere di fare un lavoro normale». Rod, uno tra i più grossi fisicamente, accennò una risata.
 «Scegliere? Sono lavori…»

***

 «…forzati?» Ibraham sgranò gli occhi. «Mia signora, Karina, quello che dici mi turba. Perché pensi che qualcuno dovrebbe costringere gli uomini di Raerem a lavorare in miniera o nelle fucine? Hai visto fruste o catene?» L’espressione del volto gli si fece quasi incredula.
 «Non si tratta di fruste o catene. Tuttavia potrebbe essere solo una voce che circola. In fondo sono pur sempre una straniera in visita e sono qui da poco. La gente potrebbe tentare di spaventarmi».
 «I nostri rapporti con la tua città, contessa, sono quelli definiti dal patto delle guerre. Non belligeranza». Ibraham chiuse gli occhi e agitò la mano come in un rito solenne. Tutti gli invitati al banchetto convennero con le sue affermazioni.
 «Tuttavia se prendeste in moglie una donna di un altra città, e questa appartenesse a uno dei due regni con cui avete stretto il patto, il vostro schieramento sarebbe chiaro». Karina mostrò un particolare interesse per l’argomento che aveva preso la conversazione.
 «Stai forse cercando di farti sposare?» Nella sala scoppiò una risata poco discreta rispetto al tipo di persone che sedevano al tavolo. Anche Karina sorrise. Solo una battuta innocente, si disse. Tuttavia l’argomento cambiò dopo quelle parole e non tornò più né sulla guerra, né sullo stato dei cittadini, né soprattutto sui rapporti con Leerat e Hanturiam.
 Un servitore si avvicinò al magnanimo. Con un ampio cenno del capo e un gran sorriso, Ibraham si alzò e chiese scusa, quindi si avviò verso le porte della cucina. Zarghen lo attendeva.
 «Si tratta di qualcosa di urgente spero». Il volto del sovrano di Raerem mutò repentinamente.
 «Sto solo eseguendo i tuoi ordini. Avvisarti immediatamente se qualcosa non va come previsto durante le spedizioni». Zarghen si giustificò mantenendo un’espressione seria e sicura.
 «Parla»
 «Il carico partito la settimana scorsa è arrivato. Il messaggero è tornato riferendo che a causa del ritardo i compratori hanno chiesto che gli fosse fatto un prezzo più basso, ma quando hanno visto la qualità non hanno esitato a pagare il prezzo pieno». Zarghen non trattenne un accenno di sorriso.
 «Un altro buon guadagno dal commercio di…»

***

 «…armi?» Saifel rimase stupito.
 «Cos’altro? Estraiamo minerali e materie prime per lavorare metalli e altre cose simili. Gli unici in città che lavorano quanto noi e con la stessa quantità di nuove persone che arrivano come cittadini di classe inferiore sono quelli delle fucine, eppure io qui intorno non vedo molti soldati armati fino ai denti, e nessuno sembra sapere che fine facciano tutte quelle cose».
 «Basta!» Kurt batté di nuovo i pugni sul tavolo. «Devo forse ricordarvi che parlare di certe cose attira l’attenzione di persone sbagliate?» Il tono del nano fu severo.
 «Kurt, è la verità. Anche se tutto il lavoro e il movimento in città non fanno altro che stancarci al punto che non abbiamo voglia neppure di pensare, non siamo stupidi», intervenne Mark.
 «Non mi interessa quanto intelligenti vi crediate. Se non rispettate i miei ordini siete fuori dalla squadra». Il silenzio scese sul tavolo.
 «Vi offro un ultimo giro di birra e poi andrò a dormire. Si è fatto tardi e domani mattina non voglio arrivare tardi». Saifel spezzò la tensione facendo tintinnare un po’ di monete e frapponendosi tra i ringhi di Kurt e gli altri uomini dei metalli.
 Pochi minuti dopo, i due elfi passarono dall’oste, pagarono le birre e il costo di una camera dove dormire entrambi, e si recarono sul retro. Eoghan guardò Saifel e si fermò prima di entrare.
 «Mi hai sorpreso. Ma ho fatto bene a fidarmi di te», sorrise.
 Saifel citò un antico detto in lingua elfica. Siamo fratelli elfi. Se non ci fidiamo di noi stessi, di chi possiamo?
 «Giusto», rispose Eoghan, entrando nella stanza e chiudendo la porta. «Ma non dovresti usare la lingua antica fuori dai boschi».
 «Comunque è stata una serata più fruttuosa di quanto previsto». Saifel sorrise, si svestì e si gettò sul letto. Osservò Eoghan accovacciarsi tra le lenzuola ancora vestito. Il bardo rimase in silenzio, e si rese conto di essere allegro e triste nello stesso momento. Qualcosa in quella città gli ricordava alcuni momenti brutti della sua vita, ma al tempo stesso le parole che aveva assorbito lo avevano eccitato. I frutti di cui parlava non erano il denaro, ma le informazioni che aveva raccolto. Essendo un bardo raccogliere storie era la cosa che più lo gratificava, ma a Raerem, era convinto, c’era qualcosa di più.



Breve come un Respiro – Capitolo X°


7 dicembre 2009 - 7:36 by immortal_bard

E la terra vibrò. Squarci sul terreno si aprirono inghiottendo mura e pietre. Il pozzo al centro della piazza cominciò a vomitare fango che inondò le strade. La gente cominciò a correre a destra e a sinistra, ma nessuna strada o sentiero sembrava sicuro. L’ira infuocata del terremoto smembrò alberi e case. Le acute urla straziate e strazianti delle donne abbracciate ai figli come conchiglie su perle, riempirono l’aria. Un uomo con un carretto corse fuori dalle porte della città, trascinando i resti di legno ancora intatti. Sulle sue guance lacrime e terra scorrevano come fiumi, mentre il sangue delle ferite gli inondava camicia e calzoni. Non guardò indietro, nemmeno quando la terra tremò e gli tolse l’ultima cosa che gli era rimasta. La terra si aprì e la moglie cadde trascinando con sé la piccola culla di vimini. Chi osservava la città da fuori e vedeva crollare torri e palazzi, porte e mura, ringraziò il cielo di essere distante. Ma anche lontano dalla civiltà, tutto attorno, niente era sicuro. La montagna, dipinta di nero dall’ombra delle nubi cariche di acqua e fulmini, sembrava sovrastare ogni cosa e spandere la disperazione ovunque.

 «Nell’oscurità del più profondo degli Incubi, il male stava covando il rampollo del suo potere. Sebbene il bene non possa esistere senza il male, ciascuno crede di essere nel giusto e prova a prevalere sull’altro, senza rendersi conto che una totale vittoria significherebbe al tempo stesso una totale sconfitta». A poco a poco anche i più riluttanti della locanda furono catturati dal tono, dalla musicalità e del fascino emanato dalle parole di Saifel. Era da tempo che nessuno di loro ascoltava una storia.
 «Ci sono cose che la gente crede solo fantasie. Parole che non vorrebbero ascoltare, eventi che non dovrebbero essere raccontati. Ma non è questa la sera in cui noi ci piegheremo all’oblio…»

 Quando la terra si chetò, il silenzio divenne irreale. Tutto giaceva immobile in contemplazione della distruzione che caratterizzava tutto il paesaggio. C’erano molti cadaveri ma l’unico vero era quello della città stessa, morta e sepolta sotto le sue stesse macerie.
La gente cominciò a parlare. Le urla divennero richiami. Ciascuno sperava che i propri cari fossero scampati al disastro. Lacrime e stridore di denti divennero la nuova tetra melodia. Chi si era avvicinato alla città ma non era riuscito a raggiungerla rimase impietrito di fronte a ciò a cui aveva assistito.

 Saifel continuò con la sua tetra introduzione. Il bardo cercò di raggiungere l’apice dell’attenzione e dell’interesse, e lo tenne alto per diversi minuti, poi fece scemare lentamente parole, tono e musica. Ci fu una lunga pausa di silenzio. «Spero di avere stuzzicato la vostra curiosità con questa storia di una terra lontana, ma sono solo un cantastorie improvvisato al mestiere di minatore, senza un soldo e senza un futuro se non sarò bene accetto tra voi».
Saifel si alzò, poggiò il liuto sullo sgabello e fece un semplice e discreto inchino, poi andò al bancone e raggiunse Eoghan, al quale rubò il bicchiere e buttò giù d’un fiato l’ultimo sorso. Il guerriero fissò il compagno con un pizzico di stupore.
 «Sei stato davvero nel Narkatar?» Eoghan sussurrò stando bene attento a non farsi sentire da nessuno che fosse abbastanza vicino per origliare.
 Il bardo sorrise e fece cenno di no con la testa. «Però mio padre si. Non ha assistito a terremoti o tragedie ma è stato in quelle terre esotiche e di storie ne ha raccolte tante prima di tornare nei boschi. Prima o poi, spero di poter andare anche io laggiù». Eoghan guardò Saifel con stupore. Il bardo lo tranquillizzò subito.
 «Inventerò. Conosco varie leggende su quelle terre oscure». Anche Saifel fece attenzione a parlare solo quando nessuno poteva sentirlo. Poi, con un altro sorriso, afferrò di nuovo il bicchiere di Eoghan, spinse una delle monete d’argento che Radolf aveva lasciato prima di crollare, verso il locandiere per pagare la birra dell’uomo ubriaco, ne prese un’altra e la gettò dentro il bicchiere e la fece tintinnare, sorridendo a destra e a sinistra. Con passo lento e aggraziato, Saifel raggiunse il centro della sala e poggiò per terra il bicchiere. Poi afferrò di nuovo il liuto e si sedette sullo sgabello, sguardo basso come se non si curasse più di chi mettesse quante monete, e cominciò a suonare una melodia concitata ma a tratti malinconica.
 Tra gli sguardi attoniti degli altri minatori, Kurt dei metalli scese dalla sedia, si diresse verso il bicchiere, infilò una mano in tasca ed estrasse due monete d’argento e le fece cadere rumorosamente nel bicchiere.
 «Elfo, prosegui con la tua storia, voglio sapere come finisce». Il tono del nano fu stranamente calmo.
 Saifel alzò lo sguardo e guardò Kurt, accennando un sorriso, poi guardò Eoghan e lo invitò con un impercettibile gesto della testa a prendere l’ultima moneta di Radolf e metterla nel bicchiere. Era abbastanza sicuro di essersi guadagnato quelle due monete.
 «Le bocche delle genti parlano sempre quando non c’è modo di capire, quando non c’è spazio per la ragione. I primi pensieri, le prime ipotesi portano uomini, nani, elfi e qualunque creatura mortale a pensare alla prima spiegazione razionale. E questo è spesso il primo errore». Saifel ricominciò ad accompagnare le sue parole con note melodiche, ancora troppo perfette per il liuto di legno rozzo che teneva tra le mani. Gli sguardi e le orecchie tornarono protesi verso di lui.
 
 Il terremoto aveva ucciso molti di molte razze. Il disastro aveva portato non solo distruzione esteriore, ma fratture nell’animo di tutti coloro che ne erano in qualche modo rimaste vittima. Doveva essere trovato un capro espiatorio. I popoli vagabondi, più selvaggi e devoti alla caccia, furono gli unici che non si chiesero nulla e si rinchiusero nelle loro capanne, ricostruite in poco tempo. Uscivano solo per andare a caccia. Ma nelle città, soprattutto dove più razze si mescolavano insieme, il malcontento si diffuse. Durante i lavori di ricostruzione delle città, proprio i momenti in cui c’è maggior necessità di dimostrarsi solidali e uniti, ognuno tirò fuori il peggio di sé.
 Chi trovava un cadavere sotto le macerie, imprecava contro il vicino, quasi accusandolo di avergli rubato la fortuna di scavare dove non ci fossero cadaveri. La superstizione cominciò a regnare sovrana e divenne una delle principali alleate a nemiche delle persone.
 Trovare la causa di quel terremoto divenne la ragione principale di vita degli abitanti delle città del Narkatar. Alcuni cominciarono a rinnegare gli Dei, asserendo che non esistessero o che comunque non gli importasse nulla di coloro che soffrivano nel mondo che essi avevano creato. Altri lasciarono gli Dei nelle loro dimensioni celesti e accusarono i popoli dei boschi di avere incitato la terra selvaggia a divorare la civiltà da loro tanto odiata. Altri ancora accusarono le razze che avevano avuto origine dalla terra, come i nani, accusandoli di avere scavato fin troppo in profondità da rendere il terreno instabile. I più agguerriti iniziarono delle guerre personali che presto di tramutarono in guerre di razza. Ogni creatura civile ma che era giunta dai boschi o che avesse un minimo a che fare con essi, fu cacciata via dai luoghi civilizzati e ogni creatura della terra, soprattutto i nani, fu presa di mira diventando oggetto di scherno, disprezzo e violenze gratuite. Tutto assunse un odore irreale e la tensione di quei popoli si allargò a macchia d’olio permeando l’aria fino ai confini delle valli del sud.

 Saifel proseguì il suo racconto, scendendo nei dettagli ogni volta che sentiva l’attenzione del suo pubblico farsi incalzante, e descrivendo scene concitate ogni volta che l’interesse si abbassava anche solo di poco. Frappose alcune pause di sola musica che tuttavia sembravano fondersi perfettamente come colonna sonora tra una descrizione e l’altra. A ogni sguardo, Kurt dei metalli sembrava sempre più interessato. Il bardò si rese conto di essere a metà dell’opera. Ogni pausa divenne fondamentale perché gli serviva per intrecciare altri racconti e altre descrizioni alle leggende che conosceva. Ma quello in fondo era il suo mestiere e la parte più difficile era non far perdere l’attenzione mentre non parlava, suonando le note giuste al momento giusto. E fino a quel momento c’era riuscito al punto tale che Eoghan stesso, ascoltando la storia, pur sapendo che in buona parte il bardo stesse inventando, si sentì parte della storia e vide riaffiorare il suo odio per gli uomini, mentre Saifel raccontava di come essi cacciarono nani ed elfi dal Narkatar.
 Il guerriero si scosse e si staccò dai suoi pensieri quando l’elfo ritornò a parlare.
 «Quanti di voi sono stati nel Narkatar?» Saifel sorprese il suo pubblico interagendo con loro e fermando la musica repentinamente. Timidamente qualcuno alzò la mano. Kurt rimase impassibile.
 «Quanti di voi conoscono queste storie di violenza?» Il tono del bardo divenne quasi provocatorio, come se fosse stato una vittima di quelle malefatte o avesse davvero vissuto il disastro. Altri ancora fecero cenno e borbottarono qualcosa.
 «Sappiate che le genti del Narkatar non hanno mai trovato la verità che io conosco». Saifel abbassò lo sguardo e ricominciò silenziosamente a pizzicare le corde del liuto, intonando una melodia malinconica. E attese.
 Moneta dopo moneta, il boccale traboccò d’argento e tutto attorno le monete resero grigio il pavimento. Quasi tutti rinunciarono a una birra per conoscere la verità. Era un affare irrinunciabile quello che proponeva lo sconosciuto arrivato dai campi della guerra. Saifel sorrise.
 «C’è una leggenda, una storia che i sacerdoti non vogliono raccontare, qualcosa di scomodo che va al di fuori della comprensione dei mortali ma che è avvenuta e che ha cambiato il corso della storia del mondo così come lo conosciamo. Si tratta di una storia che riguarda un Dio morto, colui il quale nome non dovrebbe essere pronunciato, l’essere che fu cacciato nell’oblio divino. Questa storia riguarda Kahalan, il Signore dei morti».

 Esistono vari modi in cui una divinità può interagire con il mondo dei mortali. Le risposte alle preghiere, i piccoli miracoli quotidiani, la magia di un incantesimo o di una semplice parola. Tuttavia qualcuno aveva studiato le regole inventate all’alba dei tempi dagli stessi Dei, per poterle piegare a suo vantaggio. Kahalan lo aveva fatto per il desiderio di appropriarsi delle anime di tutti i mortali. E per questo era stato bandito dagli altri Dei. Tuttavia egli aveva acquisito già molto potere e aveva bisogno di spargere la sua discendenza. Nessuno sa raccontare come ciò sia potuto accadere ma avvenne proprio nelle terre del Narkatar.
 Il ventre oscuro del Dio morto, si contorce nell’ombra, e genera la progenie di ciò che noi chiamiamo male. Le sue braccia legate attorno al mondo che tanto ha desiderato di poter regnare, lasciano macchie indelebili. Il sangue nero che sgorga dalla sua bocca inonda i fiumi e uccide tutti i pesci. Desideroso che ogni essere lo invochi, dandogli il potere di stare al di sopra anche degli Dei creatori, Kahalan danza e si avvolge laddove è accolto.
 Non fu il terremoto a portare il male. Esso era radicato già in molte persone, in quasi tutti gli abitanti del Narkatar, sempre in collera tra di loro, sempre pronti alla guerra, vera o giornaliera, sempre in cerca di un capro espiatorio, sempre più marci nell’anima. Il Signore dei morti aveva già percepito tutto questo. Ma non era colpa degli abitanti. Era colpa della bocca degli Incubi. Il pozzo di Darashna, colui che accompagna sadicamente le anime negli incubi. Laggiù c’è il pozzo, il luogo dove demoni e umani si possono incontrare, il luogo che una mente mortale non può sopportare.
 Con le braccia protese in aria, i muscoli tesi e gli occhi iniettati di sangue, nudo e ricoperto di liquido scuro, tra i fulmini che gli illuminavano le spalle, la creatura si arrampicò e uscì all’aria aperta. Dal pozzo di Darashna, Kahalan vomitò la sua progenie, gettandola nel mondo dei mortali affinché conquistasse per lui ciò che secondo il suo giudizio gli spettava di diritto.
 Fu quella la causa del terremoto. Le vibrazioni del parto, la discesa di Kahalan nel corpo di un mortale, l’incarnazione del male, quelle furono le spinte che fecero tremare la terra che tentava di ribellarsi a quello scempio. Né creature dei boschi né nani ne altri furono la causa del male. Fu il male stesso.

 «Si è fatto tardi». Saifel concluse quella parte del racconto. «Ora sapete la verità e io vorrei sorseggiare un po’ di sidro. Ma domani sera, se sarò bene accetto dall’oste e da voi, potrei continuare». Il bardo abbassò di nuovo lo sguardo, pizzicando le ultime note, sempre più lente e sempre meno malinconiche. Da vari angoli della sala ricominciò uno strano brusio. Molti ricominciarono a parlare tra loro e lentamente il chiasso della locanda tornò a riempire l’aria. L’oste si avvicinò al boccale, raccolse le monete e ne afferrò un pugnetto mettendolo in tasca e portò il resto all’elfo.
 «Non so come si faccia dalle tue parti, ma qui i cantastorie sono bene accetti quando pagano un tributo dai loro guadagni al locandiere». Saifel osservò che il guadagno era ben superiore alle sue aspettative e sorrise all’oste, stringendo un tacito patto per le sere successive. Ma l’obiettivo dell’elfo non era solo guadagnare denaro. Si sentì un po’ sconsolato nel vedere che nessuno più lo degnava di considerazione. Ma fu l’oste stesso risollevare l’elfo.
 «Ah, dimenticavo. Li hai colpiti tutti, dal primo all’ultimo. A quest’ora non c’è più nessuno in locanda. Se non li vedi qui a farti i complimenti è solo perché sono troppo orgogliosi per dimostrare il loro interesse. Ma puoi stare certo che domani saranno di nuovo qui ad aspettare le tue storie». Il locandiere sembrava conoscere i suoi clienti dal primo all’ultimo.
 Lo sguardo di Saifel corse al tavolo di Kurt. E rimase sorpreso. Il nano stava accennando un sorriso e lentamente e silenziosamente gli stava battendo le mani. Il bardo guardò Eoghan invitandolo ad avvicinarsi. Era giunto il momento di unirsi al tavolo di quelli dei metalli.